FalceMartello n° 172 * 8-01-2004


Trasporti, metalmeccanici, Alitalia…

Perchè torna la lotta dura

 

Blocchi stradali, cortei spontanei, scioperi selvaggi, con i principali sindacati del paese scavalcati in più occasioni dalla base. In questo modo si è chiuso l’anno 2003, con grande preoccupazione dei padroni. E come si potrebbe dargli torto? Nei primi dieci mesi del 2003 gli scioperi per vertenze contrattuali sono aumentati del 44,7% rispetto al 2002.

La preoccupazione è data non solo, o non tanto, dal fatto che si stanno sommando una serie di contratti o vertenze che non fanno altro che esasperare  il conflitto sociale, ma dal fatto che a differenza di quello che succedeva fino al 2002, le lotte, i metodi di sciopero, l’adesione dei lavoratori si fanno sempre più massicce e imprevedibili.

 

di Paolo Grassi

 

Il motivo per cui si sviluppano forme di lotta sempre più radicali è semplice. Da un lato i lavoratori hanno l’esperienza di questi ultimi anni con la convocazione di scioperi così rituali e diluiti nel tempo da essere totalmente inefficaci. Dall’altra il padronato è stato più intransigente, negli ultimi anni non ha concesso ai dirigenti sindacali neanche quel minimo per poter salvare la faccia di fronte ai lavoratori. Questo vale soprattutto per i trasporti con le odiose leggi anti-sciopero che hanno sistematicamente vanificato qualsiasi mobilitazione dei lavoratori costringendoli alla fine a ignorare le leggi per poter difendere i loro interessi in modo adeguato.

 

Le forme di lotta

 

La più estesa e intensa partecipazione dei lavoratori, ma soprattutto l’ingresso nella lotta di nuove leve ha generato l’esigenza di utilizzare nuove forme di lotta. I giovani infatti, sui quali non pesano le conseguenze delle sconfitte del passato, sono stati determinanti nello spingere avanti l’unità di azione dei lavoratori. Di qui la necessità di ricercare azioni che fossero più corrispondenti a queste nuove condizioni di partecipazione.

Particolarmente significativo l’esempio della Legrand, fabbrica metalmeccanica con 136 lavoratori alle porte di Milano, con un altro stabilimento in provincia di Alessandria.

La lotta inizia dopo che in primavera l’azienda aveva annunciato la decisione di trasferire ad Alessandria 24 lavoratori.

Prima di questa vicenda non c’era mai stata una grande partecipazione alle lotte sindacali, proprio perché gli scioperi di 2 o 4 ore a fine turno, magari il venerdì, erano ritenuti inutili dai lavoratori. Così in assemblea, dopo un attenta analisi dei punti deboli del ciclo di lavorazione, si è proposto di colpire la parte più delicata del ciclo aziendale. Nell’assemblea è stato deciso di far scioperare solo gli addetti di questi reparti, finanziandoli attraverso un fondo comune di tutti i lavoratori. Una vera cassa di resistenza.

Si sono fermati solo i magazzinieri, 18 persone, mentre la sottoscrizione ha interessato tutti i lavoratori, fruttando 6mila euro, con questi si è assicurato un sostegno di 50 euro al giorno per ogni scioperante. In soli tre giorni l’azienda ha cambiato atteggiamento e a fine luglio si è aperta la trattativa.

Questo autunno i metalmeccanici, mobilitati per riconquistare il contratto nazionale, hanno offerto molte altre esperienze di lotte nelle quali sono stati applicati diversi metodi di articolazione con una forte compattezza e determinazione.

In diverse fabbriche, soprattutto dell’Emilia Romagna, i lavoratori hanno organizzato scioperi articolati: prima con 2 ore di sciopero nell’arco del turno distribuiti in 15 minuti ogni ora, poi a scalare 10 e in fine 5 minuti. Il danno per l’azienda era enorme, ogni fermata di 15 o 5 minuti comportava un danno molto più elevato per il padrone perché significava spegnere e riaccendere le macchine. Per ogni ora di salario perso, il padrone ne perdeva almeno due di produzione. In molte fabbriche, la determinazione dell’azienda nel non voler trattare convinceva ancora di più i lavoratori (forti della graduale compattezza conquistata utilizzando un metodo di lotta convincente) a fare un’ulteriore passo avanti fino a bloccare i cancelli per evitare che le merci uscissero.

Interessante l’esempio della Bonfiglioli di Bologna. Dopo mesi in cui l’azienda rimandava il confronto sulla piattaforma del precontratto, le Rsu hanno indetto uno sciopero per il 17 ottobre. Venuti a sapere che l’azienda aveva deciso un importante spedizione per il 16, i lavoratori decidono di anticipare la mobilitazione, convocando anche un presidio ad oltranza.

Il presidio è durato per cinque giorni consecutivi senza purtroppo riuscire a raggiungere l’obiettivo di aprire la trattativa.

Non sono state le camionette della polizia parcheggiate davanti al presidio, e neanche il ruolo smobilitante del funzionario sindacale (che è stato diffidato dai lavoratori a ripresentarsi davanti ai cancelli) che hanno fatto alla fine retrocedere i lavoratori. Hanno ceduto per stanchezza, e un clima particolarmente avverso con vento e pioggia ininterrotta che li ha costretti a mollare. Questo non sarebbe successo se avessero avuto un sostegno concreto dal sindacato e la mobilitazione si fosse sviluppata nel quadro di un coordinamento con le altre fabbriche in lotta.

 

Scioperare durante le trattative?

 

Nelle vertenze i tempi e le forme di lotta hanno una grande importanza. La lotta di dicembre degli autoferrotranvieri è un esempio importante. Con un contratto scaduto da due anni e otto scioperi fatti nel rispetto delle leggi imposte dai padroni, la trattativa si è veramente aperta solo quando i lavoratori, scavalcando palesemente i vertici sindacali, si sono riappropriati della gestione della vertenza. Di fronte a questa determinazione le municipalizzate e le burocrazie sindacali hanno tentato di riprendere la situazione annunciando la riapertura delle trattative. Ma i lavoratori, consapevoli che le trattative possono essere trascinate all’infinito senza raggiungere risultati soddisfacenti, hanno giustamente proseguito la mobilitazione.

L’esperienza di questi anni ha dimostrato che sospendere le lotte nella misura in cui i padroni sono costretti a trattare non garantisce un buon esito della vertenza. Per i padroni è un modo come un altro per temporeggiare e aspettare che la determinazione dei lavoratori si sgonfi e che i rapporti di forza tornino a loro favore. Una trattativa interminabile e del tutto inconcludente, risulta sempre frustrante e dannosa per la compattezza del fronte operaio e vantaggiosa per i padroni che nel frattempo hanno la garanzia che si continua a produrre.

Con questa consapevolezza  i lavoratori dei trasporti pubblici hanno iniziato lo sciopero il 20 dicembre. La mobilitazione partita da Milano ha visto, man mano che le ore passavano, aderire gli autisti di gran parte delle altre città.

Solo il fatto che i lavoratori erano disposti ad andare avanti ad oltranza durante le trattative ha permesso che si arrivasse ad una conclusione in tempi stretti. Purtroppo la determinazione dei lavoratori non è stata da esempio per i dirigenti i quali hanno firmato un accordo bidone che è stato immediatamente respinto dagli autisti che hanno continuato lo sciopero.

Il problema dunque non è stato nei metodi di lotta applicati, che hanno dimostrato tutta la loro efficacia, ma nella mancanza di controllo sui vertici sindacali seduti al tavolo delle trattative.

 

Le leggi anti-sciopero si possono sconfiggere

 

Anche la mobilitazione spontanea dell’Alitalia di Roma è stata significativa. Lo sciopero del 17 dicembre ha mostrato come i lavoratori siano più determinati dei loro dirigenti quando si tratta di difendere i propri diritti. La cosa importante non è solo che siano riusciti a mostrare l’abisso che c’è tra i lavoratori e i vertici sindacali, ma che hanno saputo mostrare sul campo che anche le leggi anti-sciopero più repressive non possono fermare la classe lavoratrice quando decide di lottare. Avevano già fatto le prove generali l’11 dicembre, organizzando una mobilitazione simile, rientrata solo dopo aver ricevuto assicurazioni che il 16 dicembre ci sarebbe stato un nuovo incontro al ministero.

Dopo che questa riunione ha confermato le intenzioni dei vertici aziendali, nella notte è incominciata a girare la voce e al mattino puntualmente è partito lo sciopero. I primi 5-600 si sono visti alle 10 del mattino nella sala mensa, poi il passaparola ha fatto il resto e sono diventati 2mila. C’erano tutti, gli operai della manutenzione, le lavoratrici precarie del call-center, gli impiegati e perfino i piloti. Sono usciti tutti insieme dagli uffici, dai magazzini, dagli hangar, hanno chiuso le accettazioni ai check-in, sospeso i servizi, bloccato le operazioni di manutenzione agli aerei, mandando in tilt l’aereoporto per circa 6 ore, facendo cancellare oltre 80 voli.

Che cosa gli ha dato il coraggio di sfidare la legge? La compattezza, perché c’è un momento della lotta in cui si assiste a un salto qualitativo della coscienza. Questo salto avviene nell’ambito di uno sforzo complessivo: rivendicazioni, determinazione e compattezza trascinano gli incerti, convincono i più arretrati. 

Quelle qui descritte sono solo alcune delle mobilitazioni a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi. Le prime di un nuovo ciclo di lotte che la classe operaia si prepara ad affrontare, costretta dalla crisi capitalistica. Errori inevitabili sono e saranno all’ordine del giorno. Tutto ciò è necessario per accumulare l‘esperienza necessaria che servirà a vincere gli scontri decisivi della prossima fase.


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