FalceMartello
n° 171 * 12-11-2003
La crisi della
disobbedienza e il ruolo dei comunisti
Il 4 Ottobre
l’esecutivo nazionale dei Giovani Comunisti (Gc) ha fatto pubblicare su
Liberazione un lungo documento sul “movimento dei movimenti” rivolto in
particolare all’area dei disobbedienti, all’interno della quale si è aperto un
conflitto con Casarini. È un bene che la divisione venga alla luce, visto che
finora la discussione è rimasta confinata in ambiti ristretti con l’esecutivo
che negava ogni contraddizione, anche di fronte alle aggressioni “squadristiche”
compiute da Casarini contro i compagni che si “permettevano” di non essere
d’accordo. Ancora qualche settimana fa a Marghera di fronte alla contestazione
del Prc per la vergognosa intitolazione di una strada “ai martiri delle foibe”
operata dal sindaco Bettin assieme ad An e con la benedizione di Casarini, i
compagni del partito sono stati aggrediti dai militanti del centro sociale
Rivolta, tanto pacifisti nella lotta contro l’imperialismo quanto brutali e
violenti verso chi li critica da sinistra.
di Jacopo Renda
(Coordinamento nazionale dei Giovani Comunisti)
Il documento
dell’Esecutivo, riconosce solo oggi la contraddizione ma non ne analizza le
cause che erano evidenti fin dalla nascita del “laboratorio della
disobbedienza”. Scrivevamo infatti su Falcemartello
il 12 Giugno 2002:
“…Ci sono tali e tante divaricazioni da non permettere più ad alcuno,
all’interno del “laboratorio”, di esprimere una opinione condivisa e
collettiva; ognuno può solo parlare per sé, il che equivale a dire che il
“laboratorio” come struttura collettiva è finito… Il tentativo di risolvere la
crisi attraverso la strutturazione della rete dei Social Forum (SF) non solo
non ha risolto questa crisi, ma l’ha resa più evidente. I SF, particolarmente
nelle grandi città e su scala nazionale, sono oggi molto distanti
dall’esprimere la potenzialità rivoluzionaria del movimento; prevale una
diplomazia soffocante nei rapporti tra le diverse componenti, la logica
assembleare e quella del “minimo comun denominatore” si sommano creando una
gestione sostanzialmente antidemocratica. C’è quindi un’evidente forzatura nel
rappresentare i SF come la “strutturazione del movimento” in quanto tale: sia
per composizione che per metodi e programmi, la maggior parte dei SF sono distanti
miglia e miglia dalle aspirazioni più profonde e radicali espresse dalle
centinaia di migliaia di persone che hanno partecipato alle mobilitazioni
contro il G-8 …L’accettazione della “disobbedienza sociale”, nonostante la
retorica movimentista di cui si ammanta, costituisce in realtà un
allontanamento dal movimento reale, verso la logica delle azioni “esemplari”,
eclatanti, simboliche, logica che è del tutto incapace di prospettare uno
sviluppo di massa del movimento e un suo reale legame con il movimento
operaio.”.
La crisi deriva
dall’incapacità dei Gc di collegarsi ai settori più avanzati del movimento
legandosi invece a quelli più moderati: le tute bianche di Casarini. Oggi la
crisi diventa innegabile di fronte al crollo della presenza alle manifestazioni
così come si è visto il 4 ottobre, un appuntamento costruito per mesi (anche
annullando la manifestazione nazionale del Prc) e che ha visto la
partecipazione di non più di 20mila persone.
Rompere con la
Disobbedienza
L’area disobbediente è il frutto
di un’alleanza senza princìpi. L’unico collante era la comune ricerca della
visibilità ad ogni costo. Come da manuale, un’alleanza di questo tipo si
conclude senza alcun reale dibattito politico e tra le accuse reciproche. Tali
sviluppi erano nella logica delle cose.
Nel maggio del 2002
scrivevamo: “Il Laboratorio dei
Disobbedienti non si regge su nessun accordo di principio chiaro. Su questa
base tale accordo si concluderà tra le recriminazioni reciproche”
(FalceMartello n°157) e ancora
prima nel novembre del 2001: “le
posizioni movimentiste della maggioranza hanno dato vita ad un blocco organico
con le Tute Bianche (non abbiamo dubbi, peraltro, che l’accordo non si basi su
principi condivisi, ma solo su convenienza reciproca, e fallirà non appena questa
verrà a mancare)” (FalceMartello
n°152).
Formalmente l’area della
disobbedienza potrebbe continuare ad esistere ancora per molto tempo.
Scioglierla sarebbe un’ammissione pubblica di fallimento ma il corteo del 4
ottobre ha già visto scendere in piazza separate le diverse componenti. Sarebbe
il caso di prenderne atto!
Tanto più che la crisi
rischia di travolgere la nostra organizzazione. Non abbiamo mai preteso una
direzione infallibile, ma pretendiamo una direzione in grado di ammettere i
propri errori: siamo ancora in tempo per cambiare rotta. Oggi è più che mai necessario abbandonare senza remore la disobbedienza
e tornare ad una reale strategia di costruzione dei Giovani Comunisti nelle
aziende, nelle scuole, nelle università, nel territorio e nei movimenti di
massa reali.
Le pratiche di
piazza di Casarini e le nostre critiche
Un’area basata solo sulla
visibilità ad ogni costo, non poteva che rompersi sulla sfida per la
visibilità. Casarini cerca oggi di ritagliarsi un ulteriore spazio ammantandosi
di una maggiore radicalità, riproponendo in piazza la classica azione diretta,
di fatto uno scimmiottamento dei black-bloc. La nostra critica verso una simile
tattica deve essere netta e franca: non abbiamo bisogno di supereroi che si
sostituiscano alle masse.
La critica mossa
dall’Esecutivo dei Gc parla invece di una non meglio precisata “riflessione
sulle pratiche”. L’Esecutivo si limita ad accusare Casarini di aver abbandonato
la pratica della “non violenza”
riproponendo il ragionamento gandhiano secondo cui “la nostra capacità di sottrarci alla violenza come scelta di fondo si
è definita nella convinzione che la violenza e il suo monopolio stiano
dall’altra parte” (dal documento dell’Esecutivo).
Non abbiamo spazio per
sviluppare compiutamente la nostra posizione sulla non-violenza, ci limitiamo a
dire che quanto sopra citato cancella con un solo tratto di penna ogni
riferimento a quelle rivoluzioni e movimenti di liberazione che nell’ultimo
secolo si sono mossi contro il capitalismo e che dovrebbero essere dei punti di
riferimento irrinunciabili per chi si dichiara comunista.
Cosa propongono i compagni
dell’Esecutivo dei Gc in una situazione come quella boliviana dove i militanti
di sinistra vengono assassinati dall’apparato dello Stato? Il diritto all’autodifesa
(a cui stanno provvedendo i minatori formando milizie operaie) o stordire
l’apparato di repressione con un bel sound system?
Noi comunisti rifiutiamo
qualsiasi forma di violenza sia lontana dalla coscienza delle masse e
improduttiva per lo sviluppo di un movimento. Rifiutiamo la violenza di qualche
manipolo di illuminati che si sostituisce all’azione cosciente di milioni di
persone. Questa è la base su cui, ad esempio, condanniamo frontalmente il
terrorismo delle Br. Questa è anche la base su cui rifiutiamo le azioni di
Casarini: le rifiutiamo sia che siano simboliche e concordate con la polizia
sia che siano reali. Allo stesso tempo non possiamo cadere in un approccio
gandhiano: la borghesia difende i rapporti di produzione capitalisti con la forza
materiale dello Stato, (nelle parole di Engels il “corpo di uomini armati in difesa della proprietà privata”). Ci si deve spiegare come sia possibile
cambiare i rapporti di produzione capitalisti senza porsi l’obiettivo
dell’abbattimento della macchina repressiva dello Stato.
Cambiamo strada!
Abbiamo alle spalle due
anni di manifestazioni oceaniche che dimostrano la volontà diffusa di lotta
contro il Governo Berlusconi. Ma le manifestazioni non hanno prodotto ancora
risultati tangibili. Esiste un intero strato di attivisti sindacali,
studenteschi che, partendo da questo dato, stanno cercando una via per
conferire un salto di qualità alle mobilitazioni. Nelle aziende metalmeccaniche
e nei call-center si stanno sviluppando forme di lotta radicali a cui non
assistevamo da molti anni. Nelle scuole esiste una disponibilità diffusa a
lottare per fermare l’attacco all’istruzione pubblica. È qui che dobbiamo
rivolgere la nostra attenzione ed il nostro lavoro. Le possibilità di essere
ascoltati ed individuati come un punto di riferimento non sono mai state così
reali. La nostra organizzazione arriva tuttavia a questa sfida completamente
sfilacciata e sradicata dai luoghi di studio e di lavoro. L’appiattimento sulla
disobbedienza ha deformato l’organizzazione e l’ha disgregata. In decine di
federazioni i Gc non esistono più nella pratica, il caso di Milano e forse
quello più eclatante ma certamente non l’unico.
Nell’ultimo coordinamento
nazionale dei Gc i compagni dell’Esecutivo, pur ammettendo la crisi hanno tenuto
a dichiarare che “indietro non si torna”. Crediamo invece che l’unico modo per
costruire la nostra organizzazione sia fare un serio bilancio degli ultimi anni
per imprimere una svolta. È necessario dotarsi di un programma e di una
strategia di classe per evitare che si verifichi quanto cinicamente scriveva un
disobbediente romano (Lutrario) e cioè che “tanti
compagni di Rifondazione animano il movimento ma nel farlo devono spogliarsi
della loro appartenenza che nel movimento diventa inservibile. Il paradosso è
che Rifondazione è nel movimento ma non ha nulla da dire”.
Dobbiamo aprire un
confronto che coinvolga tutti i militanti con la convocazione di attivi in ogni
federazione, non solo perché di cose da dire ne abbiamo e come, ma ci
permettiamo di aggiungere modestamente che solo con un’azione lungimirante e
organizzata, propria dei comunisti, è possibile che un domani i movimenti
tornino a vincere aprendo la strada alla trasformazione della società.