FalceMartello
n° 171 * 12-11-2003
Bolivia
La chiave della rivoluzione
andina
L’essenza di una
rivoluzione è l’intervento diretto delle masse nella vita politica di una
nazione. Una rottura che si verifica nei momenti in cui la maggioranza della
popolazione decide di prendere il destino nelle proprie mani.
Questo è quanto abbiamo
visto in Bolivia. Venerdì 17 ottobre, dopo giorni di scontri violenti in cui
sono morte oltre 70 persone con La Paz, la capitale, in mano a decine di
migliaia di manifestanti – lavoratori, minatori, contadini - il presidente,
Sanchez de Lozada, ha dovuto abbandonare il potere. I manifestanti hanno
bloccato la capitale e altre città. Si sono formati soviet ad El Alto.
di Alan Woods e Jorge Martin
Lozada, scontrandosi con
questo impressionante movimento di massa, ha cercato di guadagnare tempo facendo
concessioni, incluso un referendum sul conteso progetto del gas e una nuova
legge che abolisse l’odiata legge energetica. Ma la feroce repressione da parte
delle forze armate ha avuto solo l’effetto di rendere ancora più decisa la
richiesta di dimissioni da parte dei manifestanti. Marx ha spiegato come in
certi casi la rivoluzione per avanzare ha bisogno della frusta della
controrivoluzione.
Il massacro di El Alto il
12 ottobre ha trasformato tutta la situazione. Nel momento della verità,
Gonzalo Sanchez de Lozada si è trovato sospeso in aria. Quello che
apparentemente era un formidabile apparato dello Stato è stato incapace di
salvarlo.
Lozada ha protestato
affermando che il suo rovesciamento rappresenta un colpo alla democrazia in Bolivia
e in America Latina. Suona molto ironico se si considera che è stato eletto con
solo il 22% dei voti.
La democrazia in Bolivia è
sempre stata una foglia di fico che nasconde una dittatura dell’oligarchia
arricchita, che a sua volta è solo un’agenzia locale dell’imperialismo Usa.
Dopo la rivoluzione del 1952, quando i lavoratori avevano realmente il potere
nelle loro mani ma mancavano di una direzione, ci fu un colpo di Stato militare
(con l’appoggio statunitense). Vent’anni di dittatura militare alla fine hanno
spinto le masse a una nuova insurrezione rivoluzionaria negli anni ottanta,
quando in un solo giorno ci sono stati cinque presidenti. Un paese
potenzialmente ricco è stato ridotto alla povertà più abietta a causa del
saccheggio imperialista tramite l’agenzia locale dell’oligarchia boliviana,
nota come La rosca.
Nello scorso periodo gli
Usa sono giunti alla conclusione tardiva che la dittatura militare non era un
alleato affidabile. Washington aveva avuto una serie di brutte esperienze, come
nel caso di Noriega a Panama, e ha pensato che era meglio basarsi su un regime
“democratico” debole. Ma la convergenza dell’imperialismo con la democrazia è
solo un movimento tattico che può volgersi nel suo contrario se la situazione
lo richiede.
Le masse hanno festeggiato
nelle strade il proprio successo nel rovesciare il presidente. Ma il successore
si imbatterà negli stessi problemi di Lozada, si scontrerà con una crescente
opposizione perché i problemi non si possono risolvere su basi capitaliste. Le
masse pazienteranno un pò ma questa pazienza non è infinita. Il rovesciamento
di Lozada è stato il primo grande successo della rivoluzione boliviana. Ma è
presto per gridare vittoria. I compiti più importanti della rivoluzione non si
sono ancora ottenuti. Le battaglie più importanti ci saranno in futuro.
Il corso di una
rivoluzione è segnato dall’ascesa e dal declino di una serie di partiti e
dirigenti. La caduta di Lozada è solo l’inizio. Non sarà l’ultimo atto. Una
rivoluzione si caratterizza anche per le divisioni che si producono nella
classe dominante. Un settore dice: dobbiamo fare concessioni o ci sarà una
rivoluzione. Un altro dice: non dobbiamo fare concessioni o ci sarà una
rivoluzione. Entrambi hanno ragione.
Nel fondo, questa è una
rivoluzione contro generazioni di povertà, oppressione e sfruttamento che
risalgono all’epoca dei conquistadores. Sotto il dominio spagnolo, decine di
migliaia di indigeni quechua e aymara sono morti lavorando nella grande
montagna d’argento a Potosì per finanziare l’impero spagnolo. Questo saccheggio
brutale è continuato sotto le dittature militari e ora anche sotto i governi
eletti. Sanchez de Lozada è proprietario di uno dei principali giacimenti
minerari della Bolivia. È un rappresentante tipico dell’oligarchia boliviana,
una ristretta cricca di ricchissimi che ha fatto una fortuna dissanguando senza
pietà la popolazione. I minatori boliviani dello stagno lavorano in condizioni
disumane. Per decine di migliaia di loro lo stagno significa povertà e morte
prematura.
Mesa chiede tempo
Sabato 18 ottobre il
vicepresidente di Lozada, Carlos Mesa, si è insediato promettendo elezioni
anticipate. Si tratta di un trucco abituale della classe dominante. Quando la
repressione si rivela inutile si passa alle concessioni e alle manovre. Si
fanno le promesse più stravaganti. Però le promesse costano poco. Il problema è
come far uscire il paese dalla povertà. A questa domanda Mesa non ha risposte.
In questo momento il paese
è calmo. Ma questo non riflette un appoggio di massa al nuovo presidente, come
qualcuno ha affermato. L’ambiente generale tra le masse è di vigilanza e
sospetto. Sperano che la nuova amministrazione faccia qualcosa, ma l’esperienza
passata li rende sospettosi. Si tratta della calma prima della tormenta. Mesa
finirà con l’essere detestato da tutti. Per ora si bilancia nervosamente tra le
classi, come un equilibrista sulla corda che tenta di non cadere nel vuoto.
Dopo il giuramento Mesa ha
supplicato di concedergli tempo: “Dateci
uno spazio, un pò di tempo per lavorare”. Durante il discorso Mesa ha
riproposto varie concessioni che già Lozada aveva offerto quando tentava di
sparare la sua ultima cartuccia per mantenersi al potere. Ma gli esperti legali
hanno affermato immediatamente, anche se con cautela, che le misure proposte
non erano costituzionali, come nel caso della proclamazione di un referendum
sulle esportazioni del gas naturale o che le direttive non erano appropriate,
come nel caso dell’assemblea costituente. Ci sono mille e uno argomenti simili
e trucchi che la classe dominante può utilizzare per ritardare e sabotare,
frustrando la volontà popolare. Ma le masse in generale non si lasciano
impressionare da sofismi legali. Esigono azioni e non parole!
Non contestiamo che ci
siano illusioni nel nuovo presidente. Queste sono più forti nella classe media
benestante e tra i professionisti di La Paz. Marcelo Callo, un assessore alle
esportazioni delle piccole imprese, sostiene che: “Sanchez de Lozada non ascoltava nessuno tranne un piccolo gruppo di
aiutanti e ministri. Mesa sembra essere un uomo del popolo”. Secondo
Gonzalo Chàvez, un economista di La Paz, i boliviani vogliono
un’amministrazione onesta e aperta, con più partecipazione della società
civile: “(Mesa) dovrà ricercare la
governabilità sociale, che comporta patti con i lavoratori, gruppi di azione
locale e imprenditori perché il governo smetta di essere contestato nelle
piazze”.
Anche alcuni dirigenti
dell’insurrezione sono disposti a dare credito al nuovo presidente. Sembrerebbe
che Mesa sia stato ricevuto affettuosamente in una riunione ad El Alto, uno
degli epicentri del movimento rivoluzionario, dove le truppe e la polizia
avevano sparato e assassinato almeno trenta persone solo una settimana prima.
Però tra i poveri le illusioni verso Mesa sono temperate dalla vigilanza. Sono
disposti per un pò a vedere, ma non aspetteranno per sempre.
Queste illusioni vengono
stimolate accuratamente dai partiti di sinistra dell’opposizione. Evo Morales,
dirigente del Movimiento hacia el Socialismo (Mas), arrivato secondo
nell’elezioni dell’anno scorso, si è dato da fare per tendere una mano al nuovo
presidente. Morales ha detto di Mesa alla tv: “Credo che è importante concedergli un periodo di grazia” e che nel
suo primo discorso “ha espresso il
pensiero del popolo boliviano, dobbiamo aspettare che organizzi il suo
gabinetto con i suoi rappresentanti”.
Morales non ha fretta di
buttare giù Mesa. Però i produttori di coca, che nominalmente rappresenta,
hanno giurato che continueranno a bloccare le strade, mentre l’altro dirigente
contadino del paese, Felipe Quispe, ha dichiarato che non offrirà alcuna
tregua. Come dirigente della federazione dei contadini ha giocato un ruolo
chiave nel blocco delle strade del paese contribuendo alla caduta di Sanchez de
Lozada.
Quispe continua ad esigere
che il governo applichi le 72 richieste del suo gruppo e a queste ne ha
aggiunta una nuova: che Mesa non concluda il mandato ma convochi nuove elezioni
non appena sarà possibile.
Mesa si è mostrato
d’accordo con questa richiesta nel discorso inaugurale, ma Quispe si è
affrettato a dichiarare che: “in
qualsiasi caso continueremo con i blocchi”. Aggiungendo: “Non staremo mai con il governo, staremo
sempre con l’opposizione”. Questo dimostra che esiste una corrente
sotterranea di profonda sfiducia e furia tra le masse che si riflette
nell’intransigenza di alcuni dirigenti naturali.
L’economia e
l’imperialismo
Per ora la borghesia
boliviana si è vista obbligata a ritirarsi e ad abbandonare la repressione a
favore delle manovre e degli intrighi. Nonostante questa svolta di facciata,
non ci sono differenze reali tra Mesa e Lozada. È simile a una ritirata tattica
in guerra. Nella misura in cui è stata sconfitta la prima linea di difesa, Mesa
si è ritirato nella seconda linea, dirigendosi alle masse e promettendo – solo
di promesse si tratta – il sole, la luna e le stelle, a condizione che
abbandonino le piazze e tornino a casa, che ritorni la “normalità”, che tornino
a regnare la “legge e l’ordine”. Quando il movimento rientrerà, l’oligarchia
passerà nuovamente all’offensiva e tornerà indietro su tutte le concessioni.
A Mesa non resta
alternativa che cavalcare la tigre. Disgraziatamente, come dice un vecchio
proverbio indigeno: un uomo che cavalca una tigre ha molti problemi per tornare
con i piedi per terra. I lavoratori e i contadini non si accontenteranno
facilmente di parole e promesse roboanti. Ne hanno abbastanza! Adesso vogliono
risultati concreti.
Il nuovo governo è tra
l’incudine e il martello. Le masse esigeranno un miglioramento immediato delle
condizioni di vita, mentre il Fmi richiede più liberalizzazione, per dirlo con
altre parole, esigono che il nuovo governo porti avanti la stessa politica di
quello precedente. La popolazione boliviana è cosciente del vero significato di
questa “liberalizzazione”.
“Come i poveri dell’Honduras, Argentina, Perù, Ecuador, i boliviani hanno
compreso che sono loro a pagare la fattura delle privatizzazioni, che la
crescita promessa si è bloccata, che le esportazioni del paese valgono meno di
quando la Bolivia si apprestava ad entrare nella globalizzazione e che si è
approfondito l’abisso tra il loro miserabile livello di vita e quello di una
minuscola élite. Hanno compreso che la privatizzazione significa prezzi più
alti dei beni essenziali, che difficilmente possono lavorare, che i loro figli
restano senza istruzione e che vivono e muoiono nella povertà più assoluta. Hanno
appreso inoltre che quando protestano, il governo democraticamente eletto gli
spara contro, come accadeva nelle dittature”. (The
Guardian, 21/10/2003).
Il problema della
direzione
La rivoluzione boliviana
sembra avere un carattere totalmente spontaneo. Ma questo non corrisponde
completamente alla realtà. In primo luogo, non è caduta come un fulmine a cielo
sereno, ha le sue premesse nel periodo anteriore. In secondo luogo, è diretta
dai dirigenti naturali della classe operaia, i militanti con più coscienza di
classe della Cob. In terzo luogo, questi militanti non sono caduti dalle
nuvole, sono stati educati dalle idee in voga nel movimento operaio e sindacale
boliviano per decenni, le idee del trotskismo.
In Russia prima del 1917,
decine di migliaia di attivisti operai erano stati formati per decenni dalle
idee bolsceviche. In Bolivia queste idee e programmi del trotskismo sono
familiari da molto tempo agli attivisti del movimento operaio. Le Tesi di
Pulacayo del 1946, adottate dalla federazione dei minatori, non sono altra cosa
che il Programma di Transizione di Trotskij applicato alle condizioni concrete
della Bolivia. Il punto fondamentale è la necessità per i lavoratori di
prendere il potere in alleanza con i contadini per incamminarsi verso il
socialismo.
L’aspetto più importante
del movimento in Bolivia è il suo carattere nettamente proletario. L’esperienza
rivoluzionaria della classe operaia boliviana, particolarmente dei minatori, è
probabilmente la più grande di qualsiasi altro paese dell’America Latina. Non
solo nel 1952, ci fu un’opportunità rivoluzionaria ma anche nel 1971,
l’insurrezione del 1982-’85, e più recentemente, la vittoria dell’insurrezione
di Cochabamba nell’aprile del 2000 contro la privatizzazione dell’acqua, le
proteste contadine in tutto il paese nel gennaio di quest’anno e il movimento
insurrezionale di febbraio.
La tradizione della classe
operaia boliviana comprende la formazione di milizie armate come nel ’52,
quando quasi 100mila uomini erano organizzati in milizie dirette dal sindacato.
Anche in questa occasione c’è stato un appello da parte dei dirigenti del Cob
per formare comitati di autodifesa e i minatori sono arrivati a La Paz con
cartucce di dinamite.
L’apparato dello Stato è
stato sull’orlo del collasso con un ambiente di insubordinazione aperta tra i
poliziotti, che già si erano ammutinati nell’insurrezione di febbraio, molti
soldati si sono rifiutati di sparare sulla popolazione e hanno abbassato le
armi. Nella città di El Alto si sono ritrovati i corpi di otto soldati
giustiziati dai loro ufficiali perché si erano rifiutati di sparare.
La magnifica classe
operaia boliviana si è posta alla testa della nazione come leader e portavoce
dei contadini, degli indigeni e altri settori sfruttati e oppressi della
popolazione. Questo è il fatto più importante ed è fondamentale per l’esito
della rivoluzione boliviana!
I mezzi di comunicazione
capitalisti di tutto il mondo hanno insistito sul fatto che si trattava di un
movimento indigeno. E fino a un certo punto era vero, perché i differenti
gruppi nazionali indigeni rappresentano l’80% della popolazione, la maggior
parte della classe operaia e dei contadini sono indigeni. Per secoli gli
indigeni hanno sofferto l’oppressione per mano dell’oligarchia locale, formata
principalmente da bianchi legati alla Spagna e agli Usa. Ciò nonostante,
l’oppressione nazionale non si può risolvere in nessun modo se non lottando per
il socialismo. La storia del movimento rivoluzionario in Bolivia dimostra come
la nazione nel suo insieme si riunisce attorno alla bandiera della classe
operaia e delle sue organizzazioni. Quando i media capitalisti parlano di un
movimento indigeno tentano di nasconderne il carattere profondamente
proletario.
La direzione della Cob ha
mostrato un gran coraggio e determinazione nello sciopero generale. Ma c’è
bisogno di un piano, una strategia e una politica chiara. Era necessario avere
una prospettiva per la presa del potere. Il segretario generale della Cob,
Solares, ha visitato il nuovo presidente. Apparentemente, ha adottato la
posizione dell’appoggio condizionato, che significa, l’appoggeremo nella misura
in cui lotterà contro la corruzione, creerà lavoro, darà salari decenti, ecc.
Questo è un errore. Il governo borghese di Mesa sarà corrotto come quello di
Lozada. Non può dare lavoro e salari decenti perché le sue mani sono legate al
Fmi e alla Banca Mondiale. Chiedere a questo governo di difendere gli interessi
dei lavoratori e dei contadini è come voler mungere latte da un toro.
Dicono che il nuovo
presidente ha mostrato interesse per i punti illustrati da Solares e che le
porte del palazzo presidenziale sono aperte per i dirigenti della Cob. Ma è
come se “il ragno invitasse la mosca a entrare nella sua casa”. Oggi il
presidente mostra interesse (come può non essere interessato a chi ha appena
rovesciato il suo predecessore?) ma domani mostrerà i denti. L’idea per cui
tutto dipende dalla “buona volontà” è completamente sbagliata. Quello che conta
non è la buona o cattiva volontà degli individui, ma gli interessi di classe. E
gli interessi dei lavoratori e dei contadini boliviani non sono compatibili con
gli interessi dell’oligarchia e dell’imperialismo.
Nel corso di una
rivoluzione la gente apprende rapidamente. A volte c’è il tempo per apprendere
dagli errori e correggerli. In realtà i dirigenti sindacali hanno già fatto
un’autocritica giungendo a conclusioni corrette:
“Dopo aver guidato una grande esplosione sociale, che ha avuto il
tragico esito di 70 morti e più di 500 feriti, i lavoratori del paese,
nell’ultimo Attivo Nazionale della Centrale Operaia Boliviana (Cob), sono
giunti a una conclusione fondamentale: gli operai, i contadini, le nazioni
oppresse e la classe media impoverita non hanno tolto il potere alla ‘classe
dominante’ perché non hanno ancora un ‘partito rivoluzionario’”. (Econoticiasbolivia.com, 19/10/2003).
Questo è il punto principale!
I lavoratori hanno risposto magnificamente. Sono riusciti a rovesciare il
presidente, ma gli è scappato il potere tra le dita. Quante volte abbiamo visto
questo? Il problema è che, nella misura in cui gli avvenimenti si susseguono
così rapidamente in una rivoluzione, non c’è tempo di apprendere a forza di
errori. Per questo è necessario un partito marxista rivoluzionario. Se il Por
avesse mantenuto una vera posizione trotskista, adesso sarebbe nella stessa
posizione che ebbe il Partito bolscevico nel 1917. Ma la politica sbagliata del
Por durante decenni lo ha condannato all’impotenza. Le forze del nuovo partito
rivoluzionario possono giungere solo dalle file dei lavoratori, contadini,
giovani che si sono risvegliati alla lotta e che cercano una alternativa
rivoluzionaria.
Sotto i dirigenti della
Cob c’è un settore numeroso di cosiddetti leader naturali della classe operaia.
Sono dirigenti locali che si sono conquistati la fiducia dei lavoratori e dei
loro compagni per la loro onestà, coraggio e militanza. Hanno giocato un ruolo
cruciale nella rivoluzione. Sono vicini alle masse e ne riflettono lo spirito
rivoluzionario. Se fossero organizzati in un partito il futuro della
rivoluzione sarebbe garantito.
Roberto de la Cruz, il
dirigente del Sindacato dei Lavoratori di El Alto, è a sinistra di Solares. Ma
i lavoratori e i contadini a loro volta sono più a sinistra di qualsiasi
dirigente. Istintivamente comprendono che il nuovo governo è come il precedente
anche se con una nuova facciata. Non si fidano della borghesia. Forse non sanno
esattamente cosa vogliono, ma sanno esattamente cosa non vogliono. Non vogliono
la continuazione del governo dei ricchi, fatto dai ricchi per i ricchi. Non
vogliono che il loro paese sia saccheggiato dall’imperialismo. Non vogliono
povertà e disoccupazione.
I dirigenti della Cob
hanno revocato lo sciopero generale. Per adesso, hanno fermato le ostilità. Ma
la lotta è solo cominciata! Per garantire il raggiungimento delle richieste
delle masse è necessario preparare un altro sciopero generale, uno sciopero che
metta all’ordine del giorno, non il rovesciamento del presidente, ma il
rovesciamento della corrotta e reazionaria oligarchia boliviana che sta
fermando il cammino al progresso.
Bisogna diffidare dei
settori “progressisti” e “liberali” della borghesia boliviana. Senza dubbio
adesso sono al centro dell’attenzione, stanno tentando di ingannare la
popolazione con false promesse. Sono lo stivale sinistro dell’oligarchia e
dell’imperialismo, come Lozada era lo stivale destro.
I lavoratori e i contadini
sono scettici verso la borghesia. E hanno ragione! I contadini di La Paz hanno
deciso di mantenere le loro proteste. È una tattica corretta! Se non si è vinta
una battaglia perché sciogliere
l’esercito?
Dopo i drammatici eventi della
settimana scorsa probabilmente siamo entrati in una fase di calma nel
movimento, i lavoratori devono analizzare la situazione e pensare al prossimo
passo. Gli elementi più coscienti e militanti giungeranno a conclusioni
rivoluzionarie. Altri necessiteranno di più tempo e esperienza per arrivare
alle stesse conclusioni. Ma alla fine i lavoratori dovranno riprendere la via
della lotta perché non esiste alternativa. L’importanza di una buona direzione
nella prossima battaglia sarà ancora più importante. Pertanto è un compito
urgente creare un partito e una direzione rivoluzionaria.
La rivoluzione russa
Oggi la situazione in
Bolivia ricorda molto la situazione della Russia nel febbraio del 1917. I
lavoratori e i contadini rovesciarono l’antico regime e crearono soviet
(consigli di operai e soldati). Di fatto, in febbraio, il potere era nelle mani
della classe operaia russa. Avevano il potere, ma non sapevano di averlo. Nella
conferenza di aprile, Lenin attaccò duramente quei bolscevichi che sostenevano
che la classe operaia non poteva prendere il potere a causa delle condizioni
oggettive: “Perchè non possono prendere
il potere? Il compagno Steklov dice per questa o quella ragione. La verità è
che i lavoratori non hanno preso il potere perché non erano coscienti e non
erano sufficientemente organizzati!”
I lavoratori della Bolivia
potevano e dovevano prendere il potere lo scorso venerdì. Non averlo preso in
quel momento creerà nuove complicazioni e problemi in futuro. La borghesia avrà
tempo di recuperare le proprie forze ed erigerà nuovi ostacoli sul loro
cammino.
In Russia l’insuccesso dei
lavoratori nell’ottenere la vittoria e prendere il potere nelle proprie mani in
febbraio condusse direttamente all’aborto del dualismo di potere. La borghesia
si riaggruppò attorno al Governo Provvisorio “democratico” mentre i lavoratori
e i contadini si riorganizzarono nei soviet. Fu un periodo dove le due parti
lottavano per ottenere una situazione vantaggiosa, fino a quando finalmente,
sotto la direzione del Partito bolscevico, i soviet rovesciarono il governo
provvisorio e presero il potere in ottobre (novembre secondo il nuovo
calendario).
Il fattore decisivo era la
direzione del Partito bolscevico con Lenin e Trotskij. Questo è quello che
manca in Bolivia. I dirigenti della Cob hanno giocato un ruolo molto positivo. Hanno
dimostrato una grande integrità personale e coraggio nella lotta contro Lozada.
Ma adesso si richiede qualcosa di più che integrità e coraggio: ci vuole una
prospettiva chiara per prendere il potere, oltre che un programma e una tattica
adeguata per questa prospettiva. Su questa base la vittoria della rivoluzione
sarebbe assicurata.
La rivoluzione ha enormi
riserve nella popolazione, tanto nelle città come nelle campagne. Il
proletariato boliviano ha una grande tradizione rivoluzionaria, i quadri del
movimento hanno assimilato alcuni degli elementi più importanti del marxismo, a
partire dalle Tesi di Pulacayo. Bisogna porre la questione chiaramente e senza
ambiguità: per risolvere il problema della società il potere deve passare alla
classe operaia, alla Cob, alle juntas
vecinales (organi di
contropotere che si sono formati nelle città. NdR) e agli altri organi del
potere operaio.
La necessità più urgente è
stabilire le juntas ovunque, eleggere lavoratori e contadini responsabili,
unire le juntas a livello locale, regionale e nazionale, mettere radici nelle
fabbriche, miniere, officine, fattorie e quartieri. La Cob deve convocare un
congresso nazionale delle juntas per discutere la strada da intraprendere. Le
juntas di lavoratori e contadini dovrebbero farsi carico della gestione delle
zone che controllano, distribuire cibo, combustibile e altri generi di prima
necessità. Dovrebbero controllare i prezzi e farsi carico della sicurezza,
formare una milizia con questo obiettivo, armandosi contro il pericolo della
reazione e la minaccia di elementi criminali. La borghesia vuole ordine. Diamole
ordine: l’ordine rivoluzionario della classe operaia e dei soviet!
L’ “opposizione” di
Morales
I lavoratori e i contadini
hanno mostrato un enorme valore e iniziativa. Che cosa gli si può chiedere di
più? Ma i dirigenti dell’opposizione parlamentare non riflettono lo stesso
coraggio delle masse. Evo Morales sta aspettando che il potere gli cada nelle
mani come un frutto maturo.
Proprio per questo Morales
non ha fretta di arrivare al potere. Sa che una volta che assumerà l’incarico,
sarà sottoposto alle pressioni delle masse perché avanzi misure decisive a loro
favore. Per questo preferisce la relativa comodità dei seggi dell’opposizione e
chiede alla popolazione che dia tempo a Mesa. Ha così abbracciato la richiesta
dell’Assemblea Costituente, che qualche ingenuo considera erroneamente una
rivendicazione “rivoluzionaria”. In realtà, non è affatto rivoluzionaria,
rappresenta un tentativo di tergiversare, evitando
di porre la questione del potere.
Esiste ovviamente una
divisione del lavoro anche tra i politici borghesi. Lozada è in esilio a Miami,
mentre Mesa forma un governo “tecnico” senza i partiti politici.
Tutti sanno che il nuovo
governo non durerà molto, così Morales aspetta il suo turno. Per rassicurare
l’oligarchia e l’imperialismo che non hanno nulla da temere da lui, fa appello
alle masse perché lascino la piazza, perché rinuncino alle proprie azioni e
lascino le cose nelle mani della “gente che ne sa di più”.
La richiesta
dell’assemblea costituente
Il vecchio potere statale,
dissotterrato, scosso e rifatto a nuovo con un’azione di maquillage ha ancora
il controllo della situazione. Dopo la caduta di Lozada seguirà, in un futuro
non troppo lontano, la caduta di Mesa. La borghesia sta già cercando un
candidato alternativo, che non venga da destra bensì da sinistra.
Cosciente della propria
debolezza, la borghesia tenterà di basarsi sui dirigenti della classe operaia
per riprendere il controllo della situazione. Mesa non è il più stupido dei
politici borghesi, ha assistito a riunioni di contadini assieme ai loro
dirigenti e alla Cob. Questo fatto di per sé è un riconoscimento tacito del
vero rapporto di forza tra le classi.
Data la situazione
attuale, esiste la possibilità di prendere pacificamente il potere, o quanto
meno con il minimo di violenza. Ma le vacillazioni servono solo a dare tempo
alla reazione perché possa riorganizzarsi, rendendo inevitabile un futuro
spargimento di sangue.
In questo contesto, la
richiesta dell’“assemblea costituente”, difesa da alcuni gruppi di sinistra,
sta giocando un ruolo negativo e controrivoluzionario. La borghesia
rappresentata dalla sua ala più “liberale” e “democratica” cercherà di sviare
l’attenzione delle masse verso una discussione su artifizi costituzionali,
piuttosto che sulle questioni realmente importanti come lavoro, pane e terra,
questioni che verranno rinviate a un futuro imprecisato.
Invece di concentrarsi
sull’aspetto centrale del potere, svieranno l’attenzione dei lavoratori e dei
contadini su trucchi legali e demagogici. Le risorse della rivoluzione si
dissiperanno in maniera infruttuosa. Non è strano che i partiti borghesi
abbiano appoggiato entusiasticamente questa richiesta! Si tratta di un
gigantesco imbroglio. Dietro la facciata dell’“assemblea costituente” si
mobiliteranno le forze della reazione. Dietro lo specchietto per le allodole,
gli imperialisti Usa continueranno a manovrare come fanno abitualmente.
È necessario educare le
masse a credere in sé stesse, nel proprio potere di autorganizzazione. Si deve
insistere sul fatto che il parlamento è solo una copertura senza potere reale. L’unico
potere che esiste è da un lato quello dei banchieri, latifondisti e capitalisti
(il vecchio potere reazionario che deve essere rovesciato) e dall’altro, il
potere delle masse lavoratrici.
La lotta per il potere in
ultima istanza si deciderà fuori dal parlamento. Gli antagonismi nella società
boliviana sono troppo profondi, le contraddizioni troppo grandi per essere
risolte dall’aritmetica parlamentare. Se perdiamo l’iniziativa, se permettiamo
che le nostre forze vacillino, se ci smobilitiamo, le forze della reazione si
riorganizzeranno dietro la facciata della “democrazia parlamentare” aspettando
il momento giusto per colpire e schiacciare i lavoratori e i contadini.
La cosa peggiore che si
possa fare in una rivoluzione è perdere tempo. Nel corso della storia molte
rivoluzioni si sono perse a causa dei dibattiti e di discorsi interminabili,
alla ricerca di fantasmi e ombre piuttosto che cercare l’essenza stessa del
potere. Marx ha lasciato chiaro questo nel 1848-49 e Lenin ha ripetuto
frequentemente questo avvertimento nel 1917.
Non ripeteremo qui gli
argomenti che già sono stati spiegati rispetto alla rivendicazione
dell’assemblea costituente in Argentina. Basti dire che questa rivendicazione è
stata presa in prestito dalla storia della rivoluzione russa senza comprenderne
minimamente il vero contenuto. L’assemblea costituente non è una richiesta
socialista ma piuttosto democratica-borghese che è utile nella lotta contro un
regime autocratico o dittatoriale (come lo zarismo russo). Ma in Bolivia (o in
Argentina) c’è un regime parlamentare borghese di cui le masse hanno già una
grande esperienza. Pertanto la rivendicazione non ha alcuna rilevanza nella
Bolivia di oggi.
Coloro che difendono
l’assemblea costituente nella situazione attuale in Bolivia hanno abbandonato
il punto di vista proletario e adottano il volgare cretinismo parlamentare
piccolo-borghese.
Il cretinismo parlamentare
è una malattia mortale della rivoluzione, giocare con il parlamentarismo e le
costituzioni, questo è quanto i sostenitori dell’assemblea costituente stanno
invitando a fare ai lavoratori boliviani. Questa non è una politica seria, ma
una deviazione vergognosa, un intento frivolo di eludere la questione centrale:
non si lotta per una nuova forma di democrazia borghese, si lotta per il potere
operaio!
La prima condizione è
l’assoluta indipendenza delle organizzazioni operaie dalla borghesia. Nessun
patto, alleanza, coalizione o convergenza con la cosiddetta ala progressista
della borghesia boliviana.
In Bolivia già esistono
elementi di potere operaio: nei sindacati, nelle juntas vecinales, nei cabildos
e altri organismi di lotta. È necessario estendere e sviluppare questi
organismi e unirli. Solo in questo modo si può creare un’alternativa di potere
che guidi la nazione.
Internazionalismo:
l’unica via
Ci sono rapporti che
dicono che i dirigenti locali stanno formando delle frazioni armate per sfidare
il governo e le sue forze armate, esprimendo la lamentela dei poveri in un
“messaggio fortemente nazionalista e antistraniero” (The Guardian). Il nazionalismo del lavoratore e del contadino
boliviano è in realtà un sentimento antiimperialista, il guscio esterno di un
bolscevismo immaturo. Ciò nonostante, l’aspirazione delle masse di abolire il
dominio straniero guadagnando il controllo del proprio destino si può ottenere
solo espropriando l’oligarchia. Una misura del genere condurrebbe
immediatamente la Bolivia in un conflitto con l’imperialismo Usa, che
tenterebbe di utilizzare gli stati confinanti per intervenire. Il destino della
rivoluzione boliviana sarà determinato dalla capacità di appellarsi ai
lavoratori e ai contadini del Venezuela, Brasile, Perù, Colombia, Argentina,
Ecuador e Cile.
La rivoluzione può
iniziare in Bolivia, ma se resta isolata in un piccolo paese dell’America
Latina, a lungo termine non ha futuro. La vittoria della rivoluzione boliviana
deve essere il primo passo verso la rivoluzione andina e latinamericana.
La rivoluzione boliviana trionferà sotto la bandiera dell’internazionalismo proletario o non trionferà.
L’Economist ha dovuto ammettere che: “La lotta continua lungo tutta la regione andina e sarà difficile per i dirigenti far accettare il messaggio che con qualche sacrificio si avranno benefici in futuro”. E aggiunge: “Ma le cose possono andare peggio, specialmente se la scalata della violenza conduce a una rottura democratica in Bolivia o Venezuela. Come avvertiva Sanchez de Lozada nella sua lettera di dimissioni: i pericoli che minacciano il paese restano intatti”.
Il principale “pericolo” a cui pensano Lozada e la sua classe è il pericolo della classe operaia. Ovunque il programma della borghesia è sempre lo stesso: un programma di tagli e attacchi selvaggi alle condizioni di vita. Considerando i terribili livelli di povertà in Bolivia e negli altri paesi andini, le masse non accetteranno questo senza lottare. Questo è il significato dei recenti sviluppi in Bolivia. La rivoluzione boliviana, assieme al Venezuela, sono la chiave della rivoluzione andina.
La rivoluzione boliviana può cominciare prima che in altri paesi. Ma può consolidarsi solo se va oltre gli stretti limiti dello stato nazionale e si estende ai paesi vicini. Questa prospettiva non è utopica. È assolutamente possibile, specialmente se la rivoluzione è guidata da una direzione audace e lungimirante.
Nei paesi confinanti le condizioni sono anche mature. Le contraddizioni del movimento di Chàvez in Venezuela hanno aperto la strada alla messa in discussione da parte dei lavoratori della proprietà privata e, nei fatti, quello che si sta chiedendo è la gestione operaia dell’impresa petrolifera nazionalizzata. In Perù ci sono stati movimenti di massa contro il governo Toledo che in certi casi hanno assunto un carattere insurrezionale. Il presidente dell’Ecuador, Lucio Gutierrez, si sta scontrando con scioperi e proteste, dopo aver perso il sostegno del gruppo indigeno che lo aiutò ad arrivare al potere. In un paese dietro l’altro ci sono stati scioperi generali, movimenti di massa di lavoratori e contadini contro i tagli e le privatizzazioni: in Argentina, Colombia, Honduras, Paraguay, Cile, Panamà, Uruguay, ecc.
I cinque membri del blocco commerciale della Comunità Andina sono in profonda crisi. L’economia venezuelana è in una crisi profonda con una diffusione della povertà assoluta, nonostante le enormi riserve petrolifere possedute (anche se gran parte del crollo economico si deve alla serrata padronale di dicembre-gennaio e al sabotaggio economico della classe dominante). Il reddito procapite è caduto dello 0,3% in Bolivia e in Ecuador, mentre in Colombia c’è una modesta crescita dello 0,8% dopo due anni di declino economico. Il Perù potrebbe essere uno dei pochi punti luminosi della zona, con una crescita del reddito procapite del 2%.
Il precedente presidente voleva stimolare la crescita economica esportando il gas boliviano attraverso un nuovo gasdotto, costruito dalle imprese britanniche e spagnole verso un porto cileno del nord, probabilmente Patillos. Ma la popolazione della Bolivia si è resa conto che la maggioranza dei profitti sarebbero finiti nelle tasche del capitale straniero. Questo è servito da catalizzatore per l’insurrezione stimolando l’avanzamento di altre rivendicazioni tra cui la mancata realizzazione della promessa elettorale di creare nuovo lavoro.
In Ecuador i lavoratori sono stati protagonisti di scioperi contro i piani di Gutierrez di privatizzare imprese abolendo il monopolio statale sull’azienda petrolifera. In Colombia i piani di austerità stanno provocando una reazione. Il presidente Alvaro Uribe sta cercando l’appoggio popolare con un referendum (si è celebrato il 25 ottobre. NdR) sul “pacchetto di riforme” che include la riduzione delle pensioni pubbliche e il congelamento del salario ai funzionari.
Ovunque vediamo che la rivoluzione è
all’ordine del giorno. La regione andina è come un pagliaio. Una scintilla può
provocare un incendio. Tutto quello di cui c’è bisogno è un esempio valido da
seguire. Se i lavoratori della Bolivia o del Venezuela prenderanno il potere,
tutta la situazione sarà trasformata completamente. Ci vuole un punto di
inizio!
• Lunga vita alla rivoluzione boliviana!
• Nessuna fiducia nella borghesia e nei suoi partiti!
• Per un governo dei lavoratori e dei contadini!
• Per una Bolivia socialista negli Stati Uniti Socialisti dell’America Latina!
22 ottobre 2003