FalceMartello
n° 171 * 12-11-2003
Contratto metalmeccanici
Un primo bilancio dopo
sei mesi di lotta
Lo sciopero dei metalmeccanici
del 7 novembre ha segnato un passaggio importante non solo perché i lavoratori
sono scesi in piazza per protestare contro il vergognoso contratto firmato da
padroni, Fim e Uilm, ma anche perché chiudendosi il sesto mese di mobilitazione
della Fiom, ci si offre l’opportunità di fare un primo bilancio della vertenza.
Un bilancio serio in
cui si vedano tutti gli aspetti di questa lotta, per poter preparare nel
migliore dei modi le mobilitazioni future. Vincere questa battaglia è
possibile, a patto, però che si sappiano trarre i giusti insegnamenti
dall’esperienza dei mesi scorsi.
La scelta di non firmare
con Fim e Uilm è stata sacrosanta, tante cose si possono contestare al gruppo
dirigente della Fiom, ma non questa. Cosa che invece si sono sentiti in dovere
di fare diversi dirigenti della Cgil, che oltre ad aver tacciato la Fiom di
avventurismo, sono andati a firmare contratti di categoria che prevedono quei
peggioramenti a cui la Fiom ha deciso di opporsi.
Detto questo bisogna però
aggiungere che a una giusta decisione non è seguita una adeguata reazione su
come rimettere in discussione il contratto separato. Ancora oggi non è stata
data una sola risposta sul perché la rottura avvenuta il 7 maggio, di cui da
settimane si conosceva l’inevitabile conclusione, non ha visto da prima
contromisure adeguate. Prima della rottura, e nelle settimane successive non è
stata presa quell’iniziativa necessaria per creare subito un fronte esteso di
opposizione. L’incertezza si è trascinata per diverse settimane, fino a quando
all’inizio di giugno è stata proposta, dal Comitato centrale della Fiom, la
strategia dell’articolazione e dei precontratti portata avanti finora. Questa
proposta, ci dicevano, avrebbe disarticolato i padroni, dividendoli, mettendoli
gli uni contro gli altri, creando quella dinamica per cui in un azienda dopo
l’altra il fronte padronale si sarebbe sgretolato e il nostro contratto alla
fine sarebbe stato riconosciuto.
Forse sei mesi per il
gruppo dirigente possono essere considerati un arco di tempo troppo breve per
verificare se ciò è realmente accaduto, per noi no. Anzi, da quello che i
funzionari spiegano agli attivi, o nelle interviste sui giornali, possiamo dire
che sono convinti che questo è quello che sta avvenendo. Come lavoratori, delegati
della Fiom, che in questi mesi ci siamo impegnati nelle vertenze delle nostre
fabbriche partecipando e sostenendo tutte le mobilitazioni possibili, il primo
bilancio che ci sentiamo di fare è invece che questo non sta accadendo, crediamo che sia giunto il momento di
cambiare strategia prima che sia troppo tardi.
Senza nulla togliere ai
delegati e ai lavoratori che in questi mesi sono riusciti a conquistare nelle
loro aziende il precontratto, spesso con dure lotte e immani sacrifici, non
possiamo far finta di vedere che per ogni fabbrica dove si è riusciti a portare
a casa il risultato, in altre 5 o 10, spesso dopo aver fatto pacchetti di
scioperi di tutti i tipi, (articolati, a scacchiera, blocchi delle merci, ecc.)
i lavoratori stanchi hanno dovuto desistere.
I dati ufficiali
distribuiti dalla Fiom, aggiornati al 4 novembre, dicono che sono 1.868 (per
405mila lavoratori) le aziende che hanno aperto la vertenza. Di queste, 294
(con oltre 50mila lavoratori) hanno firmato l’accordo. Si dice altresì che stanno
scendendo in campo le grandi fabbriche: Zanussi, Agusta, Abb, Whirpool, Candy,
Merloni e segue una lista con tante altre grandi aziende.
Tutti dati a prima vista
significativi, ma che ci pare non corrispondano allo stato reale della
situazione. Per carità nessuno sostiene qui che la cifra di 1.868 fabbriche in
cui si è aperto il precontratto sia falso, nè tanto meno che la lunga lista di
grandi fabbriche che stanno scendendo o scenderanno in campo a breve sia
inventata. La domanda è: quante di queste 1.868 aziende stanno realmente
continuando a lottare, quante di queste vedono ancora un’effettiva
partecipazione compatta agli scioperi. E soprattutto, perché si continua a
gestire la vertenza alla spicciolata? Invece di avere un fronte che man mano si
compatta, abbiamo una situazione in cui c’è un passaggio del testimone tra le
aziende che cominciano a mostrare evidenti segni di stanchezza, e altre che
partono solo adesso cariche di aspettative ma con il rischio di fare la stessa
fine.
Senza parlare delle famose
casse di resistenza decise da un Comitato centrale della Fiom che continuano a
rimanere solo un buon proposito sulla carta.
In molte fabbriche si sono
portate avanti lotte importanti con metodi di lotta radicali come non si vedeva
da parecchi anni ma, nonostante questo, il fronte padronale non si è ancora
spezzato. Anzi chi mostra di segnare il passo sono proprio le fabbriche in cui
da mesi si è cercato di portare avanti la vertenza.
Alcuni esempi: a Milano,
nella zona di Paderno Dugnano, a luglio erano quattro le fabbriche che dovevano
partire con questo tipo di mobilitazioni. In tre di queste dopo alcune
settimane di scioperi, la situazione si è arenata e oggi non si sta più
scioperando. La quarta, l’Amisco,
finita su diversi giornali a metà ottobre per la visita di un carabiniere
chiamato dal padrone che ha girato i reparti a titolo intimidatorio, pur avendo
provato per 5 settimane consecutive (con oltre 40 ore di sciopero) ogni forma
di lotta con scioperi intermittenti e improvvisi arrivando a bloccare i
cancelli anche a oltranza per alcuni giorni, non è riuscita a piegare la
resistenza padronale.
In Emilia Romagna la Anovi & Reverberi (Modena) ha
accumulato oltre 60 ore di scioperi articolati, solo per costringere il padrone
a sedersi al tavolo delle trattative e sentirsi rispondere no su tutti i
fronti. Questo ha costretto i delegati a tornare dai lavoratori a chiedere
nuovi sforzi.
Stessa sorte alla Ocme di Parma, dove con oltre 60 ore di
sciopero hanno ottenuto un incontro col padrone che in modo arrogante ha
comunicato che l’unica cosa su cui è disposto a trattare è una una tantum economico. Alla Bonfiglioli di Bologna dopo una
settimana di scioperi articolati, i lavoratori hanno deciso di dare una
spallata presidiando i cancelli per tutto il fine settimana (sotto le peggiori
intemperie che hanno colpito la città proprio in quei giorni) per poi, davanti
a una continua chiusura totale del padrone, dover optare per una temporanea
sospensione delle mobilitazioni.
Sono solo alcuni esempi di
una lunga lista di fabbriche che ha provato e sta continuando a provare a
vincere la battaglia. Al sud, stando alle tabelle presentate dalla Fiom, è
stato firmato un solo contratto. Nel centro Italia la situazione non è molto
migliore, esclusa la Toscana (che dopo Emilia Romagna e Lombardia è la regione
con più precontratti firmati) ci sono solo 9 accordi siglati. E in tutto questo
turbinio di cifre e nomi, l’unica vertenza di una grossa azienda fino ad ora realmente
partita è quella della Fincantieri, che però difficilmente potrà continuare la
mobilitazione se non ci decidiamo a fare un salto qualitativo nella lotta.
A tutto ciò va aggiunto
che nelle ultime settimane l’arroganza padronale è andata aumentando.
Dall’interpellanza parlamentare del ministro Giovanardi di alcune settimane fa
sull’illegalità della lotta della Fiom, alle perquisizioni a funzionari e
delegati, oltre a richieste sempre più esplicite dei padroni di far intervenire
le forze dell’ordine per impedire la prosecuzione di picchetti e blocchi ai
cancelli. Ecco come i padroni intendono sbrigare la faccenda.
Confindustria, pur avendo
al suo interno alcune divisioni su come gestire il conflitto (e che per questo
in alcune occasioni ha dato chiari ultimatum ai suoi consociati che stavano per
cedere) in generale si mostra coesa, coordinata e compatta, in grado di andare
a soccorrere i padroni in difficoltà.
E noi? Possiamo
onestamente dire che da questa parte della barricata si sono presi gli stessi provvedimenti?
O purtroppo dobbiamo constatare che un volta iniziata la vertenza sui
precontratti ognuno deve fare affidamento solo ed esclusivamente sulle proprie
forze? Questo è quello che vediamo nella grande
maggioranza dei casi. Ma a cosa serve un sindacato confederale se poi i
lavoratori devono lottare in ordine sparso, senza coordinamento, senza
strategia, senza prospettiva?
Portare avanti la
mobilitazione azienda per azienda alla lunga, quando i lavoratori incominciano
ad accumulare un numero consistente di ore di sciopero e non si vede nessuno
sbocco, determina inevitabilmente che possa prevalere la stanchezza a cui
seguono i cedimenti soprattutto se l’azienda si è fatta due conti e ha deciso
di resistere. È il senso di isolamento che inizia a diffondersi nelle fabbriche
più combattive che hanno lottato e continuano a farlo nonostante manchi una
prospettiva.
A tale proposito c’è da
dire che là dove coordinamenti dei lavoratori, come a Modena, si sono fatti,
questi hanno dato e continuano a dare risorse e energie ai lavoratori per
tenere duro, anche dopo che diverse fabbriche hanno raggiunto un monte ore di
scioperi significativo.
Le iniziative comuni
organizzate dal coordinamento dei delegati aiutano la lotta. Anzi tutto
nell’organizzare blocchi stradali, manifestazioni e picchetti ci sono forze
molto più significative di quelle che ogni singola azienda può mettere in
campo. In secondo luogo la partecipazione più estesa a queste mobilitazioni
permette ai lavoratori di avere una visione più ampia della propria forza e
permette di rimettere continuamente in circolazione le informazioni sulle
esperienze che fanno durante le lotte nelle diverse fabbriche. Infine, e questo
è sicuramente uno degli aspetti più importanti, i lavoratori di diverse aziende
possono discutere, confrontarsi, facendo sì che i lavoratori più avanzati e
combattivi, i più motivati di un’azienda possono convincere e motivare quelli
di un’altra in cui il clima comincia ad arretrare.
L’unità fa la forza. È una
vecchia legge del movimento operaio. Ma questa gestione unitaria della vertenza
nazionale, (perché di un contratto nazionale si tratta) è venuta meno,
diciamolo chiaramente, per le indecisioni, le ambiguità e in definitiva la
deresponsabilizzazione del gruppo dirigente della Fiom. Un gruppo dirigente che
vede al proprio interno una destra che vuole tornare ai bei tempi della
concertazione e una sinistra altalenante che resiste ma non è disposta a
basarsi completamente sulla forza organizzata dei lavoratori, che non promuove
coordinamenti di delegati, che non tenta di unificare il fronte quasi temesse
più i lavoratori e la loro organizzazione dal basso che gli stessi padroni. È ora di dare una svolta!
La Cgil emiliana
abbandona la Fiom?
Questa si rende ancora più
necessaria dopo l’episodio avvenuto il 5 novembre. Mentre migliaia di
lavoratori si apprestavano a partire per il corteo nazionale a Roma, il
segretario regionale Cgil Danilo
Barbi dell’Emilia Romagna, e il suo equivalente per Confindustria,
sottoscrivevano un impegno congiunto perché nella regione si chiudano al più
presto gli scioperi per i precontratti.
Il testo è contradittorio
e si presta, come da tradizione, a diverse interpretazioni, ma su una cosa non
lascia dubbi. La dove dice “nell’ottica
di attribuire a ciascun livello le materie ad esso proprie, la situazione
relativa al contratto nazionale di lavoro si possa ricomporre, confluendo in
ulteriori fasi evolutive della contrattazione di settore e si possa avviare,
nel modo migliore e secondo le scadenze ed i temi presentabili, la fase della
contrattazione aziendale.” (Il resto del Carlino 6 novembre 2003)
Il senso è chiaro: i
padroni sono per non opporsi con tutte le loro forze alle vertenze aziendali,
in compenso la Cgil si impegna a rimanere nei limiti della contrattazione
aziendale. Cioè trattativa solo sulle retribuzioni. Accettando di fatto il
contratto nazionale bidone firmato da Fim e Uilm.
Così sempre su Il resto del Carlino del 6 novembre,
mentre leggiamo le ambigue dichiarazioni del segretario regionale che chiarisce
che non sono state decise nè modalità, nè percorsi per chiudere la fase, e che
ribadisce di non voler invadere l’autonomia della Fiom, il responsabile di
Confindustria dice l’esatto contrario. Col vento in poppa dichiara che ci si è
chiariti, che il contratto firmato con Cisl e Uil non si riapre e che ora la
strada è quella dei contratti aziendali. In modo che ognuno faccia il proprio
mestiere senza stravolgere accordi nazionali, o addirittura, leggi emanate dal
Parlamento come la legge 30.
Qualsiasi sia la
giustificazione che il segretario regionale della Cgil verrà a darci, azioni
come queste non possono che avere un effetto depotenziante e demotivante per i
lavoratori che da mesi queste lotte le stanno portando avanti con tanti
sacrifici.
Con quale mandato il
segretario regionale ha percorso questa strada? Il mandato glie lo ha dato
l’apparato della Cgil, che vuole che ognuno rientri nei ranghi, perché questa
vertenza compromette la politica della concertazione con i padroni e l’unità al
vertice con Cisl e Uil.
Ancora una volta si fa
strada la domanda: potremo mai vincere una sola battaglia con dirigenti di
questo tipo?
Come muoversi nel
prossimo periodo
Le lotte di queste
settimane hanno mostrato che i lavoratori sono disposti a difendere un contratto
più avanzato di quello firmato da Fim e Uilm. Possiamo dire di più, se oggi la
partita non è ancora chiusa e il corteo è stato partecipato (più di 100mila
persone presenti), questo lo si deve ai lavoratori di quelle aziende che stanno
provando a vincere e che hanno permesso che ancora oggi la vertenza sia viva. Non
certo per la strategia della Fiom in sè, ma nonostante la strategia dei
precontratti.
La partita non è ancora
chiusa ma è urgente cambiare linea, per non andare a una sconfitta. Oggi i lavoratori credono ancora che un
contratto nazionale si può riconquistare. Ma alla lunga, se i risultati
continuano a non venire, c’è il pericolo che una proposta padronale di
ridimensionare la trattativa, trasformandola in una discussione su un contratto
integrativo (aiutati da Fim e Uilm), diventi per chi ormai avrà anche 80 o 90
ore di sciopero sulle spalle un ripiego inevitabile.
La situazione generale ci
aiuta. L’attacco ai lavoratori su pensioni e precarietà ci dice che il fronte
per lottare contro padroni e governo può essere decisamente allargato. Allora
si tratta di uscire dalla lotta nelle singole aziende e aprirsi all’esterno
coinvolgendo nelle mobilitazioni un numero sempre maggiore di lavoratori.
È prioritario stendere un
percorso che dopo lo sciopero del 7 novembre pianifichi una serie di iniziative
locali, regionali e poi ancora nazionali in modo da generalizzare la lotta su
tutti i fronti: dal contratto, alle pensioni, alla precarietà.
Vincere è possibile, ma a
una condizione. Che siano i delegati e i lavoratori a riappropiarsi della
vertenza, facendogli fare un salto qualitativo e ricompattando il fronte. Gli
scioperi articolati di questi mesi hanno mostrato che i lavoratori sanno
organizzare le lotte molto meglio di quello che hanno fatto i vertici sindacali
in questi anni. Si tratta ora di capire che così come sappiamo e possiamo
gestire meglio le lotte nelle aziende, possiamo e dobbiamo gestire anche le
lotte a livello nazionale.
Per questo la nostra
proposta è che si crei un’assemblea nazionale
dei delegati Fiom impegnati nei precontratti. Un’assemblea che elegga un coordinamento nazionale di lotta che
affianchi il Comitato centrale della Fiom per tutta la durata della vertenza.
Bisogna estendere a tutte
le realtà locali i coordinamenti, come a Modena. Coordinamenti che devono
convocare mobilitazioni congiunte e gestire l’articolazione degli scioperi
nelle fabbriche, coordinare blocchi stradali, e tutte le azioni di lotta
ritenute necessarie per il raggiungimento dei nostri obbiettivi.
Il coordinamento
nazionale, si deve impegnare per promuovere iniziative e mobilitazioni per una
campagna generale sui contratti, contro la legge 30 e l’attacco alle pensioni.
Con l’obbiettivo di
arrivare a uno sciopero generale di 24 ore.
Con una piattaforma che
oltre ai rinnovi contrattuali per i metalmeccanici veda al centro la richiesta
di adeguamenti dei salari contro il carovita, il ritiro della legge 30, il
ritiro della controriforma delle pensioni, le dimissioni di Maroni e
dell’intero governo Berlusconi.
Alternando scioperi
generali di un giorno o di più giorni a un clima di insubordinazione nei luoghi
di lavoro con scioperi incisivi e che colpiscano duro, possiamo piegarli.
Solo così si può vincere!
Paolo Brini (Comitato centrale Fiom-Cgil, delegato Smalti Modena), Orlando
Maviglia (Comitato regionale Emilia Romagna Fiom-Cgil, delegato Rsu Minarelli
Bologna), Davide Bacchelli (Comitato provinciale Fiom-Cgil, Bologna, delegato
Rsu Ima), Giampietro Montanari (delegato Fiom-Cgil, Rsu Cesab Bologna), Ivan
Serra (delegato Fiom-Cgil, Rsu RCM Bologna), Fabrizio Parlagreco (delegato
Fiom-Cgil, Rsu Amisco Milano), Nunzio Vurchio (delegato Fiom-Cgil, Rsu D’Andrea
Milano)
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