FalceMartello
n° 171 * 12-11-2003
“Gli stipendi aumentano più del costo
della vita”
Antonio D’Amato
presidente della Confindustria - 5 novembre
È ora di mandarli via!
Questo governo ci sta rovinando!
In 3 anni i salari
reali sono calati dal 5% al 15%
Il Corriere della sera ha pubblicato il risultato di una vasta
indagine sul reddito degli italiani, realizzata su un campione di oltre 850mila
profili retributivi. E finalmente anche la “scienza” si accorge di ciò che
qualunque massaia sapeva da mesi: e cioè che nel nostro paese non solo da dieci
anni i redditi fissi (salari e pensioni) sono sostanzialmente al palo, ma che
negli ultimi tre anni il passaggio all’Euro ha determinato un taglio brutale
del potere d’acquisto che va dal –7,3% dei dirigenti al –9,3% dell’operaio al
–11,1% dell’impiegato, con punte negative in certi settori dell’economia come
l’industria dell’auto, dove il salasso supera il 20% del reddito.
Negli scorsi anni l’Istat
ha insistito con la favola dell’inflazione poco superiore al 2 per cento.
Poiché però il pubblico cominciava a sghignazzare (e anche a perdere la
pazienza, soprattutto quando si tratta di rinnovare i contratti di lavoro),
hanno inventato la nuova barzelletta, quella dell’“inflazione percepita”. In
realtà, ci dicevano, l’inflazione è realmente al 2,8%, ma per qualche
misteriosa e inspiegabile ragione voi “percepite” di non arrivare a fine mese.
Anche questa storia però è
risultata poco convincente: il popolo rumoreggia e vuole sapere chi è il
responsabile delle sue miserie, e così finalmente ci si dice che i bottegai
sono i colpevoli di tutto.
Ma la realtà è ben altra,
e il negoziante che “arrotonda” le mille lire all’euro è solo l’ultimo anello
di una lunga catena. Sono infatti rincarate spese di ogni genere, dalle spese bancarie
alle assicurazioni, dai biglietti ferroviari alle bollette, dalle autostrade ai
carburanti e al riscaldamento; gli enti locali stanno scaricando una raffica di
tasse e balzelli, dai ticket sanitari reintrodotti in numerose regioni fino ad
aumenti esorbitanti di tutte le spese legate all’istruzione, dalle tasse ai
libri di testo alle refezioni e via di seguito.
Tutte questi aumenti si
alimentano a catena e si scaricano infine sul consumatore finale.
Uno studio pubblicato
dall’Ismea indica un aumento medio del 30% nei prezzi di frutta e ortaggi,
evidenziando come questo si ripartisca in modo pressoché uniforme tra i prezzi
alla produzione (+27,9%), quelli all’ingrosso (+35,1%) e quelli al dettaglio
(+29,5%), riscontrati sia sulle bancarelle dei mercati che nelle catene della
grande distribuzione.
E il Sunia, il sindacato
inquilini della Cgil, parla di aumenti degli affitti che arrivano al 100 per
cento.
Eccoli qua i frutti di
dieci anni di concertazione sindacale e di due anni e mezzo di governo della destra.
La prima ha incatenato salari e pensioni alla farsa dell’“inflazione
programmata”; il secondo ha dato il colpo di grazia con la sua politica da
Robin Hood alla rovescia, tagliando le tasse ai ricchi, mettendo sotto attacco
le pensioni, aprendo la strada all’ulteriore dilagare di un precariato che è
tra le prime cause della “nuova povertà” ossia della povertà non di settori
marginali della popolazione, ma di gente con un posto di lavoro e un reddito
che però non basta più a far fronte alle spese.
Parallelamente continuano
gli attacchi su altri fronti. La scuola e l’università vedono ulteriormente
ridotti i loro finanziamenti mentre si regalano ulteriori fondi alle scuole
private; il governo si prepara a prolungare la missione delle truppe italiane in
Iraq, perpetuando un’occupazione militare ingiustificabile dietro la foglia di
fico delle risoluzioni dell’Onu (che, a quanto pare, convincono anche diversi
dirigenti del centrosinistra).
C’è una sola risposta
possibile a questo autentico scempio: una autentica ribellione di massa, una
rivolta nelle fabbriche, nelle scuole e nei quartieri che dia uno sbocco alla
rabbia profonda che tutti sentiamo crescere nella società. Elementi di un
programma alternativo dovrebbero essere:
• Blocco immediato di
tutte le tariffe e revisione di tutti gli aumenti speculativi di questi due
anni; rinazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori e degli utenti dei
servizi pubblici privatizzati in questi anni; esproprio di settori decisivi
quali grandi compagnie di assicurazione.
• Recupero del potere
d’acquisto di salari e pensioni, per un salario minimo legale indicizzato
all’inflazione reale, per forti aumenti salariali nei contratti di categoria.
• Salvaguardia
dell’occupazione: riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, pensione
pubblica dignitosa per tutti a 35 anni di lavoro, permettendo così di liberare
posti di lavoro per i giovani; controllo operaio sulle aziende in crisi che
licenziano, fino all’esprorio senza indennizzo per continuare a produrre sotto il
controllo dei lavoratori. È questa l’unica alternativa realistica allo
smantellamento di interi settori industriali, a partire dalla Fiat.
• Un salario ai
disoccupati che permetta di sottrarsi al ricatto del lavoro nero e al
supersfruttamento legalizzato.
• Cancellazione di tutte
le leggi di precarizzazione, dalla legge 30 fino al “pacchetto Treu”.
Trasformazione dei contratti precari in posti di lavoro a tempo indeterminato.
• Difesa e rilancio
dell’istruzione pubblica a tutti i livelli, dalle materne fino all’università,
gratuità dell’istruzione e raddoppio della spesa pubblica nell’istruzione
annullando i regali di soldi pubblici alle scuole private.
• Censimento di tutto il
patrimonio immobiliare privato ed esproprio delle migliaia di case tenute
sfitte dalla speculazione immobiliare, per un piano nazionale di edilizia
popolare a prezzi politici (affitti non oltre il 10% del salario).
• Ritiro della legge
razzista Bossi-Fini, per la piena integrazione dei lavoratori immigrati:
permesso di soggiorno per tutti, diritto di voto in tutte le elezioni dopo un
anno di permanenza in Italia.
• Colpire pesantemente i
profitti, le rendite, le spese militari, i regali fiscali alle imprese,
l’evasione fiscale e contributiva, per finanziare questo programma.
• Ritiro delle truppe
italiane dall’Iraq e dai Balcani, no alle missioni militari all’estero in
difesa degli interessi dell’imperialismo Usa e di quello nostrano, siano queste
con o senza l’avallo dell’Onu.
I dirigenti del
centrosinistra sono lontani mille miglia da questa prospettiva. Pensano di
poter raccogliere lo scontento contro questo governo nelle prossime elezioni e
di poter tornare a governare come fecero negli anni ’90. C’è un distacco
abissale tra la rabbia che cresce fra milioni di persone, e le manovre e
manovrette di tanti politicanti del centrosinistra, che si interrogano ansiosi
sul “partito riformista” e che passano le giornate ad arrovellarsi domandandosi
se sia meglio Prodi o Veltroni come candidato a prossimo primo ministro. Una
cosa però è certa: se la destra al governo sta facendo un vero e proprio
massacro sociale, il centrosinistra con queste politiche non potrà dare nessuna
risposta credibile per i giovani e i lavoratori.
Il successo dello sciopero
generale del 24 ottobre, con un milione e mezzo di lavoratori in piazza,
dimostra le potenzialità per un’opposizione di massa a questo governo. Il 7
novembre oltre 100mila operai metalmeccanici hanno replicato manifestando per
le vie di Roma. Se la Cgil agisse con decisione sarebbe possibile aprire un
percorso di mobilitazioni a catena che paralizzi il paese e costringa il
governo ad andarsene.
Dobbiamo dare la sveglia a
Epifani e a tutta la direzione sindacale! Dobbiamo fare la nostra parte perché
salga da tutti i luoghi di lavoro una parola d’ordine chiara: sono due anni che
ci mobilitiamo con scioperi e manifestazioni, ora dobbiamo fare un passo in
più: dobbiamo passare dalle mobilitazioni dimostrative a una lotta che
paralizzi effettivamente le aziende, la produzione, i trasporti, la scuola, e
concentrare tutte le forze verso l’obiettivo di cacciare il governo!
Quattro disperati e
mille avvoltoi (due parole sui recenti arresti delle “nuove Br”)
I recenti arresti dei
brigatisti rossi ci permettono, sia pure solo attraverso le notizie filtrate
sulla stampa, di farci un’idea riguardo la forza, la natura e l’organizzazione
delle “nuove Br”. Emergono con chiarezza alcuni dati:
Primo: le Br sono oggi
un’organizzazione ridotta nei numeri e nelle risorse. Nadia Lioce (arrestata
alcuni mesi fa) e Mario Galesi (ucciso nello scontro a fuoco che portò
all’arresto della Lioce) sarebbero stati gli unici “militanti complessivi”
dell’organizzazione, ossia gli unici a vivere in completa clandestinità
stipendiati dal gruppo terroristico. Per fare un paragone, si ricordi che le Br
negli anni ’70 giunsero ad avere qualche centinaio di “regolari” (cioè
clandestini) e che per ogni clandestino c’erano otto o dieci fiancheggiatori
“legali”. Dunque le chiacchiere dei vari portavoce del governo (ad esempio il
sottosegretario Sacconi) che parlano di “centinaia” di fiancheggiatori e di
un’organizzazione ramificata straparlano solo per alimentare l’“emergenza
terrorismo”.
Anche i dati organizzativi
ed economici lo confermano: sui conti di Mezzasalma, ipotetico “cassiere”
dell’organizzazione, sarebbero stati trovati alcune decine di migliaia di euro,
ben lontani per esempio dal miliardo e mezzo che le vecchie Br ricavarono dal
solo sequestro Costa nel 1977.
Secondo: la biografia
politica dei brigatisti arrestati brilla per la sua modestia, per non dire
inesistenza. Nessuno che abbia alle spalle una militanza di un qualche rilievo.
Sono figli del riflusso, non hanno alle spalle né le lotte studentesche, né le
lotte di fabbrica, né una battaglia politica o teorica di un qualche rilievo in
un qualsivoglia ambito politico. I loro documenti sono scadenti aggiornamenti
delle scadenti “analisi” delle vecchie Br.
Terzo: le Br non hanno un
serio radicamento di fabbrica, come era già evidente negli scorsi anni,
considerato che per far giungere i loro documenti ai lavoratori si limitavano a
spedirli per posta o per e-mail alle sedi di qualche Rsu di fabbrica.
Quarto e più importante di
tutto: tutto quanto detto sopra non conta assolutamente nulla né per il
governo, né per l’opposizione, né per i dirigenti sindacali. Le Br sono
realmente un’organizzazione più che marginale, e se a qualcuno può parere
provocatorio il titolo di questo articolo, considerato che comunque si parla di
gente che ammazza e in qualche caso si fa ammazzare, dal punto di vista della
loro reale influenza e consistenza politica la definizione proposta ci pare
ineccepibile. Ma, ripetiamo, questo non conta nulla per i padroni e per il
governo. Rassegnamoci, cari compagni, e portiamo anche questa (piccola) croce
con il buonumore che sempre deve contraddistinguere i migliori attivisti del
movimento operaio. Scioperi? Sei un terrorista. Sei un iscritto alla Fiom che
contesta il contratto nazionale? Sei un terrorista. Hai partecipato a una
manifestazione contro la guerra? Non sei un terrorista, ma ci sei vicino. Hai
partecipato al blocco di un treno carico di materiale bellico? Sei come minimo
un buon amico di Osama bin Laden. Sei un precario che si batte contro la legge
30, meglio nota come “legge Biagi”? Non solo sei un terrorista, probabilmente
sei il capo delle Br.
In fondo, diciamocelo, il
governo e i padroni nel ripeterci questa noiosa litania fanno il loro mestiere;
e se gran parte dell’opposizione li segue su questa strada, anche questo non
deve stupirci, perché da molti anni abbiamo imparato che il compito di una
certa sinistra è per l’appunto questo: fare il possibile per essere
indistinguibile dalla destra.
Infine una parola per
tutti quei sindacalisti che con tanta furbizia e pochissimo coraggio hanno
detto “Sì, anche noi del sindacato dobbiamo fare di più contro il terrorismo”.
Sappiamo bene cosa vuol dire fare di più: vuole dire ripetere le stesse accuse
contro chiunque in fabbrica, in una Rsu, nel dibattito della Cgil proponga
posizioni critiche, proponga lotte più incisive o parole d’ordine più
combattive. Capofila di questi sindacalisti è – sorpresa, sorpresa! – Antonio
Panzeri, che recentemente sta cercando la celebrità come leader della “nuova
destra” che all’interno della Cgil accusa il povero Epifani di essere un
pericoloso estremista. Cari “riformisti”, cari Panzeri e compagnia, fate
attenzione: perché prima o poi, statene certi, finirete anche voi nella
categoria dei terroristi e affini. Ci sarà sempre un nuovo gradino in questa
campagna di legge e ordine, perché al governo e ai padroni non interessano né
le Br, che non temono affatto, né nessun’altra organizzazione marginale:
interessa mettere sotto accusa tutto quello che puzzi anche lontanamente di
sindacato, di lotta di classe, di organizzazione dei lavoratori, sia pure sulle
basi più moderate.
Esiste il terrorismo – ci
si perdoni – artigianale e dilettantesco: è il terrorismo di un gruppo di
quattro disperati che fanno due attentati in tre anni, e così facendo arrecano
un danno enorme alla lotta di classe e alla sinistra più in generale. Esiste poi la violenza su vasta scala,
scientifica, che si avvale di grandi mezzi, che spesso perpetra i propri
crimini avvolta nel silenzio; è la violenza di chi uccide 15mila uomini e donne
nell’invasione dell’Iraq dopo averne uccisi più di un milione in un decennio di
embargo; è la violenza di chi nega a migliaia di lavoratori che per anni si
sono esposti ai rischi cancerogeni dell’amianto, di andare in pensione qualche
anno prima senza dover crepare sul luogo di lavoro; e potremmo continuare a
lungo.
Contro questa violenza che
è la violenza del capitalismo dobbiamo continuare a batterci, a viso aperto e
alla luce del sole, senza farci intimidire dalle campagne isteriche della
destra e rifiutando di pagare pegno con iniziative quale quella promossa da
Cgil-Cisl-Uil in Toscana per il 19 novembre, alla quale il governo dice di
voler partecipare. I lavoratori non devono dimostrare nulla a nessuno, e se una
manifestazione va bene per Forza Italia e per An, vuol dire che non va bene per
chiunque abbia a cuore la difesa degli interessi dei lavoratori e
dell’organizzazione sindacale.
10 novembre 2003
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