FalceMartello
n° 170 * 9-10-2003
Università: verso un
aumento della selezione di classe
Nella maggior parte
delle università italiane quest’anno si concluderà il primo triennio di
applicazione della riforma Zecchino. Il carattere classista di questa riforma è
sempre più evidente. Tuttavia a Confindustria non basta: chiedono una selezione
ancora maggiore. La Moratti non ha tardato a muoversi in questa direzione,
presentando un disegno di modifica della stessa riforma Zecchino.
di Vittorio Saldutti
Aumenta la selezione…
Nella riforma Zecchino
veniva lasciata una notevole autonomia di applicazione da parte delle singole
università, soprattutto in materia di sbarramenti, principale strumento di
selezione di classe. Moratti e rettori concordavano sulla necessità di
inasprire i criteri di accesso all’università ed in particolare alle lauree
specialistiche. Molti rettori, però, hanno preferito nicchiare ed applicare più
morbidamente tali criteri. Tutto questo non l’hanno fatto per benevolenza ma
per paura di provocare lo scoppio di lotte studentesche. Infatti nelle
episodiche e parziali mobilitazioni studentesche di questi ultimi due anni è
stata proprio la questione degli sbarramenti, oltre a quella delle tasse, ad
essere al centro delle rivendicazioni.
Tuttavia Confindustria e
Moratti non possono aspettare: la riforma Zecchino è stata concepita per
aumentare la selezione all’università. Se non funziona, va modificata. Presto
fatto: la Moratti ha presentato una proposta di legge che prevede la modifica
del famigerato 3+2 della riforma Zecchino (tre anni di Laurea di Base e due
anni di Laurea Specialistica) nell’1+2+2. Ci sarebbe così un primo anno comune
tra i corsi di laurea “affini”,
seguito da un percorso ad Y per gli anni successivi. E’ proprio l’anno comune
la chiave di volta poiché è l’anno che, nella testa della Moratti, deve fare
maggiore filtro tra gli studenti.
La proposta prevede che
siano stabiliti dei criteri rigidi per individuare gli studenti in grado di
proseguire verso la “laurea magistralis”,
cioè una laurea quinquennale di ampio respiro, o verso una laurea
professionalizzante di tre anni, che vale chiaramente meno sul mercato del
lavoro. In pratica chi non va molto bene il primo anno per qualità o quantità
di esami non potrà accedere alla laurea quinquennale, ma nella migliore delle ipotesi sarà costretto a terminare il proprio
studio alla fine del terzo anno. E diciamo nella migliore delle ipotesi, perché
il testo elimina l’articolo della riforma Zecchino che stabilisce di
individuare criteri di prosecuzione degli studi, come se questa possibilità non
venga contemplata. In pratica chi non risulterà adatto all’università potrebbe
essere costretto a fermarsi al primo anno! Se consideriamo i dati
dell’università riformata balza all’occhio l’enorme numero di studenti che al
termine del primo anno non è riuscita a completare gli esami in tempo: un
numero che in molte università arriva a comprendere oltre il 90% degli
iscritti. Questi studenti non potranno accedere alla laurea con conoscenze
generali, quella che consente di conseguire la successiva laurea magistralis, e
forse neanche a quella professionalizzante. Va detto, per inciso, che il
partito più entusiasta di tale feroce selezione è stato AN, che ha anche
salutato con grande favore il ripristino di un percorso fortemente elitario (la
magistralis), in continuità culturale con il loro punto di riferimento in tema
di riforme dell’istruzione: Gentile.
aumenta il lavoro
gratis…
Se quindi da un lato si
ripristina un corso di studi per “illustri dottori”, dall’altro il
processo di settorializzazione viene portato ai massimi limiti, sempre in
continuità con l’idea che chi non è degno di studiare almeno deve saper
lavorare, possibilmente gratis. Infatti la proposta dell’attuale ministro
prevede una modifica nel criterio di quantificazione dello studio, la famosa
corrispondenza tra crediti e ore di studio. Un credito si ottiene con 25 ore di
attività sotto diverse forme: frequenza, studio, tirocini, ecc. All’interno di
queste 25 ore la Moratti vuole aumentare la percentuale di ore impiegate per il
lavoro pratico. La riforma Zecchino prevede che il tempo impiegato in attività
formative come stages e tirocini formativi presso imprese ed enti pubblici o
privati non superi il 50% delle 25 ore per ogni credito. La Moratti ha pensato
bene di eliminare questo vincolo di modo che non vi sia un limite al lavoro
gratuito da offrire alle aziende. E’ a questo punto evidente la continuità tra
la riforma della scuola e quella dell’università, entrambe tese a distinguere
nettamente tra chi dovrà lavorare e chi, invece, dirigere.
i titoli perdono
valore…
L’ultima modifica
sostanziale della riforma Moratti riguarda l’ulteriore accentuazione della
divisione degli atenei di serie A e di serie B. Questo non ci stupisce affatto
se si dà un’occhiata all’autore della bozza di legge, De Maio, rettore della
LUISS, una delle più prestigiose università private italiane. La bozza di legge
stabilisce che il ministero possa decidere quali corsi di laurea e fino quale
livello potranno essere attuati da ogni singola università, chiaramente in base
a criteri non esplicitati. Possiamo scommettere che le prime università a
possedere i requisiti richiesti saranno quelle private, tra le quali hanno un
ruolo non secondario quelle cattoliche, che potranno dunque attivare corsi di
ogni tipo e di ogni livello, da quello professionalizzante a quello
magistralis. Inoltre ovvia conseguenza di questa modifica sarà la corsa delle
università ad adeguarsi ai criteri richiesti, con conseguenti aumenti di tasse e
quant’altro per renderle competitive sul mercato.
La differenziazione sempre
più marcata tra i diversi atenei si riflette inevitabilmente nella differenza
di valore dello stesso titolo di studio preso in atenei diversi. La laurea in
lettere, ad esempio, di un ateneo prestigioso non verrà considerata pari ad
un’identica laurea conseguita in un ateneo di serie B. I titoli di studio
perdono così ogni valore legale.
…rispondiamo con la
lotta!
La riforma Moratti
dell’università si pone gli stessi obiettivi di quella della scuola:
distinguere chi deve studiare per essere in grado di dirigere da chi invece
deve lavorare. E’ evidente che il sistema meritocratico è la maschera della
selezione di classe che assume il volto brutale della costrizione a fare un certo
tipo di percorso o addirittura a interrompere gli studi. Tutto questo a
vantaggio dei padroni, che potranno scegliere con più tranquillità i propri
dirigenti tra i pochi dottori magistralis sul mercato, quasi sempre i loro
figli, e potranno usufruire di più manodopera a costo zero. Ma se l’attacco nei
confronti della libertà di scegliersi gli studi e i loro tempi è complessivo,
dovrà essere complessiva la risposta degli studenti: studenti delle superiori
ed universitari uniti contro le riforme di classe che ci impongono un presente
ad un futuro di sfruttamento! Uniamoci a riprendiamoci il diritto allo studio!