FalceMartello
n° 170 * 9-10-2003
L’estate del 2003 si
è distinta per una importante siccità in tutta l’Europa del sud, ma soprattutto
per le temperature massime raggiunte, che in diversi giorni hanno superato di
8-10 gradi le medie stagionali. È fuori discussione un aumento di decine di
migliaia di morti in Europa dovuti all’ondata di caldo. Ma già nel mese di
settembre la situazione è radicalmente cambiata e abbiamo visto delle gravi
inondazioni nel sud e centro Italia, in Francia e in Spagna.
Questi processi hanno aumentato
l’interesse per lo studio del clima tra l’insieme della popolazione, ma spesso
– oltre alle battute sullo scioglimento del giaccio nei poli o il buco
dell’ozono – non si ha una visione globale dei cambiamenti in atto.
di Michele Fabbri
Sicuramente
contribuisce a ciò l’atteggiamento dei governi e delle classi dominanti nella
stragrande maggioranza dei paesi. Dopo trent’anni di conferenze sul clima
quella di Kyoto nel 1997 propose finalmente di ridurre le emissioni di anidride
carbonica (prodotta dall'impiego dei combustibili fossili), del metano
(derivante dalle discariche e dalla zootecnia), del protossido di azoto
(derivante dalle attività agricole e dalle produzioni chimiche) e di tre
composti fluorurati impiegati nell'industria. Il Protocollo impegnava i paesi
industrializzati a ridurre le proprie emissioni, entro il 2012, nella misura
complessiva globale del 5,2 per cento rispetto ai livelli del 1990. Sono
passati 6 anni dalla firma e tranne pochi paesi la maggior parte hanno ancora
aumentato le emissioni. L’anidride carbonica (CO2) è il gas principalmente
responsabile dell’effetto serra (un effetto benefico che non permette gli
sbalzi termici che vediamo sulla Luna o su Marte e che impedirebbero la vita
sulla Terra). Un effetto positivo che diventa il suo contrario quando il
riscaldamento provoca stravolgimenti climatici con conseguenze imprevedibili.
Il Protocollo ancora
non è stato approvato dalla maggioranza dei paesi e in particolare è stato
rifiutato dagli Usa.Se mancano gli Stati Uniti e gli obiettivi degli altri
paesi non variano, l'obiettivo di ridurre le emissioni del 5.2 per cento, si
riduce di fatto a circa il 3,8 per cento! Per raggiungere la stabilizzazione
delle concentrazioni in aria dei gas serra, considerati in termine di anidride
carbonica "equivalente" il bilancio tra quanto viene emesso e quanto
viene assorbito dai sistemi naturali, dev’essere pari a zero. Cioè come dire
che il tasso medio delle emissioni globali deve essere uguale al tasso medio
degli assorbimenti globali.
L'equilibrio
potrebbe essere raggiunto solo se si riducessero subito tra il 50% e il 60%
delle emissioni globali. Se questa riduzione non fosse effettuata al più presto
ma fra 30-50 anni, occorrerebbe giungere fino a tagli del 80%.delle emissioni
globali. Appare, dunque, evidente che la riduzione del 5% prevista dal
Protocollo di Kyoto entro il 2012 è assolutamente inadeguata alla bisogna.
Al momento non ci
sono le conoscenze scientifiche sufficienti per prevedere con sicurezza
l’evoluzione del clima entro 20-30 anni e meno ancora nell’arco del secolo XXI.
Comunque alcuni dati sono indiscutibili e sicuramente preoccupanti.
Le concentrazioni
atmosferiche dei gas-serra, fra cui l'anidride carbonica (CO2), il metano (CH4)
ed il protossido di azoto (N2O), sono aumentate in modo significativo a partire
dall'inizio della rivoluzione industriale (tra il 1750 e il 1800); in
particolare la CO2 è passata da circa 280 a quasi 370 ppmv (parti per milione
in volume), il CH4 da 700 a circa 1750 ppbv (parti per miliardo in volume) e il
N2O da 275 a circa 315 ppbv. Gli idrocarburi fluorurati e clorurati (CFC) che
non esistevano fino a circa la metà del ventesimo secolo sono cresciuti in modo
talmente rapido in questi ultimi 50 anni, che oltre a costituire un minaccia
aggiuntiva all'effetto serra naturale, hanno minacciato (e distrutto sopra
l'Antartide) l'integrità della fascia di ozono stratosferico. Molti di tali
gas-serra permangono lungamente nell'atmosfera (centinaia di anni), e
influenzeranno il clima per i secoli futuri.
Lo studio delle
calotte polari ci dice che l'attuale concentrazione di anidride carbonica in
atmosfera è la più alta che si sia mai verificata negli ultimi 420 mila anni e
molto probabilmente (le verifiche sono in corso) anche degli ultimi 20 milioni
di anni. La velocità di crescita dell'anidride carbonica in atmosfera (32% in
250 anni di cui ben 8% negli ultimi 20 anni è sicuramente il più alto tasso di
crescita degli ultimi 20 mila anni.
La distruzione,
soprattutto nella fascia intertropicale, di boschi e foreste è cresciuta ad un
ritmo vertiginoso: boschi e foreste, infatti, attraverso i processi di
fotosintesi, sottraggono anidride carbonica dall’atmosfera e la trasformano in
biomassa e, quindi, costituiscono di fatto la principale fonte di assorbimento
e di riciclo dell'anidride carbonica atmosferica. Si valuta che solo
nell’ultimo periodo siano state disboscate, ogni anno, superfici territoriali
di estensione complessiva paragonabile a quella del territorio della Svizzera.
Il ritmo di
trasformazione della superficie terrestre da parte degli esseri umani, sia a
causa della crescita demografica, sia per lo sviluppo delle attività economiche
ed industriali, è in forte aumento e ciò è causa di variazione del bilancio
energetico complessivo del sistema climatico. In particolare, l'intensa ed
estesa urbanizzazione, che sta aumentando in modo vertiginoso soprattutto in
Asia, America del Sud e Africa, gli usi intensivi del suolo per l'agricoltura,
l’inquinamento terrestre e marino e le altre attività umane sono stati, in
quest’ultimo secolo, tali da aver modificato sia le capacità di assorbimento
terrestre dell’energia solare incidente e le capacità di riflessione (albedo)
verso lo spazio della radiazione solare, sia anche le capacità di emissione
termica del suolo e di irraggiamento terrestre verso lo spazio.
I recenti studi sul
sistema climatico hanno messo in evidenza che il clima del nostro pianeta sta
subendo, soprattutto in questi ultimi decenni, alcuni cambiamenti che
potrebbero portare, se le attuali tendenze di sviluppo socio-economico e di uso
delle risorse naturali non venissero modificate, a variazioni profonde ed
irreversibili sia dell'ambiente che della stessa società umana nei prossimi
50-100 anni. Allo stato attuale delle conoscenze scientifiche e sulla base dei
più recenti risultati acquisiti dall’ lPCC (l’organismo delle Nazioni Unite che
studia i cambiamenti climatici) abbiamo il seguente quadro di variazioni
accertate.
La temperatura media
globale del nostro pianeta è aumentata di un valore compreso fra 0.4 e 0.8°C a
partire dalla fine del 1800. Se si analizzano in dettaglio gli andamenti delle
temperature minime e massime (giornaliere, mensili ed annuali) si nota che il
riscaldamento globale del nostro pianeta non è dovuto tanto all'aumento delle
temperature massime, ma dovuto essenzialmente all'aumento delle temperature
minime, il cui tasso di crescita è stato doppio di quello delle temperature massime.
Per quanto riguarda
i ghiacci della calotta Antartica, non appare evidente alcuna correlazione tra
aumento della temperatura globale e scioglimento dei ghiacci antartici, almeno
a partire dal 1970, da quando cioè si hanno dati attendibili in proposito. I
dati esistenti mostrano che i ghiacci antartici sono rimasti piuttosto stabili
e che ultimamente avrebbero anzi una tendenza all'espansione. Per quanto
riguarda i ghiacci artici, invece, è stata notata una certa riduzione in questi
ultimi decenni. Infine, per quanto riguarda i ghiacciai delle medie latitudini
la tendenza è una riduzione delle dimensioni e della estensione. Questa
tendenza è particolarmente evidente nei ghiacciai alpini e in quelli delle
catene montuose delle medie e basse latitudini dell'emisfero nord. Al ritmo
attuale i ghiacciai delle Alpi potrebbero scomparire entro la fine del XXI
secolo
Le precipitazioni,
intese come precipitazioni totali annue, sono in aumento soprattutto
nell'emisfero nord e particolarmente nelle regioni delle medie ed alte
latitudini. Nell'emisfero sud, invece, non si notano variazioni significative. I
fenomeni di aumento della siccità sono particolarmente evidenti nella regione
del Sahel (dove a partire dal 1970 si è sempre di più aggravata), nell'Asia
orientale e nel sud Africa. Aumento dei fenomeni siccitosi si sono avuti anche
in aree limitrofe, quali la parte più estrema del sud Europa (Spagna, Italia
meridionale, Grecia, Turchia) e la parte meridionale degli Stati Uniti.
In questo contesto è
necessario distinguere tra precipitazioni estreme (piogge alluvionali),
temperature estreme (sia calde che fredde) e tempeste (quali cicloni, tornado,
ecc). Per quanto riguarda le precipitazioni estreme, le valutazioni IPCC
mostrano che nelle regioni del pianeta dove le precipitazioni totali annue sono
in aumento, risultano in aumento anche la frequenza delle piogge a carattere
alluvionale. In particolare, in queste zone le piogge tendono in generale ad
avere una intensità maggiore ed una durata minore. Nelle regioni dell'Asia
orientale, pur essendo le precipitazioni totali annue in diminuzione, sono in
aumento i fenomeni di precipitazioni estreme o a carattere alluvionale. Per
quanto riguarda le temperature estreme i dati attuali evidenziano una
diminuzione della frequenza delle temperature minime. Un discorso a parte va
fatto per le tempeste. A livello globale non appare evidente che in questi
ultimi decenni vi siano stati aumenti nella frequenza dei cicloni tropicali (e
delle tempeste ad essi associati: gli uragani, i tifoni, i tornado, ecc), né
nella frequenza di quelli extratropicali, anche se i danni derivanti da tali
tempeste appaiono in aumento. Pertanto, pur non essendo variata la frequenza,
sembrerebbe aumentata l'intensità o la violenza di tali tempeste.
Anche se avessimo un
modello di previsioni climatiche perfetto, le proiezioni sul clima del futuro,
comunque, dipenderebbero molto dalle ipotesi di crescita della popolazione, di
uso delle risorse e, complessivamente dallo sviluppo socio-economico mondiale. Si
possono fare degli scenari (in base a delle diverse ipotesi di sviluppo). In
questo contesto si può ipotizzare che, nel periodo che va dal 1999 al 2100, la
temperatura media globale del nostro pianeta potrebbe aumentare, per cause
dovute alle attività umane, da un minimo di 1.4°C (caso più ottimistico) ad un
massimo di 5.8°C (situazione più pessimistica). Il ciclo effettivo dell'acqua
(ancora non ben simulato) ed i sistemi idrologici terrestri (soggetti a
fluttuazioni) possono però indurre errori su questa valutazione, errori che a
livello globale sono da considerarsi abbastanza contenuti, ma che invece a
livello subcontinentale e locale possono portare o ad una esaltazione del
fenomeni di riscaldamento, o ad una riduzione degli stessi.
Se si analizzano le
proiezioni future partendo dall'ipotesi di crescita di 1% per anno della
concentrazione atmosferica di anidride carbonica (che è più o meno il tasso di
crescita attuale) si ricava che fra circa 70 anni, quando la concentrazione
atmosferica di anidride carbonica sarà circa doppia di quella attuale, la
temperatura media del pianeta sarà aumentata di circa 2°C. Ma, la temperatura
continuerà ad aumentare ancora, anche se tale concentrazione doppia non
cambierà più. La
temperatura, infatti, continuerà ad aumentare per i successivi 70-100 anni di
circa 1.5°C, fino a portarsi a circa 3.5°C, rispetto alla situazione attuale,
nel 2140-2170. In altre parole, vi è un ritardo tra stabilizzazione delle
concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica e stabilizzazione della
crescita della temperatura. Nel caso in cui la crescita della concentrazione
atmosferica di anidride carbonica non si dovesse fermare ma continuasse ancora fino
a quadruplicare, l’aumento della temperatura continuerebbe arrivando a +3.5°C
al 2100 e a circa +5.5°C nel 2150, per poi stabilizzarsi intorno ai +7°C dopo
il 2200.
Non c’è dubbio che gli aumenti
di temperatura in corrispondenza di aumenti di concentrazione dell'anidride
carbonica avvengono con ritardi di qualche decina o anche di qualche centinaio
di anni, a seconda del tasso di crescita dell'anidride carbonica atmosferica.
Nel caso di tasso di crescita del 1% per anno, il ritardo è valutabile in 70-100
anni.
La valutazione dei cambiamenti
nel regime delle precipitazioni, essendo questo un fenomeno molto variabile,
deve considerare medie temporali (su archi di tempo almeno decennali o
ultradecennali) oltre che medie spaziali. Le precipitazioni medie globali,
considerate su archi di tempo ventennali, tendono a crescere fino a raggiungere
nel 2060-2080 (periodo nel quale si raddoppia la concentrazione atmosferica di
anidride carbonica) un incremento (medio globale e medio ventennale) del 2.4%,
rispetto alla situazione attuale. Questo incremento appare più accentuato nelle
medie ed alte latitudini e molto meno alle basse latitudini dove prevale
viceversa la diminuzione. L'intensità delle precipitazioni estreme tende ad
aumentare ad un ritmo maggiore rispetto al ritmo di aumento delle
precipitazioni medie totali e tende ad aumentare parallelamente la probabilità
di occorrenza di tali fenomeni estremi.
Le proiezioni future indicano
che il livello del mare al 2090 aumenterà complessivamente da un minimo di
circa 20 cm ad un massimo di circa 50 cm. Tale massimo potrebbe portarsi anche
a 75 cm nel 2100 nel caso che la temperatura media globale tendesse ad
aumentare più di 2°C. All'innalzamento del livello del mare contribuiscono
diverse cause, quali: l'espansione termica degli oceani, lo scioglimento dei
ghiacciai delle medie e basse latitudini, lo scioglimento delle calotte polari.
L’espansione termica degli oceani è la causa fondamentale di innalzamento del
livello marino. L’innalzamento del livello del mare è diverso a seconda delle
diverse regioni del globo. Nel Mediterraneo tale innalzamento dovrebbe essere
contenuto entro i 20-30 cm al 2090. Entro la fine di questo secolo una marea di un metro sommergerebbe gran parte di New York
(compreso l'intero sistema della metropolitana e i 3 principali aeroporti per
un danno, stimato dall'OCSE, di 970 miliardi di dollari) e finirebbero
sott'acqua i delta fluviali densamente popolati del Bangladesh, della Cina,
dell'Egitto e della Nigeria (tutti sotto il livello del mare) con costi
inconmensurabili.
Su queste basi l'IPCC ha
espresso le seguenti considerazioni ai fini dell'attuazione del Protocollo di
Kyoto: 1) Poiché le emissioni globali di anidride carbonica (il principale gas
serra) sono attualmente circa doppie delle capacità naturali del pianeta di
assorbire l'anidride carbonica atmosferica, l'eccesso non assorbito tende a
permanere in atmosfera per periodi di tempo medi attorno ai 70-100 anni e ad
accumularsi. Di conseguenza l'IPCC ritiene necessaria già da subito una
riduzione delle emissioni di anidride carbonica di almeno il 50% (ma in realtà,
oltre il 50% se si tiene conto degli accumuli passati) per rientrare nell'equilibrio
naturale complessivo del sistema climatico.
2) La stabilizzazione
delle emissioni di anidride carbonica agli attuali livelli (o ai livelli del
1990 come in discussione nei negoziati internazionali sul clima) non porterà
alla stabilizzazione delle concentrazioni di anidride carbonica nell'atmosfera
ma, stante il disequilibrio tra emissioni globali ed assorbimenti globali, ad
una sua crescita continua che dipende dal tasso di accumulo in atmosfera e
dalla vita media dell'anidride carbonica (intorno al centinaio di anni). Invece
la stabilizzazione delle emissioni di gas serra come il metano ed il protossido
di azoto porterà anche alla stabilizzazione delle concentrazioni di tali gas
serra in aria ma solo dopo alcuni decenni.
3) Dopo la stabilizzazione in atmosfera
delle concentrazioni di anidride carbonica e degli altri gas di serra, la
temperatura continuerà a crescere ugualmente e si stabilizzerà con un ritardo
valutato in 70 anni o più, dopo la stabilizzazione delle concentrazioni in
aria. Attualmente, quindi, possiamo solo rallentare più o meno i possibili
cambiamenti climatici futuri dovuti a cause antropiche, ma non eliminarli.
Per quanto riguarda gli impatti
ambientali derivanti dai possibili cambiamenti climatici in Europa anche nel
caso del tutto teorico di cessazione della crescita della popolazione mondiale
(popolazione mondiale costante) e di cessazione dello sviluppo socioeconomico
dei paesi industrializzati (crescita economica zero dei paesi
industrializzati), i gas-serra in atmosfera comunque aumenteranno (a meno di
rivoluzioni tecnologiche tali da rendere residuali le emissioni di gas di
serra) se le condizioni di vita e di qualità della vita dei paesi in via di
sviluppo, come sarebbe loro diritto, dovessero migliorare (condizioni che
riguardano attualmente ben l’ottanta per cento della popolazione mondiale).
I rischi da alluvioni e da
inondazioni tenderanno ad aumentare ed aumenteranno anche i rischi di
disponibilità di adeguate risorse idriche, in particolare sul sud Europa e
nell'area mediterranea. I cambiamenti climatici tenderanno ad aumentare le
differenze tra nord e sud Europa (eccesso di acqua nel nord Europa, mancanza
d'acqua nel sud Europa).
La qualità dei suoli tenderà a
deteriorarsi in tutta l'Europa. In particolare, nel nord Europa il
deterioramento potrà essere provocato principalmente dal maggior dilavamento
dei suoli ad opera della crescita delle precipitazioni e dei maggiori rischi di
alluvione, mentre nel sud Europa, al contrario, il deterioramento potrà essere
provocato dalla degradazione dei suoli da erosione e perdita di nutrienti a
causa dalla diminuzione delle precipitazioni e dai maggiori rischi di siccità.
L'aumento della temperatura
media e la crescita delle concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera
possono cambiare gli equilibri degli ecosistemi naturali con modifiche anche
nel paesaggio. La vegetazione e gli ecosistemi naturali più tipici dell'area
mediterranea tenderanno a spostarsi verso il centro Europa, così come le
foreste di conifere e quelle tipiche boreali delle medie latitudini potrebbero
prendere il posto della tundra presente attualmente alle più alte latitudini
dell'Europa. Nell'area mediterranea, invece, tenderanno sia ad aumentare gli
incendi boschivi, sia a crescere i rischi di perdita degli ecosistemi e della
biodiversità attuale. Le conseguenze si ripercuoteranno anche sulla fauna e
soprattutto su quella migratoria.
Agricoltura L'aumento di anidride
carbonica in atmosfera tenderà ad aumentare la produttività agricola
soprattutto del nord e del centro Europa. Nel sud Europa, invece, la riduzione
della disponibilità d'acqua e l'aumento della temperatura dovrebbero provocare
l’ effetto opposto. Complessivamente, l'Europa non subirebbe modifiche
significative nella produttività agricola totale, ma solo una diversa
distribuzione. Infatti, il nord Europa, con i cambiamenti climatici riceverebbe
degli effetti positivi, mentre il sud Europa, al contrario, degli effetti
negativi che tenderebbero complessivamente a bilanciarsi.
Eventi estremi. Il probabile aumento della
frequenza e della intensità degli eventi meteorologici estremi porterà ad un
aumento dei danni economici e sociali sulle strutture ed infrastrutture
residenziali e produttive. L'aumento della temperatura tenderà a modificare
anche l'uso del tempo libero della popolazione ed in particolare tenderà a
stimolare maggiori attività turistiche all'aria aperta nel nord Europa ed a
ridurle, invece, nel sud Europa. Nell'area Mediterranea in particolare, le più
frequenti ondate di calore e di siccità, insieme alla minore disponibilità di
acqua potrebbero modificare le attuali abitudini turistiche concentrate
soprattutto in estate, così come il minor innevamento e la progressiva ritirata
dei ghiacciai potrebbe modificare e ridurre l'abituale turismo invernale
alpino. I ghiacciai alpini potrebbero scomparire entro la fine di questo secolo
al ritmo attuale.
Ambiente marino-costiero. L'aumento del livello del mare
comporterà maggiori rischi per le zone costiere europee del Mediterraneo. I
maggiori problemi sono la perdita di zone umide alla foce dei fiumi, l'
invasione di acqua salata nelle falde costiere di acqua dolce con conseguenze
sull'agricoltura e sulla disponibilità di acqua dolce, ed infine, la maggiore e
più rapida erosione delle spiagge. Nell'Europa settentrionale, le zone costiere
più esposte a rischio di inondazione sarebbero quelle del mar Baltico ed in
particolare della Polonia.
Secondo un recente
studio del Enea (ente italiano per la ricerca sulle nuove fonti di energia):
“…l'unica alternativa realistica per ridurre drasticamente le emissioni e
minimizzare l'impatto negativo dei cambiamenti climatici è un grande sforzo
comune nazionale ed internazionale sulla ricerca scientifica, tecnologica e
impiantistica in grado di innescare soprattutto una "rivoluzione"
energetica e cioè portare l'uomo da un sistema socio-economico e di sviluppo
basato quasi unicamente sui combustibili fossili e sul massiccio uso delle
risorse naturali, come è oggi, ad un sistema socio-economico e di sviluppo
indipendente (o quasi) dai combustibili fossili e dall'uso delle risorse
naturali.
Secondo le principali
raccomandazioni internazionali (a livello europeo ed extraeuropeo) le linee
portanti di queste azioni scientifiche dovrebbero riguardare:
a) la ricerca climatica e le
osservazioni globali (analisi e previsioni climatiche precise, ma anche
definizione dettagliata di impatti e rischi);
b) nuove e inesplorate fonti
primarie di energia (sorgenti energetiche senza emissione di gas serra);
c) nuovi vettori energetici e
fonti secondarie (oltre l'idrogeno, anche ulteriori vettori energetici non
contenenti carbonio: sembra esistano buone prospettive anche per il boro e
l'alluminio)
d) nuovi modi di usare fonti e
vettori energetici sia tradizionali che nuovi (riduzione della intensità
carbonica nella produzione ed uso di energia);
e) nuovi sistemi e/o
tecnologie per ridurre l'intensità energetica complessiva, cioè sminuire
l’attuale rapporto tra sviluppo e consumo di energia.”
Se, alla luce di
quanto scritto sopra, paragoniamo queste proposte con gli accordi presi finora
in sede internazionale dovremmo concludere che i governi e le classi dirigenti stanno
giocando col fuoco permettendo l’accumulo di sostanze che già oggi stanno
sconvolgendo il clima, ma che avranno conseguenze irreversibili per 70-100 anni
dopo la loro emissione in atmosfera. Questi stessi governi rifiutano di
ascoltare gli appelli alla prudenza della maggioranza della comunità
scientifica, mantengono un scarso impegno nella ricerca al riguardo e infine si
rifiutano di realizzare le politiche necessarie per cominciare a invertire i
processi di inquinamento con la scusa che sono troppo cari e che metterebbero a
rischio le loro economie…
Gli attuali livelli di
inquinamento prodotti in un contesto mondiale che mantiene più di un terzo
dell’umanità sotto la soglia della povertà estrema e fuori delle economie
industrializzate, sono destinati ad una crescita esponenziale se non viene
trasformato radicalmente l’odierno rapporto tra consumo di energia e sviluppo
economico. Ma per rendere ciò possibile bisogna trasformare radicalmente il
sistema economico dominante. Il capitalismo, basato sulla ricerca del massimo
profitto col minor investimento possibile è incapace di creare le condizioni
per un impegno epocale, massicci investimenti, ricerca scientifica ispirata non
ai profitti aziendali, ma alla soddisfazioni dei bisogni dell’umanità, non solo
delle generazioni di oggi, ma anche di quelle future.
Il rifiuto di Bush
di aderire agli accordi di Kyoto perché minaccerebbero gli interessi
dell’economia Usa, mentre spende 4 miliardi di dollari al mese nella
occupazione dell’Irak è la dimostrazione plateale di come nell’attuale
disordine mondiale non sarà possibile studiare e immaginare le alternative nel
campo energetico, della produzione di beni e dei trasporti, dei consumi e del
tempo libero necessarie per scongiurare la catastrofe annunciata. Dev’essere
chiaro a tutti che l’ampiezza del problema è tale che misure parziali come la
riduzione delle emissioni proposte a Kioto, il riciclo dei rifiuti, la
costruzione di qualche parco quà e là sono utili sicuramente, ma assolutamente
insufficienti.
Per la prima volta
nella sua storia l’umanità dispone dei mezzi per distruggere il pianeta che
l’ha visto nascere e svilupparsi, ma questi mezzi, sottratti al controllo della
minoranza capitalista e usati in un contesto di democrazia operaia, senza
sprecare nessuna risorsa umana e materiale che sia, possono anche trasformare
questo pianeta in un giardino, dove siano sradicati per sempre la fame, le
guerre e la miseria. La stragrande maggioranza della popolazione, che non ha
avuto finora voce in capitolo nelle scelte che ci hanno portato alla situazione
odierna, deve essere cosciente della posta in gioco.