FalceMartello
n° 170 * 9-10-2003
Bolivia: La guerra civile
del gas
Il 19 settembre scorso,
così come ampiamente annunciato da mesi, è cominciata in Bolivia quella che
cronisti e sindacalisti locali hanno battezzato la guerra del gas, la
mobilitazione cioè contro la vendita del gas boliviano agli Stati Uniti: un
affare di 5 miliardi di dollari che interessa anche Cile e Perù, possibili
porti per il transito del gas, ma che ancora una volta rischia di impoverire
ulteriormente uno dei paesi che nella storia più ha pagato per la “causa” del
capitalismo.
di Peppe Letizia
La Bolivia è un paese
privo di sbocchi sul mare, a popolazione prevalentemente indigena (lo è il 60%,
mentre il 40% circa dei boliviani parla solo il quechua, antica lingua inca),
insieme alla Guyana il paese più povero del Sudamerica: ma, magia del
capitalismo, come sempre, specie in Sudamerica, a questa apparente povertà
corrisponde nei fatti una grande ricchezza naturale, destinata ad ingrassare le
multinazionali del primo mondo, specie Usa, ed i loro luogotenenti locali. La
Bolivia è infatti ricca di minerali, di acqua e gas, tutte ricchezze private così come il Fondo Monetario
Internazionale vuole, nel nome della libertà dei mercati che per i paesi “poveri” significa nient’altro che
libertà di farsi saccheggiare.
Già nel 2000 il progetto
di privatizzazione dell’acqua scatenò la furiosa reazione della popolazione del
distretto centrale della Bolivia, capoluogo Cochabamba, alla base della forte
affermazione elettorale del Movimiento al Socialismo (Mas) e del suo candidato
presidente Evo Morales, fermatosi al 46% dei voti. Oggi questa che sembra
sempre più la guerra civile del gas, si inserisce in un quadro sociale reso
ancora più incandescente dai fatti di febbraio. Il presidente Sanchez de
Lozada, detto Goni, aveva tentato all’inizio dell’anno di introdurre una
imposta sui redditi medio bassi, in un paese dove un minatore che fa turni fino
a 36 ore di fila (con intervalli di 1 ora ogni 4 e tante foglie di coca)
guadagna non più di 800 bolivianos al mese, l’equivalente di 100 Euro.
La manifestazione al
palazzo del governo di La Paz, alla quale partecipavano anche settori
ammutinati della polizia, aveva messo in fuga lo stesso Goni e fu sedata solo
con l’intervento dell’esercito e alcune decine tra morti e feriti (vedi FalceMartello n.165). Da allora il
governo, allargato a tutta una serie di partiti borghesi e di destra, si è
preparato allo scontro reintroducendo, con il nuovo nome di Ley de seguridad ciudadana, la vecchia
legge della Seguridad del Estado in vigore sotto la dittatura di Banzer, grazie
alla quale già tre alti dirigente della mobilitazione, compreso il segretario
nazionale del Conavi, una delle organizzazioni di cocaleros, i produttori di
coca, sono in galera.
Le rivendicazioni comune
alle mobilitazioni, guidate da Mas, Central Obrera Boliviana (Cob, il sindacato
boliviano) e dal sindacato dei cocaleros è molto semplice, e per certi versi
moderata visto il livello di mobilitazione: che il 50% di tutto il valore
esportato in termini di gas sia nazionalizzato, libertà per gli arrestati. E
questo nonostante ad esempio il programma ufficiale del Mas parli di “nazionalizzazione sotto il controllo
sociale” di tutte le ricchezze naturali. Non permetteremo che il gas
boliviano sia venduto “al precio de una
vaca muerta” dichiarava Morales alcuni giorni fa. Ma per la borghesia ed il
ceto politico boliviano pressati e corrotti dall’imperialismo nordamericano e
dall’asta che si è aperta tra Cile e Perù per stabilire dove imbarcare il gas,
anche questa rivendicazione è eccessiva.
Sabato 20 il tentativo
dell’esercito di forzare il blocco che costringeva 800 tra turisti e boliviani
nel villaggio di Warisata è finito in uno scontro armato condotto da
manifestanti campesinos e studenti con 5 morti e 20 feriti: come dimostrato
dalle foto apparse su La Razon,
quotidiano di La Paz, i campesinos cominciano a tirare fuori le armi, e ad
usarle!
Le leggi e i decreti del
governo non hanno fermato i blocchi stradali che tagliano in due il paese:
bloccate le vie di accesso a La Paz, Cochabamba, Oruro, Copacabana ed il
confine con il Perù a Desaguadero. E neppure può nulla il tentativo di spaccare
il fronte cercando accordi con qualche dirigente sindacale: il segretario del
sindacato dei tassisti F. Duran è stato malmenato dalla sua stessa base a La
Paz per aver ritirato lo sciopero generale che, inutile dirlo, si è svolto
ugualmente e con blocchi stradali cittadini ancora più determinati. Si capisce
che se il governo, a differenza del febbraio 2000, è intenzionato ad andare
avanti per i forti interessi in gioco, i manifestanti dimostrano di essere
ancora più agguerriti ed organizzati allo scontro. Un cronista de El Pais, altro quotidiano boliviano,
riferisce che i campesinos, per finanziare la lotta, hanno introdotto un
pedaggio di 10 e 50 bolivianos per tutti i passeggeri in transito sulle strade
“aperte”.
Se un limite c’è in queste
mobilitazioni è, come spesso accade, nella direzione. Dopo il fatti del 20 si è
costituita una direzione nazionale delle lotte che ancora non ha stilato una
piattaforma unica. Così mentre per esempio i cocaleros insistono nei blocchi
sulla libertà per i loro dirigenti, la Cob ha convocato per martedì 30 uno
sciopero generale a tempo indeterminato per la caduta del governo. Il Mas, l’unica tra queste ad essere una
organizzazione politica, una tra le più avanzate politicamente di tutto il
Sudamerica, non si è posta finora l’obiettivo di dare una prospettiva comune
alla lotta, commettendo anche errori politici gravi, come non aderire allo
sciopero generale. Anche perché il Mas ha una base prevalentemente contadina, e
lo si vede nella partecipazione del tutto marginale di distretti minerari come
Potosi ed in quelli industriali come Santa Cruz alle mobilitazioni.
Questo partito ha come
primo punto del programma la secolare, per il Sudamerica, questione agraria,
che affronta con una prospettiva prettamente contadina: divisione della terra
tra piccoli produttori. In realtà la questione agraria è strettamente collegata
alla questione della proprietà dei mezzi di produzione, così come nessun
effettivo miglioramento delle condizioni dei lavoratori può essere ottenuto
senza un miglioramento della produzione agricola: già altre riforme agrarie
sudamericane sono fallite perché i piccoli proprietari, privi degli strumenti
di produzione a basso costo che potrebbero fornirgli solo i lavoratori in un
sistema socialista, venivano costretti a rivendere la terra al latifondo. Non
aver chiaro e non saper spiegare il nesso e la necessità di unione tra
minatori, operai e campesinos e uno dei limiti di strategia politica che il Mas
paga ora, ed ha pagato alle elezioni, e che può portare anche alla sconfitta
del più grande movimento in piedi ora in Sudamerica, visto anche che
l’intransigenza dei campesinos sta affamando la popolazione delle città, specie
La Paz, sottraendo di fatto appoggio e solidarietà alla lotta.
Inoltre Morales e la
direzione del Mas, nonostante l’evidente dualismo di potere che si sta
sviluppando nella società boliviana, insiste inspiegabilmente sulla proposta,
molto di moda in Sudamerica, di convocazione di una Assemblea Costituente, ripercorrendo
gli errori commessi dalla sinistra argentina durante l’argentinazo, senza
neppure proporsi di dare la spallata al governo.
La guerra civile del gas,
pur essendo solo all’inizio, mostra già chiaramente a che punto sia il processo
rivoluzionario in Bolivia. L’effetto a catena potrebbe presto coinvolgere il
Perù alle prese con la più profonda crisi economica e le più laceranti tensioni
sociali dall’epoca di Fujimori. Compito dei comunisti occidentali è in questa
fase costruire il più ampio consenso, la solidarietà alla lotta dei lavoratori
boliviani, ma anche quello di chiarirne i limiti ed offrire analisi corrette.
Una ondata rivoluzionaria attraversa il Sudamerica: il nostro contributo deve
essere anche di impedire che in caso di sconfitta, di arretramento seppur
parziale, una nuova generazione di rivoluzionari sudamericani perda la fiducia
o ceda nuovamente alle tentazioni della guerriglia.