FalceMartello
n° 170 * 9-10-2003
L’imperialismo getta nel
caos il Medio Oriente
La guerra in Iraq non
ha raggiunto quasi nessuno degli obiettivi fissati dall’imperialismo Usa, ma, al contrario, ha
inaugurato un periodo di grande instabilità in tutto il Medio Oriente. Bush e
Blair avevano promesso di portare libertà e giustizia in tutta la regione
attraverso un’azione “esemplare” che sarebbe stata accolta come una
“liberazione” da parte del popolo iracheno. Tuttavia, al posto di libertà e
democrazia, l’imperialismo ha portato una dominazione neo-coloniale, invece del
tanto annunciato “petrolio per gli iracheni” è arrivato il piano di
privatizzazione dell’industria petrolifera, invece del “benessere”, città e
villaggi senza acqua ed elettricità.
di Andrea Davolo
Come spiegava il
rivoluzionario francese Robespierre “ai popoli non piacciono i missionari con
le baionette” e la prospettiva più credibile per gli eserciti occupanti, ormai
riconosciuta anche dello stesso Paul Bremer, amministratore Usa dell’Iraq, è quella di un pantano lungo
diversi anni e dagli esiti imprevedibili. Ma i grattacapi per gli Usa non
finiscono qui. Il vecchio equilibrio di forze che reggeva la precaria stabilità
delle relazioni tra i vari paesi arabi e medio-orientali e le loro rispettive
classi dominanti, comincia ad incrinarsi pericolosamente.
Non c’è un solo
regime sicuro
Tanto per cominciare, come
diretta conseguenza dell’intervento in Iraq, uno storico partner degli Usa, la
Turchia, è entrato in rotta di collisione con il suo vecchio alleato.
Il parlamento turco ha
prima rifiutato il permesso agli Usa di muovere truppe lungo il suo territorio,
mentre ora cerca di trovare il modo di poter intervenire direttamente nel nord
Iraq allo scopo di poter scongiurare un’eventuale autonomia dei kurdi, una
seria minaccia per la classe dominante turca che storicamente si trova
impegnata a fronteggiare le lotte per l’autodeterminazione di una rilevante
minoranza kurda all’interno del paese.
Gli Usa, dal canto loro,
sono interessati a rimuovere ogni scomoda influenza turca nella regione e per
poter far ciò si appoggiano sui leader autonomisti Kurdi. Il declino
dell’influenza della Turchia nella regione si accompagna ad una profonda crisi
economica che sta provocando gravi spaccature tra le diverse fazioni della
borghesia turca.
Oltre ai kurdi, gli Usa
pensavano di poter trovare un altro potenziale alleato negli sciiti, altra
minoranza repressa durante il regime di Saddam, ma alleata dell’Iran. Tuttavia,
diversamente da quanto gli Usa speravano, gli Sciiti non hanno immediatamente
mostrato un atteggiamento amichevole nei confronti dei nuovi” liberatori”.
L’unico modo che gli Usa avrebbero per poter avere la minoranza sciita dalla
loro parte sarebbe raggiungere un accordo con l’Iran. Gli Usa hanno così
apertamente iniziato un negoziato con l’Iran, ammorbidendo la propria posizione
nei confronti del loro storico nemico e il primo passo verso un’intesa era
rappresentato dall’ingresso nel “Governo provvisorio” dell’Iraq dello Sciri,
partito legato a Teheran, il cui leader Al Hakim è caduto vittima di un
attentato il 29 agosto.
Tuttavia, lo stesso regime
iraniano è tutt’altro che stabile: il paese si trova infatti da tempo in uno
stato di fermento pre-rivoluzionario ulteriormente amplificato dalla guerra all’Iraq. Il potere degli ayatollah
è estremamente impopolare ed instabile e questo capovolge completamente i
progetti dell’imperialismo trasformando l’intera situazione nella regione.
Un movimento
rivoluzionario delle masse iraniane potrebbe rapidamente allargarsi all’Iraq e
una lotta di massa che si affianchi alla guerriglia già in atto e quanto di più
temono Washington e Londra.
Anche il regime
dell’Arabia Saudita, che costituiva un solido baluardo della reazione nella
regione medio-orientale, è ora traballante e sta disperatamente cercando di
staccarsi dal potente alleato americano, nel tentativo di recuperare il
sentimento antimperialista che nella popolazione si va sempre più approfondendo
e così sviare l’attenzione dai problemi causati dal forte rallentamento
dell’economia che affligge il paese e che ha fatto aumentare considerevolmente
il tasso di disoccupazione.
A conferma di quello che
potrebbe accadere in questo paese, significativa è stata la recente decisione
di Washington di portar via dal territorio saudita gran parte delle proprie
truppe. Quanto ad instabilità ed impopolarità non fa eccezione il regime di
Mubarak, presidente dell’Egitto accusato dalle masse egiziane di appoggiare gli
Stati Uniti nella loro aggressione alla nazione araba e di offrire agli
americani giustificazione e copertura.
Periodicamente si
susseguono al Cairo manifestazioni di massa e scioperi di lavoratori e studenti
che chiedono le dimissioni di Mubarak e che si appellano all’unità dei popoli
arabi. Le proteste in Egitto costituiscono un evento interessante anche perché
dimostrano come il fondamentalismo islamico sia destinato ad una avere un ruolo
marginale quando la lotta assume caratteristiche di massa. La maggior parte
delle dimostrazioni nella capitale egiziana sono infatti guidate dal Partito
Laburista (fonte: www.aljazira.it).
Palestina: un
“impiccio” che l’imperialismo non può risolvere
Ma la dimostrazione
lampante del vicolo cieco di fronte al quale si trova l’amministrazione
americana, è il fallimento, ormai sotto gli occhi di tutto il mondo, degli
accordi di pace in Palestina noti con il nome di “Road Map”. La “pace”
imperialista in questa regione è il presupposto fondamentale per la politica
Usa di “conquista” del Medio Oriente. Senza un assetto equilibrato dei rapporti
fra israeliani e palestinesi, l’intero mondo arabo continuerebbe ad essere in
fermento. Tuttavia, come già diverse volte abbiamo spiegato, (per esempio su
FalceMartello n. 168) ogni
soluzione su basi capitaliste della questione israeliana-palestinese
rappresenta al tempo stesso un inganno dell’imperialismo e un’utopia.
Anche la Road Map è stata
infatti seppellita da Sharon e dalla borghesia israeliana che ha impiegato
davvero poco tempo per disattendere gli accordi previsti ed avviare
un’offensiva militare, cercando poi di mettere l’alleato Usa di fronte al fatto
compiuto. Chiaramente Washington non ha fatto nulla per fermare tutto ciò, ma
deve constatare amaramente che non solo tutti i suoi sforzi e tentativi di
“pacificazione” sono miseramente falliti, ma che ora il rischio è quello di un
inasprimento e peggioramento della situazione.
La politica di Sharon
volta a provocare un confronto militare tra l’Autorità Palestinese e il gruppo
di Hamas, nel tentativo di indebolire la resistenza in un contesto di guerra
civile, ha portato invece alle dimissioni del Primo Ministro Palestinese
Mahmoud Abbas, vicino agli Usa, e alla premiership di Abu Ala, un politico
legato ad Arafat. La Casa Bianca aveva informato il governo Sharon della
propria contrarietà rispetto ad un’eventuale rimozione forzata di Arafat dalla
Palestina, minaccia più volte ventilata in queste ultime settimane. Questa è
una chiara indicazione del fatto che senza la partecipazione di Arafat, gli Usa
sentono di non poter controllare la situazione.
L’espulsione di Arafat
avrebbe delle conseguenze destabilizzanti
in tutti i paesi arabi e i vari Mubarak, Re Fahd e compagnia si sono
affrettati ad informare Bush del grave pericolo. In ogni caso, Sharon non ha
mai pensato di entrare in Cisgiordania o a Gaza dopo aver ottenuto il permesso
dell’Autorità Palestinese. Allo stesso modo ora non attenderà certo
l’approvazione dei capi di Stato Usa per espellere Arafat. Questo è diventato chiaro il 16
settembre dopo che gli Usa hanno posto il proprio veto nel Consiglio di Sicurezza
dell’Onu su una risoluzione che chiedeva che Israele si astenesse
dall’espellere il presidente dell’Autorità palestinese. Questo veto ha sorpreso
tutti i governanti arabi che confidavano nell’abilità degli imperialisti
americani nell’evitare una nuova guerra.
La realtà è che la
strategia Usa si trova ad un’impasse, stretta nella morsa dell’ascesa della
lotta di classe in Medio Oriente, fattore che nessuno dei falchi
neo-conservatori che siedono a Washington aveva probabilmente considerato. Ogni
azione dell’amministrazione Usa quale che sia la linea di condotta sembra
essere destinata ad aggravare sempre più la situazione di crisi. Il panorama
fin qui descritto rende l’idea degli avvenimenti rivoluzionari che si preparano
in Medio Oriente per il prossimo futuro.
Tuttavia oggi a sinistra
c’è chi cerca di negare la prospettiva delle lotte di liberazione del popolo
arabo portando a giustificazione di tale posizione, oltre che le note
concezioni utopistiche del pacifismo radicale, l’argomento per cui queste
avrebbero un carattere reazionario perché guidate dal fondamentalismo islamico.
Certo, il problema del fattore soggettivo che guida le lotte è una questione
che non possiamo schivare, ma neanche liquidare con una battuta
“impressionistica”.
Le ragioni del ruolo dei
gruppi fondamentalisti sono da ricercare principalmente nelle concessioni che
storicamente la sinistra araba ha fatto nei confronti delle posizioni dei vari
movimenti nazionalisti come il Nasserismo e il Baath o nei confronti delle
pressioni imperialiste. Attualmente in Iraq le dirigenze dei due principali
partiti di sinistra, il Partito Comunista Iracheno e il Partito Comunista
Operaio, mantengono posizioni che non difendono certo l’indipendenza di classe
dei lavoratori iracheni. Mentre il PCI è entrato a far parte del
governo-fantoccio guidato dal viceré Bremer, il PCO chiede un’amministrazione
Onu!
Con la pubblicazione del prossimo numero della
rivista In difesa del marxismo dedicato
al Medio Oriente vogliamo partecipare alla discussione sulle
caratteristiche e le prospettive del processo rivoluzionario nel mondo arabo e
contribuire al compito di
chiarificazione politica che la sinistra e il movimento operaio internazionale
non può evitare in questo importante passaggio storico.