FalceMartello
n° 170 * 9-10-2003
Palestina: dopo il
collasso della Road Map le masse devono riprendere la parola!
Settembre è un mese
denso di tragedie per i palestinesi. Attorniato da un muro di poliziotti alla fine
di settembre del 2000 il futuro primo ministro Ariel Sharon si esibì nella
provocatoria “passeggiata” sulla spianata delle Moschee a Gerusalemme. Una
provocazione studiata ad arte. La repressione delle proteste degli arabi
israeliani lasciò sul terreno 13 morti e innescò l’esplosione della seconda
Intifada.
di Francesco Merli
Tre anni di massacri e di
repressione non hanno domato la volontà di resistere del popolo palestinese. La
reazione palestinese alla provocazione di Sharon era legata alla memoria di un
altro evento: il massacro nei campi profughi libanesi di Sabra e Chatila del
settembre 1982. Tre giorni dopo la fuga dei caschi blu da Beirut Ovest, dal 16
al 18 settembre di 21 anni fa l’allora ministro della difesa Sharon si godeva
dall’alto di un edificio di sette piani, a 200 metri dal campo di Chatila, lo
spettacolo della “caccia al palestinese” scatenata dai falangisti di Hadad e
Gemayel, organizzati ed assistiti dall’esercito israeliano. Oltre tremila
palestinesi, uomini, donne, bambini, vecchi, quasi del tutto inermi dopo
l’uscita dal campo delle milizie dell’Olp di Arafat, tentarono una disperata
resistenza e vennero massacrati, umiliati, in un’orgia di violenza bestiale.
Settembre è anche il mese
passato alla storia palestinese come “Settembre nero” e ricorda ai palestinesi
il tradimento dei corrotti regimi borghesi arabi, “amici” per i quali le
sofferenze di un popolo non sono altro che moneta di scambio ai tavoli di
trattativa internazionali. Il 17 settembre del 1970 re Hussein di Giordania,
spaventato dalla rivoluzione incipiente che minacciava di rovesciarlo, con la
scusa della lotta al terrorismo (dopo quattro dirottamenti aerei conclusi
peraltro senza vittime) fece bombardare da truppe beduine capeggiate dal
signore feudale Habes al-Majali i campi palestinesi e la stessa capitale Amman.
Duri scontri si protrassero per molti giorni, ma la resistenza palestinese
venne spezzata. Il bilancio dei massacri (che colpirono anche la popolazione di
Amman sospettata di simpatie per i palestinesi) fu di 4.600 morti e 10.000
feriti.
A dieci anni dagli
accordi di Oslo
Da dieci anni, dalla firma
degli accordi di Oslo del 1993, tutti i lavoratori del medio oriente, poco
importa se palestinesi, arabi o israeliani, sono affratellati dall’inganno a
cui sono stati sottoposti dalle loro classi dirigenti.
I palestinesi hanno visto
infrangersi la promessa di uno stato indipendente e della pace. La realtà con
cui hanno dovuto fare i conti è quella di una rinnovata oppressione; al volto
noto del gendarme israeliano si è affiancato quello nuovo del gendarme
palestinese cui è stato affidato l’incarico di assicurare la sottomissione
delle masse sempre più impoverite ed oppresse alle decisioni prese sopra le
loro teste da dirigenti corrotti e traditori.
La ferocia dell’esercito
di occupazione israeliano e gli errori della sinistra palestinese, incapace di
prendere una posizione indipendente da Arafat, hanno reso quasi impossibile lo
sviluppo di una critica alla politica di Arafat da un punto di vista di classe.
Il grande intellettuale di origine palestinese Edward Said, recentemente
scomparso, era stata una delle poche voci fuori dal coro dei comodi “amici” dei
palestinesi a denunciare costantemente il carattere corrotto e collaborazionista del regime di Arafat, fino ad
arrivare a definirlo provocatoriamente “il Petain palestinese” (tracciando un
parallelo tra l’Autorità nazionale palestinese di Arafat e il regime francese
di Vichy collaborazionista con gli occupanti nazisti). A differenza di Petain,
Arafat però è sempre stato molto abile ad alternare alla collaborazione momenti
in cui cerca l’appoggio delle masse, sfruttando a proprio vantaggio la
brutalità dell’oppressione israeliana per trovare nei momenti di crisi
l’appoggio popolare e candidarsi così ad unico arbitro nelle “trattative di
pace” .
Dieci anni di questa
politica hanno portato al disastro. È indispensabile denunciare il ruolo di
Arafat e della borghesia palestinese e lottare perché emerga una politica
indipendente della classe lavoratrice in Palestina e nei paesi arabi.
Arafat è il principale
responsabile della crescita dell’influenza di Hamas, che fin dal primo giorno
si è opposta agli accordi di Oslo e rifiuta di partecipare ai governi dell’Anp
“finché l’occupazione israeliana continua”. Il fatto che una gran parte delle
forze armate dell’Autorità fossero fuggite senza combattere di fronte
all’avanzata dei soldati israeliani durante l’operazione “muraglia di difesa”
ne ha minato severamente la credibilità fra la popolazione palestinese.
La forza di Hamas è dovuta
al contrario alla determinazione dei suoi guerriglieri, ma soprattutto alla
capillare rete di welfare (scuole, ospedali, mense, ecc.) costruita
inizialmente con il placet delle truppe occupanti e poi potenziata dal 1993,
grazie a fondi provenienti da un settore della borghesia islamica all’estero.
La rete di assistenza di Hamas riempie la voragine lasciata dall’Autorità,
abile a privatizzare anche quello che non si è ancora costruito e foraggiare
una ristretta cricca di capitalisti, ma inetta nell’affrontare i problemi della
maggioranza della popolazione che vive con meno di due dollari al giorno. La
prospettiva di Hamas è quella di una guerra santa permanente fino alla cacciata
degli israeliani dal suolo della Palestina, una logica speculare a quella della
destra religiosa ebraica. La loro tattica è affidata alle missioni suicide e
alla resistenza armata. I militanti di Hamas hanno rappresentato con i Tanzim
di Marwan Bargouthi (ora in carcere in Israele) il cuore della resistenza
all’operazione “muraglia di difesa” di Sharon.
Tra gli oltre sei milioni
di israeliani la maggior parte considera Israele la propria unica patria e non
ha altro posto dove andare. La psicologia di popolo assediato viene
costantemente alimentata dalla classe dirigente israeliana e trova nelle
posizioni di Hamas una comoda conferma. La tattica degli attacchi suicidi
inoltre non fa che rafforzare le correnti più reazionarie nella società
israeliana, isolando chi, come il movimento dei militari riservisti refusenik (a cui si sono aggiunti
recentemente 27 ufficiali dell’aviazione) prende posizione contro il
mantenimento dell’occupazione.
Fallimento della
Road Map
La tregua di 3 mesi
dichiarata il 29 giugno è durata 7 settimane (20 agosto): poco importa chi
l’abbia rotta. La ripresa degli attacchi suicidi e delle esecuzioni mirate da
parte degli israeliani (per esempio il tentativo fallito di assassinare con un
missile il leader spirituale di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin) hanno portato
alle dimissioni del premier imposto all’Anp dagli americani, Abu Mazen. Sul
fronte israeliano, Sharon ha dimostrato di non aver mai accantonato la
prospettiva di tornare ad imporre il controllo diretto israeliano su Gaza e la
Cisgiordania senza avere l’intralcio dell’Anp con cui mediare. Per il momento
le pressioni di Washington hanno frenato Sharon, ma la classe dirigente
israeliana non si è mai contraddistinta per una docile accettazione di cosa
sarebbe meglio per il suo ingombrante protettore, conscia anche del fatto di
essere uno dei pochi punti d’appoggio reali su cui Bush può contare in Medio
oriente.
Questi sviluppi
rappresentano un colpo mortale alla Road Map promossa da Bush e
dall’imperialismo europeo. Il nuovo premier Ahmed Qureia (ovvero Abu Alaa) è un
uomo di Arafat. L’imperialismo si trova di nuovo al punto di partenza, ma ciò
vale anche per le masse palestinesi e per i lavoratori israeliani.
Tutta l’esperienza di
questi dieci anni dimostra che non esiste soluzione possibile per la sofferenza
del popolo palestinese compatibile con gli interessi dell’imperialismo e della
borghesia araba ed israeliana. Il peso della crisi capitalista spingerà
inevitabilmente nel prossimo periodo i lavoratori israeliani ad entrare in
conflitto con i loro padroni. Già negli ultimi mesi uno sciopero generale
contro le politiche di lacrime e sangue di Sharon è stato evitato per un
soffio, mentre i dipendenti pubblici reagiscono per la prima volta ai
licenziamenti previsti dal governo. Se una rottura della pace sociale in
Israele non è ancora avvenuta è solo per il vicolo cieco in cui si è ficcata la
resistenza palestinese con la tattica terrorista individuale.
Unica prospettiva per
uscire da questo stallo sarà quella di coalizzare i lavoratori della regione in
una lotta comune contro l’oppressione capitalista per la costruzione di una
federazione socialista del medio oriente con il riconoscimento del diritto
all’esistenza e all’autodeterminazione di tutti i popoli.