FalceMartello
n° 170 * 9-10-2003
1903 - 2003: a un
secolo dalla nascita del bolscevismo
Il partito per il quale
lottiamo
Ormai un secolo fa (17
luglio 1903) si teneva in esilio il 2° congresso del Partito socialdemocratico
russo (Posdr). Un congresso tormentato che iniziò i lavori a Bruxelles per concluderli
a Londra, nel tentativo di sfuggire alle persecuzioni poliziesche.
Al congresso, a cui
presero parte una cinquantina di delegati, si produsse una separazione
imprevista alla vigilia tra i bolscevichi
(maggioranza in lingua russa) di Lenin e i menscevichi
(minoranza) di Martov che ebbe grandi ripercussioni in Russia e a livello
internazionale.
di Alessandro
Giardiello
Nasceva il bolscevismo,
che nell’Ottobre del ‘17 avrebbe guidato i lavoratori russi alla presa del
potere. Su iniziativa degli stessi bolscevichi nel 1919 venne fondata a Mosca
la nuova Internazionale comunista.
La Terza Internazionale si formerà nel corso di una dura polemica con la
Seconda (nella quale continueranno a militare i menscevichi) che si era
macchiata del sostegno alla prima guerra mondiale e il conseguente massacro di
milioni di lavoratori.
Lenin, nel suo libro l’Estremismo malattia infantile del comunismo pubblicato
nel 1920, data la nascita del
bolscevismo nel 1903, ma nel 2° congresso la divisione colse di sorpresa lui
stesso. Fino a quel giorno aveva condotto con Martov e il gruppo degli iskristi (da l’Iskra il nome del giornale da loro diretto con Plechanov, Axelrod,
Vera Zasulic, Potresov e Trotskij) una battaglia unitaria contro gli
economicisti e in difesa di un partito centralizzato.
La storiografia stalinista
ha in seguito mistificato quella divisione facendo credere che fosse stata
preparata accuratamente da Lenin per rompere definitivamente con il
conciliazionismo riformista. Da una parte per esaltare il culto di un Lenin
infallibile che “sempre tutto sapeva”, dall’altra per infangare l’immagine di
Trotskij che in quella votazione si schierò a fianco di Martov.
Due tendenze non
cristallizzate
La realtà è che le due
tendenze (quella rivoluzionaria e quella riformista) a quel tempo non erano
ancora cristallizzate, si trattava di un’anticipazione che solo in seguito si
sarebbe definita con nettezza, tanto è vero che Plechanov, che nel 1917 si
sarebbe schierato contro la rivoluzione collocandosi alla destra dei
menscevichi, in quel congresso era dalla parte di Lenin.
Nel resoconto del
congresso che Lenin redasse nel 1904 e che significativamente venne chiamato Un passo avanti e due indietro il
dirigente bolscevico si espresse nei seguenti termini: “non considero affatto la nostra divergenza (sul primo paragrafo) come
fondamentale, al punto da farne dipendere la vita o morte del partito. Non
periremo certamente per un articolo cattivo”. (Un passo avanti e due indietro, Editori Riuniti, maggio 1970, pag.
43)
Lenin visse quella rottura
come una sconfitta (cadde in depressione per un periodo subito dopo) e non
certo come un passaggio cruciale nella definizione di una forza rivoluzionaria
in Russia, anche se in seguito emerse come effettivamente di questo si trattava.
Tra il 1903 e il 1905 la
divaricazione andò accettuandosi su questioni molto più importanti come il
carattere della rivoluzione russa, sulle quali emerse con chiarezza il
carattere opportunista che andava assumendo il menscevismo. Trotskij, che come
detto nella discussione sullo statuto si schierò dalla parte dei menscevichi,
decise di rompere con loro pochi mesi dopo (nel 1904) proprio sulla linea di
collaborazione proposta dai menscevichi verso i liberali.
Nonostante questo per
oltre sessant’anni gli stalinisti hanno continuato a sostenere la leggenda del
“Trotskij menscevico, che si è sempre schierato contro Lenin tranne che per un
brevissimo periodo nel 1917”.
Ancora alla fine degli
anni’80 usciva sull’Unità, il
quotidiano del Pci (oggi Ds), un inserto sulla Rivoluzione d’Ottobre, nella cui
introduzione si sosteneva che Trotskij era stato menscevico fino al 1917! I
dirigenti del Pci si preparavano ad abbandonare la falce e martello e i
riferimenti al comunismo, ma la falsificazione tipicamente stalinista contro
Trotskij rimaneva la stessa di sempre.
L’oggetto del
contendere
La divisione fondamentale
si produsse nella ventiduesima sessione del congresso (dopo che in quelle
precedenti gli iskristi si erano mantenuti sostanzialmente uniti sulle
questioni fondamentali) e avvenne sul primo articolo dello Statuto e quindi sui
requisiti minimi per accedere alla militanza nel partito. Mentre Lenin
sosteneva che poteva considerarsi militante chi: “accetta il programma e sostiene il partito sia con mezzi materiali che
con la partecipazione personale a una delle sue organizzazioni”, Martov
riteneva che era da considerarsi tale “chiunque
ne accetta il programma, sostiene il partito con mezzi materiali e gli concede
un aiuto regolare e personale sotto la direzione di una delle sue
organizzazioni”.
A una prima occhiata può
sembrare una differenza irrilevante, ma si tratta di una irrilevanza che in
determinate circostanze poteva assumere una grande importanza e che denotava un
atteggiamento “morbido” di Martov sulle questioni organizzative in un contesto
in cui Lenin era da tempo impegnato in una polemica per superare un approccio
dilettantistico e localistico nella conduzione del partito.
Nel suo libro Che Fare? e in altri scritti come Da che cosa incominciare e Lettera a un compagno sui nostri compagni
organizzativi pubblicati sull’Iskra
e dunque condivisi formalmente dalla redazione (pertanto anche da Martov) Lenin
combatteva le posizioni spontaneistiche e separatiste (come quelle del partito
ebreo del Bund che apparteneva al Posdr) e che avevano avuto particolare
diffusione in Russia ad opera degli economicisti.
In questo libro, che non è
privo di esagerazioni, sempre possibili in ogni polemica, ad esempio sulla
impossibilità che i lavoratori possano sviluppare autonomamente una coscienza
socialista1 sono
contenuti i concetti che stanno alla base di un partito rivoluzionario e che a
nostro modo di vedere sono ancora oggi degli utilissimi strumenti di lavoro,
anche se la maggioranza del Prc e il compagno Bertinotti li considerano
“anticaglie novecentesche” da gettare via.
Lenin e Trotskij sul
partito
Come si diceva la natura
profonda della divisione in un primo momento non era del tutto chiara neanche a
Lenin, il quale non a caso tentò successivamente di rimarginare la ferita del
1903. Ancora nel 1910 fece un ultimo tentativo di unificarsi a una parte dei
menscevichi, seppure in un percorso che prevedeva la separazione dalla destra
menscevica e, si badi bene, dalla sinistra bolscevica, che aveva sviluppato posizioni mistiche ed estremiste
(rifiutavano ad esempio di lavorare nei parlamenti borghesi).
L’iniziativa fallì
miseramente e fu allora che Lenin giunse alla conclusione che le due tendenze
erano ormai inconciliabili. Trotskij, che su questo punto non aveva la stessa
chiarezza di vedute, tentò di mantenere artificialmente in vita un’unità senza
principi, che nonostante le sue intenzioni finì con l’assumere oggettivamente
un carattere antibolscevico.
Si trattava del blocco di agosto del 1912. Gli attacchi
più duri di Lenin contro Trotskij sono proprio di quel periodo e sono
facilmente rintracciabili in tutti i manualetti stalinisti prodotti negli anni
‘70 (su tutti merita di essere menzionato quello edito da Editori Riuniti, curato da Luciano Gruppi dal titolo Su Trotskij).
Trotskij in seguito si
pronuncierà su quell’episodio in termini fortemente autocritici2, imparerà bene la lezione, e da quel giorno come
ebbe a dire Lenin “non ci sarà bolscevico
migliore di lui”.
Lenin si distinse
effettivamente non solo da Trotskij, ma anche da altri grandi rivoluzionari
dell’epoca come Rosa Luxemburg, Gramsci, J. Connolly, perchè comprese prima e
meglio di chiunque altro che un partito rivoluzionario per guidare la classe
lavoratrice al potere ha bisogno di essere forte, centralizzato e disciplinato
e deve allo stesso tempo essere profondamente democratico, ma in funzione delle
circostanze in cui opera e non in astratto.
Non a caso il regime
interno al partito bolscevico e poi di tutti i partiti comunisti della Terza
Internazionale veniva definito di
centralismo democratico ed era un regime che si basava su un criterio molto
semplice: “massima libertà di esprimere opinioni diverse nel corso della
discussione ma, una volta che una decisione viene presa a maggioranza, massima
unità nell’azione”. Nella pratica maggioranza e minoranza avevano modo di
verificare la linea politica e riconsiderare il tutto in sede di bilancio.
I detrattori del
bolscevismo (tra cui si allineano indistintamente liberali, socialdemocratici,
anarchici e movimentisti di varia colorazione che magari solo vent’anni fa
erano tra i peggiori stalinisti) sostengono che all’origine di tutti i mali e
cioè della degenerazione burocratica dell’Urss starebbe proprio il centralismo
democratico.
In realtà confondono il
regime del partito di Lenin con il monolitismo feroce e burocratico che si
sviluppò in seguito nel Pcus staliniano.
Questo, se da una parte
dimostra che nulla hanno capito delle cause che determinarono l’affermazione
dello stalinismo3 (o
preferiscono non capirlo per convenienza politica), dall’altra dimostrano una
totale ignoranza su quella che è stata l’esperienza viva del partito
bolscevico, il quale fino alla morte di Lenin (pur con alcune deformazioni
burocratiche che lo stesso Lenin denunciava nei suoi ultimi scritti) è stato
senza ombra di dubbio il partito più democratico che la storia abbia mai
conosciuto.
Solo per fare un esempio,
fra i tanti possibili, si pensi che nel 1918 Bucharin che si opponeva agli
accordi di Brest-Litovsk, sottoscritti dal governo sovietico con la Germania,
aveva la possibilità di pubblicare un quotidiano (Il Comunista) che difendeva
pubblicamente le posizioni della sua corrente. Che cosa ha a che fare questo
con l’epoca stalinista quando gli oppositori venivano non solo marginalizzati
ma spesso e volentieri mandati al plotone di esecuzione?
Un partito
straordinariamente democratico ma allo stesso tempo efficace, che non faceva
alcuna concessione al movimentismo e all’assemblearismo ma aveva congressi
annuali (anche durante la Guerra civile) che duravano fino a tre settimane e
che spesso vedeva divisioni drammatiche (su piattaforme politiche, garantendo
il diritto di frazione) ritrovando però sempre l’unità nell’azione.
Un partito di quadri che
seppe in un contesto rivoluzionario guidare masse sterminate di persone. Se
questo fu possibile, lo si deve alla battaglia intransigente condotta da Lenin
perchè si definissero con chiarezza i confini del partito. Per dirla in breve
la posizione leninista era quella del partito dei militanti e non quella del
partito delle tessere.
Nei congressi bolscevichi
determinava la linea chi era attivo e non chi manteneva un rapporto sporadico
col partito come invece avviene nei moderni partiti comunisti e nella stessa
Rifondazione Comunista. Nei congressi del Prc vincono spesso i “portatori di
tessere” e migliaia di facce sconosciute si aggirano il giorno delle votazioni
contribuendo alla pari dei militanti a definire una linea politica che non
avranno l’onere di gestire, perché non varcheranno la porta di quel circolo
fino al prossimo congresso, che presumibilmente si terrà tre anni dopo.
Il Che Fare
Il Che Fare, probabilmente uno dei libri più calunniati di Lenin, si
compone di cinque capitoli. Ciascuno di essi spiega un concetto fondamentale.
Riassumiamoli:
1) La necessità che un
partito sia omogeneo politicamente
e combatta chi sotto la “libertà
di critica” si propone di far aderire idee profondamente ostili agli interessi
generali della classe operaia. (capitolo
1: Dogmatismo e libertà di critica)
2) Il partito non deve
“sottomettersi allo spontaneismo delle masse”, al contrario quando milioni di
persone entrano nell’agone politico e si muovono è proprio quello il momento in
cui c’è bisogno di maggiore coscienza nell’attività teorica, politica e organizzativa
e dunque è necessario un partito rivoluzionario. I movimenti non hanno mai
rifiutato un partito onesto che fosse in grado di dare spiegazioni sul
funzionamento del capitalismo e fornisse un’organizzazione per abbatterlo, al
contrario in passato hanno dovuto sopportare sofferenze infinite per l’assenza
di tale partito. (capitolo 2: La
spontaneità delle masse)
3) Il partito non dirige
solo la lotta della classe operaia per conseguire migliori condizioni di lavoro
(per quello basterebbero i sindacati) ma dirige la lotta per l’abbattimento di
questo sistema sociale che produce oppressione, sfruttamento costringendo i
lavoratori a vendersi come merce. Il partito non può pertanto limitarsi alla
lotta economica e non può subordinare a questa il fine ultimo della conquista
del socialismo (capitolo 3: Politica
trade-unionista e socialdemocratica)
4) Per portare a termine i
propri compiti il partito ha bisogno di una struttura centralizzata che sia “distinta dall’organizzazione degli operai per
la lotta economica”(e cioè dai sindacati) dove la democrazia interna non
sia fine a se stessa e non si trasformi in sterile assemblearismo e
democraticismo, ma sia dialetticamente legata al fine e cioè alla necessità che
il partito intervenga efficacemente nella lotta politica. (Capitolo 4: Il primitivismo degli economisti).
5) Il giornale di partito
deve essere un’”organizzatore collettivo” e cioè uno strumento di informazione,
formazione, orientamento dei militanti per l’intervento esterno. Non solo uno
strumento di propaganda e agitazione ma anche di organizzazione costante. Il
partito commetterebbe un grave
errore se assegnasse le proprie sorti alle sole esplosioni sociali e ai
movimenti senza sviluppare un lavoro di intervento quotidiano. (Capitolo 5: Piano di un giornale politico).
Che dicano i movimentisti
di casa nostra; cosa c’è di cosi antiquato, orribile e autoritario in tutto
questo? Venite a parlarci di innovazione. Se solo vi prendeste la premura di
dare un’occhiata al Che Fare (non
diciamo leggerlo, sarebbe troppo!) vi accorgereste che le vostre idee non sono
poi così nuove, più o meno le stesse che difendevano gli economicisti russi
oltre un secolo fa.
Il partito per cui
lottiamo
(brevi note sulle
proposte organizzative per il Prc)
Oggi Rifondazione
Comunista è un partito che ha 80-90mila iscritti in tutta Italia (di cui circa
10mila hanno la tessera dei Giovani Comunisti).
All’ultimo congresso ha
votato circa il 40% degli iscritti, lo stesso dicasi per la Conferenza
nazionale dei Giovani Comunisti. Di questi la metà non partecipa regolarmente
all’attività di partito e come si diceva poc’anzi una buona fetta si è
presentata solo per 10 minuti al momento del voto.
Questo fatto di per sé
introduce un elemento degenerativo nella vita politica del partito perché
spinge tutte le aree a cercare altre tessere per equilibrare gli altrui
“cammellaggi” ed è così che oggi in Rifondazione invece di fare una battaglia
per avere più attivisti, si fa una battaglia per le tessere (ma questa cosa non
è nuova ed esisteva anche nel Pci per non parlare di altri partiti).
La nostra proposta è che
il partito consideri militanti solo quei compagni che mostrino effettivamente
dei requisiti minimi (partecipazione regolare all’attività e al dibattito
politico all’interno di un circolo).
A tutti gli altri si
faccia una tessera da simpatizzanti cercando di coinvolgerli in tutti gli
aspetti del lavoro politico, ma fino al giorno in cui non garantiranno
un’attività costante non avranno diritto di votare nei congressi (il loro voto
sarà consultivo) e sugli aspetti decisivi della vita di partito.
Solo su un partito di tali
caratteristiche (che avrebbe presumibilmente 15-20mila militanti in tutta
Italia) si potrebbe innestare una politica e dei metodi rivoluzionari di lavoro.
Si dovrebbe riconoscere il
diritto di tendenza laddove esiste una piattaforma politica che giustifichi
l’esistenza di una frazione e con l’impegno da parte della minoranza a
riconoscere il diritto ovvio della maggioranza nel portare avanti la propria
linea politica.
La linea politica verrebbe
sottoposta a costante verifica della militanza (e le svolte non si
annuncierebbero sui giornali come avviene oggi) anche attraverso l’introduzione
di congressi annuali.
I gruppi dirigenti
smetterebbero di essere dei parlamentini e diventerebbero degli organismi
strutturati in modo da permettere un reale dibattito, dove tutti possano
prendere la parola e dare il proprio contributo, il che è possibile solo se
sono composti da un numero accessibile di membri.
I salari dei funzionari
(includendo quelli dei deputati, dei consiglieri, ecc.) non sarebbero superiori
a quelli di un operaio specializzato (diciamo un metalmeccanico di quinto
livello). Togliere i privilegi materiali che oggi esistono, oltre a migliorare
la situazione delle casse del partito, rappresenterebbe un forte antidoto
contro la burocratizzazione e la degenerazione.
Il carrierismo non può
essere combattuto solo con questi mezzi (che comunque aiutano) ma
fondamentalmente da un partito che veda al proprio interno un alto livello di
formazione e discussione politica tra i militanti che solo così possono
controllare e se necessario sostituire i propri dirigenti.
In definitiva si tratta di
riproporre il modello bolscevico, seppure adattato alle condizioni attuali. Un
partito di quadri che di fronte alle enormi contraddizioni generate dal
capitalismo sarà in grado un giorno di conquistare un’influenza di massa
conducendo i lavoratori alla conquista del potere ma che già oggi sarebbe
funzionale a stabilire importanti relazioni di massa che invece si vanno
perdendo ogni giorno di più.
Per questo ci battiamo da
una parte contro ogni istituzionalismo e dall’altra contro la tentazione
diffusa di disfarsi di uno strumento come il partito (per quanto oggi sia
trasandato) che nell’ultimo secolo, aldilà delle degenerazioni, da quella
stalinista a quella socialdemocratica, è stato un mezzo decisivo della lotta di
classe e continuerà ad esserlo a prescindere dalle chiacchiere movimentiste.
(1) Per
un approfondimento sulla questione rimando i lettori all’articolo scritto da
Claudio Bellotti: “A proposito del Che
Fare di Lenin” pubblicato sul nostro sito www.marxismo.net
(2) Si veda in proposito la polemica di Trotskij
con Shachtman, della minoranza del Swp, la sezione americana della Quarta
Internazionale. (L. Trotskij, In difesa del marxismo, pag. 239-40, Samonà e
Savelli)
(3) Per
queste rimandiamo alla lettura della Rivoluzione Tradita di Trotskij, edito recentemente
dalla nostra editoriale (Ac Editoriale coop arl).