FalceMartello
n° 170 * 9-10-2003
Wto
- il disastro di
Cancun e la crisi capitalista
Il commercio mondiale è
stato negli ultimi cinquant’anni il motore principale della crescita economica.
La distruzione di forze produttive in seguito alla Seconda guerra mondiale ha
costituito una spinta poderosa allo sviluppo, il che ha portato alla
ricostruzione europea e all’aumento degli scambi; si pensi che il commercio
mondiale dal 1948 al 1998 è cresciuto del 1800%, passando ad essere dal 7 al
17% del Prodotto interno lordo mondiale.
di Sonia Previato
Proprio questa crescita ha
convinto le potenze mondiali che per aumentare le loro sfere d’influenza fosse
meglio risolvere i contenziosi evitando i conflitti militari fra potenze, che
inevitabilmente avrebbero danneggiato o interrotto un ciclo economico così
positivo. Su queste basi nasce nel 1948 il Gatt (Accordo generale su tariffe e
commercio) e successivamente il suo erede, il Wto (Organizzazione mondiale del
commercio) nel 1995.
La capacità dei paesi
avanzati di accordarsi per la spartizione dei mercati è stata legata in questi
anni all’espansione generale degli stessi.
La crisi del
commercio mondiale
Oggi la situazione è molto
diversa. Negli ultimi 20 anni l’economia capitalista è cresciuta a ritmi
significativamente più lenti, con alti e bassi, il commercio mondiale è
cresciuto in media del 6% e nel 2001 ha subito un crollo significativo (-0,1%)
mentre nel 2002 la ripresa è stata molto contenuta (2,9%).
L’aspetto più importante
della recente crisi economica è rappresentato dal ruolo degli Stati Uniti.
Negli anni ’90 infatti la debole crescita, che pure c’è stata, era determinata
dalla capacità del mercato interno Usa di assorbire le eccedenze prodotte dagli
altri paesi, avendo quindi l’effetto di trascinare il commercio internazionale
e la crescita economica. Questa politica però è entrata in contraddizione con
la capacità produttiva degli Usa, arrivando ad una saturazione del mercato
interno e una sovrapproduzione del settore manifatturiero. Oggi gli Usa hanno
qualcosa come 1500 miliardi di dollari di merci invendute e un deficit
commerciale attorno ai 500 miliardi di dollari.
L’ipoteca sulla ripresa
del commercio mondiale è determinata proprio dalla crisi protratta degli Stati
Uniti. Nonostante un lieve aumento del Pil, i consumi interni sono deboli e
questo è legato al fatto che la disoccupazione continua a crescere, così come
la produzione industriale.
Questa situazione impone
al capitalismo Usa di aumentare le sue esportazioni conquistando spazi di
mercato a scapito delle altre economie e alzando barriere protezioniste per
difendere la produzione interna. A questa politica si aggiungono, ovviamente,
attacchi brutali alla classe operaia per aumentarne la produttività e far
crescere i profitti. In questa luce si comprende il calo del dollaro e la
politica interna e internazionale estremamente aggressiva dell’attuale
amministrazione Usa.
L’era degli accordi
commerciali fra ‘gentlemen’ è morta e sepolta. Infatti al momento attuale non
esiste nessun paese che, come fecero gli Usa negli anni ’90, possa assorbire le
eccedenze e quindi, inevitabilmente, nella misura in cui la crisi economica si
protrae, gli scontri per conquistare gli spazi commerciali e per difendere il
capitale nazionale assumono caratteri sempre più acuti.
Già negli anni ’90, solo
per fare alcuni esempi, c’è stata la guerra delle banane fra Usa e Ue e la
chiusura di quest’ultima alle carni americane trattate con gli ormoni, e agli
Ogm. Poi c’è stata la guerra dell’acciaio nella quale gli Usa hanno imposto un
dazio del 30% sull’acciaio extra Nafta e l’Ue del 26% sull’acciaio
extraeuropeo, a scapito di grandi produttori come la Cina, la Russia, il
Giappone e il Brasile.
La politica agricola
dell’occidente
La conferenza
interministeriale di Cancun era parte di un percorso iniziato a novembre del 2001
che doveva portare entro il 1° gennaio del 2005 alla liberalizzazione degli
scambi, spaziando dall’agricoltura, ai servizi, ai prodotti industriali fino ai
diritti di proprietà intellettuale. Sul piatto, secondo la Banca Mondiale,
c’erano 500 miliardi di dollari all’anno in più nel reddito dei cosiddetti
paesi in via di sviluppo in cambio di un accordo sulla liberalizzazione.
Con l’aria che tira
nell’economia mondiale questa proposta deve essere parsa ai paesi poveri
particolarmente offensiva e beffarda, a tal punto che si è imposto un blocco di
21 paesi, poi diventato di 23, guidato da Brasile, Cina, India e Sudafrica che
non è stato disponibile a fare concessioni.
Il conflitto è scoppiato
sui sussidi agroalimentari.
La politica dei paesi
capitalisti avanzati mira a detenere il controllo delle materie prime e
ovviamente il cibo è una fondamentale di queste.
Nei paesi avanzati,
attraverso lo sviluppo scientifico e tecnologico, la terra ha una maggiore
produttività rispetto ai paesi arretrati e può produrre eccedenze che vengono
immesse nel mercato mondiale abbassando i prezzi. Per garantire il controllo di
questo equilibrio i governi dei paesi avanzati sussidiano pesantemente la
propria industria agroalimentare, finanziando la produzione, l’esportazione e
adottando misure protezioniste all’importazione. I paesi occidentali spendono
per la propria agricoltura fra il 300 e i 320 miliardi di dollari ogni anno,
che per quando riguarda l’Europa significano finanziamenti tra il 35 e il 55%
del valore della produzione, a cui si aggiungono le tariffe all’importazione
che vanno dal 20% in su del valore importato.
Facciamo l’esempio del
cotone che è stato uno dei terreni della contesa a Cancun. Gli Usa sono il
maggiore esportatore di cotone, la loro produzione ha un valore di 3 miliardi
di dollari, i produttori americani ricevono sussidi dal governo pari a 4
miliardi di dollari e vendono sul mercato a un terzo del costo di produzione,
rovinando gli 11 milioni di produttori dell’Africa centro occidentale.
È ovvio che i governi di
Mali, Burkina Faso, Ciad e Benin vogliono eliminare i sussidi.
L’Unione europea ha varato
la nuova Politica agricola comune (Pac) che prevede una lieve riduzione dei
sussidi, nel tentativo di ridurre i costi della propria agricoltura, ma in realtà
il taglio dei contributi colpirà solo i piccoli agricoltori. Infatti di fronte
agli Usa che hanno appena varato una nuova legge che aumenta i sussidi agli
agricoltori, né gli europei, né gli americani possono permettersi di indebolire
i propri agricoltori, perché inevitabilmente questo andrebbe a vantaggio del
principale competitore.
Queste, in breve, sono le
ragioni per cui i paesi avanzati non possono rinunciare alla loro politica
agroalimentare e su queste basi si manterrà la contraddizione aberrante, per
cui una mucca europea riceve in sussidi 2 dollari al giorno, poco più di quello
con cui “vive” metà della popolazione del mondo.
Il ruolo dei paesi
oppressi
La grande novità del
conflitto a Cancun è stato il protagonismo dei cosiddetti paesi emergenti. Il
blocco del G23 ha tenuto testa a Usa e Unione europea, e questo sicuramente
ravviva l’orgoglio nazionale dei popoli oppressi dall’imperialismo, ma è
importante vedere quali prospettive ha questa battaglia. Secondo un calcolo
dell’Istituto internazionale di ricerca per le politiche alimentari,
l’abolizione di ogni forma di sussidio all’agricoltura garantirebbe un entrata
ai paesi poveri di circa 40 miliardi di dollari. Questa non è una cifra
irrisoria, ma il problema è che l’agricoltura dei paesi arretrati non è per
nulla competitiva nel commercio mondiale. Quindi anche se per pura fantasia
l’eliminazione dei sussidi fosse possibile, comunque non risolverebbe
l’asservimento di questi paesi all’imperialismo. I paesi arretrati vorrebbero
aumentare le loro esportazioni per avere moneta forte con cui alleviare il
debito che li strangola; dall’altra parte gli esiti delle politiche liberiste
sono sotto gli occhi di tutti e le mobilitazioni operaie contro i governi che
le applicano, il processo rivoluzionario in America Latina hanno certamente spinto i governanti
del G21 a far valere i propri interessi. Per quanto questi paesi possano fare
la voce grossa, fintanto che i loro popoli non si ribelleranno al giogo del
capitalismo, saranno sempre dipendenti dal mercato mondiale e i loro governi
non potranno sottrarsi ai futuri accordi bilaterali con i paesi imperialisti.
Un esempio su tutti la disponibilità del governo di Lula alla coltivazione
della soia transgenica americana.
Anche la Cina, per quanto
sia evocata da Usa e Ue quale nuova potenza mondiale che allaga il mercato di
merci a basso costo, in realtà è un paese dipendente dagli investimenti dei
paesi avanzati: si pensi che il 54% delle esportazioni cinesi sono di
multinazionali estere.
Al di là dei conflitti su
questo o quel terreno a Cancun si è incrinato il sistema generale con cui
funziona il Wto, tanto da far parlare Pascal Lamy, il negoziatore dell’Unione
europea, di sistema medioevale e di necessaria riforma con cui il Wto (148
paesi) prende le decisioni. Fra le potenze mondiali prende piede l’ipotesi di
procedere solo attraverso accordi commerciali bilaterali e relegare il Wto al
ruolo di tribunale per le controversie internazionali. Lungi dal risolvere i
problemi questa situazione produrrà conflitti ancora più accesi per il
controllo delle sfere di influenza.