FalceMartello
n° 170 * 9-10-2003
Contratto integrativo
IRCE: padrone all’offensiva
L’IRCE è una società
che produce fili smaltati e cavi elettrici con 4 stabilimenti in Italia situati
a Imola, Guglionesi (CB), Umbertide (PG), Pavia, uno in Inghilterra e uno in
Olanda. Detiene per quanto riguarda i fili smaltati il 25% del mercato italiano
e il 12% di quello europeo secondo fonti padronali.
di Domenico Minadeo
(delegato Rsu Cgil Irce)
Il bilancio 2002 si è
chiuso in calo rispetto all’anno precedente ma in positivo con un utile di
esercizio consolidato pari a 1,4 milioni di euro. Il 31 dicembre 2002 è scaduto
il contratto integrativo e la Rsu aveva, attraverso assemblee di reparto,
preparato una piattaforma che prevedeva nei punti più significativi: un
coordinamento annuale delle Rsu degli stabilimenti italiani, permessi per
terapie o visite specialistiche, una commissione che rivisitasse i livelli di
inquadramento del personale dei vari reparti, ridefinizione dei carichi di
lavoro dei reparti produttivi, aumenti delle indennità di turno pari al doppio
delle attuali, l’annullamento della correzione del premio aziendale legato alla
presenza (cioè se un lavoratore fa della malattia il premio subisce una
decurtazione in proporzione ai giorni di assenza), un aumento del premio
variabile di circa 750 euro e che alla scadenza del contratto l’ammontare del
premio variabile diventasse fisso.
Fin dai primi incontri il
padrone ha detto che le richieste erano alte e che l’andamento dei conti anche
nei primi mesi del 2003 erano negativi per cui non poteva soddisfare le
richieste se non in misura molto ridotta con un aumento delle indennità del 40%
e di 250 euro del premio mentre sugli altri punti picche. La Rsu ritenendo tali
proposte insoddisfacenti convocava una assemblea generale dei lavoratori e vista
la combattività convocava uno sciopero di 8 ore per il 3 Giugno che registrava
quasi il 100% di adesione se escludiamo i capetti con la partecipazione anche
degli impiegati.
Dopo questo sciopero il padrone
riconvocava la Rsu al tavolo facendo capire di essere disposto a delle aperture
che si sono rilevate poi molto modeste ma che bastavano per allungare la
trattativa, sfiancare i lavoratori e convincere la Rsu che in questo periodo di
difficoltà non si poteva pretendere di più. Gli argomenti hanno fatto presa
sulla Rsu nonostante io mi opponessi e spiegavo che non dovevamo cedere quando
dalla nostra parte avevamo la disponibilità dei lavoratori a lottare.
Qui veniva fuori la
volontà della Rsu a non voler andare allo scontro duro con il padrone per paura
che l’azienda potesse avviare un piano di ristrutturazione e si convocava una
assemblea per chiedere ai lavoratori un mandato per chiudere la trattativa su
delle posizioni che non erano quelle della piattaforma originale ma che
prevedevano solo una concessione del coordinamento, un aumento delle indennità
del 40%, un aumento del premio pari a circa 500 euro di cui 250 consolidati, la
ridefinizione dei carichi di lavoro annullando le altre richieste. I lavoratori
non avendo altre alternative con
il mal di pancia accettavano l’intesa ma il padrone, e questa è storia
di questi giorni vista l’arrendevolezza della Rsu ha fatto un altro affondo
chiedendo che i lavoratori del reparto centrale della fabbrica cioè dove viene
prodotto il filo smaltato fossero disposti per 5 volte all’anno e per 2
settimane a un aumento del carico di lavoro per far fronte alla richieste di
filo improvviso.
La Rsu pur dichiarandosi
subito contraria sconta adesso la mancanza di capacità di mobilitare i
lavoratori dopo mesi di inattività e dopo averli illusi che si stava per
chiudere il contratto e l’unica ipotesi che sta venendo fuori è di un nuovo
cedimento però con dei “paletti”. In Rsu ho difeso la posizione di
intransigenza e di mandare all’aria l’accordo ricominciando la trattativa con
il coinvolgimento dei lavoratori per costruire un percorso di lotte per
difendere la piattaforma originaria.
La situazione si definirà
nei prossimi giorni ma molto probabilmente si finirà per cedere e questa
vicenda insegna ancora una volta come il terreno migliore per i lavoratori per
ottenere qualcosa è quello della lotta e non i tavoli di trattativa. Si può
vincere solo con una direzione che
sappia mantenere una posizione indipendente dagli interessi dell’azienda e
raccogliere la volontà dei lavoratori per portare lo scontro fino alle estreme
conseguenze ed è quello che modestamente i sostenitori di questa rivista stanno
facendo.