FalceMartello
n° 170 * 9-10-2003
NO alla riforma delle
pensioni, via il governo Berlusconi!
Dopo mesi di
tentennamenti, di scontri nella compagine governativa, e notizie ufficiose
apparse sulla stampa, è chiara la proposta di controriforma delle pensioni del
governo.
Il governo tenta di
affondare il coltello con tanto di propaganda falsa e demagogica col supporto
di mass-media, economisti e intellettuali borghesi, per dare l’impressione di
un allarme sociale presentando lo stato dell’Inps e i suoi conti economici in
maniera catastrofica.
di Mario Iavazzi
L’esperienza del ’94
e la riforma Dini
Già nel ’94, dopo una
precedente esperienza in cui il governo Amato fece un provvedimento che bloccò
l’accesso alle pensioni, Berlusconi provò a riformare il sistema pensionistico
preparando una riforma che prevedeva l’allungamento dell’età pensionabile.
Il movimento operaio fermò
quel governo dandogli uno scossone che fu decisivo per la sua caduta.
Ma il fatto che Berlusconi
fallì non impedì alla borghesia di ottenere comunque una controriforma del
sistema pensionistico. Il Governo Dini varò, col sostegno dei Ds e dei
sindacati (il segretario della Cgil era Cofferati), nella primavera del 1995
una controriforma senza precedenti. Il sistema retributivo rimaneva valido solo
per chi nel ’95 aveva più di 18 anni di contributi, e comunque avrebbe avuto
accesso alla pensione dopo 35 anni di lavoro solo a patto di aver compiuto 57
anni d’età. Per i giovani (o chi aveva meno di 18 anni di contributi) veniva
instaurato il sistema contributivo, sistema che si basa sui contributi
effettivamente versati durante tutta la vita lavorativa e stando agli stessi
calcoli del sindacato con 35 anni di versamenti si aggirerebbe intorno al 60%
degli ultimi salari ricevuti.
Furono dunque le politiche
concertative dell’Ulivo e dei dirigenti di Cgil-Cisl-Uil a inaugurare la
politica della “dolce morte” per le pensioni pubbliche, introducendo inoltre
una odiosa divisione generazionale fra i lavoratori.
La legge Dini, inoltre,
apriva la strada ai fondi pensione integrativi che dirottano il tfr e i
contributi dei lavoratori verso una speculazione finanziaria gestita di comune
accordo dal padronato e dalle burocrazie sindacali.
Età contributiva da
35 a 40 anni
La riforma proposta oggi
prevede una modifica del sistema pensionistico in due fasi. La prima dal 2004
al 2007, anni in cui un lavoratore in età pensionabile, che decida di continuare
a lavorare per almeno due anni, avrà fino al 32,7% della propria retribuzione
in più in busta paga, cifra pari
ai contributi che normalmente un’azienda trattiene dalla retribuzione lorda per
versarla all’Inps. Questo non vale per i dipendenti statali che, in particolare
per le pressioni della Lega, non si potranno avvalere di questo “incentivo”. È
evidente che sulla questione del bonus il governo sta facendo una campagna
demagogica e vergognosa. Non dice che in realtà questi sono soldi dei lavoratori
che lo Stato decide di non trattenere. Quando sarà ora di andare in pensione ci
saranno due anni di contributi non versati che diminuiranno ulteriormente le
entrate dell’Inps. Ma l’Inps non aveva un buco enorme? In pratica, comunque, il
governo decide di “regalare” ai lavoratori soldi che sono già loro!
Dal 2008 in poi, invece,
il governo prevede per tutti l’aumento a 40 anni di contributi per la pensione
di anzianità. Nell’ipotesi di riforma, inoltre, è previsto un aumento
dell’aliquota contributiva dal 14% al 17% per arrivare al 19% tra qualche anno
per i co.co.co (ma non dovevano sparire?), contributi che sono a carico del
collaboratore per 1/3 ma che finiscono quasi esclusivamente per pesare solo
sulle spalle dei lavoratori visto che l’unica contrattazione prevista è quella
individuale e di fatto i committenti scaricano i costi sul compenso. Il 17%
sarà assoggettato anche agli associati in partecipazione, una figura di
lavoratori iper-precari molto presente nella grande distribuzione, per i quali
non era prevista contribuzione. C’è da dire che questo fondo gestione separato
da quello dei dipendenti, nel quale vengono versati i contributi dei
“parasubordinati”, risulta in attivo di decine di milioni di euro.
Falsa propaganda
La propaganda dei padroni
è partita col vento in poppa col messaggio a reti unificate di Berlusconi il 29
settembre.
“La situazione è
insostenibile e non ci sono più soldi nelle casse dell’Inps” dice il premier. A
leggere i dati che regolarmente vengono indicati dall’Inps stesso non parrebbe.
In ogni modo Berlusconi dovrebbe anche spiegare come mai questo è avvenuto. Le
responsabilità non sono dei lavoratori. Le uscite per gli ammortizzatori
sociali sono in notevole aumento. Ancora una volta è la contribuzione generale,
e quindi i lavoratori, a pagare la crisi di questo sistema economico. Dal 1
gennaio ai primi di luglio del 2003 su 58mila domande di pensioni di anzianità
il 20% provengono da cassaintegrazione, mobilità o indennità di disoccupazione.
Il governo, inoltre, nasconde che le voci più pesanti per le casse dell’ente
sono la decontribuzione e la stessa evasione contributiva. Aziende che assumono
lavoratori dalla cassaintegrazione o dalla mobilità infatti pagano il 50% dei
contributi all’Inps, per non parlare delle decine di possibilità per assumere
con sgravi fiscali e delle nuove formule contrattuali previste dalla stessa
legge 30. Un esempio su tutti: l’apprendistato, che prevede il versamento di
una contribuzione quasi inesistente, potrà essere proposto a persone fino a 29
anni di età. I lavoratori in nero, stimati dall’Istat in oltre 4 milioni,
rappresentano altre centinaia di milioni di euro che non entrano nelle casse
della previdenza a causa dell’evasione.
Il governo insiste dicendo
che “Questa riforma è necessaria per il bene dei giovani perché se andiamo
avanti così non godranno di una pensione”. Parole chiaramente strumentali per
creare una divisione generazionale all’interno del movimento operaio. È
ridicolo che si dica ciò mentre si precarizza il mercato del lavoro fino al
punto che nessun giovane tra qualche anno riuscirà mai ad accumulare 35 anni di
contributi, figurarsi 40! Questa controriforma colpisce tutti i lavoratori e in
particolare proprio i giovani.
“Il sistema che abbiamo
ereditato è stato concepito più di 50 anni fa quando la popolazione era molto
giovane e la vita più breve”. Sembra quasi dolersi lo Stato borghese, la
“grande famiglia” come dice il presidente, del progresso scientifico che porta
ad una crescita dell’aspettativa di vita. Ma la domanda che poniamo ai padroni
è: che progresso è se viviamo di più e lavoriamo altrettanto? Non è forse
progressiva una società che permetta la possibilità di vivere decentemente, con
una pensione degna dopo 35 anni di lavoro? I padroni confermano che per loro la
vita dei lavoratori è solo una merce per i loro profitti!
Le prospettive
Un sondaggio fatto il
giorno dopo il messaggio televisivo di Berlusconi pubblicato sul Corriere della Sera del 1° ottobre
diceva che solo il 25% degli italiani è favorevole ad alzare a 40 anni l’età
contributiva e che anche il 54% degli elettori che si sono dichiarati di
centrodestra non approva la proposta del governo.
Di peso molto maggiore
sono state le iniziative, diverse autoconvocate, di scioperi di un’ora o
assemblee spontanee il giorno dopo la presentazione della riforma. Nei luoghi
di lavoro si respira aria di mobilitazione, un fermento che cresce. Lo sciopero
generale di 4 ore di per sè non è sufficiente. I lavoratori, dopo 2 anni di
scioperi di 4 ore o comunque proclamati ogni 4 mesi, con grandi mobilitazioni
sfociate in nulla e che non hanno portato a grandi successi oggi chiedono ben
altro. Ci vuole uno sciopero generale di 24 ore che blocchi ogni settore
dell’economia, che metta in discussione le leggi antisciopero oggi in vigore.
Il paese deve fermarsi.
Il governo sa che in gioco
c’è la sua stessa esistenza e ha deciso di andare allo scontro, anche perché
non ha alternative. Del resto questa è la ragione per cui il centrodestra è
andato al potere. Ma il governo arriva a quest’appuntamento pieno di divisioni
al suo interno. Il movimento operaio non deve sottrarsi allo scontro e deve
mettere in campo tutta la forza che ha per fermare le politiche reazionarie.
Difesa delle pensioni,
ritiro della riforma Berlusconi ma anche di quella Dini oggi in vigore, per il
ritorno ai 35 anni per tutti, aumento sostanziale delle pensioni minime con
l’introduzione della scala mobile sulle pensioni per far fronte all’aumento dei
prezzi, via il governo Berlusconi!