FalceMartello
n° 170 * 9-10-2003
Pensioni, legge 30,
contratti…
È ora di convocare
lo sciopero generale di 24 ore
Berlusconi se ne deve
andare!
Fermare il paese con la
mobilitazione di massa
Berlusconi scende in campo
a reti unificate e dichiara nuovamente guerra ai lavoratori. Otto minuti di
messaggio con cui il premier operaio tenta di mettere in riga amici e nemici, caccia
un dito nell’occhio a Cisl e Uil e si brucia i ponti alle spalle.
L’offensiva del governo è
spinta da molte forze convergenti. La crisi economica colpisce l’Europa e pesa
sui bilanci statali, come dimostra il fatto che l’offensiva contro le pensioni
colpisce contemporaneamente Italia, Francia e Germania (dove Schroeder insiste
sulla sua linea dura sfidando i sindacati e andando a picco nelle elezioni
parziali).
I padroni pensano di poter
affondare il colpo dopo avere incassato la legge 30. Le grandi mobilitazioni
del 2002 non sono riuscite a bloccare l’offensiva contro i diritti dei
lavoratori, e questo ha sicuramente causato un momento di disorientamento nella
classe operaia. Contando su ciò, Confindustria ritiene di poter raddoppiare la
posta puntando a scardinare ulteriormente lo Stato sociale. Contano,
soprattutto, sull’evidente arretramento delle burocrazie sindacali, compresa
quella della Cgil, che hanno visto le mobilitazioni del 2002 come una parentesi
da chiudere al più presto per tornare alla “normale” concertazione.
Ma lorsignori hanno fatto
i conti senza l’oste! C’è troppa rabbia accumulata che ribolle. Le condizioni
sociali stanno rapidamente deteriorandosi, il peggioramento si avverte a
livello di massa, in particolare con l’espolosione dei prezzi (certo ben oltre
quel 2,9% ammesso dall’Istat) che erode salari e pensioni con una rapidità che
non si vedeva da anni.
In queste condizioni
l’attacco del governo e il modo arrogante con cui viene portato avanti non
possono che suscitare una reazione. Lo sciopero di 4 ore convocato da Cgil Cisl
e Uil per il 24 ottobre è solo l’atto minimo dovuto.
Noi pensiamo che a tale
sciopero si debba partecipare, non condividiamo l’appello di alcuni sindacati
di base a boicottare quella data e a scioperare separatamente. Tuttavia è
evidente che la mobilitazione del 24 parte con una pesante palla al piede, con
un carico di ambiguità e di punti negativi che non dobbiamo nascondere.
In primo luogo si tratta
di una mobilitazione del tutto insufficiente (solo 4 ore) prevalentemente
dimostrativa.
In secondo luogo, è chiaro
che le basi su cui si convoca questo sciopero sono le più arretrate. Di fatto
si tratta di uno sciopero per difendere una legge sulle pensioni, la riforma
Dini del 1995, che:
- non garantisce affatto
una pensione pubblica dignitosa per tutti e con l’introduzione del metodo
contributivo ha tagliato drasticamente il livello delle pensioni che, a regime,
si aggirerà attorno al 60% del salario;
- ha introdotto la
previdenza integrativa aprendo la porta alla speculazione finanziaria sulle
pensioni;
- ha diviso i lavoratori
fra giovani e anziani;
Inoltre la stessa legge
Dini prevede una “verifica” sull’andamento dei conti Inps nel 2005, “verifica”
che facilmente porterà alla “scoperta” che è necessario provvedere a nuovi
tagli. Insomma, sulla base della piattaforma sindacale rischiamo di scioperare
oggi per poi, nel 2005, vederci riproporre misure analoghe da parte degli
stessi dirigenti sindacali!
In nome dell’unità con
Cisl e Uil si accetta di mettere da parte tutti i temi controversi che
potrebbero irritare il suscettibile Pezzotta; non si parli di legge 30 e di
precarietà, quindi; non si parli di democrazia sindacale, o del diritto dei
lavoratori a decidere sugli accordi sindacali che li riguardano. Zitti e mosca,
e ringraziare Pezzotta e Angeletti che dopo aver firmato l’impossibile, dal
contratto separato dei metalmeccanici fino al “Patto per l’Italia”, ora si
degnano di convocare quattro ore di sciopero per le pensioni!
Intendiamoci, se allo
sciopero ci saranno i lavoratori iscritti alla Cisl o alla Uil questo è
positivo; ma la vera unità fra i lavoratori non può essere costruita con questa
equivoca diplomazia fra le segreterie: si può costruire solo con una
piattaforma realmente di svolta e con un percorso di mobilitazione credibile,
che non sia solo dimostrativo ma che punti realmente a mettere in campo tutta
la forza del movimento operaio per mandare a gambe all’aria questo governo.
In nome di questa falsa
unità si tenta di smussare gli angoli mettendo in ombra i punti di conflitto
più avanzati, a partire dai metalmeccanici. E purtroppo se il gruppo dirigente
della Cgil si piega alle esigenze dell’unità di vertice con la Cisl, il gruppo
dirigente della Fiom a sua volta si piega alle esigenze di Epifani. Il comitato
centrale della Fiom, quindi, ha deciso di rinviare lo sciopero generale della
categoria (con corteo nazionale) da mesi convocato per il 17 ottobre e ora
spostato al 7 novembre.
La spiegazione fornita
ufficialmente è: per far riuscire meglio lo sciopero del 24. Ma è una
spiegazione che non sta in piedi, i lavoratori metalmeccanici in lotta contro
il contratto bidone firmato da Fim e Uilm aspettavano la data del 17; il
messaggio dato è molto chiaro: lo sciopero del 17 era scomodo perché ricordava a
tutti che c’è aperto un problema grosso come una casa, ossia il vero e proprio
scippo del contratto nazionale operato da Fim e Uilm, e pertanto è meglio
rimuoverlo dalla scena. La scelta della Fiom indebolisce oggettivamente sia la
lotta dei metalmeccanici che quella per le pensioni.
Male che la Cgil si pieghi
a questa logica, malissimo che lo faccia la Fiom, inqualificabile (ma non certo
sorprendente) che lo faccia la cosiddetta sinistra Cgil di “Cambiare rotta”. E
ci domandiamo a che diavolo serve una sinistra nella Cgil, se alla fine nella
riunione del Comitato centrale della Fiom l’unico voto contro lo slittamento
dello sciopero (oltre a due astensioni) è venuto dal nostro compagno Paolo
Brini.
Ma le ambiguità del 24 non
si limitano al solo terreno sindacale. Il centrosinistra si scaglia a parole
contro la riforma delle pensioni di Berlusconi. Ma è evidente che per tutte
queste forze il problema non è affatto difendere un diritto elementare, ma solo
quello di usare le difficoltà del governo per raccogliere un risultato sul
terreno elettorale.
Qui la contraddizione è
davvero clamorosa. Nel 1994 Prodi invitò Berlusconi, allora al governo, a
insistere con la sua riforma delle pensioni; oggi dal suo “alto incarico” di
presidente della Commissione europea è uno dei principali responsabili del
massacro contro le pensioni che si sta portando avanti in Italia, Francia e
Germania. Dovrebbe essere chiaro anche a un bambino di cinque anni che in
questa lotta Prodi non è un alleato, ma un avversario, così come lo sono tutti
coloro (e sono molti!) che nel centrosinistra hanno detto più o meno
apertamente che le pensioni si possono toccare (ultimo l’ex ministro diessino
Bersani). Ma questa palmare evidenza sfugge completamente al compagno
Bertinotti, che in tutta serietà spiega che la mobilitazione può aprire la
strada alla caduta del governo (e su questo ovviamente siamo d’accordo), e che
di fronte al fallimento della destra si apre la strada per una alleanza di
governo fra il Prc e l’Ulivo capeggiata dallo stesso Prodi!
Va detta apertamente la
verità: questo sciopero viene concepito da chi lo ha convocato come la classica
valvola di sfogo per evitare un’esplosione di rabbia, e viene concepito dal
centrosinistra come un comodo sgabello su cui salire; nella logica di questi
signori le piazze piene vanno bene fintanto che non disturbano più di tanto il
manovratore. Ben venga quindi lo sciopero, ci dicono i D’Alema e i Bersani, ben
venga anche la manifestazione unitaria delle opposizioni proposta da
Bertinotti; le piazze piene fanno scena, ma i governi “non si abbattono con la
piazza”; alla fine i lavoratori ritornano in fabbrica e a tirare le fila saremo
noi nelle prossime elezioni.
La riuscita dello sciopero
del 24 non si potrà quindi misurare solo con percentuali di adesioni o numeri
di manifestazioni; lo sciopero si potrà dire riuscito se riusciremo a farne
un’occasione per esprimere i veri sentimenti di rabbia e di volontà di lottare
che si accumulano ogni giorno di più, dando il via a una mobilitazione che
rompa gli argini posti dal vertice sindacale e che rompa le uova nel paniere a
Prodi e D’Alema.
Il governo è sicuramente
indebolito, ma non dobbiamo pensare che possa cadere solo per la sua crisi
interna. Il potere di ricatto di Berlusconi sui suoi alleati è ancora forte.
Dobbiamo imparare la lezione degli ultimi due anni: le manifestazioni oceaniche
e due scioperi generali non sono bastati a far cadere il governo. Dobbiamo
uscire dalla logica delle mobilitazioni puramente dimostrative e confinate a un
terreno solamente difensivo (ieri l’articolo 18, oggi le pensioni). È
necessario che emergano rivendicazioni offensive, unificanti, che possano dare
voce alle reali esigenze di milioni di lavoratori, di disoccupati, pensionati,
studenti, in particolare:
- una seria battaglia sul
fronte dell’inflazione: aumenti salariali cospicui e uguali per tutti, che
recuperino quanto perso in dieci anni di concertazione; un salario minimo
legale, legato all’inflazione, primo passo per garantire condizioni di vita
decenti ai milioni di precari e “atipici” non tutelati da alcun contratto di
lavoro; una pensione pubblica e dignitosa per tutti dopo i 35 anni di lavoro;
- una battaglia a tutto
campo contro il precariato, contro la legge 30 ma anche contro le forme di
precariato introdotte dal centrosinistra con il “pacchetto Treu”, con
l’obiettivo finale di trasformare tutti i contratti precari in contratti a
tempo indeterminato;
- una battaglia per la
difesa della scuola e dell’università pubbliche, contro i regali alle scuole
private e contro la logica di privatizzazione strisciante e di selezione di
classe che sta devastando l’istruzione pubblica;
- una lotta per la difesa
dei posti di lavoro minacciati dalle varie crisi aziendali, partendo la
riduzione dell’orario di lavoro fino ad arrivare se necessario a rivendicare
l’esproprio sotto il controllo dei lavoratori delle aziende che licenziano o
chiudono, a partire dalla Fiat.
A una piattaforma
offensiva devono corrispondere metodi di lotta adeguati. Lo sciopero generale
deve essere veramente tale, fermare il paese per 24 ore anche rimettendo in
discussione le leggi antisciopero; e se ciò non bastasse, bisogna alzare ancora
il tiro, andare a una mobilitazione prolungata e in crescendo, rendere
ingovernabili le aziende e il paese; il vero black out lo possiamo fare noi,
spegnendo il governo e la Confindustria!
Se qualcuno pensa che
questa sarebbe una strada magari giusta ma troppo ardua e difficilmente
praticabile, lo invitiamo a riflettere su un fatto: la strada del “minimo
sforzo”, la strada apparentemente “ragionevole” proposta ovunque dalla sinistra
riformista e dai dirigenti sindacali, non ha portato alcun risultato tangibile;
gli sbocchi sono solo due: o piegarsi in nome delle “compatibilità”, come hanno
fatto la Cisl e la Uil fino a ieri, o come ha fatto la Cfdt francese firmando
la controriforma delle pensioni; oppure proclamare la lotta senza però trarne
le conclusioni e senza un piano credibile andare oltre le manifestazioni
periodiche, con il rischio evidente di sfiduciare i lavoratori senza ottenere
alcun risultato.
Le esperienze di cui siamo
testimoni attraverso il lavoro di tanti compagni che sostengono la nostra
rivista, ci dicono tutte la stessa cosa: ovunque ci sia un delegato sindacale, una
struttura periferica, un punto di riferimento in grado di proporre e
organizzare lotte più dure e conflittuali, la risposta dei lavoratori è sempre
positiva; abbiamo visto ritornare metodi di lotta come gli scioperi senza
preavviso, a “gatto selvaggio”, articolati in modo da causare il massimo danno
alla produzione, metodi di lotta che da decenni sembravano dimenticati; fra i
metalmeccanici compaiono primi tentativi dei delegati di coordinarsi fra loro,
di costruire strutture di lotta legate più strettamente ai luoghi di lavoro.
Continuiamo a incontrare centinaia di lavoratori più o meno pesantemente
precarizzati e “flessibilizzati” che cercano la strada per organizzarsi nel
sindacato e imporre il rispetto di diritti minimi elementari nelle aziende.
È questa la strada da
battere per i comunisti, altro che inseguire gli accordi di governo con Prodi e
compagnia bella!
L’autorganizzazione dal
basso è oggi il terreno decisivo sul quale dobbiamo impegnarci, riscoprendo le
migliori tradizioni della classe operaia italiana. La storia delle lotte
operaie dall’Autunno caldo del 1969 alla lotta per la difesa della scala mobile
innescata dai consigli di fabbrica autoconvocati del 1984 (quella stessa lotta
che oggi Fassino rinnega come “superata e perdente”), ci insegna che il
moderatismo dei vertici sindacali può essere messo in crisi dall’irruzione del
protagonismo operaio. Ed è per portare in piazza questo protagonismo che saremo
in piazza il 24 ottobre e oltre.
7 ottobre 2003
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