FalceMartello
n° 169 * 4-09-2003
La scuola pubblica deve
essere per tutti!
Secondo l’Istat esiste
un legame tra il titolo di studio ed il reddito: chi ha un titolo di studio più
alto, guadagna di più. Ma questo è il classico gatto che si morde la coda. La
privatizzazione dell’istruzione pubblica, infatti, crea un legame sempre più
diretto tra reddito e titolo di studio: chi ha più soldi può garantire al
proprio figlio un’istruzione migliore. Un laureato, magari dirigente d’azienda,
potrà pagare l’accesso all’università al proprio figlio. Un operaio, magari
munito di diploma tecnico, dovrà consigliare al proprio figlio un corso di
formazione professionale con rapido accesso al mercato del lavoro. Questa
equazione può essere ridotta ai minimi termini: i figli degli operai saranno
operai, i figli dei ceti abbienti potranno accomodarsi nei quartieri alti della
società.
Coordinamento Nazionale
Csp-Csu
Certo, non sempre tutto va
come dovrebbe andare. Ogni tanto qualche figlio di operaio, studiando e
lavorando, riesce ad arrivare alla laurea. Secondo la statistica succede 1
volta su 100, cioè su 100 figli di operai 1, a costo dei peggiori sacrifici,
riesce a laurearsi. La Moratti sta lavorando perché una simile anomalia venga
rimossa al più presto. Noi al contrario lottiamo perché questa smetta di essere
un’eccezione e diventi la regola.
Il capitalismo dice di
basarsi sulla concorrenza, ma di che concorrenza si tratta? Istruzione, cultura
e strade spianate per chi ha già i soldi. Ignoranza e sfruttamento per il resto
della popolazione.
Costi esorbitanti
Le statistiche ufficiali
si ostinano a dare l’inflazione, l’aumento dei prezzi, al 2,8%. Chiunque può verificare
nella propria esperienza quotidiana come non sia così. Nel campo
dell’istruzione l’aumento dei prezzi è ancora più evidente. Secondo l’Intesa
dei consumatori (Adoc, Adusbef, Codacons, Federconsumatori) “Ogni famiglia
spenderà per la scuola in media 550 euro, il 10% in più rispetto allo scorso
anno».
I libri di testo sono
aumentati negli ultimi 5 anni ad un ritmo del 4% annuo. Va da sé che l’Aie
(l’associazione degli editori) smentisca un simile dato, sostenendo che
l’aumento dei prezzi dei libri sia al di sotto dell’inflazione programmata.
Tanto valeva che ci raccontassero che gli asini volano. E’ un’ingiustizia
risaputa da tutti: ogni anno le case editrici si limitano a cambiare l’indice,
qualche titolo e la copertina dei libri di testo per giustificare aumenti
esorbitanti e rendere più difficile il mercato dei libri usati. Così il prezzo
dei libri, lo strumento fondamentale per ogni studente, è determinato dai
pruriti di questi sciacalli. Tutti lo sanno, ma nessuno fa niente. La realtà è
che l’unica soluzione sarebbe la creazione di una casa editrice statale che in
collaborazione con i docenti selezioni e aggiorni i testi, distribuisca i libri
alle scuole e permetta così la creazione di un sistema nazionale di comodato
d’uso dei libri: ogni studente riceverebbe i libri gratuitamente all’inizio
dell’anno scolastico e li pagherebbe al termine dell’anno solo se vuole (e può)
tenerseli o se li ha rovinati.
Ad una simile misura va
aggiunta l’immediata gratuità dell’iscrizione a scuole ed università. In
particolare le spese universitarie sono ormai fuori controllo. La retta
universitaria media era di 800mila lire nel 1994 e di 800 euro l’anno scorso.
Ogni difensore del capitalismo ci riderà in faccia: “la vostra è demagogia, non
si può avere nulla gratuitamente, se vuoi l’istruzione devi pagare”. Per
l’appunto i lavoratori pagano l’istruzione per i propri figli. Il problema è
che la pagano due volte! I lavoratori dipendenti pagano già le tasse in busta
paga. Anzi, sono gli unici che le pagano sicuramente fino all’ultimo centesimo.
Questi soldi dovrebbero essere trattenuti dallo stato per pagare (così si
suppone!) istruzione, sanità e pensioni. Quando ci viene chiesta la tassa
d’iscrizione a scuole ed università, ripaghiamo ciò che ci hanno già tolto.
I soldi che vengono
prelevati dal reddito delle nostre famiglie finiscono in spese militari,
interessi per il debito pubblico creato dai grandi evasori fiscali e dai regali
fatti a Confindustria sotto forma di incentivi e sgravi fiscali. L’ultimo dato
è che per l’attivazione dei contratti d’area (contratti in cui i lavoratori
vengono pagati di meno, con meno diritti) siano finiti in sei mesi nelle tasche
degli imprenditori 6 miliardi di euro a fondo perduto. Non facciamo demagogia:
chiediamo istruzione, sanità e pensioni invece che armi e regali a
Confindustria.
Per un’istruzione di
qualità
“Il 12 per cento delle
famiglie residenti in Italia, esattamente 7.828.000 cittadini, vive sotto la
soglia di povertà. Un dato rimasto pressoché invariato negli ultimi 5 anni “ (Fonte Caritas e Fondazione Zancan). Per questo settore della popolazione
studiare è un miraggio. Ma i costi dell’istruzione sono ormai inarrivabili
anche per un reddito operaio medio.
Agli ostacoli economici si sommano poi gli sbarramenti didattici. La
riforma Moratti costringe uno studente a scegliere a 14 anni se intraprendere
una carriera universitaria o la formazione professionale. Non si tratta di una
scelta basata sui gusti
personali. Chi intraprende il percorso
liceale e poi universitario deve poter mettere in conto di essere mantenuto
dalla famiglia per dieci anni. E’ una certezza che poche famiglie operaie
possono dare ai propri figli. Già oggi i figli dei lavoratori sono concentrati
negli Istituti Tecnici o Professionali, cercando la via più breve per arrivare
al mondo del lavoro. A questa ingiustizia contrapponiamo la richiesta
dell’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni, con un percorso di studi
uguale per tutti fino ai 18 anni: un’istruzione che introduca tutti alle
materie umanistiche, scientifiche e tecniche. Solo a 18 anni la scelta per
l’università potrà essere così consapevole, specializzando i nostri studi in
vista del mondo del lavoro.
La mancanza di corsi di recupero degni di questo nome lascia, poi, gli
studenti al mercato delle ripetizioni private. Anche qua è la stessa storia:
chi può pagare, potrà recuperare. Contemporaneamente si abbassa la qualità
dello studio in classe. La dequalificazione dell’istruzione pubblica è
funzionale ad un doppio processo: stimola i redditi più alti ad iscriversi alle
scuole private, mentre stimola i redditi più bassi a concludere gli studi il
prima possibile. Ma mentre piovono milioni di Euro di soldi pubblici sulle
scuole private (l’ultimo caso è la scandalosa legge votata dalla giunta di centro-sinistra
dell’Emilia Romagna), per la scuola pubblica si risparmia su tutto. Le aule
sono sovraffollate ma non c’è nessun piano per la creazione di nuovi istituti.
Ogni anno assistiamo al balletto delle cattedre. Per risparmiare, infatti, si
relegano alla disoccupazione, all’attesa snervante per una cattedra, 400.000
potenziali docenti. Da due anni l’anno scolastico si apre con 90.000 cattedre
vacanti, ma le nomine di ruolo sono bloccate e vengono coperte con insegnanti
precari. Secondo la Cgil scuola il 20% dei lavoratori dell’istruzione (bidelli
e personale tecnico compreso) sono precari.
Per essere aperta a tutti,
la scuola deve essere gratuita. Per essere data a tutti, l’istruzione deve
essere obbligatoria almeno fino ai 18 anni. Per essere degna di chiamarsi
istruzione, deve essere di qualità, con l’assunzione a tempo indeterminato di
tutti i docenti e la creazione di nuovi istituti e nuove aule.
Organizzati e lotta:
con il Csp, con il Csu!
Ciò che chiediamo è
giusto. Ci spetta. Ma non per questo ci verrà regalato. Il centro-sinistra e la
destra hanno avuto la stessa premura nell’attaccare l’istruzione pubblica. Se
questo ha avuto un effetto di disorientamento su molti studenti di sinistra,
oggi può costituire un elemento di chiarificazione. Non è l’urna la via
principe per difendere i nostri diritti, ma la lotta. Solo la lotta unitaria di
studenti e lavoratori potrà ottenere un reale diritto allo studio.
Ma una lotta presuppone
misurarsi con la forza dell’avversario. Berlusconi e Confindustria hanno a loro
disposizione un potente apparato mediatico. Questo è vero. La Moratti si basa
sull’apparato ministeriale, sulla forza repressiva e capillare dei presidi.
Anche questo è vero. Alla loro organizzazione centralizzata, dobbiamo
rispondere con altrettanta organizzazione. Il movimento studentesco italiano ha
bisogno di una struttura organizzata permanente di attivisti che in ogni scuola
ed università sia il collettore di chiunque voglia impegnarsi nella nostra
lotta. Ma la nostra organizzazione non può basarsi, come la loro, sulle
menzogne, sulla gerarchia e sulla potenza economica. Su cosa allora?
In primo luogo deve
basarsi sul numero, perché è la nostra forza principale. Cosa sarebbe infatti
l’istruzione se incrociassero le braccia gli studenti ed i lavoratori della
scuola? Un guscio vuoto e nient’altro. Abbiamo bisogno quindi di comitati e
collettivi radicati in ogni singolo luogo di studio. In secondo luogo, però, la
massa d’urto delle nostre lotte deve essere indirizzata verso obiettivi
precisi, per evitare che i nostri sforzi siano deragliati su un binario morto.
Abbiamo bisogno quindi che questi comitati e collettivi nascano sulla base di
un programma di strenua difesa del diritto allo studio. In terzo luogo, questa
struttura deve basarsi sull’adesione volontaria e sulla convinzione politica
dei suoi aderenti. Ma tale convinzione può essere raggiunta solo con un
continuo confronto democratico. Abbiamo bisogno quindi che questi comitati e
collettivi eleggano i propri responsabili e siano collegati dall’elezione di un
unico comitato nazionale. Infine non possiamo basarci su nient’altro che sulle
nostre finanze, per essere realmente indipendenti. Abbiamo bisogno quindi di
un’organizzazione che si basi sull’autofinanziamento, sulle offerte e sulle
quote di adesione degli stessi studenti.
Una tale organizzazione,
in embrione esiste già e la stiamo costruendo: si tratta del Csp (Comitato in
difesa della Scuola Pubblica) nelle scuole superiori e del Csu (Coordinamento
Studentesco Universitario) nelle università. A giugno entrambe queste strutture
hanno tenuto la loro conferenza nazionale per votare democraticamente il
proprio programma ed i propri comitati nazionali. Il risultato di quella
conferenza è contenuto nei documenti programmatici del Csp e del Csu che puoi
leggere e richiederci come indicato nei box a fianco. Unisciti al nostro
sforzo! Crea comitati e collettivi in difesa della scuola pubblica! Unisciti al
Csp ed al Csu! Il nostro simbolo è il pugno chiuso che stringe una matita ed
una chiave inglese, simbolo dell’unità tra studenti e lavoratori! Alza questo
pugno, organizzati e lotta!