FalceMartello
n° 169 * 4-09-2003
A 30 anni dal golpe di
Pinochet
Lezioni dal Cile (1970-73)
Ascesa
e sconfitta di Unidad Popular
La mattina dell’11
settembre di trent’anni fa, sotto gli occhi increduli di tutto il mondo, in
Cile il braccio armato dell’oligarchia annegò in un mare di sangue le speranze
di un popolo che aveva osato sfidare il potere e gli interessi di chi lo
affamava. Da quel golpe è nata una dittatura mostruosa. In questo articolo si
percorre la storia del Cile per ricostruire nel quadro dello sviluppo della
lotta di classe in Cile le cause dell’ascesa e della sconfitta di una
rivoluzione che ha segnato la vita di una generazione, per trarne gli
insegnamenti più importanti ed impedire che ancora una volta il sonno della
ragione generi altri mostri come il regime del generale Augusto Pinochet
Ugarte.
di Francesco Merli
La nascita del
capitalismo cileno
Il processo di sviluppo
capitalista del Cile avvenne in modo turbolento e rapido, presentando il
carattere diseguale e combinato proprio di ogni capitalismo sviluppatosi
nell’epoca dell’imperialismo. Il prezzo pagato dalla borghesia cilena per
questo suo ingresso ritardato nel mondo capitalista fu di trovarsi, già sui
blocchi di partenza, sovrastata in potere economico e politico dalla vecchia
aristocrazia coloniale, alleata dell’imperialismo, proprietaria delle terre e
arricchitasi negli scambi commerciali in modo tale da controllare anche le
banche.
In secondo luogo, ben
prima di giungere ad un consolidamento della propria fisionomia di classe, la
borghesia si trovò a fare i conti con la rapida formazione di un numeroso e
combattivo proletariato. La prima legge antisciopero fu introdotta in Cile nel
1865 e negli anni successivi si moltiplicarono fra i capitalisti cileni le
grida di allarme per la diffusione tra il proletariato della “malattia” finora
sconosciuta dello sciopero e della lotta di classe.
Nella seconda metà
dell’800 la borghesia andò comunque conquistando un po’ alla volta la direzione
della società. Le vittorie nelle guerre contro Perù e Bolivia avevano permesso
l’espansione territoriale e la conquista degli importanti campi minerari del
nord. Con la conquista delle province di Tarapacà e Antofagasta dal Perù,
depositi importanti di nitrati passarono in mano all’oligarchia cilena. Nel
1883 la guerra del Pacifico risolse a favore del Cile la questione del
controllo su questi depositi. Il Cile prese possesso della provincia peruviana
di Tacna, con la promessa di indire un plebiscito (che ebbe luogo solo nel
1928).
I nuovi possedimenti
minerari facilitarono il consolidamento della nazione cilena e conferirono
maggior impeto allo sviluppo capitalistico, ma la spinta riformatrice e
liberale entrò inevitabilmente in conflitto con l’oligarchia e l’imperialismo,
così quando il Presidente Balmaceda tentò di dare ai cileni il diritto di
disporre delle proprie risorse minerarie, l’oligarchia insorse con l’appoggio
britannico e scatenò la guerra civile fino alla sconfitta nel 1891 di
Balmaceda, cui non restò che il suicidio.
La borghesia cilena trovò
a questo punto il modo di accordarsi con l’oligarchia per spartirsi i profitti
del rame e del salnitro, spinta a questa decisione anche dalla necessità di far
fronte comune contro l’ascesa del proletariato, determinando infine la fusione
tra Liberali e Conservatori. Come epitaffio sulle residue velleità progressiste
della borghesia cilena queste parole scritte con protervia nel 1892 dal
banchiere cileno Eduardo Matte, esponente di punta dell’oligarchia, sul proprio
giornale, El pueblo: “I padroni del Cile siamo noi, i padroni del
capitale e della terra; tutti gli altri sono massa influenzabile e vendibile,
essa non conta né come opinione né come prestigio”.
Il compromesso fra le
varie frazioni della classe dirigente trovò la sua espressione nei due decenni
successivi sul terreno della politica; con un lungo periodo di parlamentarismo.
Le cifre per la
produzione di nitrati dimostrano il segreto della “democrazia cilena” di quel
periodo:
1892 300.000
ton.
1896 1.000.000
ton.
1901-1910 1.720.000
ton. (media annua)
1911-1920 2.500.000
ton. (media annua)
Dal 1910 al 1918 l’aumento del commercio mondiale e della domanda di
nitrati cileni fece salire del 75 per cento il prezzo di questo prodotto.
Nello stesso periodo si verificò qualcosa di simile con il rame che, poco a
poco, sostituì i nitrati come esportazione più importante del paese. La
produzione del rame aumentò a una media di 33.000 tonnellate l’anno dal 1901 al
1910 e di 68.000 tonnellate dal 1911 al 1920. Il commercio estero del paese
aumentò da un valore totale di 140 milioni di pesos nel 1896 a 580 milioni nel
1906.
In questa “epoca d’oro”
del capitalismo cileno, la classe dominante cilena si sottomise nel modo più
servile all’imperialismo straniero. Già al tempo della Prima guerra mondiale il
50 per cento degli investimenti nel settore minerario era di origine straniera.
Ben presto l’imperialismo, soprattutto quello americano, si impossessò
dell’industria del rame. Nel 1904, El
Teniente, da cui si estraeva un terzo della produzione nazionale, passò in
mano ad un’impresa nordamericana. Nel 1912, Chuquicamata
fu comprata da un’altra impresa nordamericana. Questa miniera produceva la metà
circa del totale nazionale. Nel 1927 la compagnia nordamericana Anaconda comprò
Potrèllos, che rappresentava un sesto
della produzione nazionale del rame. Durante più di mezzo secolo, compagnie
come Anaconda e Kennecot Copper hanno perpetrato un saccheggio vero e proprio delle risorse minerarie del paese,
accumulando immense fortune a spese della classe lavoratrice cilena. Come per
il rame il monopolio straniero si impose anche per gli altri settori come il
ferro, minerale che in Cile si trova in abbondanza e di buona qualità. La
maggior parte del ferro cileno andò negli Stati Uniti, di norma, imbarcato direttamente
su navi nordamericane o britanniche.
L’ascesa del
movimento operaio
D’altra parte l’ascesa
dell’economia cilena rese possibile lo sviluppo dell’industria e della classe operaia,
dai 150 mila operai del 1890 agli oltre 200 mila del 1900, ai 300 mila del
1910. Con lo sviluppo dell’industria e del commercio, i contadini poveri
emigrarono in massa dai campi nelle città. Nel 1907 il 43,2 per cento della
popolazione abitava nei centri urbani. Solo a Santiago viveva il 14 per cento
della popolazione totale. Questo processo rapido di proletarizzazione portò ai
primi tentativi di organizzare la classe operaia, cominciando sul terreno
sindacale.
Lo scontro di classe si
fece sempre più acceso e furono numerosi i casi di operai uccisi durante
manifestazioni o scioperi.
Il 15 dicembre 1907
cominciò lo sciopero degli operai del salnitro ad Iquique, un porto nel nord
del paese, per aumenti salariali e contro le condizioni inumane. Dopo una
settimana i padroni decisero di chiudere a modo loro la vertenza. Secondo le
parole di Juan Cárdenas Munoz, un operaio scampato casualmente alla strage: “la mattina del 21 … udimmo lo sgranarsi dei
colpi delle mitragliatrici. Eravamo a circa tre isolati di distanza. Uscii in
strada, la gente era smarrita come fosse venuto il terremoto. A notte
cominciarono ad arrivare alla scuola i carri della municipalità che uscivano
dal recinto carichi di cadaveri. I morti furono oltre duemila. I cadaveri
venivano gettati nelle fosse del cimitero n. 3. Il giorno dopo incontrai alcuni
sopravvissuti che nella loro disperazione volevano rinunciare alla nazionalità
cilena” (citato nell’introduzione di R. Sandri a S. Allende, La via al socialismo, Ed. Riuniti,
1971).
La strage della Scuola
Santa Maria ad Iquique rappresentò uno spartiacque per la coscienza operaia
della necessità di costruire un’organizzazione indipendente dei lavoratori. Il
4 giugno del 1912, Luis Emilio Recabarren cercò di dare un’espressione politica
al movimento operaio cileno con la formazione del Pos (Partido obrero socialista), proprio ad Iquique.
Gli anni ’20 e
l’impatto della rivoluzione russa
La Rivoluzione d’Ottobre
fu l’avvenimento chiave nel processo di presa di coscienza dei lavoratori
cileni. In un’aria di radicalizzazione generalizzata, il Partido obrero
socialista si dichiarò a favore della Rivoluzione Russa, e il 1° gennaio 1922
il suo IV congresso accettò le 21 condizioni per l’entrata nell’Internazionale
Comunista, cambiando il suo nome in Partido comunista de Chile.
Per tutti gli anni ’20
alla crisi economica per il crollo del mercato del salnitro, si affiancò
l’instabilità politica, evidenziata da una serie di pronunciamientos (proclamazione di governi imposti “di fatto” con
la sponsorizzazione di questo o quel settore dei militari) e dal cambiamento
della Costituzione nel 1925. La recessione mondiale del 1929 colpì duramente il
Cile, obbligandolo ad abbandonare la parità con l’oro e a ripudiare il debito
estero. La produzione mineraria nel 1929 raggiunse solo il 52% della media del
periodo 1927-29. La disoccupazione aumentò massicciamente. Dei 91mila minatori
occupati nel 1929 ne rimasero soltanto 31mila alla fine del 1931.
La crisi della classe
dirigente cilena fu messa a nudo dalla crisi governativa permanente che
caratterizzò gli anni ‘20. Il fermento fra gli studenti indicava uno scontento
generalizzato fra i ceti medi. Alle proposte degli studenti si unirono i medici
ed altri settori professionali. Si susseguirono una serie di manifestazioni
violente che portarono al collasso della dittatura di Ibanez, il quale fuggì
dal paese. Se fosse esistito un autentico
partito rivoluzionario di massa nel Cile, la situazione prerivoluzionaria si
sarebbe potuta trasformare in rivoluzionaria, con la presa del potere da parte
della classe lavoratrice.
La tragedia della classe
operaia cilena fu che il consolidamento del Partito Comunista coincise con la
degenerazione stalinista dell’Urss. Lo stesso processo si ripeté in tutti i
partiti dell’Internazionale Comunista (Comintern), che seguivano ciecamente la
linea politica determinata dagli interessi della burocrazia russa. A partire
dal 1928, l’Internazionale, creata in base alla politica leninista
dell’internazionalismo proletario, approvò ufficialmente la linea stalinista
del “socialismo in un solo paese”, decisione che, a tutti gli effetti,
trasformò i partiti comunisti in semplici strumenti della politica estera della
burocrazia russa e contestualmente fu avviata l’opera di “bolscevizzazione” dei
partiti dell’internazionale, non ultimo quello cileno, ovvero di epurazione dei
partiti comunisti da ogni forma di opposizione alle direttive della burocrazia
stalinista. La capitolazione alla teoria stalinista del “socialismo in un solo
paese” fu il passo decisivo nella degenerazione nazional-riformista di tutti i
partiti del Comintern.
Agli ordini della
burocrazia stalinista che aveva tradito la Rivoluzione russa, i partiti
dell’Internazionale approvarono l’idiozia da ultrasinistra del cosiddetto Terzo periodo, secondo la quale il
crollo del capitalismo era da considerarsi imminente e pertanto tutte le
organizzazioni della classe operaia non comuniste (ovvero staliniste) erano da
considerarsi alleate della reazione fascista e quindi “socialfasciste”. Questa
politica fu la causa della sconfitta terribile della classe operaia tedesca nel
1933. In molti paesi i partiti comunisti persero la loro base di massa in
conseguenza di questa pazzia, che andava direttamente contro la politica del
Fronte Unico spiegata da Lenin. Anche in Cile i risultati della politica
stalinista furono disastrosi. Il Pcc venne ridotto ad un gruppuscolo settario,
isolato dalle masse nel momento decisivo, e, totalmente incapace di dare una
direzione seria al movimento rivoluzionario.
La conseguenza di questa
impasse fu un’occasione persa. Il breve governo “socialista” di Carlos Dávila
fu rovesciato dal colpo di Stato di Arturo Alessandri, esponente di una vera e
propria dinastia all’interno dell’oligarchia, nel settembre del 1932. È
interessante notare che il partito “liberale” della borghesia cilena, i
radicali, appoggiò Alessandri. Di fatto, negli anni ‘30, il Partito radicale fu
controllato da una cricca di latifondisti e grandi capitalisti.
Il disastro del ‘32 fu
possibile principalmente per l’assenza di un partito rivoluzionario di massa.
Il governo Dávila aveva proclamato la Repubblica socialista del Cile contando
sull’appoggio di alcuni militari, fra cui il pioniere dell’aviazione militare
cilena Marmaduke Grove, fervente socialista, ma non si era basato sull’appoggio
attivo delle masse e così rimase sospeso a mezz’aria, senza base sociale. Il
metodo del pronunciamiento è a volte
sufficiente per effettuare un cambiamento radicale, a patto di non rompere con
l’ordine borghese, ma la rivoluzione
socialista deve basarsi necessariamente sul movimento cosciente della classe
operaia.
Adonis Sepúlveda, in un
suo articolo sulla storia del Psc, tracciò un bilancio sintetico di questa
esperienza di governo “socialista” all’inizio degli anni ‘30:
“Il movimento non si mantenne con il sostegno delle masse, non diede armi
al popolo per difendere il governo, non c’era un partito che desse una
direzione alla volontà di combattere dei lavoratori” (El Socialismo Chileno, maggio 1976,
n.1).
L’esperienza di questi
avvenimenti convinse i migliori militanti della classe operaia cilena della
necessità urgente di un nuovo partito, un partito che difendesse veramente gli
interessi della classe operaia, che non si basasse né sul riformismo
socialdemocratico della Seconda Internazionale né sulla perversione stalinista
del Comintern, ma che tornasse alle autentiche idee del marxismo-leninismo,
alle idee del bolscevismo e della rivoluzione d’Ottobre. A questa iniziativa
aderirono anche molti quadri del vecchio Pos, scontenti della linea stalinista
del Pcc. Fra i fondatori del Psc, anche un giovane medico di 25 anni, Salvador
Allende.
Il Fronte popolare
(1938-47)
A partire dalla vittoria
di Hitler in Germania la politica estera della burocrazia russa fece una nuova
svolta, basata sull’idea di un’alleanza con “i paesi democratici”
(fondamentalmente con l’imperialismo francese ed inglese) contro la Germania.
Da un giorno all’altro, i partiti “comunisti” ricevettero nuovi ordini: finirla
con la politica del “Terzo periodo” ed entrare in patti ed alleanze, non solo
con i partiti socialdemocratici (che ieri venivano caratterizzati come
“socialfascisti”) ma persino con i partiti “progressisti” della borghesia, per
fermare il pericolo del fascismo.
I dirigenti dei partiti
“comunisti” diventarono gli alleati più entusiasti della borghesia “liberale”,
attuando una svolta di 180 gradi verso la politica del Fronte popolare, una
politica che Trotskij aveva caratterizzato correttamente come “una caricatura
maligna del menscevismo” e “un complotto per domare gli scioperi”.
Ma nel caso del Cile gli
stalinisti non potevano imporre la loro politica di collaborazione fra le classi senza la partecipazione dei socialisti. I lavoratori cileni
avevano imparato a diffidare totalmente degli uomini politici “liberali” della
borghesia. La creazione del Psc fu l’espressione della spinta istintiva della
classe operaia per una politica di classe indipendente. La politica dichiarata
dei socialisti era quella del Fronte
unico dei lavoratori. Fu questa la piattaforma per la candidatura di
Marmaduke Grove, detenuto dal governo e poi eletto senatore per Santiago sotto
lo slogan: “Dal carcere al Senato”.
Lo spirito rivoluzionario
del movimento di quel periodo fu espresso nelle parole famose di Grove: “Quando
arriveremo al potere, non ci saranno lampioni sufficienti per impiccare
l’oligarchia”. Queste parole riflettevano l’umore delle masse lavoratrici e
degli altri settori oppressi della società cilena che cercavano la strada della
rivoluzione socialista e non quella della collaborazione con la borghesia.
La radicalizzazione delle
masse e la crisi del capitalismo costrinsero l’oligarchia a cercare la
“soluzione finale”, come in Germania e in Italia, organizzando e armando le
squadre fasciste. Ma il movimento fascista incontrò la resistenza eroica della
classe operaia. Le milizie operaie del Partito socialista e dei Giovani socialisti, le “camicie d’acciaio”, lottarono contro
i fascisti in tutto il Cile. Spaventato, lo stesso governo Alessandri si trovò
obbligato ad agire con l’abituale ferocia contro i fascisti quando questi
tentarono un golpe. Il 5 settembre del 1938, presso la sede del Seguro Obrero, le forze di sicurezza del
governo giustiziarono sommariamente una cinquantina di fascisti ormai disarmati
che si erano arresi poco prima.
Il fallimento del
tentativo fascista, la crisi del
governo Alessandri e la crescente ondata di radicalizzazione delle masse
crearono di nuovo condizioni molto favorevoli per un’offensiva della classe
operaia. In questo frangente gli stalinisti svolsero un ruolo totalmente
vergognoso e purtroppo i dirigenti del Psc furono assolutamente incapaci di
offrire alcuna alternativa. Gli stalinisti presero l’iniziativa, premendo
duramente sulla direzione del Psc perché questa accettasse l’idea di un Fronte
popolare col Partito radicale, tradizionale espressione politica “liberale”
della classe media in appoggio dell’oligarchia. Questa idea andava contro tutti
i principi del Partito e incontrò l’opposizione decisa della base operaia che
capiva istintivamente il carattere perfido dei liberali borghesi e voleva un
governo dei lavoratori.
La decisione, tragicamente
errata, dei socialisti di entrare nel governo del Fronte popolare vincitore delle
elezioni del 1938 produsse effetti disastrosi per il movimento operaio. Secondo
Sepúlveda:
“Il giovane partito non resiste alla collaborazione di classe. Le sue fasce
meno mature e più opportuniste si “affezionano” all’apparato dello Stato e
dimenticano gli obiettivi che li motivavano a farne parte. Fioriscono le
debolezze e il riformismo di alcuni dirigenti, nascosti durante le dure lotte
dei primi anni. Quelli di miglior formazione marxista e di forte coscienza di
classe combattono con fermezza l’ondata riformista che invade il Partito. La
Gioventù, che è combattiva e rivoluzionaria, è in prima linea nella lotta
interna per il recupero ideologico. La base reagisce con veemenza contro la
corruzione e il compromesso col potere costituito che si sviluppa nei vertici
burocratici. Il dissenso viene non solo dai gruppi radicalizzati ma anche dai
vecchi contingenti operai. L’espulsione del Comitato centrale della Gioventù è
la goccia che fa traboccare il vaso; si verifica la scissione più grave in 43
anni di vita del socialismo cileno”. (El Socialismo Chileno, pag.
20-21)
Il Fronte popolare
degli anni Cinquanta
Nonostante tutti gli
accordi presi dai dirigenti del Partito, la direzione della coalizione
governativa passò in mano agli uomini politici borghesi del Partito radicale.
Sotto la pressione delle masse, il Fronte popolare fece alcune riforme e attuò
una politica di deciso interventismo statale che portò alla creazione di un
settore statale d’industria pesante, ma in seguito optò per una politica di controriforme
che provocò contrasti aperti con il movimento operaio. Un documento ufficiale
del Partito socialista cileno, pubblicato per commemorare il 45° anniversario
della sua fondazione, ricorda le lotte operaie in risposta alle misure antioperaie prese dal governo:
“La classe operaia di Santiago rispose al primo decreto con una vigorosa
mobilitazione di massa, che venne tragicamente repressa dalla forza pubblica. Al massacro seguirono
uno sciopero generale e le conseguenti dimissioni del gabinetto. Come primo
atto di un’avventura insensata fra la direzione del Psc e certi settori delle
forze armate si formò una coalizione bastarda priva di principi, di programma e
di base popolare. Nel Congresso generale svoltosi nell’ottobre del 1946 questi
dirigenti furono drasticamente destituiti”. (45° Anniversario del Psc, pag.
4-5).
Dal primo momento, la
partecipazione dei dirigenti socialisti ad una coalizione con la borghesia si
era rivelata un’avventura senza principi con conseguenze catastrofiche per il partito.
Iniziarono così una serie di crisi interne e spaccature. Il partito si salvò
solo grazie ai settori rivoluzionari, la Gioventù socialista ed i marxisti, che lottarono contro la
politica collaborazionista della direzione e per una politica rivoluzionaria,
di indipendenza di classe. Nelle elezioni presidenziali del 1946, gli
stalinisti cileni appoggiarono ancora una volta un candidato borghese e
entrarono nel governo di Gabriel Gonzalez Videla con i liberali ed i radicali.
Dopo due anni ebbero la loro ricompensa: i comunisti furono espulsi dal governo
e messi fuori legge fino al 1958. I socialisti invece si spaccarono: la
maggioranza con Allende appoggiò Gonzalez Videla, mentre una minoranza
socialista presentava la candidatura di un operaio.
Indipendenza di
classe
La prosperità degli anni
della Seconda guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra fu seguita da una
caduta del prezzo del rame, che provocò una crisi dell’economia nazionale. Il
livello di occupazione nell’industria cilena calò nel 1949 al di sotto di
quello del 1947, mentre l’inflazione continuò a crescere e i capitalisti
accumularono delle fortune speculando con la moneta nazionale. Il 75 per cento
della terra coltivabile restava in mano al 5 per cento della popolazione e il
capitale statunitense aumentò la sua influenza nell’industria nazionale.
Nel frattempo, grazie alla
ritrovata unità all’opposizione fra comunisti (in clandestinità) e socialisti,
si realizzò la riunificazione del movimento sindacale, diviso dal 1946, con la
creazione nel 1953 della Cut, che nella sua dichiarazione di principi proclamò
come meta principale l’organizzazione di tutti i lavoratori della campagna e
della città “per lottare contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo fino al
raggiungimento del socialismo”.
Negli anni ‘50 i
socialisti cileni giunsero alla conclusione corretta che:
“Molti dettagli oggettivi si devono ancora realizzare e devono costituire
perciò mete vitali per il Cile, ma neghiamo che la nostra incipiente ed anemica
borghesia abbia indipendenza e capacità per raggiungerli. Una classe tributaria
dell’imperialismo, profondamente legata ai latifondisti, che usufruisce
illegittimamente di privilegi economici, ormai manca di qualsiasi
giustificazione. Concludiamo, quindi, che soltanto le classi sfruttate, i
lavoratori manuali ed intellettuali, possono assumersi il compito di fondare
una società nuova, sostenuta da una struttura produttiva, moderna,
progressista”.(45° Anniversario del Psc, pag.9)
Si spiega inoltre che “il
compito della nostra generazione non consiste nel realizzare l’ultima tappa
delle trasformazioni democratico-borghesi, bensì fare il primo passo della
rivoluzione socialista”. In realtà, i compiti fondamentali della rivoluzione
democratico-borghese nel Cile possono essere realizzati solo con la presa del
potere da parte della classe lavoratrice alla testa delle masse contadine
povere e degli altri settori oppressi della società. Ma un governo operaio in
Cile non potrebbe limitarsi ai compiti storici della rivoluzione
democratico-borghese, perché la situazione stessa porterebbe inevitabilmente ad
un attacco al sistema capitalista, passando alla trasformazione socialista
della società.
Per dirigere la classe
operaia verso la presa del potere non è sufficiente avere dei principi
ideologici più o meno corretti. Naturalmente senza idee chiare, senza un
programma rivoluzionario e senza prospettive corrette non sarà mai possibile
costruire il partito rivoluzionario né fare la rivoluzione socialista. Ma
occorre anche una direzione rivoluzionaria, una direzione bolscevica che non si
trovi a tentennare nei momenti decisivi e che non perda di vista il fine
principale della rivoluzione, cedendo terreno su questioni fondamentali, sotto
l’apparenza di “accordi tattici”.
Lenin, a questo riguardo,
aveva sempre mantenuto un atteggiamento di totale intransigenza. Più volte era
stato accusato di “settarismo” e di “dogmatismo” per il suo rifiuto di entrare
in accordi di principio, e non solo con i borghesi (ciò si dà per scontato) ma
perfino con altri partiti operai. L’esempio più chiaro è l’atteggiamento
intransigente che adottò nel 1917 nei confronti dei menscevichi che lo
accusavano proprio di “settarismo” e di “voler rompere l’unità del campo
rivoluzionario”.
Tali accuse non devono mai
spaventare una direzione rivoluzionaria. Lenin comprendeva perfettamente la
necessità di patti e di accordi temporanei con gli altri partiti operai. Ma lo
slogan di Lenin era sempre: “Marciare separatamente, colpire uniti”; mai
confondere i diversi programmi e le diverse bandiere dei partiti operai quando
questi si mettono d’accordo su qualche azione concreta.
La tragedia del socialismo cileno durante tutta la sua storia è stata che,
dopo aver tratto una serie di
conclusioni corrette dall’esperienza della lotta, i suoi dirigenti si sono
sempre piegati su questioni fondamentali alle richieste degli stalinisti che in ogni momento sono riusciti a dominare il
Fronte Comune in cui i due partiti erano uniti, imponendo le loro idee, i loro
programmi ed i loro metodi.
Nelle elezioni presidenziali
del 1958 Salvador Allende, candidato comune del Psc e del Pcc sotto la sigla
del Frap (Fronte di azione popolare), ottiene 356.000 voti, solo 30.000 in meno
del candidato della destra, Jorge Alessandri, figlio di Arturo. Terzo
candidato, il democristiano Frei. Sotto il governo di destra si istituì un
programma di austerità, che pesò sulle spalle della classe lavoratrice, e si
giocò a parole a lanciare la riforma agraria, gettando nella disperazione le
masse contadine che si produssero in un’accentuata ondata di migrazione verso
le città, soprattutto Santiago. La risposta della classe operaia fu un’ondata
di scioperi, che fu repressa sanguinosamente da parte del governo.
La Democrazia
Cristiana per la “Rivoluzione in libertà”
Il controllo soffocante
sull’agricoltura da parte dei latifondisti portava ad una situazione per cui il
Cile doveva importare prodotti agricoli per alimentare la sua popolazione,
nonostante avesse più terra coltivabile pro-capite di molti paesi europei. La
causa di tutto questo è facilmente spiegabile. I latifondisti impiegano una
manodopera a basso prezzo invece di usare macchinari e non si preoccupano
minimamente dell’introduzione di nuovi metodi di coltura. L’urgenza di una
riforma agraria profonda era evidente da decenni, ma nessuno dei governi
borghesi “progressisti” era stato capace di affrontare il problema in modo
serio.
L’ondata di scioperi e
l’alto grado di coscienza raggiunto dalla classe operaia cilena fomentò i
timori dell’oligarchia, ma la vittoria del candidato del Frap, il socialista
Naranjo nelle elezioni supplementari di un feudo dei conservatori a Curicò fu
il campanello d’allarme che gettò nello sconforto l’oligarchia per via di
quello che poteva succedere nelle elezioni presidenziali del 1964. Il governo Alessandri era totalmente
screditato. I padroni del Cile avevano bisogno di un’alternativa politica
capace di fermare l’avanzata dei partiti operai. Questa alternativa era
rappresentata dalla Democrazia Cristiana.
Come sintomo molto chiaro
della debolezza della borghesia cilena e della crescente radicalizzazione della
vita sociale, sia in campagna che in città, le elezioni del 1964 si ridussero
ad una lotta fra i democristiani, rappresentati da Eduardo Frei, e il Frap,
rappresentato da Allende, avendo l’oligarchia abbandonato il proprio candidato,
Duran, per concentrare le forze a sostegno di Frei. Entrambe le parti fecero la
campagna sotto la bandiera di una riforma radicale della società cilena.
I democristiani,
rappresentanti più abili degli interessi dell’oligarchia nella nuova
situazione, utilizzavano una demagogia “di sinistra” per avere i voti delle
masse della piccola borghesia delle città e, soprattutto, della campagna. I
partiti borghesi “liberali” come la Democrazia Cristiana mantenevano la loro
influenza tra le masse dei contadini e dei ceti medi tramite le fasce
privilegiate di queste classi: gli avvocati, i professori, gli intellettuali, i
medici e, naturalmente, i preti, cioè tutti quegli uomini del paese davanti ai quali il contadino era abituato da
piccolo a togliersi il capello, i signori che “sanno parlare bene”.
Questi elementi sono
capaci, a volte, di usare una fraseologia molto radicale, persino
“rivoluzionaria”, allo scopo di mantenere la loro influenza fra le masse. Si presentano
davanti ai contadini ed ai piccoli commercianti come “amici del popolo”, gli
intermediari fra il popolo e le autorità, i difensori della gente povera ed
umile.
Una volta eletti, però, si
mettono inevitabilmente al servizio del grande capitale nel modo più zelante.
Infatti è questa la loro vera funzione: quella di cinghia di trasmissione fra i
grandi banchieri e i monopolisti da una parte e le masse piccolo-borghesi
dall’altra. L’utilità di questi elementi per il gran capitale consiste nella
loro capacità di ingannare e di confondere milioni di contadini e di operai
politicamente arretrati, piccoli commercianti, donne, ecc. La rivoluzione socialista sarà possibile solo nella misura in cui sia minato il controllo
soffocante dei liberali e dei democristiani su questi settori sociali.
Come sintomo chiaro del
fermento sociale e dello scontento delle masse, basti ricordare che lo slogan
della democrazia cristiana nel 1964 era quello della “Rivoluzione in libertà”.
Sulla base delle sue promesse, le masse diedero fiducia a Frei che ottenne la
maggioranza assoluta, il 56% dei 2,5 milioni di voti registrati (contro il 39%
di Allende). I risultati delle elezioni al Congresso l’anno seguente
confermarono il trionfo della Dc, i cui seggi aumentarono da 23 a 82, mentre il
partito di destra subì una sconfitta schiacciante. Tutte le speranze della
maggioranza della popolazione erano riposte nella “Rivoluzione in libertà”,
nella tanto sventolata riforma agraria e nella “cilenizzazione” dell’economia.
L’esperienza del governo
Frei mise nuovamente in rilievo le mancanze dei liberali borghesi di ogni
tendenza. Sotto Frei, lo Stato costrinse le compagnie minerarie nordamericane a
cedere contro lauti indennizzi il 51% delle azioni delle società di gestione
del rame, ma questo non intaccò in nessun modo il controllo soffocante
dell’imperialismo statunitense sull’economia cilena. La Riforma agraria
procedette a passo di lumaca; tanto che si diffuse a livello popolare la
battuta che il governo Frei avesse distribuito la terra ai contadini... in vasi
da fiori.
“Dal punto di vista quantitativo l’azione del governo democristiano favorì,
per quanto riguarda la distribuzione della terra, 28mila famiglie contadine
organizzate in stabilimenti o in cooperative di riforma agraria nelle 1.300
tenute che furono espropriate o destinate alla riforma agraria e che avevano
una superficie globale di 3,4 milioni di ettari. Questo rappresentava il 13 per
cento del totale delle terre coltivabili nel Cile e il 14,5 per cento delle
terre produttive; i beneficiati costituivano fra il 5 e il 10 per cento delle
famiglie contadine senza terra o con terra insufficiente. L’obiettivo che il
governo democristiano si era fissato per la durata del suo mandato (sei anni),
era quello di dare acceso alla terra a centomila famiglie contadine. Soltanto
un terzo di questo programma fu portato a compimento” (Chile-America,
n° 25-26-27, pag. 26).
Il vero ruolo della Dc,
quello di difensore più fedele dell’oligarchia, fu dimostrato dalla repressione
brutale delle manifestazioni operaie e contadine, tra cui le stragi dei
minatori di El Salvador e dei
disoccupati di Puerto Montt (un paese posto all’estremità meridionale del
Cile). In questo contesto un settore della destra tentò nell’ottobre del 1969
di promuovere un sollevamento militare facendo leva sul Reggimento “Tacna”,
sotto il comando del generale Viaux. Il cosiddetto “Tacnazo” naufragò
miseramente per la reazione di massa del movimento operaio in ascesa.
Fallimento della Dc
Dopo sei anni di governo
l’appoggio alla Democrazia cristiana fra le masse stava sparendo rapidamente.
Le tensioni si rifletterono nello stesso partito di Frei, che subì nel 1969 la
scissione di un settore significativo della sinistra, militanti della gioventù
e dirigenti di grande popolarità come Ambrosio. Gli scissionisti diedero vita
al Mapu (Movimiento de acción popular
unitaria), una formazione piccolo-borghese che si orientò decisamente al
socialismo e all’intervento fra i lavoratori e i contadini fino a trasformarsi
sull’onda della radicalizzazione in un piccolo partito operaio.
In queste condizioni si
tentò ancora una volta di ricostituire il Fronte elettorale del Psc e del Pcc.
Alla tavola rotonda, quando venne lanciata l’idea dell’Unidad Popular, ci fu
una divergenza fra i rappresentanti socialisti e i comunisti; questi ultimi
vedevano la questione del socialismo cileno come “una prospettiva rinviata
indefinitamente” (El Socialismo Chileno,
pag. 31).
Vediamo emergere qui una
contraddizione che avrebbe accompagnato tutto il percorso dell’Unidad Popular.
Da un lato Allende, senza dubbio, credeva sinceramente nella possibilità della
trasformazione socialista della società per la via parlamentare. Come ebbe a
dichiarare in più di un discorso da Presidente del Cile, “Il Cile ha dato in questi ultimi tempi una prova straordinaria di
maturità politica senza precedenti nel mondo, permettendo a un movimento
anticapitalista di prendere il potere attraverso il libero esercizio dei
diritti civili, per orientare il paese verso una società più umana, le cui mete
ultime sono la razionalizzazione dell’attività economica, la progressiva
socializzazione dei mezzi di produzione e il superamento della divisione in
classi” (S. Allende, La via cilena al
socialismo, cit., p: 107).
Coerentemente con questa
impostazione Allende non intendeva limitare i compiti del governo ad una
semplice attuazione delle misure democratico-borghesi, ma concepiva l’azione di
governo, nel quadro della legalità borghese, come un grimaldello per sfondare
il muro delle compatibilità capitalistiche per spingere il paese ad una
transizione socialista. Per i dirigenti del Pcc la questione del socialismo
invece non si poneva neppure. Il risultato fu un documento programmatico pieno
di ambiguità, “…programma che
nell’essenza raccoglie le posizioni contraddittorie di due progetti politici
diversi: la natura socialista e quella democratico-borghese della rivoluzione
cilena. La prima prospettiva veniva difesa dal Psc e la seconda dal Pcc. Questa
contraddizione sarebbe stata presente durante tutto il periodo del governo di
Unità Popolare” (45° Anniversario del
Psc, pag. 16).
L’Unità Popolare
La coalizione dell’Unità
Popolare era composta non solo dal Pcc e dal Psc ma anche da tutta una serie di
piccoli partiti come il Mapu e di gruppuscoli piccolo-borghesi (come l’Api –
partito personale di Rafael Tarud, un industriale tessile di origine araba, e i
Radicali) pressoché privi di una base consistente fra le masse. Il Partito
radicale, nel momento della sua entrata nella coalizione, era indubbiamente un
partito borghese, che più tardi si scisse sotto la pressione delle masse. Ma a
differenza del Fronte Popolare della fine degli anni ‘30, nel quale il vecchio
Partito radicale era stato la forza maggioritaria, i Radicali di Alberto Baltra
erano una setta, mentre le forze dominanti della coalizione erano i partiti
operai: il Psc e il Pcc.
Tuttavia, ai dirigenti del
Pcc interessava la presenza dei Radicali nel governo, non per la loro
importanza elettorale, ma come scusa per non portare avanti un programma socialista.
“Non possiamo andare troppo rapidamente, poiché ciò può comportare una rottura
della coalizione”.
Contro l’Unità Popolare si
presentarono i due partiti della borghesia: il Partito Nazionale di Alessandri,
rappresentante aperto dell’oligarchia, e la Democrazia cristiana, capeggiata da
Tomic, che cercava in modo disperato di recuperare l’immagine di un partito di
“sinistra”, parlando della “nazionalizzazione totale dell’industria del rame e
della banche straniere” e della “accelerazione” della riforma agraria. Ma
questa volta le masse non si lasciarono ingannare dalle false promesse dei
democristiani. I risultati delle elezioni furono i seguenti:
Allende 1.075.616
(36,3%)
Alessandri 1.036.278
(34,9%)
Tomic 824.849
(27,8%)
Il crollo catastrofico del
voto democristiano, che avevano già perso la loro maggioranza assoluta nelle
elezioni al Congresso nel marzo del 1969, dimostra chiaramente il processo di
polarizzazione delle classi nella società cilena.
Le elezioni presidenziali
del 1970 decretarono la vittoria di Unità Popolare. Tra il 4 settembre e il 24
ottobre (quando Allende ottenne il voto favorevole al suo insediamento da parte
della Dc), un settore dell’oligarchia tentò nuovamente di provocare un golpe
preventivo dei militari per impedire la nomina di Allende, ordendo un complotto
che portò il 22 ottobre all’assassinio da parte di un gruppo di sicari del capo
dell’esercito, Generale Schneider, immediatamente addossato dalla destra ai
“marxisti di Unidad Popular”, accusa che immediatamente suscitò la reazione
sdegnata delle masse e apparve infondata ritorcendosi come un boomerang contro
chi l’aveva lanciata. Esercito e polizia intervennero prontamente per bloccare
il tentativo prematuro e il mandante fu individuato nella figura del generale
Viaux, responsabile del “Tacnazo” dell’anno precedente.
L’elezione di Allende alla
Presidenza della repubblica doveva essere però confermata dal parlamento, nel
quale Unidad Popular era in minoranza. Questo argomento fu utilizzato dalla Dc
per imporre condizioni ad Allende prima di permettere la formazione del
governo. I dirigenti dell’Unità Popolare avevano due alternative: o respingere
il ricatto della borghesia facendo appello alle masse, denunciando le sporche
manovre contro la volontà popolare e organizzando mobilitazioni massicce in
tutto il paese, o cedere alle pressioni, accettando le condizioni imposte.
I lavoratori sapevano che
la campagna elettorale era stata caratterizzata da ogni tipo di trucchi, e di
manovre sporche contro l’Unità Popolare, promossi dall’imperialismo e
dall’oligarchia. Il tentativo di bloccare l’accesso di Allende al governo
sarebbe stato il segnale di partenza per un movimento senza precedenti che
avrebbe avuto un effetto radicalizzante in ogni angolo del paese.
Molti capivano che la
borghesia stava preparando una trappola. Il principale protagonista di questa
manovra era, naturalmente, la Democrazia cristiana, su cui si appoggiavano come
ad una zattera di salvataggio le residue speranze dell’oligarchia ormai convinta
di non poter impedire l’insediamento di Allende. Sotto la pressione insistente
del leader comunista Corvalán, Allende si mise d’accordo con la Democrazia
cristiana e accettò il cosiddetto “Patto di garanzie costituzionali”.
In cambio dell’appoggio
democristiano, Allende proibì come “anticostituzionale” la formazione di
“milizie private” o la nomina di ufficiali delle Forze Armate non formati dalle
Accademie Militari. Inoltre, non si sarebbe potuto operare nessun tipo di
cambiamento nell’esercito, nell’aviazione, nella marina o nella polizia
nazionale, salvo che con l’approvazione del Congresso, dove i partiti borghesi
avevano ancora la maggioranza. In questo modo, Allende e gli altri dirigenti
dell’Unità Popolare caddero nella trappola fin dal primo momento.
Come si può spiegare una
concessione così decisiva come quella di non armare i lavoratori e rinunciare
ad intervenire nella vita dell’esercito lasciando tutto il potere in mano alle
gerarchie militari?
La teoria dello
Stato
Engels e Lenin avevano
spiegato più volte che lo Stato consiste fondamentalmente di “gruppi di uomini
armati in difesa della proprietà”. L’accettazione del “Patto di garanzie
costituzionali” da parte dei dirigenti dell’Unità Popolare rappresentò un
compromesso velenoso. Si accettava di non armare la classe lavoratrice e di non
toccare nessuna parte dell’apparato repressivo eretto dalla borghesia “per
mantenere i lavoratori nella miseria e nell’ignoranza e impedire la loro
emancipazione”. Ma allora, come sarebbe stato per loro possibile condurre una
lotta seria contro l’oligarchia e l’imperialismo?
Durante tutta la vita del
governo dell’Unità Popolare i dirigenti del Psc e soprattutto quelli del Pcc
ingannarono se stessi e quindi le masse operaie e contadine insistendo sul
carattere “patriottico” e “imparziale” della casta militare. Pensavano, in modo
totalmente utopistico, di neutralizzare i generali e gli ammiragli con buone
parole, medaglie ed aumenti salariali. Così Rossana Rossanda ricorda sul Manifesto del 14 settembre 1973: “Il presidente si preoccupava di garantire
all’esercito razioni di carne e adeguamenti di stipendio, come a nessun altro
gruppo sociale, pur di impedire una deflagrante unità tra esso e l’eversione di
destra”.
Un passaggio ricorrente,
quasi rituale di ogni discorso di Allende, quasi ad esorcizzare i fantasmi in
divisa: “Permettetemi in questa solenne
occasione, di esprimere la riconoscenza del nostro popolo alle forze armate e
al corpo dei carabinieri, fedeli alle norme costituzionali e al mandato della legge”.
L’apparato statale,
soprattutto la casta militare, non è qualcosa al di sopra delle classi e della
società, che si possa incantare o almeno neutralizzare soddisfacendo i suoi
appetiti, ma rappresenta essenzialmente un organo di repressione in mano alla
classe dominante. La borghesia ed i suoi rappresentanti politici, i
democristiani, lo sapevano perfettamente. Dunque il “patto delle garanzie
costituzionali” non era una questione secondaria, un dettaglio o un capriccio.
Era al centro del problema, come si vide chiaramente tre anni dopo, con
conseguenze catastrofiche per la classe operaia e tutto il popolo cileno.
Una volta accettato il
principio di garantire l’autonomia e l’integrità della casta militare, la si
pose nella posizione di ergersi ad arbitro fra le parti in lotta, una posizione
ideale per attendere le condizioni migliori per prepararsi a colpire.
Tuttavia, qualsiasi
tentativo d’intervento militare in quella fase di ascesa rivoluzionaria avrebbe
provocato un’esplosione rivoluzionaria tale da pregiudicarne la riuscita. La
formazione del governo dell’Unità Popolare aprì infatti una nuova fase nel
processo rivoluzionario cileno.
La pressione delle
masse
Sotto la pressione delle
masse il governo dell’Unità Popolare andò assai più in là di quanto previsto
dai suoi stessi dirigenti. Lo schema meccanicistico stalinista, basato sulla
divisione artificiale fra i compiti democratico-borghesi e quelli della
rivoluzione proletaria, fu frantumato dal movimento delle masse. Il governo
Allende effettuò delle nazionalizzazioni importanti che rappresentavano un duro
colpo agli interessi dell’oligarchia e dell’imperialismo.
Le misure di
“cilenizzazione” del governo Frei avevano lasciato il controllo dell’industria
del rame in mano ai grandi monopoli nordamericani. Inoltre Frei aveva pagato
cifre enormi come indennizzo: 80 milioni di dollari solo per El Teniente a Kennecott Copper, che
aveva visto triplicare i profitti fra il 1967 e il 1969 dopo aver ceduto la
metà delle azioni allo stato, mentre Anaconda aveva realizzato in Cile l’80%
dei suoi profitti contro il 16% dei suoi investimenti. Solo tra il 1964 e il
1966, con l’imposizione di un prezzo di vendita inferiore a quello
internazionale le compagnie avevano intascato sovrapprofitti per 668 milioni.
Come denunciò il
Presidente stesso, i monopoli statunitensi avevano investito dai 50 agli 80
milioni di dollari in Cile mentre i loro profitti arrivavano a 1.566 milioni di
dollari: a suo avviso queste imprese non solo erano già state ripagate, ma
dovevano al Cile centinaia di milioni di dollari.
La nazionalizzazione del
rame a luglio del 1971 fu un grande passo
in avanti. Allo stesso modo furono nazionalizzate l’industria del carbone,
le miniere di ferro e di nitrati, l’industria tessile, la rete telefonica cilena
che era stata ceduta al colosso nordamericano Itt, l’Inasa, ecc.
Una serie di riforme
sociali nell’interesse della classe lavoratrice, la distribuzione gratuita di
latte ai bambini nelle scuole, il blocco degli affitti e dei prezzi, gli
aumenti dei salari e delle pensioni, servì anche ad aumentare enormemente
l’appoggio popolare al governo.
Queste misure a loro volta
diedero un enorme impeto al movimento delle masse. Finalmente i settori più
arretrati, apolitici ed apatici della società videro un governo che agiva nel
loro interesse.
Alla vigilia delle
elezioni la situazione in campagna era caratterizzata da una “frustrazione
crescente”, secondo le parole del futuro ministro dell’Agricoltura del governo
dell’Unità Popolare Jacques Chonchol. Il governo Allende applicò la legge di
riforma agraria approvata dalla Dc senza modificarla, con una sola variazione:
il diritto del proprietario espropriato di scegliersi i terreni migliori fu
abolito, ma le impresse un’accelerazione del tutto nuova.
Chonchol spiega come
l’avvio della nuova riforma agraria si verificò sotto la forte pressione delle
masse rurali: “Il primo problema che il
governo di Unità Popolare ebbe da affrontare nella sua politica agraria fu
quello di accelerare il processo delle espropriazioni per rispondere alla
pressione e all’inquietudine dei contadini. Questi, in effetti, pensavano che
il nuovo governo fosse un governo dei lavoratori e quindi che tutte le loro
diverse istanze di accesso alla terra dovevano essere soddisfatte nel modo più rapido
possibile” (Chile-America n°
25-27, pagg 27-28).
Intanto i latifondisti
iniziarono un programma sistematico di sabotaggio nelle campagne, abbandonando
le terre e smantellando le installazioni delle loro haciendas. Molti di
questi stavano già finanziando gruppi armati dell’ultra-destra allo scopo di
resistere alla riforma agraria. Secondo un rapporto ufficiale della polizia,
“più di 2.000 uomini sono stati reclutati
in comandi di assalto col fine di provocare la disintegrazione del sistema dei
trasporti e interruzioni del rifornimento idrico, del gas e dell’energia
elettrica, causando in questo modo un malcontento generale”.
Fin dal primo momento,
mentre Allende predicava la “responsabilità” e la “disciplina” alle masse, la
reazione stava accumulando forze per una controffensiva.
Resistenza
burocratica
L’unico modo di disarmare
la reazione e di spezzare la resistenza dei grandi proprietari sarebbe stato
armare i contadini poveri, organizzati in comitati
d’azione per l’occupazione delle terre con l’appoggio del governo. Di fronte ad
un movimento potente delle masse armate, i latifondisti e le loro bande armate
sarebbero stati sconfitti col minimo spargimento di sangue. Infatti l’unica
difesa delle conquiste delle masse sotto il governo di Unidad Popular consisteva
proprio in questo. Ma i dirigenti dell’Unità Popolare non avevano nessuna
fiducia nell’iniziativa rivoluzionaria delle masse ed erano impauriti dall’idea di “provocare la reazione”. Per, questo
si opponevano ostinatamente ad ogni tentativo da parte dei contadini poveri di
effettuare occupazioni “illegali”, mandando persino le “forze dell’ordine
pubblico” a scacciare quei contadini che avevano compiuto simili azioni.
Senza dubbio l’occupazione
di terre di proprietà dei piccoli e medi proprietari non latifondisti era da
considerare un errore da combattere ma, qualsiasi movimento rivoluzionario,
soprattutto quello dei ceti più oppressi ed arretrati della popolazione, tende sempre ad “andare troppo in là” e, fino ad un certo punto, tali
“eccessi” sono inevitabili.
Per evitare abusi ed
“eccessi”, per minimizzare la violenza e il sangue, i dirigenti delle
organizzazioni operaie, invece di denunciare questi “atti illegali”, mandando
la polizia a “ristabilire l’ordine” nei villaggi, avrebbero dovuto mettersi in
testa al movimento delle masse, dandogli un carattere organizzato.
La riforma prevedeva la
creazione di consigli detti asentamientos, che venivano formati in ogni tenuta che
la Corporazione della riforma agraria (Cora) decideva di espropriare. I Consigli
contadini invece nascevano spontaneamente un po’ ovunque la riforma non fosse
ancora arrivata, per accelerare il processo di espropriazione.
Cosa impedì lo sviluppo
generalizzato di questi organi di potere popolare in campagna?
“Mentre si cercava di allargare i comitati per farli partecipare, iniziò
una lotta politica fra l’Unità
Popolare e la Democrazia cristiana e fra gli stessi partiti dell’Unità Popolare
per il controllo sui comitati, il che portò in seguito alcuni partiti
dell’Unità Popolare a non appoggiare l’organizzazione dei Consigli Contadini” (Chile-America,
pag.32, nostro corsivo).
Ancora una volta il
conflitto riguardava il carattere da imprimere alla rivoluzione. Mentre Mapu e
socialisti erano favorevoli ad assegnare la proprietà della terra agli Asentamientos o ai Consigli, rendendoli
organismi permanenti di organizzazione dei contadini, i comunisti insistevano
per assegnare la proprietà ai singoli. La lotta fra i partiti per l’egemonia su
queste organizzazioni paralizzò in modo del tutto irresponsabile lo sviluppo
dei Consigli. Il vero motivo fu che alcuni dirigenti dell’Unità Popolare non
avevano fiducia nel movimento delle masse nelle campagne e avevano paura che
questo movimento sfuggisse loro di mano.
Fin dal primo momento, i
dirigenti dell’Unità Popolare ponevano tutta la loro fiducia nella legalità
borghese e nella possibilità di trasformare la società lasciando intatto tutto
il vecchio apparato statale. Come ammette lo stesso Jacques Chonchol:
“…le limitazioni giuridiche del governo gli impedivano di dare ai
Consigli Contadini uno stato legale per i loro dirigenti e un finanziamento per
il loro lavoro, se non con una legge che non aveva possibilità di venir
accettata, essendo il governo in minoranza nel Parlamento” (Chile-America, pag. 32, nostro corsivo).
Il carattere utopico
dell’idea di usare il vecchio apparato burocratico dello Stato borghese per
effettuare la riforma agraria viene riconosciuto implicitamente da Chonchol:
“Per tutto il processo di trasformazione agraria… occorreva dare
all’apparato burocratico, che aveva una considerevole responsabilità in tutto
il processo di cambiamento, un dinamismo, una coerenza ed un’efficacia molto
superiori a quello che era stato il suo comportamento tradizionale”.
“Vari tentativi si fecero durante il governo di Unità Popolare per
raggiungere questo obiettivo, ma alla fine le limitazioni legali, la resistenza
della burocrazia ad un cambiamento delle sue abitudini, la differenza di classe
fra i burocrati ed i contadini, l’insediamento urbano di gran parte di questa
burocrazia agraria e le lotte partitiche impedirono un progresso significativo
nella trasformazione della burocrazia tradizionale in un corpo più organico ed
efficiente al servizio del processo della trasformazione agraria” (Chile-America,
pag. 33, nostro corsivo).
Tutti questi argomenti
dimostrano chiaramente l’impossibilità di realizzare un cambiamento radicale ed
irreversibile dei rapporti sociali nella campagna cilena se non sulla base della lotta rivoluzionaria dei contadini,
strettamente legati ai sindacati contadini e alle organizzazioni della classe
operaia nelle città.
Ma, nonostante tutto, come
conseguenza della pressione della masse il governo di Unità Popolare effettuò
la riforma agraria più profonda di tutta la storia del Cile.
“In queste circostanze, il
governo dell’Unità Popolare si pose per il 1971 l’obiettivo di espropriare
mille tenute, che era quasi pari a quello che fece il governo democristiano
durante i suoi sei anni di potere (1.139 tenute) e che significava quasi
quadruplicare gli espropri del 1970 (273 tenute con 634.000 ettari erano state
espropriate dal governo Frei nel 1970)”.
“Sotto la pressione contadina, l’accelerazione da imprimere al processo
dovette essere maggiore e alla fine del 1971 erano state espropriate 1.378
tenute con 2.600.000 ettari. Questo ritmo si accelerò ancora di più nel 1972,
anno in cui si espropriarono più di 2.000 tenute con circa 2.800.000 ettari, il
che mise fine ai grandi latifondi in Cile. Nel 1973, fino al colpo di Stato, si
espropriarono altre 1.050 tenute, soprattutto mal coltivate di grandezza media
e i latifondi rimanenti, per un totale di 1.200.000 ettari” (Chile-America pag. 28, nostro corsivo).
Le misure prese dal
governo Allende nell’interesse della massa di operai e di contadini provocarono
un’enorme ondata di entusiasmo popolare, chiaramente riflessa già nei risultati
delle elezioni amministrative del 4 aprile del 1971.
Risultati delle elezioni amministrative
dell’aprile 1971
Partito voti % %
1967
Socialisti 631.939 22,4 13,9
Comunisti 479.206 17,0 14,8
Radicali 225.851 8,0 16,1
Psd 38.067 1,4 -
PSU 29.123 1,0 -
Dc 723.623 25,6 35,6
P. Nazionale 511.669 18,2 14,3
Radical Dem. 108.192 3,8
Naz. Dem. 13.435 0,4 2,4
Indip. 23.907 0,8 0,7
Indip. Pop. 38.772 1,4 2,2
2.823.784 100 100
Mentre nelle elezioni
presidenziali Allende aveva ottenuto il 36,3 per cento dei voti, i partiti
dell’Unità Popolare conquistarono ora il 51 per cento dei voti, contro il 48,05
per cento complessivo dell’opposizione.
L’ondata di radicalizzazione
nel paese ebbe la sua espressione nella nascita di organi embrionali di potere
operaio nelle fabbriche e nei quartieri operai. In campagna ci furono
tentativi, da parte dei contadini poveri, di occupare le terre. Questo fermento
fra le masse popolari scosse anche i partiti tradizionali dei ceti medi,
provocando una serie di convulsioni e di scissioni in loro. In quel momento la corrente popolare a
favore del governo era troppo forte anche fra le masse della piccola borghesia.
Di fatto il rapporto di
forze a livello parlamentare non era più che un pallido riflesso dell’enorme
forza del movimento operaio e contadino in quel momento. Esistevano tutte le
condizioni obiettive per la trasformazione pacifica della società cilena. La
classe dirigente era demoralizzata e vacillante; il movimento delle masse era
in ascesa e infatti aveva lasciato alle spalle da tempo gli schemi riformisti
della direzione dei partiti operai; i ceti medi, e soprattutto i contadini,
guardavano con speranza al governo. I dirigenti socialisti e comunisti avevano il vantaggio di essere il governo
legittimo del paese, il che avrebbe potuto facilitare il compito della
rivoluzione socialista, giustificandola agli occhi delle masse più arretrate
dei ceti medi. Persino nelle forze armate l’Unità Popolare aveva molto
appoggio, non solo fra i soldati e i marinai ma anche fra ampie fasce dei
sottufficiali che appoggiavano il Psc o il Pcc. Non si può immaginare una
situazione oggettiva più favorevole; eppure le direzioni del Psc e del Pcc non
approfittarono del momento favorevole per dare il colpo definitivo e mettere
fine all’oligarchia.
In questa situazione
sorsero elementi di una situazione di dualismo di potere nella società cilena:
“Su questo punto è molto
importante sottolineare che la contraddizione consisteva nell’aspirazione al
potere popolare da parte delle masse, espressa nei cosiddetti comandi comunali,
nei coordinamenti dei comitati di fabbrica, nelle assemblee popolari, nelle
forme di controllo dei rifornimenti alimentari, nei consigli di amministrazione
delle imprese, ecc.” (45° anniversario
del Psc, pag. 17).
I dirigenti del movimento
operaio lasciarono tutte le leve del potere in mano alla classe dirigente. Non
osarono toccare l’esercito e la polizia; “l’Unità Popolare ha il potere
esecutivo - dice Sepúlveda - ma il nemico controlla tutte le istituzioni
borghesi e si nasconde in queste per i suoi preparativi controrivoluzionari”.
Inizia la
controffensiva borghese
La mattina dell’8 giugno
viene assassinato il democristiano Edmundo Perez Zujovic, ex vicepresidente
della Repubblica. Utilizzando il controllo sulla stampa, l’oligarchia cilena,
con l’appoggio attivo della CIA, iniziò una controffensiva fiancheggiata dalla
Democrazia cristiana, che intensificò la sua campagna contro il governo in
alleanza con il Partito nazionalista, esigendo “il disarmo di tutti i gruppi
armati”. In questo contesto viene approvata la Legge sulla detenzione di armi, secondo la quale solo le forze di
polizia e l’esercito sono autorizzate a detenere armi e viene conferito alle
forze armate il potere di effettuare perquisizioni domiciliari senza
autorizzazione del giudice. L’approvazione di questa legge rappresenta il
cedimento più grave del governo di Unidad Popular. Le perquisizioni ovviamente
si concentrarono nelle fabbriche, nelle università e nei quartieri popolari
mentre i militari non si sognarono lontanamente di perquisire nei quartieri
residenziali le ville degli esponenti di Patria
y Libertad. Mentre ciò avveniva, le bande armate del fascismo proseguivano
impunemente le loro provocazioni terroristiche nelle piazze. Così si stabilì un’utile divisione del
lavoro fra l’opposizione “rispettabile” della Democrazia cristiana, che
sistematicamente bloccava la legislazione, e l’aggressione armata di “Patria y
Libertad” che seminava terrore e confusione per le strade.
Quale fu il ruolo
dell’imperialismo? Durante tutto il primo periodo dell’Unidad Popular
l’imperialismo non potè far altro che assistere quasi impotente al crescere del
movimento rivoluzionario. Le intenzioni erano chiare: la borghesia
nordamericana organizzò, finanziò e incoraggiò diversi tentativi di golpe dal
1970 in poi. John Ranelagh, autore del libro “L’agenzia: ascesa e declino della
CIA”, spiega che la decisione di preparare un golpe fu presa in una riunione
segreta di alti funzionari della Casa Bianca, tra cui Henry Kissinger.
Quest’ultimo spiegò: “Non vedo perché
dobbiamo stare a guardare mentre un paese va verso il comunismo a causa
dell’irresponsabilità del suo popolo”.
Ma anche un colpo di stato
risponde a delle leggi. Come le rivoluzioni non può essere portato avanti a
prescindere dalle condizioni oggettive. Nel Cile dei primi due anni di Unidad
Popular un golpe avrebbe provocato una rivoluzione. La reazione delle masse può
mandare a gambe all’aria l’operazione militare meglio progettata, come dimostrò
al mondo intero la reazione operaia al golpe di Franco del 1936 che inaugurò la
Repubblica e diede il via alla guerra civile spagnola.
Per mesi gli strateghi dell’imperialismo
non poterono fare altro che complottare e preparare piani e ogni tanto saggiare
il terreno, in attesa di una situazione propizia per scatenare i macellai.
I capitalisti ed i
proprietari fondiari boicottarono l’economia nazionale. L’imperialismo
statunitense sospese ogni aiuto economico precedentemente accordato al Cile e
cercò di organizzare un boicottaggio mondiale del rame cileno. Vennero sospesi
i rifornimenti di parti di ricambio di qualsiasi meccanismo prodotto negli Usa
(eccetto i rifornimenti all’esercito). Le nazionalizzazioni, effettuate solo
parzialmente e senza la possibilità di avviare una pianificazione globale
dell’economia, non permisero di superare gli inconvenienti del boicottaggio.
Questo fatto provocò un enorme aumento dell’inflazione che eliminò i benefici
degli aumenti salariali e colpì gravemente i ceti medi. Ben presto la simpatia
della piccola borghesia verso il nuovo governo si trasformò in una crescente
opposizione.
L’offensiva scoperta della
controrivoluzione iniziò con lo sciopero dei camionisti (in prevalenza piccoli
“padroncini”, proprietari del proprio mezzo), nell’ottobre 1972. Sicari
assassinarono alcuni dirigenti dei camionisti che avevano deciso di collaborare
con il governo di Unidad Popular. La massa della classe lavoratrice, capendo
subito il pericolo, rispose con mobilitazioni impressionanti, che riuscirono a
frustrare il tentativo controrivoluzionario. Ma come agirono i dirigenti di
Unidad Popular? Con un rimpasto del governo che fece entrare per la prima volta
rappresentanti della casta militare nel gabinetto. Di nuovo il trionfo
realizzato dalla mobilitazione e dall’iniziativa della classe lavoratrice si
trasformò in una sconfitta a causa della miopia riformista dei suoi dirigenti.
“Si chiamano le forze armate come arbitri in un conflitto già vinto”, commentò
Sepúlveda con amarezza.
Cospirazioni
golpiste
Fra lo sciopero di ottobre
1972 e le elezioni del 4 marzo passarono sei mesi di preparativi
controrivoluzionari: tutto il fuoco della
propaganda reazionaria era concentrato contro il caos economico, lo
“scarseggiare di beni primari”, l’esplosione dell’inflazione e il dilagare del
“mercato nero”, di cui si riteneva responsabile il governo, mentre erano
provocati artificialmente dalla borghesia. Allo stesso tempo si intensificarono
i complotti golpisti nelle caserme. In questa situazione, i dirigenti
dell’Unità Popolare, intrappolati negli schemi della “via cilena al socialismo”
e ciecamente fiduciosi della “lealtà” dei generali “patriottici”, si
dimostrarono totalmente incapaci di fermare l’offensiva della destra. Malgrado
tutto, nelle elezioni di marzo del 1973, l’Unità Popolare ottenne il 44 per
cento dei voti, una vittoria, considerate le condizioni, che paradossalmente
demoralizza i “vincitori” ufficiali delle destre che erano convinti di avere
facile ragione di un governo agonizzante.
Indubbiamente a questo
punto, le basi operaie sia del Partito socialista che del Partito comunista
volevano passare all’offensiva. I lavoratori stavano aspettando un ordine dai
loro dirigenti per schiacciare la reazione. Gli operai chiedevano armi; ma
ricevettero solo belle parole, promesse ed appelli alla disciplina. Senza
dubbio, come dice Sepúlveda, già a marzo del 1973 il proletariato “non voleva più
cortei, ma aspirava al potere” (El
Socialismo Chileno, pag. 41).
A posteriori il bilancio
dei socialisti cileni non è meno critico:
“Il governo dell’Unità Popolare, di fronte alla ribellione della borghesia,
non era capace, per le sue posizioni riformiste, di risolvere la situazione a
favore della rivoluzione cilena, con azioni organizzate di massa per porre fine
a questa offensiva, e con la conciliazione tentava di rinviare la resa dei
conti in una situazione che diventava sempre più insostenibile” (45°
Anniversario del Psc, pag. 18).
La base operaia del
Partito socialista, seguendo il proprio istinto di classe, si oppose duramente
all’entrata dei militari nel governo. La capitolazione dei dirigenti dell’Unità
Popolare a novembre non fece che stimolare l’appetito dei reazionari. I
risultati delle elezioni di marzo
1973 servirono solo a rinviare la resa dei conti finale. Se la decisione di scatenare il golpe fosse stata condizionata solo
dall’operato dei dirigenti di Unidad Popular, la controrivoluzione sarebbe
prevalsa in Cile quasi un anno prima. Fortunatamente, l’enorme potere del
movimento operaio e il suo alto livello di combattività fecero vacillare le
forze armate. Come scrisse il giornalista inglese Laurence Whitehead, in
un articolo su The Economist
(30/7/73): “Se finora l’esercito cileno
si è trattenuto, la spiegazione non si deve cercare in qualche tradizione
nazionale peculiare, ma nella forza formidabile acquisita dal movimento
operaio”.
La prova di questo enorme
potenziale fu il grottesco fallimento della
seconda “insurrezione” del reggimento “Tacna” il 29 giugno 1973. In poche ore,
migliaia di lavoratori organizzati dai Cordones
industriali scesero in sciopero, occuparono le fabbriche e, lasciando dei
picchetti a difenderle, marciarono verso la sede del governo, il Palazzo della
Moneda.
Alain Touraine, sociologo
francese, nel suo diario Vita e morte del
Cile popolare riporta da testimone oculare il quadro della reazione operaia
al tentato golpe: “Santiago è circondata e anche invasa dai Cordones industriali, da una
mobilitazione che si appoggia sui campamentos
e le Jap (Juntas de abastecimiento y de
control de precios, giunte per l’approvvigionamento e il controllo dei
prezzi), che garantiscono, soprattutto alle categorie meno abbienti, la distribuzione
di una parte dei prodotti di prima necessità. Questo compito è affidato ai comandos comunales, organismi più
completi, embrione di potere locale… Le forze popolari hanno acquisito una
grande autonomia d’azione”.
Proprio i Cordones industriali, organizzazioni
operaie dominate dalla sinistra più radicale, nate per estendere la
mobilitazione per l’espropriazione delle industrie sono in prima linea per
organizzare la reazione operaia al golpe e allo stesso tempo rappresentano in
embrione il tentativo dei lavoratori di sopravanzare i limiti e le indecisioni
dei dirigenti dell’Unidad Popular.
Quale fu la reazione della
direzione? Allende fece un appello ai lavoratori affinché tornassero a
lavorare. La polizia venne mandata a disperdere i lavoratori, che giravano
senza meta né direzione per le strade della capitale.
Questo comportamento del
governo diede nuovo coraggio alle forze reazionarie, che si lanciarono
nuovamente nella lotta promovendo un secondo sciopero dei camionisti. La CUT
rispose il 9 agosto con uno sciopero generale di 24 ore, ma senza proporre
obiettivi precisi. Varie testimonianze riportano l’assoluta latitanza del
governo in questi giorni convulsi.
Mancanza di
direzione
Fu questa la tragedia
della classe operaia cilena. Nonostante tutto l’enorme potere che avevano in
mano i lavoratori, nonostante il coraggio e la volontà di lottare ampiamente
dimostrata, un settore decisivo dei dirigenti del movimento abbandonarono il
campo nel momento decisivo senza neppure tentare una resistenza. Invece i
rappresentanti della classe borghese agirono in modo serio. A loro importavano
poco le “regole del gioco”. Sapevano che i loro interessi di classe erano
minacciati e agirono con determinazione per difenderli.
Se i dirigenti del
movimento operaio cileno avessero agito in difesa degli interessi dei
lavoratori con un quarto della spietata decisione che avevano dimostrato gli
uomini politici borghesi in difesa dei propri interessi, il proletariato cileno
avrebbe potuto prendere il potere non una ma tre o quattro volte durante la
vita dell’Unità Popolare. Le condizioni c’erano; la volontà di lottare era
presente. Mancava però un’autentica direzione rivoluzionaria, con una vera
politica marxista-leninista e la volontà e la capacità di metterla in pratica.
I tentativi fatti da
Allende e dagli altri dirigenti dell’Unità Popolare per giungere ad un accordo
con la reazione, stringendo un patto con la Dc e facendo entrare i militari nel
governo, servirono solo a disorientare la classe operaia e ad incoraggiare i controrivoluzionari.
Dopo il tentato golpe di giugno, il comunista Corvalán lodò “l’azione rapida e
decisa del capo di Stato maggiore e la lealtà delle forze armate e della
polizia”. Respingendo con sdegno l’idea che il Pcc fosse a favore di una
milizia operaia, rispose: “No, signori!
Continuiamo a credere nel carattere esclusivamente professionale delle
istituzioni armate. I loro nemici non sono nelle file del popolo ma nel campo
della reazione”.
Il 24 agosto sul suo
diario, Alain Touraine annota sconso-lato:
“Un giornale socialista, Ultima Hora, pubblica un appassionato editoriale per
ricordare che mai l’esercito ha avuto l’importanza riconosciutagli invece dai
paesi socialisti, Urss e Cuba in testa: Si chiamano le assemblee sindacali ad
applaudire il generale Prats. Chi mai si pretende di influenzare in questo
modo? … Una pagina intera, tipo manifesto, del giornale ufficiale del Pc per
difendere l’onore di un esercito che indubbiamente rappresenta un pericolo più
che un appoggio… dimostra una straordinaria mancanza di fiducia nelle masse
popolari.”
Non si può dubitare che le
intenzioni di Salvador Allende e degli altri dirigenti dell’Unità Popolare
fossero oneste; desideravano sinceramente un “cambiamento pacifico e senza
traumi” della società. Ma purtroppo, per fare la rivoluzione socialista, non
basta avere buone intenzioni. Come diceva molto bene uno dei dirigenti del Partido Socialista de Chile (Interni)
nell’aprile 1978, “se i processi storici
fossero misurati con le intenzioni, dovremmo affermare che l’intenzione
dell’Unità Popolare era di costruire il socialismo nel Cile; invece abbiamo
fascismo e dittatura”.
Alcuni dei dirigenti
dell’Unità Popolare in esilio cercarono in seguito di giustificarsi più o meno
nel modo seguente: “Se noi avessimo lottato, ci sarebbe stata una guerra civile
sanguinosa, con migliaia di morti”. Come se i massacri non ci fossero stati!
Migliaia di operai e di contadini, il fior fiore della classe lavoratrice, sono
stati massacrati, torturati, o sono semplicemente “spariti”. E si insiste sulla
necessità di evitare la violenza - “a tutti costi”. Si dimenticano una delle
lezioni fondamentali della storia: che
nessuna classe dirigente ha mai rinunciato al suo potere ed ai suoi privilegi
senza ingaggiare una lotta feroce.
Gli operai cileni volevano
lottare contro la reazione; questo fatto venne dimostrato fino all’ultimo. Il 4
settembre una manifestazione oceanica di 800.000 lavoratori, molti dei quali
armati solo di bastoni, si riversò in un corteo per le vie di Santiago.
I lavoratori cileni si
fidavano dei loro dirigenti, ai quali chiesero armi e un piano di lotta. Se
invece di bastoni avessero avuto armi, anche se poche e scadenti, la storia del
Cile oggi sarebbe stata molto diversa. La manifestazione gigantesca del 4
settembre dimostra che la classe operaia non aveva perso la sua volontà di
lottare ma chiedeva armi per resistere. Purtroppo i dirigenti, invece di armi,
offrirono solo belle parole e appelli alla “calma” perché si tornasse a casa,
cosa che servì solo a disarmare i lavoratori proprio alla vigilia del golpe.
Qui, naturalmente, sorge
la questione dell’esercito. Chi pone la questione su un piano strettamente
militare, di rapporto di forze e volume di fuoco, sbaglia in modo grossolano.
Sbaglierebbe nel caso di una guerra tra eserciti, dove comunque contano molti
altri fattori “ambientali”, a maggior ragione sbaglierebbe nel caso di un
conflitto di classe, di una rivoluzione, di una guerra civile. Ma questo è un
modo totalmente sbagliato di porre la questione. Se la questione della vittoria
si potesse ridurre sempre a un confronto tra “tanti generali che dispongono di
tante baionette”, nessuna rivoluzione sarebbe stata possibile in tutta la
storia. Invece, come disse una volta il Re Federico di Prussia: “Quando queste
baionette cominciano a pensare, siamo perduti”.
Nell’esercito cileno
c’erano molti soldati, sottufficiali e anche ufficiali che simpatizzavano per
l’Unità Popolare. Molti di questi avevano persino la tessera del Pcc o del Psc.
Poco più di un mese prima
del golpe, il 7 agosto, a Valparaiso alcuni sottufficiali della marina si
rifiutarono di obbedire ad un ordine degli ufficiali e furono arrestati. Dopo
vari tentennamenti Allende autorizzò il processo (che non si sarebbe potuto
fare senza il suo consenso), cedendo alle pressioni del comando della Marina.
Col cedimento di Allende il messaggio delle alte gerarchie militari arrivò
chiaro e forte ad ogni ufficiale, sottufficiale e soldato delle forze armate
cilene simpatizzante della sinistra: il
vostro governo è finito, non è più in grado di difendervi. Il danno
arrecato da questo piccolo episodio fu incalcolabile.
I dirigenti dell’Unità
Popolare commisero l’errore fondamentale di immaginare che lo Stato borghese
potesse assumere una posizione “neutrale” nello sviluppo della lotta di classe
nel caso che essa avvenisse rispettando i limiti della legalità borghese e che
il Cile fosse un caso “eccezionale” a causa delle tradizioni “democratiche”
delle sue forze armate. Queste illusioni vennero alimentate fino all’ultimo
momento dai militari. Poco prima del golpe, dopo la nomina a comandante in capo
dell’aviazione, il generale Leigh Guzman fece una dichiarazione in cui
affermava che le forze armate “non avrebbero mai rotto con la loro tradizione
di rispettare il governo legalmente costituito”. Queste stesse illusioni erano
condivise dai dirigenti dell’Unità Popolare, soprattutto da quelli del Pcc.
Come conquistare i
soldati?
Se i dirigenti dell’Unità
Popolare avessero utilizzato la decima parte delle energie che avevano sprecato
nel tentativo di guadagnare la fiducia e il rispetto della casta militare per
un lavoro serio di conquista della base dell’esercito per unirla al movimento
operaio, la sconfitta dell’11 settembre sarebbe stata totalmente impossibile.
Le file dell’esercito, una volta trovatesi di fronte al movimento delle masse, avrebbero subito inevitabilmente una serie di tensioni e scissioni. Sebbene in qualsiasi esercito la punta della piramide della casta militare sia legata strettamente alla classe dominante, la base è sempre vicina alla classe operaia e ai contadini. Ma dietro il soldato c’è l’ufficiale con la sua