FalceMartello
n° 169 * 4-09-2003
Metalmeccanici
Spezziamo
il fronte padronale
Nelle prossime
settimane la vertenza dei metalmeccanici entrerà nella fase decisiva. O la
lotta andrà fino in fondo e conquisteremo il nostro contratto oppure i padroni riporteranno
una vittoria dal grande significato politico: essere riusciti non solo ad
introdurre flessibilità ancora più selvagge ma soprattutto di aver smantellato
il diritto al contratto nazionale di lavoro. Non possiamo permetterlo!
di Paolo Brini (delegato Smalti-Comitato centrale
FiomCgil)
Lo stato della
vertenza: i pre-accordi
Alla chiusura delle
fabbriche, a fine luglio, il numero di vertenze aperte tramite i pre-accordi
ammonta a circa un migliaio per un totale di 220mila lavoratori, mentre il numero
di accordi siglati sono 96 per un totale di circa 14mila addetti. Già in questi
primi sviluppi della mobilitazione emerge come la scelta di percorrere la
strada dei “Pre-accordi”, da noi più volte criticata, stia ponendo in risalto i
limiti e i gravi rischi di questa tattica. Certamente le intese firmate fin’ora
sono migliori di quella firmata a livello nazionale da Fim e Uilm, ma il punto
non è certo questo.
Il fatto decisivo è che si
sta delineando uno scenario di “aziendalizzazione” dello scontro il cui
risultato rischia di essere non la disarticolazione dei padroni, come si
vorrebbe, ma la disarticolazione e la divisione dei lavoratori e del sindacato
stesso. La logica che sembra essersi fatta largo tra i vertici del nostro
sindacato è quella arrendevole e rassegnata del “salviamo il salvabile”.
Prendiamo i 96 accordi firmati: non ce ne sono due identici! Certo ci sono
alcune linee guida comuni, ma è forse questa l’idea di contratto nazionale che
la Fiom vuole difendere, o non è piuttosto l’idea di contratto che hanno Fim e
Uilm? Se a questo aggiungiamo che questi pre-accordi vincolano i lavoratori
delle aziende interessate a non fare più scioperi articolati ma a limitarsi ad
aderire alle manifestazioni “generali”, risulta chiaro che il cappio che volevamo
mettere al collo dei padroni ce lo stiamo infilando in testa con le nostre
stesse mani.
Nel gruppo dirigente della
Fiom c’è chi giustifica questa scelta dicendo che i lavoratori non sarebbero in
grado di reggere uno scontro duro come quelli degli anni ’70. Ma le oltre mille
vertenze aperte fin’ora dimostrano proprio l’esatto contrario! Ovunque si è
cominciato a dar battaglia i lavoratori hanno risposto con una determinazione
ed una disponibilità a reggere lo scontro duro in fabbrica, come non si vedeva
da tempo. Ci sono aziende nelle quali si è intrapreso uno scontro ininterrotto
da inizio luglio, a cominciare da Fincantieri ma non solo, dove i lavoratori
stanno dando a tutti noi lezioni di lotta di classe. Ma proprio qui sta il
punto: noi ci ritroviamo a settembre con aziende nelle quali si lotta già da
più di un mese ed altre che ancora non sono partite, con il rischio che alcune
entrino in lotta troppo tardi mentre altre siano state lanciate nello scontro
troppo presto e troppo isolate.
Si dice che a settembre
partiranno anche i grandi gruppi. A parte che si ha la sensazione che le cose
stiano andando troppo a rilento, è precisamente l’ingresso sulla scena delle
grandi fabbriche che cozza mostruosamente con la tattica dei Pre-accordi. Se si
vuole portare a casa il nostro contratto si deve vincere innanzitutto nei
grandi gruppi; per vincere qui è necessario mettere in campo “una potenza di
fuoco” che va decisamente oltre i grandi gruppi stessi ma che deve investire
tutta la categoria e non solo! Ma come si può pensare di ottenere questo se ci
sono fabbriche che non lottano più perché hanno già firmato il loro pre-accordo
o, ancora peggio, perché hanno fatto talmente tante ore di sciopero nelle
settimane precedenti che non ce la fanno più? Questo è il vicolo cieco nel
quale rischiamo di infilarci.
Che fare?
Tra i lavoratori c’è una
convinzione diffusa: la lotta non si vince facendo scioperi nazionali una volta
ogni 4 mesi come è avvenuto fin’ora. Giusto! I lavoratori sono stanchi di
manifestazioni puramente testimoniali che non portano ad alcun risultato. Si
vuole una lotta seria, dura ed incisiva. Purtroppo i vertici della Fiom hanno
deciso di intraprendere una strada decisamente equivoca. Infatti lo sviluppo
della vertenza sta portando e porterà nelle prossime settimane al punto
culminante, quella contraddizione fondamentale che la Fiom si trascina dal
congresso dello scorso anno: voler portare avanti (su pressione della base) una
piattaforma combattiva ma allo stesso tempo non voler rompere con la logica
della concertazione.
La scelta di articolare sì
la lotta, ma spezzettandola azienda per azienda ne è l’evidente prodotto: è un
compromesso tra le varie “anime” del sindacato (quella più moderata e quella
che pur volendo continuare la vertenza ha decisamente più a cuore il non
rompere con la prima!). Come ogni mediazione del genere, specie se fatta dopo
aver già lanciato le truppe nello scontro, sta creando non poco disorientamento
e perplessità tra delegati e lavoratori.
Tuttavia sarebbe
assolutamente sterile e deleterio per quei militanti, a cominciare dai
comunisti, che comprendono i limiti della situazione attuale pensare che sia
sufficiente condurre una semplice critica “di principio” o di metodo. La lotta
non è ancora chiusa e abbiamo nelle prossime settimane tutte le possibilità per
vincere lo scontro: questo deve essere l’obbiettivo di tutti coloro che hanno a
cuore le sorti della vertenza!
Le esitazioni dei
vertici
Nei piani alti del nostro
sindacato (non solo nella Fiom ma anche nella Cgil) sono in molti a vedere in
questi pre-accordi l’anticamera per una ritirata strategica. Per delegati ed
attivisti i pre-accordi devono essere al contrario la base, la prima mossa
della nostra controffensiva. Come? In primo luogo il mese di settembre deve essere
utilizzato per aprire la vertenza in tutte le aziende cui questo non sia ancora
stato fatto, a cominciare dai grandi gruppi. Non solo, l’obbiettivo deve essere
quello di colpire i padroni nel loro punto debole e cioè nella produzione.
Perciò è necessario che in tutte le aziende sia esteso l’utilizzo di forme di
lotta conseguenti: scioperi a scacchiera, a gatto selvaggio, a singhiozzo
(alternati nei reparti, improvvisi e intermittenti) ecc. La parola d’ordine
dev’essere “massimo del danno col minimo dispendio di ore di sciopero”. Il
secondo obbiettivo deve essere quello di evitare il rischio di isolamento della
lotta nelle singole aziende. Per fare questo è necessaria la costituzione di
coordinamenti di delegati in base alle zone, ai territori, al tipo di
produzione ecc. che estendano il più possibile le iniziative di mobilitazione.
L’obbiettivo, e la parola
d’ordine, debbono essere la “generalizzazione dello scontro” sul piano
nazionale e la gestione centralizzata della lotta da parte di un coordinamento
nazionale di delegati. Infine lo sciopero del 17 ottobre deve essere visto come
punto nodale di svolta tramite cui far convergere le varie piattaforme nella
unica piattaforma nazionale già promossa dal sindacato negli scorsi mesi.
Il 17 ottobre deve essere
anche l’occasione in cui imprimere la corretta e necessaria connotazione
politica allo scontro. La lotta per il contratto nazionale deve coincidere con
la lotta contro la legge Biagi e contro l’ennesimo attacco alle pensioni. Insomma
deve essere percepita come una lotta non solo dei metalmeccanici ma di tutta la
classe lavoratrice.
Si alla lotta articolata,
ma generalizzata e gestita a livello nazionale e locale direttamente da
coordinamenti di delegati e basata su una unica piattaforma, quella già votata
e sostenuta da oltre 450mila lavoratori.
Esistono tutte le
possibilità di riprendere la mobilitazione su un piano qualitativamente
superiore. Dobbiamo esercitare una forte pressione sugli apparati sindacali
isolando coloro che sabotano coscientemente la mobilitazione e sottoponendo a
uno stretto controllo dal basso tutti gli altri. Vincere si può. Nulla è andato
perso a condizione che l’iniziativa torni sotto il controllo dei lavoratori.
Elenco numeri di FalceMartello - Home Page