FalceMartello
n° 169 * 4-09-2003
Congelare prezzi e tariffe
Aumentare salari e pensioni
Estendere i diritti sociali
Difendere ogni posto di lavoro
La crisi economica la
paghino i padroni!
Italia, Francia e Germania
sono sull’orlo della recessione, Sia Francia che Germania sfonderanno
ampiamente il deficit statale previsto dal trattato di Maastricht. Gli Usa
rilanciano temporaneamente la propria economia grazie a un aumento spropositato
delle spese militari (+45,9% nel secondo trimestre, il maggiore dal 1951!),
accumulando un deficit statale record che quest’anno potrebbe raggiungere i 550
miliardi di dollari, il 5% del Pil. Il capitalismo europeo subisce la pressione
americana, ma non potendo seguire la strada di Bush intraprende la via
obbligata dei tagli.
Francia e Germania aprono
così la strada all’attacco generalizzato alle pensioni, il governo Berlusconi
si accoda prontamente.
L’insieme dei
provvedimenti del governo, sia quelli degli scorsi mesi che quelli allo studio
attualmente, si può riassumere così: massacro sociale su tutti i fronti.
La legge 30 introduce la
precarizzazione più selvaggia nel mondo del lavoro (vedi l’articolo alle pagine
4-5). Il lavoratore viene spogliato di tutti i suoi diritti e abbandonato in
una contrattazione individuale col padrone, un rapporto nel quale l’impresa
avrà sempre il coltello dalla parte del manico.
I salari continuano a
perdere terreno sull’inflazione, persino nelle statistiche “fantasiose”
elaborate dall’Istat, mentre su milioni di famiglie si sta per abbattere la
consueta stangata autunnale delle spese scolastiche. La crisi economica metterà
a rischio centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Ma ancora non basta:
bisogna fare cassa, e ancora una volta le pensioni finiscono nel mirino.
Mentre scriviamo continua
il balletto delle ipotesi: si parla di “incentivi” (a spese dello Stato) per
continuare a lavorare anche dopo aver raggiunto l’età pensionabile, di forme di
penalizzazione per chi volesse accedere alla pensione di anzianità, di
un’accelerazione nell’applicazione della controriforma Dini del 1995.
Ma il piatto più
succulento sul quale si vogliono mettere le mani è quello del Tfr, ossia delle
liquidazioni. Infatti, nonostante già dal 1995 la riforma Dini avesse
introdotto i fondi pensione integrativi di categoria, questi “non decollano”. E
allora si propone di estorcere obbligatoriamente i soldi delle liquidazioni per
gettarli nella speculazione borsistica.
Negli Usa, dove questo
metodo è usato da decenni, sono centinaia di migliaia i lavoratori che hanno visto
abbattuti o azzerati i loro fondi pensione, trascinati nel crollo della Borsa e
nei colossali fallimenti come quello della Enron. Anche in Italia, gran parte
dei fondi di categoria già avviati dopo il 1996 sono in perdita, da quello dei
metalmeccanici a quello dei dipendenti della Banca d’Italia. Il governo si
comporta come il Gatto e la Volpe di Pinocchio, e racconta ai lavoratori che se
seppelliranno i loro risparmi crescerà l’albero delle monete d’oro. E la
burocrazia sindacale, coinvolta anch’essa nella gestione di questi fondi,
mentre tuona contro le minacce alle pensioni mantiene un diplomatico silenzio
sulla questione dei fondi integrativi.
Di fronte a questa vera e
propria grandinata cosa fa l’opposizione? Mentre Rutelli si è già dichiarato
disponibile al confronto sulle pensioni, Fassino ha pensato bene di scrivere un
libro di ben 413 pagine, che pur non essendo ancora nelle librerie, già fa
parlare di sé. E fa parlare perché nel suo parto letterario pare che il
segretario diessino abbia spiegato come fu un grave errore negli anni ’80
opporsi alla restaurazione padronale (che lui chiama “modernizzazione”) guidata
da Craxi e dai governi pentapartito e come in particolare sia stato un grave
errore all’epoca condurre la battaglia in difesa della scala mobile.
Escludiamo che Fassino
abbia scritto questo libro solo per rimestare storie vecchie di vent’anni, il
messaggio è fin troppo trasparente: come (a suo dire) fu un errore allora lottare
per i diritti dei lavoratori, sarebbe un errore oggi ostinarsi nella difesa di
“vecchie” conquiste (pensioni, Statuto dei lavoratori, istruzione pubblica e
quant’altro). Meglio, molto meglio candidarsi al governo in nome della “buona
flessibilità” (altra frase proverbiale del pallido Piero, ci piacerebbe che ce
la presentasse questa flessibilità tanto buona) e della “modernizzazione”.
Il risultato è alquanto
surreale: mentre il governo impugna lo spadone a due mani, i “leaders”
dell’opposizione moltiplicano gli incontri per discutere chi sarà il prossimo
primo ministro (ma chi glie lo ha detto che un’opposizione così vincerà le
prossime elezioni?), chi prenderà le altre poltrone, come fare la lista alle
prossime europee. Ma nessuno pare avere alcuna intenzione di discutere come
fermare l’attacco del governo, e non per caso: sul ponte di comando del
centrosinistra sono quasi tutti d’accordo con la politica economica di
Berlusconi, e non manca chi lo critica da destra, come ad esempio l’ex ministro
dell’industria Bersani (Ds), che ha detto che il governo non privatizza
abbastanza.
Non sarà quindi da questi
signori che verrà la risposta necessaria al massacro sociale. Spetta a noi
costruirla, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università e nei quartieri.
Le due ore di sciopero convocate dalla Cgil non bastano certo a fermare il
governo, ma possono essere un’occasione per far sentire la nostra voce ed
esigere che il sindacato organizzi una resistenza a tutto campo, a partire
dalla lotta dei metalmeccanici che riprende nelle prossime settimane, fino a
una campagna a tutto campo che finisca il lavoro che abbiamo lasciato
interrotto lo scorso anno: cacciare questo governo invertire la rotta dopo
vent’anni di arretramenti, cominciando a riaffermare in maniera intransigente
la difesa degli interessi dai lavoratori e di tutti gli altri settori sfruttati
della popolazione.
3 settembre 2003
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