FalceMartello n° 168 * 3-07-2003
L’Iraq sotto il tallone
americano
Occupazione e resistenza
A poche settimane dalla
“fine della guerra” proclamata da Bush, emerge uno scontro sempre più aspro fra
le truppe di occupazione e la popolazione irachena.
La lista ufficiale
delle vittime angloamericane parla di oltre 60 soldati uccisi dalla “fine” del
conflitto. Dai rapporti emerge uno stillicidio di assalti, agguati, trappole
che sta mettendo a dura prova i nervi degli occupanti.
di Claudio Bellotti
Ecco alcuni brevi estratti
dai rapporti del Dipartimento della difesa Usa e del Ministero della difesa
britannico.
7 giugno: un soldato di 19 anni ucciso a Tikrit quando la stazione di
polizia è stata colpita da un lanciagranate e da fuoco di armi leggere.
10 giugno: un soldato di 20 anni ucciso a Baghdad mentre riposava su un
autobus colpito da una granata sparata da una casa vicina.
12 giugno un elicottero Apache abbattuto “apparentemente da fuoco ostile”.
E via di seguito.
Il morale delle truppe
ovviamente ne risente, come spiega il Washington
Post (20 giugno): “Ai soldati è
proibito lasciare gli accantonamenti senza un’arma, un giubbotto antiproiettile
e una missione specifica. (…) ‘Cosa ci facciamo qui? La guerra si suppone sia
finita, ma ogni giorno veniamo a sapere di un altro soldato ucciso. Ne vale la
pena? Saddam non è più al potere, gli abitanti vogliono che ce ne andiamo.
Perché siamo ancora qui?’”
Gli americani rispondono
con rastrellamenti e arresti di massa, uso indiscriminato delle armi e pugno di
ferro; persino i loro fantocci iracheni come Ahmed Chalabi vengono messi da
parte, e la convocazione della fantomatica assemblea costituente è stata
rinviata a data da destinarsi.
4mila Usa soldati sono
stati impiegati in un rastrellamento su vasta scala poco a nord di Baghdad,
dove hanno arrestato 400 persone (oltre mille secondo la Croce rossa
internazionale). A Balad sono stati uccisi almeno 27 iracheni, 82 combattenti
sono stati uccisi la settimana prima vicino alla città di Rawah, presso il
confine siriano. In realtà secondo molti testimoni le forze Usa hanno aperto
deliberatamente il fuoco con carri armati ed elicotteri sulle case della
cittadina.
L’ultimo episodio (24
giugno) riguarda sei soldati britannici uccisi vicino a Bassora. Attaccati da
cecchini, si è detto in un primo momento. Ma successivamente è emerso come si
sia trattato di un vero e proprio episodio di rivolta popolare di massa, con
centinaia di persone che hanno circondato gli occupanti, cercando vendetta per
gli abusi commessi nei giorni precedenti.
Iraq, preda di
guerra
Non si tratta quindi di
qualche “nostalgico” del regime di Saddam. Il fronte che si schiera contro
l’occupazione è composito, e comprende sia organizzazioni sciite, sia ex
militari dell’esercito iracheno e soprattutto settori sempre più ampi della
popolazione oltraggiati dalla guerra e dall’occupazione.
Oltre 150mila truppe di
occupazione non riescono a garantire il controllo del paese, e gli Usa cercano
ora di coinvolgere altri 30mila soldati di altri paesi.
La lotta per la
liberazione dell’Iraq è una lotta giusta, che merita la solidarietà e il
sostegno militante del movimento operaio internazionale, a partire dai partiti
comunisti.
Ma questo non significa
che non dobbiamo distinguere tra le forze che si oppongono all’occupazione. Non
tutti i partiti sono uguali, non tutti i programmi sono da sostenere, non tutti
i metodi di lotta possono portare alla vittoria del popolo iracheno.
La storia ci insegna che
in un paese occupato, da sempre, il peso maggiore dell’oppressione ricade sulle
masse, sui lavoratori, sui contadini, sui poveri, mentre i settori privilegiati
della popolazione sono costantemente spinti a cercare un compromesso con
l’occupante per raccogliere le briciole della torta. Gli americani perseguono
una politica che accanto alla repressione brutale comporterà una spinta alla
disgregazione del paese, sia sul piano sociale che su quello istituzionale,
secondo il vecchio motto del divide et
impera.
Un primo passo in questa
politica è stata la scelta di pagare i salari arretrati ai soldati
dell’esercito iracheno, che avevano già tenuto numerose manifestazioni di
protesta, e di proporre l’arruolamento di una forza di circa 40mila uomini in
una nuova forza armata irachena, di fatto un esercito fantoccio paragonabile a
quello che hanno messo in piedi in Afghanistan, o a quello che fu l’Esercito
del Vietnam del sud, che fiancheggiava gli Usa nella lotta contro la
guerriglia.
Un secondo passo riguarda
il petrolio. È ovvio che le chiacchiere sulla distribuzione degli utili del
petrolio alla popolazione sono solo fumo negli occhi.
E tuttavia è lampante il
doppio ricatto: da un lato, tentare di incolpare la resistenza irachena che ha
compiuto numerosi sabotaggi agli oleodotti in queste settimane: se non arrivano
i soldi, diranno gli americani, la colpa non è nostra ma di questi estremisti e
fanatici. Inoltre, seppure il controllo del petrolio rimarrà saldamente in mani
americane o dei loro fedeli alleati, destinare qualche briciola dei proventi
petroliferi a programmi di “assistenza” permetterebbe di creare una rete di
clientelismo e corruzione direttamente legata all’amministrazione americana.
Al vertice del World
Economic Forum tenutosi in Giordania il 21-22 giugno il governatore Paul Bremer
ha parlato chiaro: privatizzazioni a tappeto, abolizione dei sussidi, leggi
antitrust, apertura del paese agli investimenti stranieri. L’Iraq è preda di
guerra, nel sud si affacciano gli sceicchi del Kuwait, ai quali la voce
popolare attribuisce la colpa di aver armato e alimentato almeno una parte
delle bande di saccheggiatori. Le ditte del Kuwait si sono aggiudicate i
contratti per la ricostruzione degli oleodotti del sud del paese, gli operai
iracheni sono stati esclusi mentre vengono assoldati immigrati filippini o del
sudest asiatico. Ora si parla di spartire il porto meridionale di Umm Qasr
(porta fondamentale sul Golfo Persico), con il Kuwait che vorrebbe occuparne
una parte.
Nell’amministrazione
americana si parla ormai apertamente di cinque o dieci anni di occupazione;
secondo l’agenzia di informazioni Debka-net, gli Usa stanno progettando due
enormi centri per i loro servizi segreti, uno a Baghdad e l’altro a Mosul, dove
installare ogni possibile sistema di spionaggio elettronico, e dove a regime
lavorerebbero circa 4mila “specialisti”. Il primo di questi complessi
servirebbe per lo spionaggio interno, mentre il secondo sarebbe prevalentemente
rivolto a sorvegliare le frontiere e i paesi vicini, in primo luogo l’Iran.
Lotta di
liberazione, lotta di classe
Un’intervista comparsa sul
Manifesto del 22 giugno getta una
luce interessante sul ruolo del Partito comunista iracheno. A Nassiriya, culla
del movimento comunista nel paese e città natale del fondatore del Pc, le
truppe Usa sostennero quello che fu probabilmente lo scontro più duro della
guerra. Un notabile cittadino dichiara al Manifesto:
“Il partito comunista dovrebbe prendere
in mano la situazione, prendere le armi e bloccare questi ladri, invece stanno
lì, seduti nella sede del partito. Cosa aspettano?” E all’intervistatrice,
che obietta che “se tutti i partiti sono
armati, allora potrebbe scoppiare la guerra civile”, risponde severamente: “Non sto parlando di tutti i partiti, sto
parlando del partito comunista, se lancia una parola d’ordine tutti lo seguono.
Qui nessuno segue gli islamisti”.
Seppure Nassiriya sia una
realtà più avanzata, queste parole dimostrano le potenzialità per un movimento
rivoluzionario di massa, che basandosi sulla forte tradizione comunista che
nonostante tutto continua nel paese, potrebbe rapidamente candidarsi a riempire
il vuoto politico e porsi in posizione dirigente nel movimento di lotta contro
l’occupazione.
Questo sarebbe interamente
possibile se la parola d’ordine della cacciata degli occupanti fosse
accompagnata da un programma generale di rivoluzione sociale.
L’Iraq agli iracheni non
significa solo liberarsi dell’occupazione, ma anche che i lavoratori e i
contadini iracheni possano prendere pieno possesso delle ricchezze fondamentali
del paese, a partire dal petrolio e dall’acqua, l’esproprio delle principali
risorse economiche private, l’epurazione di una burocrazia statale corrotta e
avida che ha saccheggiato il paese quando era al potere e che domani non
esiterà a porsi al servizio dei nuovi padroni; significa una prospettiva
rivoluzionaria che vada al di là dei confini (largamente artificiali)
dell’Iraq, facendo della lotta di liberazione irachena un perno per la lotta di
tutto il mondo arabo contro la penetrazione imperialista, contro i regimi arabi
succubi dell’imperialismo, contro il fondamentalismo e per una federazione
socialista dell’intero Medio Oriente, all’interno della quale possano trovare
soluzione i problemi storici delle nazionalità oppresse, la questione
palestinese, la questione curda, ecc.
Purtroppo il gruppo
dirigente del Pc iracheno sembra molto lontano da questa prospettiva. “Il segretario Said Sahib el Hossuna, è
rientrato dalla Siria dove ha passato il suo esilio. C’è molta soddisfazione
per la ripresa dell’attività politica, anche se con il rammarico di essere
sotto occupazione. ‘Tutti sono contro l’occupazione, ma l’occupazione è un
fatto, quando avremo un governo potremo negoziare pacificamente la loro
partenza” (il Manifesto, 22
giugno).
Qualsiasi “governo” si
formi in Iraq, sarà un governo fantoccio come il governo Karzai in Afghanistan.
Qualsiasi forza che vi partecipi si schiererà di fatto contro la lotta per la
liberazione dell’Iraq.
Non il negoziato, ma solo
una aspra lotta di popolo può liberare l’Iraq. E quanto più sarà audace e
radicale, quanto più avrà un carattere di massa, quanto più vedrà al centro i
lavoratori, i contadini, le masse più oppresse, tanto più questa lotta dividerà
la stessa popolazione irachena su linee di classe. Il nostro compito di
comunisti e di internazionalisti è contribuire in primo luogo alla
chiarificazione politica e sostenere quelle forze che possono contribuire
all’affermarsi della prospettiva rivoluzionaria nella lotta per la liberazione
dell’Iraq.