FalceMartello n° 168 * 3-07-2003
Esplode la rabbia delle
masse peruviane
Un nuovo passo in
avanti nella rivolta che da tempo contraddistingue l’America Latina è stato
compiuto in Perù. La mobilitazione degli insegnanti, insieme a larghe fasce di
lavoratori e studenti, avvenuta tra la fine di maggio e l’inizio di giugno,
segnala come la rabbia di tutto un continente, lungi dal placarsi, sia pronta
ad esplodere in ogni momento. Il livello di radicalità dello scontro, ormai
raggiunto anche in Perù, è la manifestazione della forte opposizione all’ordine
sociale esistente, sempre più diffusa tra le masse.
di Andrea Tassoni
La sollevazione popolare
dell’ultimo mese non nasce dal nulla, ma rappresenta la continuazione di una
serie di rivolte che hanno segnato il paese andino da almeno tre anni. Dopo un
decennio di crisi del movimento operaio e delle sue organizzazioni, colpiti
dalla repressione e dalla collaborazione di classe della burocrazia sindacale,
le masse peruviane tornano protagoniste alla fine del 2000. In quel periodo un
movimento di massa allontana il dittatore Fujimori dal potere, contestando non
solo i tratti autoritari del regime ma anche i fondamenti della sua politica
economica di stampo liberista e filo-imperialista. La strada è così aperta all’elezione
alla presidenza di Alejandro Toledo.
Di origine india, ma
formato da prestigiosi studi ad Harvard e un’invidiabile carriera presso la
Banca Mondiale, Toledo fonda la sua campagna elettorale su toni demagogici in
difesa dei ceti più poveri e sfruttati. In realtà la sua politica risulta
completamente funzionale agli interessi della borghesia locale e delle
multinazionali straniere. Ad ogni modo, i peruviani non tardano a capirlo.
Tutto il 2002 è segnato da
lotte e scioperi. Iniziano i lavoratori edili a marzo, seguiti dai lavoratori
della compagnia telefonica, i quali dopo una lunga lotta bloccano un piano di
pesanti licenziamenti. A luglio è il turno dei campesinos e non mancano
continue proteste di studenti e insegnanti. Ma è nel mese di giugno che il
governo Toledo deve fronteggiare la protesta più radicale e pericolosa.
Un piano di
privatizzazione delle imprese elettriche pubbliche (smentito nella precedente
campagna elettorale dallo stesso Toledo) scatena tumulti di massa nella seconda
città del Paese, Arequipa, allargando la rivolta a diverse zone del Paese.
Scontri, scioperi, rafforzamento di organizzazioni di lotta a livello
provinciale (i “fronti”, in molti casi formati da operai e contadini) spingono
il governo a capitolare. Gli avvenimenti conducono ad un crollo della
popolarità di Toledo e a critiche da parte di organismi finanziari ed economici
internazionali, oltre alla delusione della multinazionale francese Suez, pronta
ad acquistare per un prezzo ridicolo le imprese pubbliche (operazione già
riuscita con successo in altri Paesi, fra gli altri Brasile, Indonesia,
Kazakistan). Gli avvenimenti segnano anche la mente delle masse sfruttate del
Perù, pronte a tornare protagoniste dopo il successo ottenuto, coscienti della
loro forza e del loro peso nella società.
La recente mobilitazione è
aperta dalla lotta degli insegnanti, organizzati nel sindacato Sutep, i quali
nel mese di maggio iniziano uno sciopero ad oltranza. La categoria è in lotta
per questioni salariali: chiedono un aumento di almeno 210 soles (circa 50
euro) a fronte di uno stipendio attuale da fame di 170 euro. Per chiarire la
situazione, nel 2003 il loro potere d’acquisto è pari al 51% di quello degli
stessi insegnanti nel ’42. La rivolta presto si allarga ad altre categorie.
Scendono in lotta contadini e allevatori, con blocchi stradali e scontri; la
rabbia di questi lavoratori nasce dall’impoverimento di migliaia di loro,
dovuto all’importazione di carni e derrate agricole dall’estero per essere
vendute a basso prezzo. Questo in aggiunta alle inumane condizioni di lavoro e
di vita che da tempo affliggono i contadini poveri peruviani. Negli ultimi
giorni di maggio inizia uno sciopero dei lavoratori della sanità, anch’essi
esasperati da salari ridicoli; con essi scioperano i lavoratori del settore
giustizia dello Stato.
Di fronte ad una
situazione sociale sempre più esplosiva, il 27 maggio Toledo dichiara lo stato
di emergenza per trenta giorni. Lo stato di emergenza significa limitazione
delle libertà individuali e collettive, aumento dei poteri delle forze
dell’ordine, in poche parole la realtà di un regime dittatoriale. Ma significa
anche trovarsi di fronte all’autentica, intima natura dello Stato borghese.
Pronto a riempirsi la bocca di parole come democrazia e diritti quando tutto è
tranquillo, non esita ad usare la violenza e l’arbitrio quando il popolo scende
nelle strade, quando è colpevole soltanto di reclamare un futuro migliore per
sé e per i propri figli. Non dimentichiamo, inoltre, che il presunto paladino
del popolo, il presidente Toledo, nei giorni della rivolta ha spesso incontrato
uomini d’affari e magnati dei mass-madia locali per raccogliere i loro consigli
su come operare.
Questo a dimostrazione di
quale classe sociale sia il reale referente della politica governativa. La
repressione non ferma, almeno per il momento, la lotta dei peruviani. Aspri
scontri, proteste si susseguono in tutto il Paese con il triste corollario di
arresti, sparizioni, feriti. Aspri attacchi della polizia ed energiche reazioni
dei lavoratori avvengono nelle città di Chiclayo, Huaraz, Pucallpa e in altri
centri. Anche gli studenti scendono in lotta; all’Universidad Nacional de
Altipiano, presso la città di Puno, scontri con la polizia producono numerosi
feriti e la morte di uno studente. Il livello di critica espresso dalla lotta
si eleva arrivando a coinvolgere l’intero operato del governo. Addirittura
nelle fila della polizia serpeggia un certo disagio per ciò che sta accadendo,
al punto che il governo si vede costretto ad aumentare i salari delle forze
dell’ordine, al fine di placare ogni malumore.
Purtroppo, il coraggio e
la radicalità dimostrata da lavoratori e studenti peruviani non ha trovato una
degna corrispondenza nelle azioni dei loro dirigenti. L’Apra, partito
d’opposizione, riformista, al potere con esiti disastrosi negli anni ’80,
adotta una posizione di tipo pacificatrice, invitando le parti a riaprire il
negoziato. Critica l’uso della forza da parte del governo, in realtà temendo
che la violenza possa spingere le masse a lottare in modo ancora più pericoloso
per la classe dirigente. Nilver Lopez, leader del sindacato degli insegnanti,
guida la propria base in un sciopero ad oltranza e in una lotta molto dura, ma
non coglie la reale portata degli avvenimenti.
Circoscrivendo le sue
dichiarazioni solamente nell’ambito della lotta per il salario, frena la chiara
intenzione degli insegnanti, presi ad esempio da tutti i lavoratori, di porre
in discussione l’intero assetto della società peruviana. Inoltre, di fronte
alle accuse di infiltrazioni terroriste nel sindacato sparse ad arte da media
borghesi e da politici, Nilver Lopez non trova di meglio che sollecitare
l’intervento dei servizi segreti nella base del sindacato. Ma quale speranza si
può riporre nel trattare con un governo che per due volte in pochi mesi ha
dichiarato lo stato d’emergenza? Cosa si può ottenere dai fantocci al soldo
dell’imperialismo e di pochi ultra-ricchi peruviani in mezzo ad un mare di
povertà?
Mentre scriviamo queste
righe, la lotta del popolo peruviano è in una fase di pausa. Il 13 giugno è stato firmato da governo
e sindacato un accordo che prevede un aumento salariale per gli insegnanti di
100 soles (meno della metà di quanto richiesto all’inizio della lotta). Ma la
situazione non è sicuramente risolta. Siamo convinti che presto il proletariato
peruviano tornerà ad imporre il proprio protagonismo per la difesa dei propri
interessi e della propria dignità. Quando si presenterà nuovamente una lotta
popolare come quella di recente avvenuta, sarebbe importante allargare la
mobilitazione a tutti i lavoratori, facendo appello alla solidarietà di classe.
Insieme a questo, la formazione di comitati d’azione con appoggio su assemblee
di lavoratori in ogni fabbrica, scuola, quartiere, permetterebbe un autentico salto
di qualità nella lotta e un grande coinvolgimento popolare. Confidiamo, infine,
nell’esigenza di un’organizzazione politica che, su autentiche basi marxiste,
guidi la lotta dei lavoratori verso obiettivi comuni, generali, propri del movimento operaio.
La classe operaia
peruviana ha dimostrato in questi mesi il suo valore. Troverà dentro di sé la
forza e i metodi per abbattere il capitalismo e liberarsi così da quella realtà
di miseria e violenza nella quale è stata relegata.