FalceMartello n° 168 * 3-07-2003
A dieci anni dagli
accordi di Oslo
nessuna pace
duratura è possibile sulle basi del capitalismo
La “Road Map”
dell’inganno imperialista
prepara nuovi conflitti
in Medio Oriente
Dopo la vittoria
statunitense nella guerra contro l’Iraq è partita l’offensiva diplomatica di
Bush per imporre un nuovo assetto al Medio Oriente e garantire una maggiore
stabilità alla “pace” imperialista, che a pochi mesi dal conflitto resta ancora
estremamente fragile, come dimostra la
crescente resistenza
nel quadro di una generale insofferenza dimostrata dalla popolazione irachena
nei confronti dell’occupazione angloamericana.
di Francesco Merli
Bush Jr. (come il padre 12
anni fa nella prima guerra del golfo) non ha dato prove di particolare
perspicacia o abilità tattica, ma ha dimostrato persino lui di capire la
centralità del conflitto tra Israele e le masse palestinesi negli equilibri di
tutta l’area costringendo in disparte ad un ruolo di secondo piano il
tradizionale alleato; un eventuale intervento israeliano nella guerra infatti
avrebbe rappresentato una provocazione insostenibile agli occhi delle masse
arabe, minando la stabilità dei regimi arabi più vicini agli Usa già gravemente
messa in forse dall’aggressione Alleata all’Iraq.
Il piano della “Road Map”,
divulgato il 30 aprile, è stato messo a punto da un cosiddetto “quartetto” di
soggetti (Usa, Unione Europea, Onu e Russia), ma di fatto ripropone le linee
del Piano Tenet del 2001. Non contiene sostanziali novità rispetto alle versioni
precedenti e relega tutte le questioni maggiormente controverse alla “terza
fase” di attuazione del piano, ponendo quasi tutti gli oneri nella prima fase
sulle spalle della leadership palestinese.
La vera novità è
costituita dai rapporti di forza più favorevoli all’imperialismo statunitense
scaturiti dalla guerra, che hanno permesso a Bush di imporre una svolta ai
vertici dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) con la marginalizzazione de facto di Yasser Arafat e la nomina a
premier di Mahmoud Abbas (meglio noto come Abu Mazen), forse l’uomo all’interno
del partito di Arafat più vicino agli Usa, nonché dell’ex capo dei servizi
palestinesi a Gaza, Mohammed Dahlan, come ministro degli interni. La maggiore
influenza statunitense non è però di per sé sufficiente a garantire alla “Road
Map” un destino diverso rispetto alle decine di piani di “pace” naufragati
nella lunga storia del conflitto mediorientale.
Cosa prevede la Road
Map?
In buona sostanza il piano
che pomposamente s’intitola “Mappa imperniata sui risultati per una soluzione
permanente sulla base di due Stati del conflitto israelo-palestinese” è
articolato in tre fasi.
Nella prima fase, in cambio di un parziale e graduale ritiro israeliano
(le cui modalità sono subordinate a considerazioni sulla “sicurezza” per
Israele di pura pertinenza israeliana) e dello smantellamento delle colonie
“illegali” impiantate dopo il 2001 (implicitamente si considererebbero legali
le altre dove vivono oltre 200mila coloni), si richiede alla direzione
palestinese di cessare unilateralmente “violenza e terrorismo” e di collaborare
con le forze israeliane nella riorganizzazione della polizia dell’Anp per
reprimere e smantellare le organizzazioni della lotta armata palestinese, in
particolare le due principali: Hamas e Brigate dei martiri di Al-Aqsa.
Obiettivo di questa repressione non sono solo le organizzazioni paramilitari e
gli attentatori suicidi, ma soprattutto la cessazione di ogni resistenza
all’occupazione.
Nella seconda fase avverrebbe la creazione dello stato palestinese
(costituzione e “libere” elezioni sotto i fucili dell’esercito israeliano) a
cui seguirebbe una conferenza internazionale sulla Road Map.
Nella terza ed ultima fase si raggiungerebbe l’accordo su confini
“definitivi”, rimpatrio dei profughi palestinesi, ritiro dei soldati, status di
Gerusalemme, eventuale smantellamento degli insediamenti (oltre 200mila coloni
presenti sul territorio palestinese che hanno a disposizione l’80% delle
risorse e sono armati fino ai denti), ecc. Il tutto condito da promesse di
investimenti, aiuti internazionali e coronato entro il 2005 dal reciproco
riconoscimento da parte di Israele e degli stati arabi. Fine della favola.
Resta da chiarire come
possa consolidarsi uno stato democratico capitalista ed indipendente in Palestina,
senza confini definiti, con un’economia distrutta nei suoi settori fondamentali
(agricoltura e pesca) che dipende al 100% da quella israeliana (energia, acqua,
ecc.) e che non ha risorse né materie prime. Forse sulla base dei famosi aiuti
esterni? Non basta il fallimento economico e politico dell’Anp nata dagli
accordi di Oslo negli ultimi dieci anni a provare che tutto ciò si trasformerà
in un incubo se possibile anche peggiore della situazione attuale per le masse
palestinesi?
Basi e limiti della
tregua
In questa fase una serie
di fattori convergono verso il raggiungimento di una tregua. Nel campo
palestinese il settore decisivo della borghesia è orientato alla capitolazione,
anche se Abu Mazen, che incarna gli interessi di questo settore, è forse l’uomo
più solo al mondo in questo momento perché i suoi sostenitori stanno coperti e
allineati per non esporsi troppo. La seconda intifadah scoppiata nel settembre
del 2000 ha portato alla paralisi dell’attività economica a causa della
repressione israeliana, all’esplosione della disoccupazione e al peggioramento
delle condizioni di vita nelle città dove manca acqua, energia, generi
alimentari e medicinali. Oltre 2.500 morti, il tallone di ferro di una nuova
occupazione israeliana con posti di blocco, coprifuoco, esecuzioni “mirate”,
l’assedio delle città, la distruzione sistematica dei raccolti, la demolizione
di migliaia di case e la paralisi dei trasporti hanno portato la popolazione
allo stremo.
Jenny Tonge, deputata del Liberal Democratic Party inglese, di
ritorno da un viaggio in Palestina fornisce un quadro della situazione: “In vita mia non ho mai visto tante macerie,
detriti e filo spinato - e sono stata bambina negli anni ’40 crescendo a
giocare fra le macerie dei bombardamenti” (The Guardian, 23/06/2003).
Una tregua e
l’allontanamento dei soldati israeliani verrebbe accolta come una possibilità
di respirare più liberamente per un periodo, anche se quasi nessuno ripone
fiducia nella possibilità di una pace duratura.
Dal canto suo Sharon è
costretto a cedere momentaneamente alla pressione statunitense, accettando di
arretrare i soldati ad una posizione più defilata e di smantellare qualche
insediamento a fini cosmetici, salvo comunque cercare di volgere a proprio
favore la situazione sul terreno, per il fatto che Israele continua ad essere
dipendente dalle sovvenzioni americane e l’economia è in recessione ormai da
tre anni.
Abu Mazen prepara il
terreno per Hamas
I colloqui del 4 di giugno
tra Bush, Abu Mazen e Sharon che avrebbero dovuto lanciare la Road Map sono
stati seguiti da un’escalation formidabile di esecuzioni “mirate” israeliane,
attacchi suicidi e di nuovo rappresaglie per definire il terreno di scambio
nella trattativa per il cessate il fuoco.
Hamas, il cui dirigente
principale all’interno dei Territori, Abdel Aziz Rantisi, (appena scampato ad
un missile israeliano che ha lasciato sul terreno due giovani sorelle e una
bimba di 4 anni) si è dichiarato contro la Road Map e il cessate il fuoco ma,
tenendo conto della stanchezza tra le masse, ha deciso di dichiarare una tregua
unilaterale, subito imitata dalle altre organizzazioni armate.
Il ruolo di Rantisi (e di
Hamas) è cresciuto in questi ultimi mesi nei Territori di pari passo con la
disperazione, anche tenendo in conto il fatto che la repressione israeliana ha
colpito in modo particolarmente severo i leader e i militanti della sinistra
laica palestinese, con decine di esecuzioni e l’arresto di Marwan Bargouthi. La
tregua non indebolisce Hamas che può trarre vantaggio di ogni cedimento della
direzione dell’Anp verso gli occupanti. Negli ultimi dieci anni è ormai un
copione consolidato che ha permesso ad Hamas di crescere nonostante la
diffidenza della maggioranza dei palestinesi verso il fondamentalismo islamico.
Nella misura in cui la
leadership dell’Anp si presterà al gioco dell’imperialismo facendosi carico
della repressione del suo stesso popolo in cambio di promesse è destinata nel
medio periodo a soccombere e ad essere soppiantata tra le masse dai settori più
radicali, perfino dal fondamentalismo.
La crescita di Hamas rappresenterebbe un vicolo cieco mortale per la lotta
del popolo palestinese che può essere contrastato solo dall’emergere di una
opposizione anticapitalista su basi di classe alla politica capitolazionista
della corrotta borghesia palestinese.
Una battuta di Dahlan,
riportata dal quotidiano israeliano Yediot
Ahronoth il 19 maggio (e ripresa due giorni dopo da Liberazione), è rivelatrice della consapevolezza di star camminando
sul filo di un rasoio. Rivolgendosi a Sharon: “non capisce che io e Abu Mazen abbiamo intrapreso una missione suicida
assumendoci la responsabilità di fermare la violenza?”. Come dire, “ci
aiuti perché per fare il vostro gioco ci siamo bruciati i ponti alle spalle.
Arafat potrà giocare un
ruolo nella inevitabile crisi della politica conciliatoria dell’attuale
premier. Per ora è stato messo all’angolo, ma non si rassegna al ruolo di
comparsa come desiderano Usa e Israele e proprio la sua attuale emarginazione
potrebbe restituirgli l’autorità persa per i compromessi accettati in passato e
la corruzione dilagante nel suo entourage. La sua eliminazione fisica rimane
sempre all’ordine del giorno per Israele che ha considerato in passato la
possibilità di eliminarlo. Lo ha ammesso il capo di stato maggiore, generale
Moshe Yaalon. “Perché non abbiamo ucciso
Arafat? - si è chiesto Yaalon - La verità è che il dibattito se uccidere Arafat
o meno c’è stato alcune volte in passato. La questione è stata affrontata in
termini di costi rispetto a utilità” (Il
Manifesto - 24/06/2003).
Il gioco di Sharon
Sharon, del tutto
indifferente alla sorte di Dahlan e Abu Mazen, con ogni probabilità seguirà la
tattica ben rodata dall’imperialismo israeliano di mettere l’alleato
nordamericano di fronte al fatto compiuto confidando nel suo appoggio o
quantomeno nella sua neutralità ogni volta che si decida di imprimere
un’accelerazione. Finora questa tattica ha funzionato, ma il contesto si è
fatto più difficile rispetto ai primi anni ’90, innanzituutto a causa della
crisi recessiva che attanaglia Israele nonostante i ripetuti tagli del tasso di
sconto da parte della banca centrale.
In prima battuta Sharon
incassa la capitolazione della sinistra liberale sionista alle sue posizioni.
L’ex leader laburista Mitzna ha annunciato recentemente che solo un governo di
destra potrebbe conseguire la pace.
Ogni piccola concessione
ai palestinesi però può creare a Sharon fratture profonde nella propria
maggioranza e nel Likud, dove lo storico rivale Nethanyahu (ora ministro delle
finanze) non perde occasione per differenziarsi, teorizzando una sovranità
“limitata” per certi popoli rispetto ad altri meritevoli invece di una
sovranità piena.
“Oggi il più grande pericolo per la pace e la sicurezza nel mondo è la
concessione di una sovranità illimitata applicata in modo indiscriminato - ha
scritto Netanyahu sul Washington Post - dopo l’11 settembre la risoluzione dei
conflitti in aree problematiche richiede modifiche al concetto di sovranità”
(cit in Il Manifesto - 22/06/2003).
L’annuncio della Road Map
gli ha già inimicato la destra religiosa estrema che l’ha bollato come
“traditore”, con toni che ricordano la campagna contro Rabin prima del suo
assassinio. I coloni sono in perenne stato d’agitazione e un ministro a loro
particolarmente vicino, Avigdor Lieberman (che vive egli stesso
nell’insediamento di Nokdim) ha dichiarato che “toccare i coloni potrebbe
innescare la guerra civile”, subito echeggiato dal rabbino Eliezer Melamed di
Nablus.
La prospettiva più
probabile resta comunque quella in cui le trattative proseguiranno fino a
quando l’avversario palestinese non sarà logorato a sufficienza per poter
sferrare un colpo decisivo sul fronte militare, un terreno molto più congeniale
a Sharon del tavolo diplomatico. Un accordo può essere raggiunto anche meglio
se si punta una pistola alla tempia dell’avversario.
Solo una prospettiva
internazionalista
può far uscire la
lotta dal vicolo cieco attuale
La questione palestinese è
intrinsecamente ed inestricabilmente legata agli altalenanti rapporti di forza
nelle relazioni internazionali fra le potenze imperialiste, Israele e gli stati
arabi. Nei decenni l’oppressione dei palestinesi ha assunto per le masse arabe
un valore simbolico enorme quale simbolo della propria oppressione per mano
dell’imperialismo. La tragica storia del popolo palestinese è stata punteggiata
costantemente dalle svolte impresse dalle guerre imperialiste o dalle offensive
diplomatiche che ne conseguivano.
La nascita d’Israele nel
1948, sancita dall’Onu, e la conseguente espulsione dalle proprie terre di
centinaia di migliaia di palestinesi, avveniva nel quadro del riassetto delle
sfere d’influenza britannica e statunitense in Medio Oriente dopo la seconda
guerra mondiale. Il sostegno al progetto sionista di uno stato ebraico in Palestina
da parte dell’imperialismo statunitense sancì la fine del Mandato britannico
sulla Palestina e l’inizio della tutela nordamericana su uno stato israeliano
accerchiato dall’ostilità dell’intero mondo arabo. I palestinesi si trovarono
espropriati delle loro terre dalla guerriglia sionista da un lato e dovettero
subire per sovrapprezzo le mire espansionistiche del re Abdallah di Giordania
(che fagocitò la Cisgiordania annettendola al suo regno) e dell’Egitto (che
occupò Gaza).
Solo l’ascesa della lotta
di classe rivoluzionaria nei Territori e nei regimi arabi come la Giordania,
l’Egitto, L’Arabia Saudita, l’Iraq, ecc. potrà far emergere un’alternativa
socialista per il Medio Oriente e minare il consenso della massa dei lavoratori
israeliani alla politica di oppressione coloniale della propria classe
dominante.
Nella storia d’Israele
solo la prima Intifada ebbe la capacità di raccogliere l’appoggio di settori
significativi della classe operaia, della gioventù e perfino della piccola
borghesia israeliana. La lotta del popolo palestinese deve ricominciare a
partire da una presa d’atto del fallimento della via del terrorismo
individuale, in particolare la tattica di colpire la popolazione civile
israeliana, riscoprendo le tradizioni della lotta di massa sulla base della
consapevolezza che la lotta di liberazione di ogni popolo prima che militare
deve essere politica.
La vittoria statunitense
nella prima guerra del golfo aiutò l’imperialismo a deragliare quella magnifica
lotta sollevando l’illusione che potesse esistere una soluzione alla questione
palestinese sulla base della diplomazia internazionale. In quel frangente il
ruolo giocato da Arafat e dal settore borghese del movimento di liberazione
nazionale fu decisivo nel generare e sostenere quelle illusioni. L’apertura nel
1991 delle trattative di Madrid e il seguente accordo di Oslo del 1993 portò
alla nascita dell’Autorità nazionale palestinese e al disastro odierno.
Non c’è soluzione su basi
capitaliste all’oppressione del popolo palestinese. Ogni “soluzione”
spartitoria è destinata a provocare una guerra civile resa ancora più
sanguinosa dal fatto che le masse sfruttate e oppresse palestinesi ed arabe non
avranno la possibilità di rompere il controllo che lo stato sionista esercita
sulla maggioranza dei lavoratori israeliani.
Se i settori più coscienti
del movimento rivoluzionario palestinese non sapranno imparare dalla storia,
saranno purtroppo condannati a ripeterla.
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