FalceMartello n° 168 * 3-07-2003
1943 - L’Italia tra guerra e rivoluzione
Quando il 25 luglio
1943 re Vittorio Emanuele III revocò l’incarico di primo ministro a Mussolini
il regime fascista cadde come un castello di carte. Come temuto dai membri più
lungimiranti della classe dominante, la caduta del fascismo scatenò un’enorme
offensiva operaia. Il governo rispose con la violenza. Nei 45 giorni che
trascorsero prima dell’armistizio con gli Alleati si contarono almeno 93 morti
e 536 feriti. Vi furono inoltre 35mila arresti per ragioni politiche e circa
3.500 condanne. Ogni militante del movimento operaio deve cercare di trarre
insegnamento da quegli avvenimenti. Quali forze sociali rovesciarono Mussolini?
Quali sostennero Badoglio? Era possibile una rivoluzione socialista? Quale fu
la politica del Pci e delle principali tendenze del movimento operaio?
di Francesco Giliani
Guerra e crisi
Il regime fascista era
entrato nella seconda guerra mondiale spaccato al suo interno. Grandi,
Guardasigilli, si pronunciò per la denuncia del patto con la Germania. Nel
giugno ’40 l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania nazista, sperando
in una fulminea vittoria di Hitler. Nell’esercito italiano, però, la disciplina
si sgretolò velocemente. L’ordine impartito dal maresciallo Cavallero in
Albania di “morire sul posto” venne
infranto da diserzioni o imponendo ritirate agli ufficiali. Dopo la rotta sul
fronte sovietico, gli alpini urlavano “Abbasso
Mussolini, assassino degli alpini” nei treni che li rimpatriavano. Centinaia
di migliaia di famiglie non avevano per mesi notizie dei loro cari al fronte.
Alla fine del 1942 i comandi militari italiani capivano che l’Asse avrebbe
perso la guerra. Datano dicembre ’42 i primi sondaggi di Ciano e dei Savoia per
una pace separata. Nel gennaio ‘43 Badoglio fece sapere all’Inghilterra di
essere pronto a sostituire Mussolini. La crisi del regime si manifestava dunque
con l’approfondirsi delle divisioni nella classe dominante.
Il malcontento cresceva
anche sul fronte interno. Tra il ’39 ed il ‘42 i prezzi erano raddoppiati con
salari congelati perché, disse Mussolini, aumenti salariali avrebbero acceso
l’inflazione. Nel marzo del ‘42 la razione giornaliera di pane venne ridotta a
150 grammi. La carne era razionata a un etto la settimana. Un operaio del Pci
della Fiat, Carretto, raccontò che molti operai avevano perso fino a 10-15 kg
sul loro peso normale. In ogni guerra la borghesia ha bisogno di tendere al
massimo le forze produttive, spremendo i lavoratori fino ai limiti della resistenza
fisica. L’offensiva operaia iniziò a manifestarsi negli scioperi del dicembre
’42 a Torino. Riemergevano gruppi di operai comunisti. Un volantino diffuso a
Torino affermava: “La borghesia ieri
sfacciatamente assassina, oggi nascostamente vigliacca, tenta con tutti i mezzi
di salvare il salvabile. Noi rovesceremo questo governo fantoccio ma siamo
abbastanza intelligenti da conoscere i nostri oscuri oppressori e colpiremo
senza pietà”.
Dagli intrighi in
alto agli scioperi operai del marzo 1943
Durante i primi mesi del
‘42 Mussolini ricevette tutti i federali
(capi del partito) d’Italia. Utilizzando un linguaggio diplomatico,
timorosi di dire la verità al Duce, molti federali lasciavano comunque intendere
i problemi: mancanza di un’adesione popolare alla guerra, perdita di controllo
sui giovani e demoralizzazione nelle fila del partito fascista (Pnf) e della
milizia (Mvsn). I rapporti dei commissari di polizia erano ancora più diretti,
registrando ovunque aumenti delle “attività
sovversive”. Sul ritmo di questa crisi di regime maturavano gli intrighi
dei Savoia, della casta militare e della fronda fascista (Grandi, Ciano,
Bottai) per scaricare Mussolini. Nell’aprile ’43 Mussolini ed Hitler si
incontrarono dopo la rotta di Stalingrado. L’unico accordo raggiunto fu il
rafforzamento dell’apparato poliziesco italiano sotto la direzione del capo
delle SS Himmler, con conseguente disappunto dei generali italiani. Anche il
Vaticano si muoveva per favorire una soluzione di ricambio. Nella primavera del
’43, il segretario di Stato del Vaticano riferì all’ambasciatore italiano che
secondo il Papa Mussolini non poteva giocare un ruolo decisivo nella
risoluzione della crisi perché “difficilmente
avrebbe potuto trattare con gli Alleati”.
Il Vaticano moltiplicò
prese di contatto con gli angloamericani diventando un covo dello spionaggio
Alleato.
“La disciplina di guerra, i soprusi dei padroni, la presenza della
milizia in molti reparti, le razioni insufficienti, i bombardamenti, le notizie
dal fronte, acuiscono uno stato d’animo che qualcuno non esita a definire
prerivoluzionario”, annotò Lizzadri dopo una riunione del Psi. Pochi giorni
dopo, gli scioperi del marzo 1943 partiti da Torino portarono il colpo mortale
al regime. Più di 150mila operai scioperarono scontrandosi con l’apparato
repressivo fascista per la prima volta dopo circa vent’anni. Le rivendicazioni
operaie erano le 192 ore (una sorta di tredicesima), la scala mobile
prezzi-salari, la liberazione dei prigionieri politici antifascisti e
l’allontanamento della milizia dalle fabbriche. Gli obiettivi, dunque, non
erano solo economici. La repressione non funzionò e lo sciopero si allargò al
Piemonte ed alla Lombardia. Il gerarca Farinacci scrisse al Duce: “se ti dicono che il movimento ha assunto un
carattere puramente economico ti dicono una menzogna. Nei tram, nei caffè, nei
teatri, nei cinematografi e nei rifugi, si inveisce contro il regime. Nessuno
più insorge”. Il 3 aprile
Mussolini cedette su quasi tutte le rivendicazioni economiche e cercò di
deviare l’attenzione licenziando il segretario del partito fascista e quello
del sindacato fascista dei lavoratori. La debolezza dell’autorità statale diede
più coraggio anche ai braccianti ed ai contadini, tra cui crebbero i casi di
insubordinazione e l’ostilità agli ammassi statali, a cui i contadini poveri
erano costretti a vendere spesso sottocosto i loro prodotti mentre gli agrari
speculavano col mercato nero.
L’opposizione al regime
cresceva pure nelle università. Il capo della milizia fascista notò che proliferavano
“sette rivoluzionarie” tra gli
studenti di Firenze, Pisa e Padova. A Roma, dopo i volantinaggi per il 1°
Maggio, l’università venne chiusa dieci giorni “agli estranei”.
L’antifascismo della
borghesia
Percependo di essere
seduto su un vulcano, il padronato cominciò a prodigarsi in iniziative
“antifasciste”. Il direttore della Banca Commerciale promosse un circolo che
appoggiava il vecchio personale politico liberale. Molti generali che
preparavano un coup d’Etat contro
Mussolini ricevettero promesse di aiuti da parte industriale (Burgo, cartiere,
contattò Cavallero, altri industriali promisero 100 milioni di Lire a Sorice).
Furono attivi anche Pirelli, Donegani e Volpi. Nessuno voleva che il
capitalismo fosse travolto insieme al fascismo. I liberali più influenti si
svegliarono dal loro torpore e cercarono di accreditarsi presso il Re. In
questi circoli si sperava di soffocare la rabbia popolare introducendo
cambiamenti di facciata. Leader dell’antifascismo liberale era Bonomi, il cui
governo nel 1920 aveva aiutato l’ascesa al potere di Mussolini. Dopo il 25
luglio Bonomi sostenne l’inopportunità dell’intervento popolare nella crisi
perché “la forza di far cadere Mussolini
non doveva essere cercata in movimenti di piazza, né tanto meno in scioperi. Questi
potevano allontanare le classi alte, che dovevano invece essere le maggiori
collaboratrici del trapasso”.
Il terrore per un
intervento diretto delle masse fu la caratteristica costante dell’antifascismo
borghese. Bonomi, nel ’44 primo ministro, fu il punto di mediazione del
Comitato delle opposizioni antifasciste, antecedente del Cln, una coalizione
interclassista comprendente sei partiti: il Pci, il Psi, il Movimento d’Unità
Proletaria (Mup), composto di giovani socialisti in rottura col riformismo e di
espulsi dal Pci, il PdA, formazione democratico-borghese, la Democrazia
Cristiana e Ricostruzione Liberale.
Gli stalinisti
complottano con la monarchia
La direzione del Pci
sosteneva una politica di unità nazionale ed utilizzò i suoi intellettuali per
fare pressioni sulla classe dominante e sulla monarchia perché scaricassero
Mussolini. A fine maggio la principessa Maria José fu informata del sostegno
della direzione del Pci ad un eventuale colpo di stato monarchico dal professor
Antoni, precedentemente contattato dal suo collega Concetto Marchesi, Pci, noto
latinista. Per la direzione del Pci si trattava di accompagnare una soluzione
dall’alto della crisi con una pressione dal basso, escludendo un’azione
indipendente dei lavoratori. Abbandonata la pregiudiziale antimonarchica
insieme al Psi, il Pci reclamava almeno un ministro nel futuro governo. Roasio,
dirigente del Pci, sostenne che il patto d’unità d’azione con Psi e Partito
d’Azione (PdA) non bastava e che si doveva allargare l’alleanza ad altre forze
politiche presenti in Italia: “liberali,
cattolici, “badogliani” e monarchici”. I dirigenti del movimento operaio
adducevano lo stato di guerra per motivare il rifiuto di lottare per gli
obiettivi della classe lavoratrice (definiti sprezzantemente “sedicenti interessi di classe”)
sull’altare di una union sacrée
contro lo “straniero”. All’interno
del comitato delle opposizioni i dirigenti del Pci temevano soprattutto il Mup,
tipica formazione centrista: “La sua
etichetta è quella della rivoluzione proletaria che, nel programma, viene posta
come la sola alternativa al fascismo. La sua tattica (se si può parlare di
tattica) è quella dell’intransigenza rivoluzionaria; nessuna collaborazione con
i partiti borghesi, accordi limitati ai partiti proletari. Secondo gli uomini
del Mup il Pci si è oggi posto sul terreno dell’opportunismo. Non è un caso che
gli sforzi maggiori di reclutamento del Mup siano volti verso elementi espulsi
dal nostro partito”. I dirigenti del Pci e del Psi vedevano così con
sollievo i compromessi e le esitazioni del Mup ed il suo successivo
scioglimento nel Psi.
Il Psi, malgrado qualche
dichiarazione più a sinistra, seguì la linea del Pci. Si spiega così il
fastidio ed il paternalismo di Lizzadri per quei giovani socialisti romani che
volevano assolutamente sapere quale società ci sarebbe stata ‘dopo’ la caduta
del fascismo. La direzione del Psi invitava ipocritamente i giovani a non “lasciarsi fuorviare da ex comunisti che
ruppero i loro legami col partito in carcere o all’estero, e noi non conosciamo
i veri motivi di queste rotture”. La saldatura tra le opposizioni di
sinistra del Psi e del Pci era temutissima.
Pci 1935-1943
Nell’agosto 1943 una
circolare dell’Oss, l’antenato della Cia, così caratterizzava il Pci: “La nuova linea seguita dai leaders comunisti
italiani negli Stati Uniti mostra l’opportunismo che ha caratterizzato sin dal
1935 le direttive di Mosca ai suoi seguaci, in contrasto alla qualità
categorica del programma rivoluzionario di 25 anni fa, quando una situazione
come quella italiana avrebbe indotto all’installazione dei soviet e alla
ricostruzione della società su basi marxiste. Adesso, nella nuova visione
comunista, la struttura esistente della società deve essere mantenuta”. La politica del Pci non può essere
compresa senza un’analisi dell’involuzione dell’Internazionale Comunista (IC),
sciolta da Stalin nel maggio ‘43 per dare agli Alleati del fronte cosiddetto
antifascista un ulteriore pegno delle sue “buone intenzioni”. L’IC aveva subito
lo stesso processo di degenerazione burocratica sviluppatosi in Urss. Nata come
partito mondiale della rivoluzione socialista, l’IC si trasformò in un
organismo dominato dagli interessi conservatori della casta burocratica al
potere in Urss.
Tuttavia, nei gruppi
comunisti clandestini in Italia prevaleva l’idea che lo scioglimento dell’IC
fosse una tattica per meglio perseguire i fini del comunismo. Così si esprimeva
un gruppo dell’Aquila sullo scioglimento dell’IC: “vogliamo avere la certezza che il movimento operaio sia posto nelle
mani di proletari coscienti e di provata fede: non possiamo permettere che con
troppo leggera improvvisazione si diano incarichi direttivi nel movimento
operaio italiano ad elementi tratti da altre classi (particolarmente
intellettuali) senza alcuna seria preparazione marxista e senza un passato
garante dei loro sentimenti, solo perché posseggono una laurea”. Questo
momento della storia del Pci può essere spiegato considerando che esso
obbedisce ad una sorta di legge dello sviluppo diseguale e combinato applicata
al terreno politico. L’ascesa del fascismo isolò il comunismo italiano che dal
‘26 divise il suo cammino da quello internazionale. I militanti condannati ad
anni di prigione e confino o che vissero precariamente in libertà rimasero
fedeli alle idee di metà anni ’20, profondamente dominate dalla prospettiva
rivoluzionaria. D’altro lato, questi rivoluzionari continuavano a considerare
Mosca come proprio punto di riferimento. Nel ’43, per la maggioranza dei
militanti del Pci, l’Urss era quella dei tempi di Lenin. Non sapevano nulla dei
crimini dello stalinismo. Non conoscevano niente della teoria dei fronti
popolari, lanciata nel 1935 al VII congresso dell’IC, secondo cui il fascismo
doveva essere sconfitto coi metodi, il programma ed il personale politico della
democrazia borghese che il manifesto del primo congresso dell’IC aveva definito
“morente”. Era la linea delle “due
fasi”, applicata da Stalin e Bucharin con esiti disastrosi già durante la
rivoluzione cinese del 1925-27, secondo la quale il proletariato doveva
limitarsi a sostenere la borghesia “antifascista” (o “democratica” o
“nazionale”) rimandando ad un futuro indefinito la lotta per il socialismo.
L’IC era approdata alle concezioni gradualiste e riformiste della Seconda
Internazionale. Nel Pci l’applicazione della politica di fronte popolare si era
tradotta con l’Appello ai fratelli in
camicia nera, redatto nel 1936 a Parigi, in cui si invitavano “le forze sane del fascismo” ad
organizzarsi in un fronte nazionale antitedesco. Il gruppo dirigente del Pci
non sprecò nemmeno una parola su Mussolini, promettendo di lottare per il
programma fascista del 1919.
La firma del patto
Molotov-Ribbentrop nell’agosto del 1939 provocò una nuova svolta. Dopo cinque
anni di adulazione delle democrazie occidentali e di monotona denuncia degli
aggressori fascisti, il Cremlino riscoprì l’imperialismo di Francia ed
Inghilterra. In modo formalmente corretto, Mosca sosteneva che Francia ed
Inghilterra non si battevano per la libertà dei popoli coinvolti nella guerra ma
“per il loro soggiogamento” e dunque
nemmeno la difesa delle libertà democratiche doveva essere demandata alle loro
baionette. L’opportunismo si era spostato nei confronti dell’imperialismo
tedesco. Nemmeno una parola di condanna, infatti, sull’occupazione della
Cecoslovacchia, della Polonia, della Danimarca e della Norvegia e sulle
rivoltanti brutalità delle bande hitleriane contro il popolo ebraico.
Già prima dell’attacco di
Hitler alla Russia Trotsky aveva previsto un ennesima virata del Cremlino e, di
conseguenza, dei Pc: “Se il Cremlino si
riavvicinerà alle democrazie, il Cremlino tirerà di nuovo fuori dal
retrobottega il Libro Bruno sui crimini nazionalsocialisti. Ma non per questo
la sua politica assumerà un carattere rivoluzionario”. Con l’invasione
nazista dell’Urss in corso, il documento che sanciva la fine dell’IC apriva
all’azione dei Pc una prospettiva di disfattismo unicamente nei paesi
dell’Asse, ausiliaria alla vittoria militare del fronte angloamericano alleato
con l’Unione Sovietica: “mentre nei paesi
del blocco hitleriano il compito fondamentale degli operai, dei lavoratori e di
tutta la gente onesta è di contribuire in tutte le maniere possibili alla
disfatta di questo blocco minando la macchina da guerra hitleriana dal di
dentro e lavorando per rovesciare i governi responsabili della guerra, invece
nei paesi della coalizione anti-hitleriana il sacro dovere delle larghe masse
del popolo, e prima di tutto e degli operai progressivi, è di appoggiare in
ogni modo lo sforzo di guerra dei governi di questi paesi allo scopo di
ottenere la più rapida distruzione del blocco hitleriano”.
Nel 1943, dunque, l’IC non
parlava più neppure di una rivoluzione in due tempi, dichiarando la tregua
sociale nei paesi della coalizione Alleata, e non definiva più la guerra come
imperialista. Non è però sorprendente che i militanti si battessero contro i
proprietari terrieri, gli industriali ed i generali tanto come incarnazione del
fascismo che del capitalismo e della proprietà privata. L’apparato stalinista alla
testa del Pci, formatosi durante gli anni dell’esilio, tornò in Italia nel ’43
all’inizio del processo rivoluzionario senza controllare minimamente il proprio
partito. Secchia ricorda la
difficile situazione che il gruppo dirigente del Pci dovette affrontare perché
“mentre svolgeva la sua azione politica
sulla linea di unità nazionale, quasi tutti i gruppi con cui prendeva contatto
erano orientati in modo molto settario, ed erano portati a non comprendere e a
non approvare le iniziative politiche del Centro”. Un documento del Pci
scritto anni dopo ammette che “quando
giunse in Sicilia e nel Sud l’opuscolo di Spano “I comunisti e l’unità
nazionale contro l’invasore”, esso fu accolto con indignazione. Molti vecchi
compagni giudicavano questa linea un tradimento e Spano un agente degli inglesi”. Decisivi per costruire un controllo
del gruppo dirigente sul partito furono i quadri provenienti dall’esilio, già
rimodellati negli anni più tetri dello stalinismo nella repressione, anche
fisica, degli oppositori ed assuefatti ad ogni tipo di svolta.
Continuità dello Stato
borghese
Il 10 luglio gli Alleati
sbarcarono in Sicilia e l’esercito italiano si sfaldò. Tutti scappavano. Le
uniche esecuzioni erano contro capimanipolo fascisti. Rapidamente l’isola cadde
nelle mani degli angloamericani. Un altro campanello d’allarme era suonato il
19 luglio. In seguito al bombardamento Alleato di Roma la folla dei quartieri
Tiburtino e S. Lorenzo aveva fischiato ed imprecato contro Vittorio Emanuele
III. Il risultato delle votazioni al Gran Consiglio del Fascismo, in cui
Mussolini fu ‘sfiduciato’, non fu così altro che un appiglio in più nelle mani
della monarchia per disfarsi del Duce. Sei giorni dopo il re dimissionò
Mussolini. Bisognava agire alla svelta. All’ultimo momento, le frazioni
decisive della classe dominante usarono il bisturi per cacciare Mussolini e
tentare una transizione “morbida” che anticipasse l’intervento delle masse
nell’abbattimento del fascismo. Verso le 18 i carabinieri repressero le prime
spontanee manifestazioni di gioia. Il Re nominò Badoglio primo ministro: un
generale che aveva fatto la sua fortuna, anche economica, col fascismo. Il
messaggio radiofonico con cui Badoglio annunciava le dimissioni di Mussolini
scatenò immediate reazioni di entusiasmo nel paese. Ma, nel proclama badogliano
si diceva “la guerra continua” e “non sarà tollerato nessun turbamento
dell’ordine pubblico”.
La composizione del
governo Badoglio mostra la continuità della Stato borghese. Agli Interni andò
Fornaciari, prefetto di nomina fascista; ministro della Guerra Sorice, prima
sottosegretario; Guardasigilli diventò Azzariti, ex presidente del Tribunale
della Razza; alle Finanze Bartolini, ex direttore del Poligrafico dello Stato
bastonato dai suoi dipendenti la sera del 25; i liberali ebbero tre ministri.
Nell’apparato statale la collaborazione tra funzionari fascisti e casta
militare fu eccellente. Chierici venne destituito dal comando della polizia
dove ritornò Senise ma collaborò col suo successore nelle repressioni antipopolari.
La sera del 25 il segretario fascista Scorza promise al Comandante dei
Carabinieri d’inviare un telegramma ai federali per invitarli a tenere a bada i
loro camerati e collaborare con le autorità. Il Pnf si sciolse come neve al
sole. Si moltiplicarono le dichiarazione di sottomissione da parte di gerarchi
un tempo potenti. Gli unici gerarchi che provarono ad organizzare una
resistenza furono Pavolini e Farinacci. Il console tedesco fu contrario a tale
ipotesi e fece trasferire i due in Germania.
La borghesia si servì
degli uomini meno logoratisi durante il fascismo per fronteggiare
quell’esplosione sociale temuta ugualmente da tutti i settori della classe
dominante. I provvedimenti del governo Badoglio miravano a togliere gli orpelli
più odiati del vecchio regime. Fu
quindi sciolto il Pnf, il Gran Consiglio del Fascismo, la Camera delle
Corporazioni. Il Tribunale Speciale fu abolito ma i suoi poteri vennero
attribuiti al Tribunale Militare. Non scomparve nemmeno il confino, odiosa
istituzione del regime fascista. Neppure l’Ovra, la polizia politica, fu
sciolta. L’elenco delle raccomandate contenenti i salari spedite agli
informatori dell’Ovra il 30 giugno è identico a quello del 31 agosto
successivo. Il nuovo governo era in guerra contro i lavoratori, cui si
attribuivano intenzioni che oltrepassavano semplici obiettivi antifascisti.
Secondo la polizia di Genova i lavoratori “invocavano
la costituzione immediata di consigli aziendali e di fabbrica, l’immediato
licenziamento di capi ed operai squadristi, la liberazione dei detenuti
politici, mentre facevano la loro apparizione emblemi sovversivi, quali
bandiere rosse e distintivi raffiguranti la falce e il martello”.
Dalla gioia agli
scontri
Il 26 luglio le masse
scesero spontaneamente in piazza. Le fabbriche si svuotarono. I simboli e le
sedi del regime vennero furiosamente attaccati. A Roma fu staccato il fascio
littorio che campeggiava su Palazzo Chigi. Molti squadristi furono bastonati.
Nelle manifestazioni si udivano canti rivoluzionari. Talvolta vennero scanditi
slogan a favore di Badoglio, ma le illusioni nel maresciallo svanirono
rapidamente. A Reggio Emilia migliaia di operai delle Officine Reggiane
sfilarono con cartelli inneggianti al Re e a Badoglio: appena gridarono “W la
pace” i bersaglieri spararono facendo 9 morti. Nelle fabbriche gli operai
procedevano all’epurazione dei fascisti e all’elezione delle commissioni
interne. I fratelli Pirelli parlarono senza successo agli operai per riportare
la calma quando una commissione operaia aveva già richiesto “disarmo delle guardie giurate, ostracismo ai
fascisti, abolizione del cottimo, uguaglianza di trattamento nelle mense degli
impiegati e operai”. Anche nel Sud le manifestazioni ebbero un contenuto
sociale chiaro con l’inizio di un’ondata di occupazioni di terre e la
distruzione dei ruolini delle imposte e delle carte degli ammassi durante
assalti ai municipi. Come durante ogni processo rivoluzionario tutti parlavano
di politica. A Roma in pochi minuti vennero vendute 5mila copie dell’edizione
straordinaria dell’’Avanti!’. In
molti piccoli centri i soldati tedeschi si unirono ai festeggiamenti. Fermento
si ebbe pure nei ranghi dell’esercito nei Balcani, dove migliaia di soldati
raggiunsero i partigiani. Erano embrioni di una solidarietà di classe ed internazionalista.
Il governo rispose con
stato d’assedio, coprifuoco, censura, divieto di ricostituire partiti politici
e di affissione di stampati, incriminazione per tentativo insurrezionale per
capannelli di più di tre persone, divieto di portare distintivi non nazionali.
Nel contempo, la milizia si disgregava indebolendo la forza repressiva della
borghesia. Il 26 luglio il generale Roatta corse ai ripari con una circolare di
cui è utile citare alcuni punti: “Siano
assolutamente abbandonati i sistemi antidiluviani quali i cordoni, gli squilli,
le intimidazioni e le persuasioni e non sia tollerato che i civili sostino
presso le truppe o intorno alle armi in postazione ; i caporioni e gli
istigatori del disordine, riconosciuti come tali, siano senz’altro fucilati, se
presi sul fatto; il militare impegnato in servizio d’ordine pubblico che compia
il minimo gesto di solidarietà con i dimostranti o non obbedisca agli ordini o
vilipenda superiori e istituzioni venga immediatamente passato per le armi”.
A Bari l’esercito sparò facendo 23 morti. L’insistenza sulla necessità di fare
fuoco si spiega con la volontà di creare una barriera di sangue tra dimostranti
e soldati. Nonostante queste direttive, spesso l’esercito rifiutò di sparare
sui manifestanti, come durante la manifestazione di 5mila operai della fabbrica
d’armi Sipe di Spilamberto, provincia di Modena. I carabinieri furono ritirati
dal paese per impedire la fraternizzazione. I tentativi di liberare i
prigionieri antifascisti dimostrano il carattere politico delle manifestazioni
di quei giorni. A Torino in migliaia assaltarono le Carceri Nuove liberando 400
‘politici’. Una relazione del Pci torinese segnalava che durante l’assalto “i soldati ci consegnavano le loro cassette
di munizioni”. A Roma l’esercitò lasciò scappare un migliaio di detenuti
comuni per concentrarsi nella “difesa” dei prigionieri politici. Nessuna
amnistia fu concessa. Inizialmente, Badoglio ed il re misero un veto di
principio sulla liberazione di detenuti politici comunisti e anarchici. Le
liberazioni avvennero in buona parte sotto la pressione della piazza. Alcuni
militanti politici di base operai, comunisti e slavi vennero consegnati dalle
autorità badogliane ai nazisti l’8 settembre.
Il Comitato delle
Opposizioni e l’offensiva operaia
Il 26 luglio a Milano
liberali e Dc insistettero perché il Comitato delle Opposizioni mantenesse una
posizione di fiducia verso Badoglio e l’azionista Parri manifestò
preoccupazioni per la continuazione dello sciopero generale. Il Comitato delle
opposizioni non fu la forza motrice delle mobilitazioni antifasciste ma cercò,
al contrario, di deviarle verso un binario morto. Solo quando lo sciopero era
già una realtà nei centri industriali del Nord ed in Toscana, il Comitato
antifascista fece un appello a scioperare 10 minuti al giorno, per invitare i
lavoratori a porre fine alle agitazioni il 30 luglio, esprimendo soddisfazione
per le decisioni prese dal consiglio dei ministri. In realtà, lo sciopero si
stava affievolendo da solo a partire dal 28, anche per l’enorme repressione
scatenata dal governo. All’Alfa Romeo reparti speciali presidiavano le uscite
con mitragliatrici. Il ritorno alla calma non durò. Il 31 luglio un decreto
governativo affidava la nomina dei responsabili sindacali alle prefetture. I
lavoratori genovesi risposero con lo sciopero ad oltranza finché i padroni,
vista la determinazione operaia, riconobbero le commissioni interne elette dai
lavoratori. Questa vittoria impressionò la borghesia e “diffuse la convinzione di una prossima andata al governo dei
lavoratori, lasciando l’impressione che l’Italia sarebbe diventata presto una
Repubblica Socialista”. Badoglio era più possibilista del re sulle
possibilità di collaborazione con l’antifascismo. Prevalse la linea
Badoglio-Piccardi di ricostruire dall’alto i sindacati per imbrigliare gli
operai attraverso la collaborazione dei dirigenti riformisti. Il ministro del
lavoro Piccardi propose a Buozzi, già segretario della Cgl e riformista, di
ricostruire la confederazione sindacale. Tale linea fu confortata dal
responsabile sindacale del Pci Roveda che proponeva al governo di “investire dei poteri di commissari
straordinari due vecchi organizzatori della tradizionale Confederazione
generale del lavoro, che propongo nel nome dello scrivente e dell’on. Ludovico
D’Aragona”, avvertendo che “con soluzioni di spirito reazionario, la
situazione nell’interno delle officine si aggraverebbe sempre di più e non
sarebbe possibile poter fermare un simile fermento né colla persuasione né con
interventi draconiani”. La
proposta formulata dal governo prevedeva Buozzi segretario generale dei
lavoratori dell’industria affiancato da Roveda e dal Dc Quarello; Di Vittorio,
Pci, era nominato alla guida del sindacato braccianti. I due principali partiti
del movimento operaio si resero così disponibili ad una collaborazione col
governo per frenare le lotte dei lavoratori. Il governo abbandonò la pratica
della nomina prefettizia delle cariche sindacali concependo le nomine dei nuovi
commissari sindacali nazionali come un alleggerimento della polarizzazione
sociale.
In politica estera, la
linea temporeggiatrice del governo consisteva nel tenere buoni i tedeschi
strizzando l’occhio agli Alleati. Il ruolo di Badoglio di contenimento nei
confronti del movimento operaio fu considerato decisivo sia dai nazisti che
dagli Alleati. L’addetto militare tedesco a Roma scriveva che solo il governo
Badoglio poteva impedire “una slittata
dell’Italia verso il comunismo”. Da parte sua, Churchill si felicitava
della politica del re, barriera “al caos, alla bolscevizzazione del Paese,
alla guerra civile”.
Mito e realtà dello
sbarco Alleato
La storiografia ufficiale
collega l’intervento militare angloamericano al ritorno della democrazia. Anche
durante la recente invasione imperialista dell’Iraq, molti politici
chiacchieravano a vanvera sul presunto ruolo di liberatori giocato dagli
angloamericani nell’Italia del 1943-44. Ormai è noto che l’Oss arruolò elementi
chiave della mafia per gestire lo sbarco in Sicilia. I Comandi Alleati
utilizzarono la mafia ed il clero perché queste parevano loro le forze più
adatte per mantenere l’ordine capitalista in Sicilia. Ogni attività politica fu
proibita. Prima di sbarcare le borghesie inglese e statunitense pensavano già
al dopo. Appena sbarcati, agenti dell’Oss accorsero all’isola di Favignana per
liberare alcuni mafiosi confinati dal fascismo. Perno delle operazioni
politiche in Sicilia fu il boss “Lucky” Luciano, che stava scontando 30 anni di
reclusione negli USA. Il suo aiuto fu richiesto perché Luciano era il boss
italoamericano più legato al mondo politico siciliano. Nel 1946 uscì di
prigione dopo soli 10 anni con la clausola di rientrare in Italia. Il
governatore militare di Palermo, Poletti, assunse nel suo staff Dam Lumia,
nipote di un capomafia, e Vito Genovese, rientrato in Sicilia perché braccato
dai tribunali americani ed in ottimi rapporti col notabilato fascista. Le
nomine a sindaco privilegiarono sistematicamente agrari e capimafia che
formarono il nucleo dirigente della Dc e del movimento per l’indipendenza della
Sicilia (Mis). Calogero Vizzini fu nominato sindaco di Villalba ed i suoi
sgherri ottennero il regolare porto d’armi. A Palermo diventò sindaco Lucio
Tasca, latifondista, fratello del leader indipendentista. Dopo aver accolto gli
eserciti con ghirlande di fiori, l’umore politico dei siciliani mutò
rapidamente. L’industria venne subordinata alle esigenze belliche degli
Alleati. Le razioni alimentari non aumentavano significativamente ed il carbone
era introvabile. Inoltre, l’Amg decretò il blocco dei salari (mesi dopo, a
Napoli, l’Amg ottenne che la Curia dispensasse i lavoratori alle dipendenze
Alleate dal riposo domenicale), falcidiati dall’inflazione creata
dall’emissione sfrenata di am-lire, la moneta dell’Amg. Mantenere la
popolazione sulla soglia di sopravvivenza era un altro metodo per soffocare le
lotte. Nonostante ciò, già l’8 agosto Lord Rennell, responsabile dell’Amg,
riconosceva che i siciliani erano passati “dall’atteggiamento
dei cani bastonati” a posizioni critiche nei confronti degli
angloamericani. Rennell sottolineava poi la rapida crescita della propaganda
comunista, in particolare tra i solfatari.
Su 1.556 fascisti
arrestati in Sicilia durante l’amministrazione Alleata, 971 vennero scagionati
o condannati con la condizionale. La repressione anticomunista, invece, non
tardò. Arresti, chiusure di giornali e di sedi, ripristino del confino. La base
comunista si mostrò spesso ostile agli Alleati. Alcune sezioni di Catania
sostennero che “i nemici principali delle
popolazioni liberate erano gli inglesi, contro i quali bisogna dirigere la
nostra attività anche per evitare che essi arrivino in Germania prima
dell’Armata Rossa”. Un aspetto peculiare della repressione anticomunista fu
l’aiuto sistematico dei vertici Alleati alla burocrazia stalinista del Pci
contro i suoi oppositori interni. Quando un responsabile dell’Oss chiese a
Reale, funzionario Pci, di indicare gli uomini più pericolosi di Napoli si vide
consegnare un biglietto coi nomi di Enrico Russo, Libero Villone, Cecchi e Balzano.
Erano dirigenti della corrente classista della rinata Cgl, della ‘Frazione di
sinistra dei comunisti e dei socialisti italiani’ e del Centro marxista
d’Italia, gruppi comunisti che si opponevano alla politica togliattiana di
collaborazione di classe. Giornali di questa area politica, “Il proletario” e
”Sinistra Proletaria”, vennero chiusi dagli Alleati e “Battaglie Sindacali”
della Cgl attese quattro mesi prima di ricevere il permesso di pubblicazione.
Occasionalmente, le truppe Alleate assunsero direttamente il compito di
reprimere le insurrezioni contadine che spesso anticipavano il loro arrivo,
come nell’estate ‘43 durante l’occupazione delle terre del Marchesato di
Crotone. Preferivano, però, affidare questa funzione ai Carabinieri, anche per
il malumore crescente tra i soldati angloamericani impiegati nelle repressioni,
come emergeva da alcuni giornali di reggimento. Storia dimenticata, molti
soldati nordamericani ed inglesi contribuirono alla costruzione di sezioni
operaie nel Sud e di depositi clandestini di armi nel Nord. Particolarmente
attivi furono i soldati delle sezioni inglese e statunitense della Quarta
Internazionale.
La seconda ondata:
verso un dualismo di potere ?
Il 16 agosto i commissari
sindacali minacciarono le dimissioni se i prigionieri politici non fossero
stati immediatamente liberati. Il governo non concesse nulla ma nessuno si
dimise. Il 16-17 agosto iniziò una nuova ondata di scioperi di massa,
concentrati nel triangolo industriale. Ricomparvero carri armati nelle città ma
ciò, come notava un rapporto del Pci, “ha
eccitato ancor più gli operai e la popolazione”. Gli operai parlavano
apertamente di soviet o di consigli operai. Il 17 agosto la principessa fu
cacciata da un ospedale dove erano ricoverati i feriti dalle incursioni aeree:
centinaia di donne le gridarono “Vogliamo
la pace e il ritorno a casa dei soldati”. Il 19 lo sciopero fu generale. In
molte città parteciparono anche impiegati e commercianti. A Torino si formarono
embrioni di milizie operaie. Gli alpini incitavano gli operai a scioperare. La
polizia rilanciava la caccia al ‘rosso’ ma la repressione era inefficace. Il
governo pregò allora i nuovi responsabili sindacali di calmare gli operai.
Buozzi e Roveda giunsero a Torino il 20 agosto con un aereo ministeriale ed
assicurarono che il governo avrebbe ripristinato le Commissioni Interne e
smilitarizzato le fabbriche. Non mancarono episodi di contestazione a Buozzi e
Roveda ma le lotte operaie tendenti a creare un dualismo di potere furono
riportate sul terreno della legalità borghese. Dal punto di vista delle
burocrazie alla testa di Pci e Psiup, era decisivo strappare al governo le
Commissioni Interne, restringendone le funzioni al terreno puramente sindacale,
perché dal basso non sorgessero embrioni di potere proletario. Senza dubbio,
Badoglio ed i suoi consiglieri ricordavano la condotta politica dei dirigenti
riformisti della Cgl durante il “Biennio Rosso” quando Buozzi e D’Aragona
furono i primi a contrastare sbocchi rivoluzionari. Padroni e monarchia sperarono
quindi di essere salvati anche questa volta. I vertici di Pci e Psi diedero al
governo una boccata d’ossigeno decisiva mostrando la loro natura di tenaci
difensori dell’ordine capitalista.
8 settembre: crollo
dello Stato borghese
Dopo l’armistizio e l’occupazione
nazista di buona parte dell’Italia, Badoglio cercò di mantenere la continuità
giuridica dell’apparato statale borghese. In tutta Italia i generali
‘disfattisti’ negoziavano la resa e la pelle coi nazisti proprio quando gli
operai cercavano armi per difendersi e contrattaccare. A Piombino Carabinieri
ed esercito tedesco furono sconfitti da operai e marinai in armi che per un
giorno controllarono la città. Pci e Psiup, invece di sviluppare una propaganda
tesa a rompere su basi di classe l’esercito, puntarono tutto sui generali
badogliani. Questi ultimi, al momento decisivo, seguirono un preciso istinto di
classe rifiutando di consegnare le armi ai lavoratori. Solo alcuni ufficiali
subordinati si unirono ai lavoratori ed agli studenti. Nei confronti dell’esercito
tedesco le direzioni socialdemocratiche e staliniste si ispirarono al più
marcio nazionalismo antitedesco. Per impedire sbocchi rivoluzionari, il
potenziale di classe era orientato nell’unità interclassista della guerra
contro la Germania considerata come blocco omogeneo, senza distinguere la
classe sociale cui ogni “tedesco” apparteneva. Continue diserzioni colpirono le
truppe tedesche dal 25 luglio in poi. Una fraternizzazione sarebbe stata
possibile. L’assenza di entusiasmo con cui la classe operaia tedesca combatteva
la guerra dei nazisti risultava nitidamente da un rapporto periferico del Pci
del settembre ‘43: “i soldati tedeschi
sono ostili alle SS, essi sono stanchi della guerra e demoralizzati; parecchi
soldati tedeschi cercano abiti civili per disertare e tentano di avvicinarsi
cordialmente alla popolazione; specialmente nelle fabbriche i soldati tedeschi
si avvicinano agli operai, tipico è il comportamento dell’Aeronautica, questi
frequentemente abbandonano il posto di guardia e le armi per andare a parlare
con gli operai”. Tale situazione favorevole scomparve verso fine settembre
con la calata in Italia di decine di migliaia di SS per ristabilire la
disciplina borghese nell’esercito. Mentre la resistenza dei lavoratori romani
veniva stroncata, il maresciallo Caviglia, con l’assenso di Bonomi, firmava la
resa della città ai generali nazisti, visti come il male minore. Il re e
Badoglio avevano già preso il largo. Quando Roma cadde in mano ai nazifascisti
furono gli operai a ricevere le minacce dei nuovi padroni. Infatti, il
maresciallo Kesselring, comandante delle truppe tedesche d’occupazione, avvertì
che con l’entrata in vigore delle leggi tedesche di guerra “i promotori di
scioperi” sarebbero stati fucilati.
Dal settembre ‘43 l’esistenza dello Stato borghese in Italia fu garantita
sostanzialmente dalle baionette dei rispettivi eserciti occupanti e dai loro
apparati burocratici.
La linea d’unità nazionale
praticata durante i “45 giorni” accelerò la formazione di numerosi gruppi di
oppositori di sinistra nel Pci e nel Psiup e nella loro periferia. A Roma
emerse Bandiera Rossa, giornale del
Movimento Comunista d’Italia. In un volantino diffuso a Roma dal MCd’I si
tracciava un paragone tra Badoglio e Kerensky, affermando che il governo “deve ricorrere alle vecchie cariatidi della
democrazia e richiedere l’aiuto della socialdemocrazia nel tentativo di
soffocare il movimento delle masse operaie”. A Torino un gruppo rilevante
di operai Fiat del Pci si oppose prima alla linea di collaborazione di classe
seguita dal loro partito ed in seguito alla scelta di quasi tutto il Comitato
Federale torinese di “andare in montagna” abbandonando le fabbriche. All’inizio
si presentarono come corrente critica all’interno del Pci e poi nel dicembre
1943 lanciarono Stella Rossa, organo
del Partito Comunista Integrale che contò più di duemila membri prima di
riconfluire nel Pci nel ‘44. Nell’ottobre ‘43 la sinistra Psiup presentò una
mozione di critica alla politica seguita durante i ‘45 giorni’ perché “i tre partiti di destra hanno assolto,
finora, in modo estremamente brillante il loro compito di paralizzare o quanto
meno imbrigliare le sinistre in una sterile collaborazione politica, nella
quale erano solo le sinistre a fare delle concessioni”.
Le masse giocarono un
ruolo decisivo nell’abbattimento del fascismo. Il processo rivoluzionario che
si aprì nel luglio ‘43 presentava analogie con la rivoluzione del febbraio ‘17
in Russia, quando la lotta dei lavoratori contro lo zarismo fu temporaneamente
scippata da un governo guidato da un principe sostenuto dalle organizzazioni
riformiste del movimento operaio. Tra alti e bassi, sino al soffocamento
dell’insurrezione successiva all’attentato a Togliatti del luglio ‘48, l’Italia
fu caratterizzata da una situazione rivoluzionaria in cui più volte i
lavoratori avrebbero potuto prendere il potere. La classe dominante era divisa
ed i suoi partiti politici deboli almeno fino al ‘46, la piccola borghesia
(contadini, studenti) oscillava verso il proletariato e la classe lavoratrice
era radicalizzata. La condizione mancante per la vittoria fu la presenza di un
partito autenticamente rivoluzionario a causa del tradimento del Pci
togliattiano per volontà di Stalin.
Elenco numeri di FalceMartello - Home Page