FalceMartello n° 168 * 3-07-2003
Contratto metalmeccanici
La lotta deve ripartire
dalla base
La battaglia della Fiom
per contrapporre all’accordo separato una piattaforma più avanzata è arrivata a
un nodo cruciale.
Le decisioni che il
gruppo dirigente porterà avanti nei prossimi mesi saranno determinanti per il
buon esito o per il fallimento della lotta.
Il bilancio che
facciamo di questi primi due mesi di lotta non è positivo. L’inedeguatezza del
gruppo dirigente si è confermata nei metodi e nelle proposte con cui si è
organizzata la battaglia.
di Paolo Grassi
Si è proceduto a tentoni,
sfornando pacchetti di ore di sciopero convocati con largo anticipo spesso
programmati in momenti e orari tali da minimizzare i danni per i padroni.
Scioperi che hanno avuto solo l’effetto di sfiancare i lavoratori.
Molti lavoratori hanno
rivisto in questa strategia quello che si fece nel rinnovo della parte
economica del 2001. Anche in quella occasione la Fiom non firmò l’accordo
sottoscritto da Fim e Uilm, si fecero molte ore di sciopero, il blocco degli
straordinari, una manifestazione a Roma in autunno, un’estesa campagna di
raccolta firme per porre a referendum nelle fabbriche l’accordo separato, e poi
il nulla. L’accordo separato rimase e la Fiom fu sconfitta.
E ora? Ecco un nuovo
pacchetto di 16 ore deciso al Comitato centrale della Fiom il 30 giugno, di cui
8 da fare a ottobre con una manifestazione nazionale a Roma.
Ma il gruppo dirigente non
si ferma qui, consapevole che da parte dei lavoratori la disponibilità alla
lotta langue ecco avanzare una nuova strategia, “l’articolazione della lotta
fabbrica per fabbrica” in realtà si tratta di una disarticolazione che punta ad
ottenere preaccordi nelle singole fabbriche (sulla falsa riga dei punti più
qualificanti della piattaforma nazionale).
La strategia dei
preaccordi
La nuova strategia si
sviluppa su due livelli, da un lato, individuando le fabbriche più combattive
dove portare avanti una lotta per ottenere un preaccordo che contenga l’aumento
salariale e quant’altro di qualificante contenuto nella piattaforma nazionale.
Lotta da portare avanti articolando gli scioperi in modo che siano il più
efficace possibile.
Dall’altra le rimanenti
aziende invece continueranno a fare gli scioperi proclamati dalla Fiom nazionale,
quindi i pacchetti da 4, 8 e 16 ore.
L’obbiettivo vorrebbe
essere quello di prendere i padroni tra due fuochi e costringerli, uno alla
volta, a cedere prima nelle proprie aziende e poi a livello nazionale. Il
condizionale è d’obbligo perché questa strategia racchiude in se molti più
pericoli che benefici.
In prima battuta perché
per stessa ammissione dei vertici sindacali la proposta nasce dalle difficoltà
riscontrate nella mobilitazione di questi due mesi, difficoltà rafforzate, a
loro dire, dalla sconfitta sul referendum sull’articolo 18 e dalla crisi
economica, Fiat in primis.
In secondo luogo questa
strategia rischia di separare la parte più combattiva dei lavoratori da quella
meno disponibile in questo momento a mobilitarsi, avendo un doppio effetto
negativo, da una parte si stancano le forze migliori, dall’altra si manda un
messaggio di deresponsabilizzazione della vertenza agli altri lavoratori.
Inoltre non si può fare a
meno di notare che alla fine si fa il gioco della Cisl, che da anni si batte
per l’abolizione definitiva del contratto nazionale, rimandando esclusivamente
ai contratti integrativi la possibilità di ottenere la difesa dei nostri
interessi.
Se questa strategia non
andasse a buon fine quello che otterremo saranno alcune fabbriche (poche) dove
c’è un accordo di un certo rilievo e migliaia di aziende dove l’unico contratto
applicato sarà quello firmato da Fim e Uilm.
Il fatto che in poche aziende fino ad ora siano
stati firmati i preaccordi (a fine giugno 15 su tutto il territorio nazionale
per un totale di 4mila lavoratori coinvolti) ci sembra rafforzare questa
preoccupazione. Si tratta infatti di aziende che “tirano”, dove i padroni
avevano comunque fretta di chiudere per non perdere la congiuntura favorevole,
mentre allo stato attuale nella maggior parte delle altre aziende ci sono seri
problemi di calo della produzione (non sarà un caso se 3 di queste 15, tra le
più citate dai dirigenti della Fiom, producano motoscafi di lusso), inoltre la
contropartita alla firma di questi accordi prevede la sospensione degli
scioperi articolati, l’impegno a non fare più del 50% degli scioperi convocati
a livello nazionale e la sospensione del blocco degli straordinari.
Servono proposte
incisive
La proposta nasce da una
sfiducia dei vertici di ottenere quanto dichiarato all’inizio della lotta,
sfiducia che però non si traduce in un’ammissione di incapacità ma in un voler
scaricare sulla base il fallimento della loro strategia.
Tra molti lavoratori c’è
un sentimento diffuso di rifiuto del contratto firmato da Fim e Uilm. La poca
disponibilità a mobilitarsi di queste settimane si deve dunque alla pochezza
dei metodi con cui sono stati convocati gli scioperi. I lavoratori vogliono
proposte coerenti con la portata dello scontro. Vogliono che si inasprisca il
conflitto nella realtà, non sulla carta. Se si deve scioperare che si faccia
sul serio e bene, facendo male alla produzione e ai padroni e se è possibile
con poco danno alle nostre tasche.
Se questo è sempre vero,
lo è ancora di più ora con un calo della produzione dell’11%, con i salari così
all’osso che si fatica a tirare a fine mese. L’unico modo per portare fino in
fondo questa vertenza, costringendo i padroni a cedere, è fare un salto
qualitativo nei metodi di lotta.
Come è avvenuto alla Cesab,
fabbrica metalmeccanica di Bologna, dove i lavoratori riuniti in assemblea
hanno votato a stragrande maggioranza di attuare scioperi a scacchiera,
articolati reparto per reparto permettendo il blocco o il rallentamento della
produzione. Solo la prima ora di sciopero è stata definita dalla stessa
direzione aziendale devastante. Tutto ciò è stato possibile fondamentalmente
grazie al coinvolgimento dei lavoratori, che hanno partecipato attivamente alla
decisione su come preparare lo sciopero.
Ripartire dalla base
Il limite principale dei
vertici sindacali è che a parole dicono di voler portare avanti una lotta dura,
ma poi non sanno o non vogliono dispiegare le forze in modo coerente. Rimangono
legati alla logica della concertazione, sono tentennanti e contradditori.
In realtà questo è anche
il prodotto di una divisione che si sta producendo al vertice della Fiom. C’è
un settore di destra (come si è visto all’ultimo comitato centrale dove hanno
presentato un emendamento poi respinto) che vuole chiudere “la fase estremista
della Fiom” e tornare alla vecchia linea concertativa tornando a braccetto di
Fim e Uilm. Questi compagni difatto stanno sabotando la mobilitazione perché
sono quelli che spingono di più per disarticolare e dunque per dividere il
movimento e condurlo alla sconfitta, per poi dire: “visto avevamo ragione noi,
quando si radicalizza la lotta i lavoratori non ci seguono e si ottengono solo
sconfitte”.
I delegati più avanzati
devono tener conto di questo; non possiamo permettere a questa gente di
consolidare la loro posizione e dunque l’esito di questa vertenza è decisivo
anche rispetto al futuro della Fiom. Dobbiamo pertanto sostenere, per quanto
criticamente, i vari Rinaldini, Zipponi e Cremaschi nello scontro interno
all’organizzazione ma allo stesso tempo essere consapevoli che l’unico modo per
vincere è allargando il più possibile la partecipazione dei lavoratori nei
percorsi decisionali delle prossime lotte.
La parola deve tornare
alla base; solo così si può risollevare le sorti della vertenza. Solo così si
potranno condurre forme di lotta incisive che sappiano essere esemplari e
conquistino simpatie e sostegno tra fasce sempre più ampie di lavoratori,
insieme a quella convinzione, che forse è venuta un pò meno, che vale la pena
di portare fino in fondo questa battaglia.
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