FalceMartello n° 168 * 3-07-2003
Il nostro documento
conclusivo
Comitato Politico
Nazionale del 28-29 giugno 2003
I risultati delle elezioni
amministrative e del referendum ci impongono un bilancio critico della politica
seguita dal partito negli ultimi anni, e in particolare dopo l’ultimo congresso
nazionale. Risulta in primo luogo evidente come nonostante due anni di
mobilitazione politica e sociale quasi ininterrotta, il nostro partito non
abbia compiuto quel salto di qualità in termini di influenza, radicamento,
consenso (anche elettorale) che pure era interamente possibile.
La difficoltà dei
movimenti di massa in questo momento è sotto gli occhi di tutti. La vittoria
americana in Iraq ha avuto un contraccolpo significativo; il governo Berlusconi
è sopravvissuto a una contestazione massiccia; il movimento di lotta dei
metalmeccanici si scontra con una situazione difficile, aggravata dalla
mancanza di una chiara strategia da parte del gruppo dirigente Fiom.
Dobbiamo interrogarci
sulle cause di queste difficoltà. È da respingere un’interpretazione che pone
in primo piano fattori obiettivi (la precarizzazione, la crisi economica, le
trasformazioni sociali, ecc.); le sconfitte parziali che abbiamo subito sono in
primo luogo determinate dalla assoluta inadeguatezza dell’indirizzo politico
dettato dai gruppi dirigenti dei movimenti, a partire da quello della Cgil. Non
sono sconfitte le buone ragioni delle lotte, sono sconfitti metodi di lotta
inadeguati, gli scioperi puramente dimostrativi, il rifiuto di mettere in campo
metodi di lotta più incisivi sia sul piano sindacale che, ad esempio, nella
lotta contro la guerra (si pensi al rifiuto di sostenere i blocchi delle
ferrovie e dei porti con azioni di sciopero), la mancanza di una piattaforma
offensiva e unificante, il rifiuto (anche da parte del nostro partito) di porre
al centro la questione della cacciata del governo come sbocco naturale del
movimento di massa.
Nuove mobilitazioni sono
inevitabili nel prossimo futuro, nessuna contraddizione è stata risolta,
padroni e governo tornano all’offensiva più arroganti di prima. Ma preparare le
prossime mobilitazioni significa in primo luogo entrare in sintonia con lo
strato più attivo e più cosciente, che oggi si interroga sui limiti delle lotte
di questi due anni e su quali possono essere metodi e piattaforme di lotta
alternative più efficaci e incisive.
Il risultato delle
amministrative, le difficoltà del tesseramento, dimostrano come il partito non
abbia saputo dare risposta a queste domande nel vivo delle mobilitazioni di
massa. L’ulteriore, preoccupante perdita del nostro radicamento in primo luogo
nella classe operaia e nel movimento sindacale, è la diretta conseguenza delle
teorie e della pratica sancite nell’ultimo congresso. Il rifiuto della
concezione della battaglia egemonica, l’abbraccio alla “disobbedienza”, le
teorie sul “nuovo movimento operaio” hanno in realtà sancito e giustificato
l’abbandono dell’orientamento alla classe lavoratrice, ai luoghi di lavoro,
alle organizzazioni di massa, ad altri importanti luoghi di conflitto come
scuole e università. Hanno significato un tentativo, che oggi dobbiamo con
chiarezza dire fallito, di aggirare la nostra debolezza.
La logica che ha
determinato la scelta della via referendaria come via maestra è stata una logica
“sostituzionista”, che tentava di ignorare il problema della battaglia per
l’egemonia sostituendola con una politica di testimonianza, di “gesti”, che non
può risultare convincente e praticabile per la classe lavoratrice, a
prescindere dalla correttezza dei contenuti agitati.
Date queste premesse, era
impossibile raccogliere quanto non era stato seminato nella fase precedente.
Il centrosinistra e in
particolare i Ds riescono oggi a padroneggiare con maggiore facilità le proprie
contraddizioni, sia a causa dello stallo dei movimenti, sia a causa di questi
nostri errori. Nei Ds il “correntone” si sta frantumando, nella Cgil la
cosiddetta opposizione di “Cambiare rotta” è ormai completamente annullata
nella maggioranza e la stessa Cgil firma un patto di competitività con
Confindustria senza che questo causi alcun serio contraccolpo interno. Nelle
elezioni amministrative sono emerse le contraddizioni del governo, ma è altresì
emerso come il voto di opposizione si sia orientato in modo prevalente al
centrosinistra e in particolare ai Ds, mentre c’è un netto calo della
Margherita.
I fatti parlano chiaro:
questa fase di mobilitazioni di massa ci consegna rapporti di forza più
sfavorevoli per quanto riguarda il nostro partito. La proposta deve partire
dalla consapevolezza di questa realtà, che non può essere superata con una
fraseologia pseudo radicale (unita a una sostanziale subalternità ad altre
forze) che in questi due anni non è certo mancata, ma che ha dimostrato di non
portare nulla al nostro partito.
La valutazione della fase
non deve tuttavia fermarsi agli aspetti temporanei e superficiali. Nonostante
le difficoltà, nessuna contraddizione è stata risolta, né sul terreno
economico, né su quello politico, né su quello internazionale.
All’interno dello stesso centrosinistra
le contraddizioni possono essere attenuate, ma non sono certo risolte. Il voto
di milioni di lavoratori e di elettori Ds per il referendum dimostra come
resista l’aspirazione a una piattaforma politica diversa, ancorata alla difesa
degli interessi di classe. È questa la leva fondamentale sulla quale agire
nella prossima fase. Ad ogni svolta importante negli avvenimenti emergerà
nuovamente la profonda contraddizione fra le aspirazioni e le necessità della
base di massa dei Ds e della Cgil e la politica dei loro gruppi dirigenti, la
loro subalternità alle necessità del capitale incarnata dall’alleanza con le
forze di centro. La parola d’ordine della rottura al centro, agitata ma poi
abbandonata dal nostro partito, la proposta dell’unità d’azione sia sul terreno
difensivo (pensioni, legge 30) sia su una piattaforma rivendicativa più
avanzata rimarranno centrali se vorremo aprire dei canali di comunicazione con
quell’elettorato popolare e di sinistra che vota per l’articolo 18 ma non vede
oggi nel nostro partito la credibilità, la massa critica e la chiarezza
strategica, e che quindi resta agganciato al voto per i Ds.
Anche se oggi il
centrosinistra appare più compatto non dobbiamo rinunciare a porre dei cunei
che spingano ad allargare le divisioni fra le sue componenti organicamente
borghesi (margherita e Udeur) e
quelle socialdemocratiche (Ds, Cgil), che tutt’ora controllano burocraticamente
i settori decisivi del movimento operaio.
In ultima analisi le
contraddizioni del centrosinistra possono esplodere solo sotto l’urto di una
mobilitazione che travalichi gli argini posti dalla burocrazia sindacale. A
questo dobbiamo lavorare, con una tattica adeguata, che sfidi costantemente i
Ds e la Cgil, supportata da un’iniziativa costante alla base, fra i lavoratori,
che rafforzi i nostri legami di massa.
Solo cosi potremo creare
le condizioni per una reale autonomia politica del nostro partito, che ci eviti
di venire stritolati dal richiamo del “voto utile contro la destra”
all’approssimarsi delle prossime elezioni. Saranno le circostanze concrete, a
quel punto, a dire se esisteranno le condizioni per “rompere la gabbia” del
centrosinistra, o se il Prc dovrà adottare altre tattiche elettorali per
rappresentare le ragioni di classe senza cedere alle pressioni dell’Ulivo e
senza rinunciare allo stesso tempo a interloquire col desiderio dei lavoratori
di cacciare la destra.
Ma la precondizione per
questa politica è l’assoluta indipendenza politica del nostro partito. La
trattativa avviata col centrosinistra alla ricerca di un accordo programmatico
e di governo annulla viceversa questa nostra autonomia, ci riporta sulla strada
disastrosa già percorsa con il governo Prodi, fa del Prc un ostaggio. Avviare
una trattativa su queste basi significa regalare l’autonomia del partito a un
centrosinistra che oggi è tutto tranne che “disarticolato”. Anche se si
arrivasse a una rottura dell’ultima ora sarebbe l’ennesima svolta improvvisata
che spiazzerebbe il partito e lo renderebbe incomprensibile alle masse.
La nostra iniziativa sul
terreno dell’unità d’azione non può essere efficace se non si basa sulla
completa indipendenza politica e d’iniziativa del nostro partito. Nessuna
trattativa programmatica, nessuna “sospensione della critica”, quindi, neppure
quando i nostri alleati più o meno temporanei scendono sul terreno della lotta,
ma una azione costante volta a elevare il livello di coscienza, di
mobilitazione, di autorganizzazione democratica dei lavoratori e dei soggetti
ai quali ci rivolgiamo.
Un approfondimento
specifico merita il nostro intervento nel movimento sindacale. Oggi, per
unanime riconoscimento viviamo probabilmente il punto più basso della nostra
influenza fra i lavoratori organizzati e nelle aziende. Questa situazione
drammatica è frutto di molti fattori. In primo luogo, della nostra lunga
subordinazione a una sinistra d’apparato interna alla Cgil (Cambiare Rotta) che
ha dimostrato in una lunga traiettoria di non essere disposta a rompere le
“regole del gioco” della burocrazia sindacale. In secondo luogo, alla completa
subordinazione nel corso del 2002, (anno chiave della mobilitazione sindacale)
alla gestione impressa da Cofferati al movimento di massa, con l’illusione che
il referendum potesse fare da “contrappeso” a questa nostra mancata battaglia
politica. Infine, alle teorie sul “nuovo movimento operaio” e sulla
disobbedienza, che hanno creato l’illusione che si potesse prescindere da un
lavoro sistematico, ostinato e di lunga lena per conquistare il terreno metro
dopo metro, rivolgendo sistematicamente le nostre strutture all’intervento
nelle aziende, intervenendo in un processo già in corso di organizzazione
sindacale dei lavoratori precari, formando una generazione di lavoratori
comunisti capaci di conquistarsi sul campo, nelle lotte, quell’autorità e quel
rispetto fra i lavoratori che non possono essere guadagnati con iniziative
d’immagine. La linea di “dare visibilità ai precari” promuovendo occupazioni
simboliche di agenzie interinali, gesti esemplari o manifestazioni una tantum è una linea, ancora una volta,
puramente d’immagine. La “visibilità” i precari se la conquistano e se la
conquisteranno con le loro lotte, con la loro organizzazione, con la loro
volontà di conquistarsi un futuro degno, e non certo per benigno intervento del
disobbediente di turno che paternalisticamente decide di sponsorizzare la loro
causa.
In sintesi, le nostre
difficoltà politiche e organizzative hanno origine innanzitutto nell’affermarsi
di una cultura politica sempre più estranea a quella di classe (come dimostra
anche il linguaggio sempre più elitario che spesso viene adottato), nel
prevalere di concezioni radicaleggianti, in un rifiuto che in alcuni settori
del partito è ormai viscerale di qualsiasi riferimento alla tradizione
comunista, classista e al patrimonio storico del movimento operaio degli ultimi
due secoli. Queste concezioni, e le pratiche che ne derivano sia sul piano
interno che nell’iniziativa politica esterna, mettono oggi a serio rischio la
capacità del Prc di conquistare il ruolo che pure sarebbe possibile e necessario
in una fase tanto turbolenta e tormentata degli avvenimenti mondiali quale è
quella nella quale siamo entrati.
La svolta necessaria,
quindi, va ben al di là di un necessario e urgente recupero della nostra
autonomia dal centrosinistra, oggi messa in gioco dalla trattativa avviata, ma
deve necessariamente investire la natura stessa del nostro partito, la sua
strutturazione, la sua conformazione politica e teorica, i suoi riferimenti
sociali e storici: una svolta che in estrema sintesi possiamo definire una
svolta verso la nostra classe e le sue migliori tradizioni rivoluzionarie.
Claudio Bellotti,
Alessandro Giardiello
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