FalceMartello n° 168 * 3-07-2003
Bertinotti a rotta di
collo verso l’Ulivo
Bilancio del Cpn del
28-29 giugno 2003
Il Comitato politico
nazionale del Prc tenutosi il 28-29 giugno ha segnato una brusca accelerazione
nell’evoluzione del partito. La svolta verso l’Ulivo, già largamente annunciata
nei dibattiti della Direzione nazionale e in numerose interviste sulla stampa,
sia di Bertinotti che di dirigenti Ds come D’Alema e Bassolino, è stata sancita
in un dibattito i cui esiti riteniamo estremamente preoccupanti.
di Claudio Bellotti
La svolta verso
l’Ulivo
L’avvio di un negoziato
con l’Ulivo al fine di ricercare un accordo programmatico e di governo
costituisce l’architrave nell’attuale linea di Bertinotti. Eppure il documento
finale approvato è singolarmente evasivo su questo punto. Non si indica alcun
percorso, alcuna precondizione, alcuna discriminante politica, di programma,
nulla di nulla. Ecco i passaggi fondamentali: “È il movimento che consente di porsi il tema della riapertura della
fase politica in modo dinamico e propositivo (…) Le aspettative di massa contro
le politiche del centrodestra e le pratiche concretamente alternative avviate
dai movimenti (fino al referendum) consentono di andare oltre e di affrontare
la fase e il bisogno di alternativa ponendo il tema di un nuovo rapporto fra il
Prc e quello che è stato fin qui l’Ulivo, prospettando una alternativa
programmatica attorno ai contenuti nati dal vivo del conflitto e
dell’opposizione sociale. Non un rapporto programmatico tra due, ma tra molti,
plurale, aperto ai movimenti, con le modalità che essi decideranno di assumere.
Questo percorso è facilitato dall’articolazione che l’azione del movimento ha
determinato sul centrosinistra. Non un rapporto diplomatico e di vertice, ma
fondato sulle pratiche di opposizione, dei conflitti per sconfiggere le destre
non solo politicamente ma anche socialmente”.
Come si vede, un completo
rovesciamento di quanto affermato da Bertinotti fino a ieri. Ieri, il movimento
doveva servire a “rompere la gabbia” del centrosinistra, oggi lo renderebbe
permeabile; ieri l’Ulivo era addirittura “morto”, oggi, vivo e vegeto, diventa
interlocutore centrale del partito. L’idea che l’Ulivo sia qualcosa di
radicalmente diverso da quello di tre o quattro anni fa è pura fantasia. Le
divisioni al suo interno sono reali, ma la linea avanzata da Bertinotti ha
precisamente il risultato opposto a quanto sarebbe necessario: anziché
amplificarle, le copre.
Il referendum
sull’articolo 18
Il bilancio del referendum
è completamente acritico (“il referendum
è morto, viva il referendum”). Si ammette la sconfitta, ma si rifiuta
ostinatamente di indagarne le cause. Nell’analisi della maggioranza, la colpa è
del centrosinistra, del governo, della “crisi della politica”, della
“destrutturazione” sociale, insomma di tutto e tutti, ma non di chi avrebbe
dovuto interrogarsi sulla natura dello strumento referendario, sulla difficoltà
di controllare il terreno di battaglia in uno scontro che si giocava nell’urna
e non nella mobilitazione diretta.
Nel dibattito del Cpn un
intervento, quello di Saverio Ferrari (Milano), ha posto la domanda se la
sconfitta dovrebbe portare a un ripensamento critico sulla stessa scelta
referendaria. Citiamo questo intervento perché la risposta data da Bertinotti
ci pare esemplificativa di molti degli errori dell’attuale maggioranza.
Bertinotti ha detto in sostanza quanto segue: il successo o la sconfitta di una
battaglia non possono essere il metro di giudizio, perché anche le vittorie
nascono da sconfitte precedenti. Ottimo esempio di come una grande verità della
politica possa essere ridotta alla più piatta delle banalità.
Una direzione accorta può
anche non riuscire a guidare una battaglia fino alla vittoria. Ma se dimostra
di saper valutare correttamente il terreno dello scontro, gli strumenti da
usare, di saper entrare in sintonia con i lavoratori che chiama a scendere in
campo, allora il rapporto fecondo fra il partito e la classe non si romperà, a
dispetto della sconfitta, e può persino rafforzarsi.
Non ci pare che sia questo
il caso del referendum. Dopo il referendum il partito è più debole nei rapporti
con alleati e avversari, vive una “preoccupante
crisi di militanza” (così il documento di maggioranza), tocca un minimo
storica nella propria influenza nel movimento sindacale e nella classe operaia.
Questi devono essere i motivi di reale preoccupazione, oltre alla sconfitta
subita nelle urne.
“Innovazione” a
piene mani?
La svolta verso l’Ulivo
viene accompagnata dall’insistita riproposizione della fraseologia movimentista.
Il partito soffre un “deficit di innovazione”, bisogna rilanciare sulla
sinistra d’alternativa, e via di seguito. Sbaglierebbe chi pensasse che si
tratti solo di frasi “di sinistra” per coprire la svolta a destra. È in realtà
la conferma che nel Prc si affermano sempre di più posizioni lontane da
qualsiasi riferimento di classe, che in realtà considerano gli attuali limiti
del Prc come dei pregi. Per questi compagni, infatti, lo scarsissimo
radicamento operaio, il rinsecchirsi delle strutture di partito a partire dai
circoli, il calo del tesseramento, l’evoluzione sempre più marcata verso il
partito d’opinione ed elettoralista sono in realtà la liberazione da
altrettanti impacci (che nella loro visione sono definiti residui
novecenteschi). Possono permetterselo, in un partito che vede le spese del
proprio bilancio centrale coperte per una percentuale crescente (dal 90 al 95%)
dalle entrate legate al finanziamento pubblico dei partiti e dai versamenti dei
parlamentari, con buona pace della “preminenza della battaglia sociale su
quella istituzionale” proclamata allo scorso congresso.
La tanto evocata
“innovazione” ha finora partorito poco e nulla. L’accelerazione che ora si
dichiara di voler imprimere non può, date le premesse politiche, che peggiorare
una situazione già preoccupante verso i “circoli di scopo”, o “tematici”, verso
il “partito come luogo sociale”, rischiando di alimentare un processo di vera e
propria spoliticizzazione della militanza del partito.
La posizione di
Ferrando
Su questo il documento di
Ferrando mantiene totale silenzio, e su altri punti è estremamente diplomatico.
La critica al referendum, superficiale e contraddittoria: si dichiara
correttamente che “nessuna battaglia
istituzionale può sostituire un’indicazione di prospettiva sul terreno della
lotta e una battaglia di indirizzo in questo ambito”, ma al tempo stesso si
legittima la scelta del referendum stesso (“l’errore
profondo del nostro partito non sta nell’aver promosso il referendum”).
L’analisi dei motivi della sconfitta ricalca in gran parte quella di
maggioranza.
La critica all’abbraccio
con l’Ulivo diventa fine a se stessa, non collegandosi ad alcuna indicazione su
come lottare affinché il Prc possa riavvicinarsi ai lavoratori, su come
intervenire in un processo che in molte realtà sta cancellando la natura
proletaria del partito, rendendolo sempre più simile a una delle tante voci
dell’intellettualità radical, tanto
che Bertinotti nelle conclusioni non si è peritato di affermare che “qui siamo tutti dei privilegiati”.
E su questo ci pare
altrettanto criticabile la linea scelta dall’area dell’Ernesto (Grassi, Sorini, ecc.) che decide di sostenere il documento
di maggioranza in quanto si trova in sintonia con la svolta verso l’Ulivo, ma
accettando di non parlare chiaramente al partito nel momento in cui tanto forti
sono i rischi ai quali è sottoposto.
Una nota, infine, per il
“disagio” dell’area ex-Bandiera Rossa, espresso fra gli altri nell’intervento
di Flavia D’Angeli, che forse sinteticamente ma (crediamo) non ingiustamente
potremmo riassumere così: non siamo d’accordo con la svolta verso l’Ulivo, e
pertanto parliamo d’altro (movimenti, situazione internazionale, ecc.) e…
votiamo a favore.
Conclusioni
La nostra scelta di
presentare un documento al voto, pur sapendo che si trattava di una posizione
estremamente minoritaria nel Cpn, è nata dalla constatazione che l’opposizione
di Ferrando si concentra su un punto che per quanto importante (le alleanze)
non è che una faccia della crisi del Prc. L’indipendenza di classe del partito
si deve conquistare su tutti i terreni: ideologico, politico, programmatico,
organizzativo. Se una sinistra ha motivo di esistere in questo partito (e noi
crediamo che più che mai ve ne sia bisogno!) è per rispondere all’insieme di
questi problemi, e non solo per ripetere come un disco rotto “no alle
alleanze”. Una simile opposizione è del tutto innocua per la linea
bertinottiana, e non a caso il segretario si è prodigato nelle conclusioni nel
sottolineare con dovizia di particolari come sia necessario trovare almeno un
punto in comune con la posizione di Ferrando, come il partito non possa
privarsi del suo contributo, e via via sviolinando, mentre sulla nostra critica
calava un silenzio tombale quasi a volerne indicare l’inesistenza.
Pazienza, il tempo è
galantuomo… e anche se le votazioni non hanno certo mostrato grandi
sconvolgimenti: approvato il documento di Bertinotti con 68 favorevoli, 14
contari e 1 astenuto, respinti quello di Ferrando (9 favorevoli, 66 contrari, 5
astenuti) e il nostro (2 favorevoli; 65 contrari e 13 astenuti) sappiamo che
l’ultima parola su questo non spetta a noi, spetta a tutti quei compagni, quale
che sia la loro collocazione nel dibattito del partito, che vogliono un partito
di classe, realmente aperto, magari un po’ meno aperto per l’intellettuale alla
moda e un po’ più aperto per l’operaio, per la casalinga, per il disoccupato,
che stimoli la partecipazione critica al dibattito e la militanza cosciente, e
non cerchi solo il gesto o l’immagine simbolica.
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