FalceMartello n° 168 * 3-07-2003
Resistere all’offensiva
padronale per preparare le lotte future
La nuova fase politica e
sociale si può caratterizzare per sommi capi come segue:
1) Un riflusso delle
grandi mobilitazioni che hanno attraversato l’Europa e il mondo negli ultimi
tre anni. Il vecchio millennio si è chiuso con la manifestazione di Seattle
(che ha dato vita al movimento no-global), il nuovo si è aperto con il
tentativo rivoluzionario delle masse ecuadoregne (naufragato per assenza di una
direzione). Questa nuova situazione che ha scosso l’America Latina e visto il
risveglio dei movimenti di massa in Europa, sembra oggi prendere un temporaneo
respiro.
2) Il giorno della caduta
di Baghdad segna un punto di svolta nelle relazioni internazionali.
L’imperialismo è riuscito a invadere l’Iraq più facilmente del previsto e così
facendo ha stabilizzato (seppur parzialmente) la situazione in Medio Oriente;
su queste basi gli Usa riescono ad aprire una nuova trattativa diplomatica tra
Israele e Anp, la quale non può che condurre a nuovi disastri per il popolo
palestinese. In Iraq comincia un movimento di resistenza, ma gli occupanti sono
per ora saldamente insediati.
3) Una situazione
economica che resta recessiva. Nonostante gli sforzi di Bush per risollevare
l’economia (stanziamenti economici, riduzione delle tasse, spese
armamentistiche, politiche monetarie espansive, ecc.) gli Usa non accennano a
risalire la china. La situazione in Europa è anche peggiore. I licenziamenti di
massa che ne derivano sono un deterrente e uno strumento di ricatto continuo
verso i lavoratori che si apprestano a lottare.
4) Gli Usa assediati dalla
crisi economica, dalla crescita esponenziale del debito degli Stati (dalla
California all’Oregon), delle aziende, delle famiglie (nelle quali ormai da tre
anni c’è un risparmio negativo) tentano di scaricare la crisi sull’Europa
svalutando il dollaro (di oltre il 30% in un anno), sfruttando il proprio peso
politico-militare nella politica neocoloniale e facendo la voce grossa negli
organismi economici internazionali. Il destino europeo è chiaramente quello di
piegarsi alle pressioni americane e adattarsi a una posizione subordinata. Ci
saranno sussulti di Francia e Germania, come si è visto nel balletto
diplomatico in sede Onu prima dell’inizio della guerra in Iraq, ma in generale
è sulla classe operaia che le potenze europee scaricheranno il peso del proprio
declino politico e economico.
5) Una serie di sconfitte
parziali che si sono prodotte recentemente sul piano della lotta rivendicativa
e sindacale. Si pensi al ripiegamento delle mobilitazioni in Francia, alla
rinuncia da parte della Ig Metal a continuare la lotta per le 35 ore
nell’ex-Germania dell’Est, alla difficile situazione in cui si trova la Fiom in
Italia nel tentativo di contrastare l’accordo separato sul contratto nazionale.
I lavoratori nel breve
termine saranno sulla difensiva dopo
un periodo in cui hanno riempito le piazze di mezza Europa con un
susseguirsi di scioperi generali e manifestazioni di massa.
Le grandi mobilitazioni
non hanno prodotto conquiste significative. La classe dominante si è scontrata
con un movimento pacifista di massa ma ha fatto comunque la guerra, lo stesso
dicasi per le altre mobilitazioni più o meno parziali che si sono sviluppate a
partire dai bisogni più elementari.
Dove le contraddizioni
erano così profonde da provocare una disgregazione dei blocchi dominanti (si
pensi all’Argentina o al Venezuela) la lotta per conquiste parziali si è
proiettata verso la rottura di sistema, a dimostrazione che il capitalismo in
questa fase ha pochi margini riformisti. Di fronte all’impatto di poderose
mobilitazioni popolari il sistema non è in grado di ammortizzare l’onda d’urto
e lo scontro si acutizza immediatamente fino alle più estreme conseguenze.
Il convergere di crisi
economica, riflusso delle mobilitazioni e debordare del debito pubblico e
privato spingerà inevitabilmente la classe dominante europea a tornare sul
piede di guerra.
L’offensiva che è stata
lanciata sul terreno delle pensioni in Germania e Austria si estenderà a
macchia d’olio e ancora una volta l’UE sarà la scusa per colpire le condizioni
operaie mettendo in discussione il diritto a una vecchiaia dignitosa.
L’Italia sarà al centro di
questo attacco. Ci chiedono di lavorare di più ma questo oltre a provocare un
generale peggioramento della qualità di vita determina per le giovani
generazioni un futuro sempre più incerto.
La flessibilizzazione del
mercato del lavoro e l’introduzione di contratti atipici e temporali ha
formalmente aumentato il numero degli occupati ma questo dato nasconde una
realtà di precarizzazione selvaggia che ha pochi precedenti.
Il governo italiano
propone l’introduzione della legge 30 (strumentalmente chiamata legge Biagi)
che comporta l’introduzione di nuovi meccanismi infernali (lavoro a chiamata, lavoro
in coppia, lavoro a progetto, abolizione del collocamento pubblico, ecc.) che
puntano a distruggere ogni contrattazione collettiva e a trasformarla in un
rapporto individuale fra azienda e lavoratore.
Nel frattempo i salari
calano persino per l’Istat (che è tutto dire, visto che secondo i rilevamenti
di questi signori l’inflazione annua dopo l’introduzione dell’euro in Italia
non sarebbe stata superiore al 2,5-2,7%!).
La borghesia si prepara ad
utilizzare il pugno di ferro e le continue provocazioni del ministro degli
interni, Pisanu che denuncia l’esistenza di cellule brigatiste nei luoghi di
lavoro servono a preparare il clima per criminalizzare ogni focolaio di
resistenza operaia.
La campagna di discredito
dei lavoratori di Alitalia, che per protestare contro il piano di tagli
annunciato dall’azienda si sono messi in malattia, è sintomatica del clima che
si sta generando attorno alle lotte sociali. Quello che nessuno ci ha detto è
che quegli stessi lavoratori se volevano protestare non potevano fare altro
visto che scioperare nei trasporti è diventato praticamente impossibile (a
causa della legge 146-90 e successivi provvedimenti).
La pressione aumenta, la
campagna propagandistica si servirà di potenti mezzi per mettere in un angolo i
lavoratori con un’opposizione che è sempre più debole sul piano politico e
sindacale. Cofferati ha lasciato un vuoto enorme di illusioni e la Cgil di
Epifani, che pure ha sostenuto il sì al referendum, sta ripiegando e ha firmato
un “patto per la competitività” con Confindustria senza provocare grandi
reazioni al proprio interno.
Sulle pensioni la Cgil
convoca uno sciopero di due ore, sul contratto dei metalmeccanici la Fiom
annaspa e non sa proporre niente di meglio che una “disarticolazione” della
lotta (e cioè delle vertenze pilota a livello aziendale nella gestione di un
contratto nazionale). Per dare un’idea della debolezza del fronte si pensi che
in tutta la provincia di Milano le aziende impegnate sarebbero 20 su un totale
di 1.200 che vedono una presenza sindacale.
Il governo non è forte,
come si è visto anche dai risultati delle elezioni amministrative, è
attraversato da divisioni profonde, ma in un contesto come questo le
contraddizioni non precipitano.
Nel campo avverso si
stabilizza la situazione nei Ds e la maggioranza di Fassino si giova del
“tradimento” di Cofferati e della inevitabile crisi della sinistra interna.
Rifondazione Comunista,
che non si è avvantaggiata dai movimenti, nè in termini di militanza, nè in
termini elettorali, non trae le conclusioni corrette da tutto questo e si
spinge ancor più sulla linea movimentista che rende il partito incapace di
incidere nella carne viva del movimento operaio.
E’ inevitabile in questa
situazione che un settore d’avanguardia del movimento possa trarre conclusioni
negative. Nel Prc c’è già chi teorizza che la “crisi di risultati” sia il
frutto della “destrutturazione della globalizzazione capitalistica”.
Il pericolo insito in una
situazione del genere è che di fronte alle sconfitte si tenti di cercare degli
alibi e delle “cause oggettive”.
Le responsabilità invece
sono di natura soggettiva e competono alle direzioni del movimento operaio come
dimostra la parabola di Sergio Cofferati. E’ del tutto evidente che il “cinese”
ha voluto fin dall’inizio mantenere lo scontro in ambiti concertativi, con
mobilitazioni rituali e ben centellinate che non dilagassero nelle fabbriche.
Ogni ostacolo è stato posto per evitare che sorgessero forme di
autoorganizzazione dal basso e che la lotta assumesse un carattere offensivo.
Il tutto ci rimanda ai
compiti che gli attivisti avranno nella prossima fase. Si tratta per un periodo
(ci auguriamo breve) di resistere alle forti pressioni a cui governo e
Confindustria sottoporranno la classe operaia per preparare la risalita
successiva. Gli attacchi perpetuati al tenore di vita, sul fronte della
precarietà e dei diritti determineranno inevitabilmente nuove esplosioni
sociali.
L’assenza di una credibile
direzione politica e sindacale non è un ostacolo assoluto alla ripresa delle
lotte sociali. Le mobilitazioni che più hanno inciso nel passato e che hanno
aperto un nuovo ciclo nella lotta di classe (si pensi all’Autunno Caldo) spesso
vedevano l’assenza di riferimenti credibili a sinistra. Il Pci e la Cgil prima
del ‘68 erano al punto più basso della loro autorità nelle fabbriche,
situazioni simili si sono verificate nei grandi processi rivoluzionari che
hanno attraversato il continente negli anni ‘70.
L’autunno caldo del 1969
si concluse con una vittoria (con la firma di decine di contratti estremamente
avanzati e la conquista dello Statuto dei lavoratori) perchè la borghesia
spaventata dalla rivoluzione fu ben contenta di fare concessioni, ma oggi non
siamo all’apice del boom economico ma in una fase di stagnazione prolungata e
dunque la lotta per ottenere risultati deve spingersi più avanti mettendo
all’ordine del giorno la rottura di sistema.
In una serie di paesi le
masse hanno cercato, seppure in forma iniziale, di aprirsi la strada verso
un’alternativa di potere (si pensi al movimento delle fabbriche occupate che
producono sotto il controllo operaio in Argentina), ma l’assenza di una
direzione ha fatto sì che queste esperienze rimanessero a uno stato embrionale.
Le lotte rivendicative in
America Latina degli ultimi anni hanno assunto quasi sempre un carattere
insurrezionale e rivoluzionario (dalla rivolta del Chiapas, all’Argentinazo,
alle diverse insurrezioni che si sono succedute in Bolivia, Perù, Venezuela,
Uruguay, ecc.). Questo dimostra l’acutezza della crisi del sistema capitalista e
fino a che punto è necessario, se si vuole incidere nelle mobilitazioni operaie
dei prossimi anni, avere un approccio diverso nella gestione delle vertenze.
Una lotta sindacale in
questa fase può essere condotta alla vittoria solo se i delegati che la guidano
hanno la preparazione necessaria per generalizzarla e collegarla a una
prospettiva politica complessiva.
Solo con un’organizzazione
che coordini i propri militanti perchè svolgano un lavoro efficace di frazione
all’interno dei sindacati e allo stesso tempo dirigano le vertenze mantenendosi
autonomi sul piano politico e organizzativo è possibile impedire che le
burocrazie sindacali diano alle mobilitazioni un carattere ristretto,
conducendole alla sconfitta.
Se qualcosa insegna la
vertenza dei metalmeccanici è che anche per un sindacato dalle grandi
tradizioni come la Fiom non basta radicalizzare la propria piattaforma e avere
il sostegno della maggioranza dei lavoratori per vincere; è necessario mettere
in campo forme di lotta molto più audaci che colpiscano duramente la
controparte.
Se il padronato non
rispetta gli accordi contrattuali non si capisce perchè il sindacato debba
attenersi alle norme antisciopero che si sono sottoscritte negli ultimi anni
(raffreddamento, preavviso, ecc.).
Gli scioperi devono tener
conto dell’organizzazione produttiva per colpirla nel suo punto più debole. La
gestione deve essere centralizzata e democratica allo stesso tempo (sotto il
controllo delle Rsu) e l’applicazione flessibile per adattarsi al contesto
concreto.
Con una strategia di
questo tipo con scioperi improvvisi, che vadano a colpire i picchi produttivi
in maniera indiscriminata e articolata si potrebbe piegare il padrone. È la
sola via.
Finora la direzione della
Fiom ha mostrato di non essere all’altezza di una conduzione così audace della
lotta, e nella misura in cui non si avanza inevitabilmente si arretra dando
fiato a quelle tendenze di destra che negli ultimi mesi hanno proposto di
“moderare” la linea.
In un articolo del 1°
luglio, l’organo confindustriale il sole
24 ore, sottolineava con soddisfazione le recenti sconfitte del movimento
sindacale europeo: sconfitto il referendum in Italia, in difficoltà la Fiom,
diviso il fronte in Francia, interrotto lo sciopero per le 35 ore in Germania
orientale. La colpa, a dire dell’articolo, è ovviamente delle “piattaforme
estremistiche fuori da ogni contesto economico”, del sindacato “bastione
conservatore contro il cambiamento”. Ma se questa è solo propaganda, non sono
parole le affermazioni seguenti: “E ora,
visto il quadro europeo, il sindacato si troverà di fronte a una seria e
irresistibile riforma delle pensioni. (…) L’ala conservatrice del sindacato ha
sottovalutato (…) il carattere nuovo del movimento degli imprenditori in
Europa, la scelta peraltro quasi obbligata di schierarsi per l’innovazione e la
decisione di rompere i ponti con antiche pratiche di deteriore consociativismo
che stavano impantanando le nostre società”.
I padroni sanno che
attraversiamo un momento di debolezza; sanno di poter contare su un settore
sindacale collaborazionista (i “settori
più moderni del sindacato, dalla Cfdt francese ai chimici tedeschi (…) il punto
di vista più moderno di Cisl e Uil”) e dicono a chiare lettere di voler
affondare il colpo.
Siamo quindi entrati in un
processo tortuoso, ci saranno delle sconfitte e i lavoratori pagheranno la
pavidità dei propri dirigenti, ma presto o tardi una nuova esplosione sociale
romperà gli argini posti dalla burocrazia sindacale.
Un nuovo autunno caldo non
tarderà e da comunisti consapevoli lotteremo fin da ora per costruire quella
opposizione nel sindacato e nel Prc che sappia farsi carico dei compiti di
direzione delle future mobilitazioni.
Nelle fasi di riflusso e
di crisi del movimento di massa, è vitale concentrare gli sforzi affinché i
settori d’avanguardia possano abbracciare idee nuove mettendo in discussione
luoghi comuni e pregiudizi consolidati. In un contesto del genere è possibile
avvicinare nuovi operai alle idee del marxismo e queste forze (anche se
limitate) possono giocare in futuro un ruolo decisivo moltiplicandosi per dieci
o per cento.
Piuttosto che rifugiarsi
in gesti esemplari e azioni isolate che si traducono unicamente in sterile
testimonianza è verso la classe operaia nel suo insieme che devono rivolgersi i
comunisti in un lavoro duro, difficile, che non darà risultati appariscenti nel
breve periodo, ma che è indispensabile per preparare quella alternativa al
capitalismo che mai come oggi si rende necessaria.
Milano, 2 luglio 2003
Elenco numeri di FalceMartello - Home Page