LE PROSPETTIVE DELL’EVOLUZIONE MONDIALE1
Sono trascorsi dieci anni
dall’inizio della guerra imperialista. Durante questo decennio, il mondo è
notevolmente cambiato, ma molto meno di quanto supponevamo e prevedevamo dieci
anni fa. Consideriamo la storia dal punto di vista della rivoluzione sociale.
Questo punto di vista è, allo stesso tempo, teorico e pratico. Analizziamo le
condizioni delle evoluzioni così come si formano senza di noi e
indipendentemente dalla nostra volontà, per comprenderle e agire su di esse
tramite la nostra volontà attiva, cioè con la nostra volontà di classe
organizzata. Questi due aspetti nel nostro modo marxista di affrontare la
storia sono legati indissolubilmente. Se ci si limita a constatare ciò che
avviene, in definitiva si arriva al fatalismo, all’indifferenza sociale che, a
certi livelli, assume l’aspetto del menscevismo, in cui c’è una gran parte di
fatalismo e di rassegnazione di fronte agli avvenimenti. D’altra parte, se ci
si limita all’attività, alla volontà rivoluzionaria, si rischia di cadere nel
soggettivismo, che implica un gran numero di varietà: una è l’anarchismo,
un’altra il socialismo rivoluzionario di sinistra; infine, è a questo
soggettivismo che bisogna collegare i fenomeni che si verificano nello stesso
comunismo e che Lenin ha definito «malattia infantile di sinistra». Tutta
l’arte della politica rivoluzionaria consiste nel saper unire la constatazione
oggettiva alla reazione soggettiva. E in questo consiste il leninismo.
Ho detto che noi affrontavamo la
storia dal punto di vista della rivoluzione che deve trasmettere il potere
nelle mani della classe operaia per la ricostruzione comunista della società.
Quali sono i presupposti della rivoluzione sociale, in quali condizioni può
sorgere, svilupparsi e vincere? Questi presupposti sono molto numerosi. Ma
possono essere riuniti in tre e anche in due gruppi: i presupposti oggettivi e
soggettivi.
I presupposti oggettivi si basano
su un determinato livello di sviluppo delle forze produttive. (Questa è una
cosa elementare, ma di tanto in tanto non è inutile tornare all’«alfabeto», ai
fondatori del marxismo, per arrivare, con l’aiuto del vecchio metodo, alle
nuove conclusioni che la situazione attuale impone.) Perciò, la premessa
fondamentale della rivoluzione sociale è un determinato livello di sviluppo
delle forze produttive, un livello in cui il socialismo e in seguito il
comunismo, come modo di produzione e di distribuzione dei beni, offrono
vantaggi materiali. È impossibile costruire il comunismo, o anche il
socialismo, nella campagna, in cui regna ancora l’aratro. È necessario un certo
sviluppo della tecnica.
Ora, questo livello è raggiunto in
tutto il mondo capitalistico? Sì, incontestabilmente. Che cosa lo prova? Il fatto
che le grandi imprese capitalistiche, i trusts, i sindacati, trionfano in tutto
il mondo sulle piccole e medie imprese. Perciò, un’organizzazione economica
sociale fondata esclusivamente sulla tecnica delle grandi imprese, costruita
sul modello dei trusts e dei sindacati, ma su basi di solidarietà, se fosse
estesa a una nazione, a uno Stato, poi a tutto il mondo, offrirebbe enormi
vantaggi materiali. Questo postulato esiste da molto tempo.
Il secondo presupposto oggettivo è
il seguente: è necessario che la società sia dissociata in modo che ci sia una
classe interessata alla rivoluzione socialista e che questa classe sia
abbastanza numerosa e abbastanza influente dal punto di vista della produzione
da fare essa stessa questa rivoluzione. Ma questo non basta. È necessario anche
che questa classe - e adesso passiamo alla condizione soggettiva - comprenda la
situazione, che voglia coscientemente il cambiamento del vecchio ordine delle
cose, che abbia alla propria testa un partito capace di dirigerla nel momento
della rottura e di assicurarle la vittoria. Ora, questo presuppone una certa
situazione della classe borghese dirigente, che deve aver perduto la sua
influenza sulle masse popolari, essere scossa nelle proprie file, aver perso la
sua sicurezza. Ecco che cos’è esattamente una situazione rivoluzionaria. È
soltanto su determinate basi sociali di produzione che possono sorgere le
premesse psicologiche, politiche e organiche per la realizzazione
dell’insurrezione e la sua vittoria.
Il secondo presupposto - la
dissociazione di classe o, in altre parole, il ruolo e l’importanza del
proletariato nella società esiste? Sì, esiste già da una decina di anni. È
quanto dimostra, più di ogni altra cosa, il ruolo del proletariato russo, che
tuttavia è di formazione relativamente recente. Che cosa è mancato fino ad ora?
L’ultima premessa soggettiva: per il proletariato europeo, la coscienza della
sua situazione nella società, una organizzazione e una educazione appropriate,
un partito capace di dirigerlo. Varie volte noi, marxisti, abbiamo detto che, a
dispetto di tutte le teorie idealiste, la coscienza della società è in ritardo
rispetto al suo sviluppo, e ne abbiamo una prova clamorosa nella sorte del
proletariato mondiale. Le forze produttive sono mature da molto tempo per il
socialismo. Il proletariato, da molto tempo, almeno nei principali paesi
capitalistici, svolge un ruolo economico decisivo. Da esso dipende tutto il
meccanismo della produzione e, di conseguenza, della società. Ciò che manca, è
l’ultimo fattore soggettivo: la coscienza è in ritardo rispetto alla vita.
La guerra imperialista è stata il
castigo storico di questo ritardo sulla vita, ma, d’altra parte, essa ha dato
al proletariato un potente impulso. Essa è avvenuta perché il proletariato non
è stato in grado di prevenirla, perché non era ancora riuscito a conoscersi
nella società, a comprendere il suo ruolo, la sua missione storica, a
organizzarsi, ad assegnarsi il compito della presa del potere e ad attuano.
Allo stesso tempo, la guerra imperialista, che è stata la conseguenza non di
una colpa, ma di una sventura del proletariato, doveva essere ed è stata un
potente fattore rivoluzionario.
La guerra ha mostrato la necessità
profonda, urgente, di un cambiamento del regime sociale. Molto prima della
guerra, il passaggio all’economia socialista presentava notevoli vantaggi; in
altre parole, le forze produttive si sarebbero sviluppate su basi socialiste
molto più che su basi capitalistiche. Ma, anche sulla base del capitalismo, le
forze produttive d’anteguerra crescevano rapidamente, non solo in America, ma
anche in Europa. In ciò consisteva la «giustificazione» relativa dell’esistenza
stessa del capitalismo. Dopo la guerra imperialista, il quadro è completamente
mutato: le forze produttive, lungi dal crescere, diminuiscono. E ora si tratta
solo di riparare le distruzioni, non di continuare a sviluppare le forze
produttive. Ancora più di prima esse sono strette nel quadro della proprietà
individuale e nel quadro degli Stati creati dalla pace di Versailles. Il fatto
che il progresso dell’umanità sia attualmente incompatibile con l’esistenza del
capitalismo è stato incontestabilmente provato dagli avvenimenti degli ultimi
dieci anni. In questo senso, la guerra è stata un fattore rivoluzionario, ma
non solo in questo. Sconvolgendo impietosamente tutta l’organizzazione della
società, ha sottratto al conservatorismo e alla tradizione la coscienza delle
masse lavoratrici. Siamo entrati nell’epoca della rivoluzione.
Gli ultimi dieci anni (1914-1924)
Se si affronta da questo punto di
vista l’ultimo decennio, si nota che esso si divide in vari periodi nettamente
delimitati. Il primo è quello della guerra imperialista, che abbraccia più di
quattro anni (per la Russia, poco più di tre). Un nuovo periodo comincia in febbraio
e, in particolare, nell’ottobre 1917. È il periodo di liquidazione
rivoluzionaria della guerra. Gli anni 1918-1919 e una parte dell’anno 1920
(almeno per alcuni paesi) furono interamente assorbiti dalla liquidazione della
guerra imperialista e dall’attesa della rivoluzione proletaria in tutta
l’Europa. Assistemmo in quel periodo alla rivoluzione d’Ottobre in Russia, al
rovesciamento delle monarchie negli imperi centrali, a un potente movimento
proletario in tutta l’Europa, e perfino in America. Le ultime ondate di questa
tempesta rivoluzionaria furono l’insurrezione del settembre 1920 in Italia e
gli avvenimenti del marzo 1921 in Germania. L’insurrezione del settembre 1920
in Italia segue di poco l’offensiva dell’Armata rossa su Varsavia, che era anch’essa
parte costitutiva della corrente rivoluzionaria e che rifluì con quest’ultima.
Si può dire che quest’epoca di pressione rivoluzionaria diretta del dopoguerra si conclude con l’esplosione del marzo 1921
in Germania. Abbiamo vinto nella Russia zarista, in cui il proletariato ha
mantenuto il potere. Le monarchie dell’Europa centrale sono state rovesciate
quasi senza colpo ferire. Ma, da nessuna parte, il proletariato si è
impadronito del potere, salvo in Ungheria e in Baviera, dove ha potuto
conservarlo soltanto per pochissimo tempo.
Allora poteva sembrare - e in
realtà ai nostri nemici sembrava - che si aprisse un’epoca di restaurazione
dell’equilibrio capitalistico, di sutura delle ferite causate dalla guerra
imperialista e di consolidamento della società borghese.
Dal punto di vista della nostra
politica rivoluzionaria, questo nuovo periodo comincia con una ritirata. Questa
ritirata, noi l’abbiamo proclamata ufficialmente, non senza una seria lotta
interna, al terzo congresso dell’Internazionale comunista, verso la metà del
1921. All’epoca abbiamo constatato che la spinta conseguente alla guerra
imperialista era stata insufficiente per la vittoria, perché allora in Europa
non c’era un partito dirigente capace di assicurarla, e che l’ultimo grande avvenimento
di quel triennio, l’insurrezione di marzo in Germania, era colmo di pericoli e
dimostrava chiaramente che, se il movimento continuava su quella strada,
minacciava di distruggere il giovane partito dell’Internazionale comunista. Il
terzo congresso ha gridato: «Indietro! Arretriamo dal fronte di battaglia sul
quale i nostri partiti europei sono stati gettati dagli avvenimenti del
dopoguerra». Comincia allora l’epoca della lotta per l’influenza sulle masse,
il periodo di accanito lavoro di agitazione e di organizzazione sotto la parola
d’ordine del fronte unico proletario, poi sotto quella del fronte unico operaio
e contadino. Questo periodo è durato circa due anni. E, durante questo breve
spazio di tempo, ha avuto modo di formarsi una mentalità adeguata a un accurato
lavoro di agitazione e di propaganda. Sembrava che gli avvenimenti
rivoluzionari arretrassero in un avvenire indeterminato, ma abbastanza lontano.
Tuttavia, nella seconda parte di questo breve periodo, l’Europa è stata di
nuovo sconvolta dalla scossa della Ruhr.
A prima vista, l’occupazione della
Ruhr poteva sembrare un episodio poco importante per l’Europa insanguinata e
sfinita, che aveva già attraversato quattro anni di guerra. In fondo,
quell’occupazione fu come una breve ripetizione della guerra imperialista. I
tedeschi non resistettero, perché non potevano farlo, e i francesi invasero la
regione industriale sulla quale si reggeva l’economia tedesca. Di conseguenza,
la Germania e, fino a un certo punto, il resto dell’Europa, si trovarono in un
certo senso in stato di guerra. L’economia tedesca e, di riflesso, l’economia
francese, si trovarono disorganizzate.
Cinque
anni dopo che la guerra imperialista aveva sconvolto il mondo intero, sollevato
gli strati più arretrati di lavoratori, ma senza condurli alla vittoria, la
storia fece in un certo senso una nuova esperienza, un nuovo esame. Io sto
dandovi, sembrava dire, una breve riedizione della guerra imperialista.
Scuoterò fin dalle fondamenta l’economia già profondamente squilibrata dell’Europa,
e darò a voi, proletariato, partiti comunisti, la possibilità di recuperare il
tempo perduto in questi ultimi anni. In realtà, nel 1923, in Germania la
situazione si evolve bruscamente e radicalmente verso la rivoluzione. La
società borghese è sconvolta fin dalle fondamenta. Il presidente del Consiglio
dei ministri, Stresemann, dichiara apertamente di essere alla testa dell’ultimo
governo borghese della Germania. I fascisti dicono: «Che vengano al potere i
comunisti e, dopo, sarà il nostro turno». Lo Stato tedesco è completamente
smantellato. Ci si ricordi del crollo del marco e della sorte dell’economia
tedesca durante quel periodo. Le masse affluiscono spontaneamente nel partito
comunista. La socialdemocrazia, che attualmente è la principale forza al
servizio della vecchia società, è scissa, indebolita, non ha più fiducia in se
stessa. Gli operai disertano le sue file. E ora, quando consideriamo quel
periodo che abbraccia quasi tutto l’anno 1923, in particolare il secondo
semestre, dopo la fine della resistenza passiva, ci diciamo: la storia non ha
mai creato e probabilmente non creerà mai più condizioni tanto favorevoli per
la rivoluzione proletaria e per la presa del potere. Se chiedessimo ai nostri
giovani studiosi marxisti di immaginare una situazione più favorevole per la
presa del potere da parte del proletariato, credo proprio che non ci
riuscirebbero, a condizione chiaramente di operare su dati reali e non su dati
fantastici. Ma è venuta a mancare una cosa. Il partito comunista non è stato abbastanza
temprato, abbastanza chiaroveggente, abbastanza risoluto e abbastanza
combattivo da assicurare l’intervento al momento necessario e quindi la
vittoria. E, da questo esempio, impariamo di nuovo a comprendere il ruolo e
l’importanza di una giusta direzione del partito comunista, che è l’ultimo
fattore, dal punto di vista storico, ma che per importanza non è sicuramente
l’ultimo per la rivoluzione proletaria.
Il fallimento della rivoluzione
tedesca segna un nuovo periodo nello sviluppo dell’Europa e, in parte, di tutto
il mondo. Abbiamo caratterizzato questo nuovo periodo come il periodo di arrivo
al potere degli elementi democratico-pacifisti della società borghese. I
fascisti hanno lasciato il posto ai pacifisti, ai democratici, ai menscevichi,
ai radicali e agli altri partiti piccolo-borghesi. Certo, se in Germania avesse
trionfato la rivoluzione, tutto il capitolo storico che ora stiamo sfogliando
avrebbe un contenuto completamente diverso. Anche se in Francia il governo
Herriot fosse giunto al potere, non avrebbe avuto la stessa fisionomia e la sua
esistenza sarebbe stata molto più breve, benché io non risponda della sua
stabilità. Lo stesso sarebbe stato per MacDonald e per tutte le altre varietà
del tipo democratico-pacifista.
Per comprendere il cambiamento che
si è verificato, bisogna sapere che cos’è il fascismo e che cos’è il riformismo
pacifista, che qualche volta viene chiamato kerenskismo.
Ho già dato una definizione di queste concezioni correnti, ma la ripeterò,
perché, senza una esatta comprensione del fascismo e del neoriformismo, si ha
inevitabilmente una falsa prospettiva politica.
Il fascismo, a seconda dei paesi,
può avere aspetti differenti, una composizione sociale diversa, può cioè
reclutarsi tra gruppi differenti; ma è essenzialmente il raggruppamento
combattivo delle forze che la società borghese minacciata fa nascere per
respingere il proletariato nella guerra civile. Quando l’apparato statale
democratico-parlamentare si impegola nelle proprie contraddizioni interne,
quando la legalità borghese è un intralcio per la borghesia stessa,
quest’ultima mette in azione gli elementi più combattivi di cui dispone, li
libera dai freni della legalità, li obbliga ad agire con tutti i metodi di
distruzione e di terrore. Ed ecco il fascismo. Il fascismo dunque è lo stato di
guerra civile per la borghesia, che raduna le sue truppe, allo stesso modo in
cui il proletariato raggruppa le sue forze e le sue organizzazioni per
l’insurrezione armata nel momento della presa del potere. Di conseguenza, il
fascismo non può essere di lunga durata; non può essere uno stato normale della
società borghese, proprio come lo stato di insurrezione armata non può essere
lo stato costante, normale, del proletariato. O l’insurrezione, scontrandosi
con il fascismo, porta alla sconfitta del proletariato, e allora la borghesia
restaura progressivamente il suo apparato statale normale; oppure il
proletariato è vincitore, e allora non vi è più posto per il fascismo, ma per
tutt’altre ragioni. Come sappiamo per nostra esperienza, il proletariato
vittorioso dispone di mezzi efficaci per impedire al fascismo di esistere e, a
maggior ragione, di svilupparsi. Perciò, la sostituzione del fascismo con il
normale «ordine» borghese era predeterminata dal fatto che gli attacchi del
proletariato, il primo (1918-1921) come il secondo (1923), erano stati
respinti. La borghesia ha resistito e, fino a un certo punto, ha ripreso
fiducia. Oggi, in Europa, non è minacciata abbastanza direttamente da armare e
mettere in moto i fascisti. Ma non sente la sua posizione abbastanza solida per
governare la prima persona. Ecco perché, tra due atti del dramma storico, è
necessario il menscevismo. In Inghilterra, il governo MacDonald è necessario
alla borghesia. In Francia gli è ancora più necessario il Blocco delle
sinistre.
Nondimeno, possiamo assimilare il
governo laburista e il Blocco delle sinistre al kerenskismo? Abbiamo dato
condizionalmente questa denominazione al riformismo di cui ci aspettavamo
l’avvento da circa tre anni, mentre davamo per scontata in Francia e in Inghilterra
la coincidenza dell’evoluzione parlamentare a sinistra con i cambiamenti
rivoluzionari in Germania. Questa coincidenza non si è verificata in seguito
alla sconfitta della rivoluzione tedesca nell’ottobre dello scorso anno.
Parlare di kerenskismo a proposito del Blocco delle sinistre o del governo
MacDonald, significa dimostrare la propria incapacità di comprendere la
situazione.
Che
cosa è il kerenskismo? È un regime in cui la borghesia, non sperando più o non
sperando ancora di vincere nella guerra civile aperta, fa le concessioni più
estreme e più rischiose e trasmette il potere agli elementi più «sinistri»
della democrazia borghese. È il regime in cui l’apparato repressivo sfugge di
fatto dalle mani della borghesia. È chiaro che il kerenskismo non può essere
uno stato sociale durevole. Esso deve concludersi, o con la vittoria dei
korniloviani (vale a dire dei fascisti per l’Europa), o con quella dei
comunisti. Il kerenskismo è il preludio diretto dell’Ottobre, anche se,
evidentemente, l’Ottobre non deve necessariamente sorgere, in tutti i paesi,
dal kerenskismo…
In questo senso, possiamo
qualificare come kerenskismo il regime di MacDonald o il Blocco delle sinistre?
No. La situazione in Inghilterra non corrisponde affatto a quella che c’era in
Russia nell’estate del 1917. Le forze del partito comunista inglese non
permettono di considerare vicina la presa del potere. In questa situazione non
c’è neanche la base per il kornilovismo. Secondo ogni verosimiglianza,
MacDonald cederà il posto ai conservatori o ai liberali. In Francia, la
situazione dell’apparato statale e le forze del partito comunista non
permettono di supporre che il regime del Blocco delle sinistre evolverà
direttamente e rapidamente verso la rivoluzione proletaria. Parlare di
kerenskismo, in questo caso, è evidentemente fuori luogo. Occorrerebbe un serio
cambiamento perché si possa parlare di kerenskismo.
Di conseguenza, ci poniamo ora una
domanda fondamentale: Che cos’è questo attuale periodo di riformismo? Quali
sono le sue basi? Questo regime può consolidarsi, può diventare uno stato
normale per una serie di anni - cosa che evidentemente implicherebbe un
corrispondente ritardo della rivoluzione proletaria? È il problema fondamentale
di oggi. Come ho già detto, non può essere risolto unicamente sul terreno
soggettivo, vale a dire secondo i nostri desideri, secondo la nostra volontà di
cambiare la situazione. E, in questo caso, come sempre, l’analisi oggettiva, la
valutazione di ciò che è, di ciò che cambia, di ciò che diviene deve essere il
presupposto della nostra azione. Cerchiamo dunque di affrontare la questione da
questo punto di vista.
Attualmente nei principali paesi
europei i riformisti sono al potere. Il riformismo presuppone alcune
concessioni da parte delle classi possidenti alle classi non possidenti, alcuni
modesti «sacrifici» dello Stato borghese a favore della classe operaia. Si può
pensare che, nell’Europa attuale, incomparabilmente più povera di prima della
guerra, ci sia una base economica per ampie e profonde riforme sociali? Gli
stessi riformisti, almeno nel continente, parlano molto poco di queste riforme.
Se attualmente si progettano delle «riforme sociali», è piuttosto nel campo
borghese: si progetta di sopprimere la giornata di otto ore o, almeno, di
apportarvi dei correttivi che, in realtà, la renderanno inesistente. Ma c’è una
questione pratica che ha delle affinità con le «riforme» ed è una questione di
vita o di morte per gli operai europei, e prima di tutto per gli operai
tedeschi, austriaci, ungheresi, cecoslovacchi, polacchi e anche francesi. È la
questione della stabilizzazione dei cambi. La stabilizzazione della moneta
fiduciaria, marco, corona o franco, comporta quella dei salari e impedisce loro
di deprezzarsi. È una questione capitale per tutto il proletariato dell’Europa
continentale. È indubbio che i successi relativi ed essenzialmente precari
ottenuti con la stabilizzazione della moneta sono una delle basi principali
dell’era riformista pacifista. Se in Germania crollasse il marco, la situazione
rivoluzionaria si ripresenterebbe integralmente, e se il franco francese
continuasse a precipitare come ha fatto alcuni mesi fa, la sorte del governo
Herriot sarebbe ancora più problematica di adesso.
Di conseguenza, la questione del
neoriformismo deve essere formulata in questi termini: su che cosa si basa la
speranza di un consolidamento, di un equilibrio economico relativo e temporaneo
e, in particolare, la speranza di una stabilizzazione della moneta e dei
salari? Che cosa autorizza questa speranza e in quale misura è fondata? Questo
interrogativo ci porta a considerare il fattore fondamentale della storia
contemporanea dell’umanità: gli Stati Uniti.
Voler ragionare sulla sorte dell’Europa e del proletariato mondiale senza tener
conto della forza e dell’importanza degli Stati Uniti, significa, in un certo
senso, fare i conti senza il padrone, giacché il padrone dell’umanità
capitalistica, cioè New York e Washington, è il governo americano. Lo vediamo
ora, per esempio, con il piano degli Esperti. L’Europa, fino a ieri così
potente, così fiera della sua cultura e del suo passato storico, oggi, per
uscire dal vicolo cieco, dalle contraddizioni e dalle disgrazie che si è
attirata da sola sulla propria testa, deve far venire da oltre Atlantico un
generale Dawes, che forse non è molto intelligente, che forse non ha nessuna
intelligenza. Quest’uomo arriva, si siede come arbitro supremo e, come dicono alcuni,
mette persino le gambe sul tavolo e stabilisce un quadro esatto dei modi e dei
termini di restaurazione dell’Europa. Poi, presenta questo quadro ai governi
europei perché vi si conformino. Ed essi vi si conformeranno. Hughes, il
ministro americano degli Affari esteri, fa un viaggio non ufficiale in Europa
e, nello stesso periodo, MacDonald e Herriot organizzano una conferenza
arciufficiale. Dietro la conferenza, tra le quinte, c’è Hughes, che esige ed
ordina. Perché? Perché ha la forza. In che cosa consiste questa forza? Nel
capitale, nella ricchezza, in una formidabile potenza economica2.
Il precedente sviluppo dell’Europa
e di tutto il mondo si effettuava, in misura considerevole, sotto la direzione
dell’Inghilterra. L’Inghilterra aveva saputo, per prima, utilizzare ampiamente
il carbone e il ferro e, di conseguenza, assicurarsi per molto tempo la
direzione del mondo. In altri termini, essa realizzava politicamente la sua
preponderanza economica e ne traeva profitto nei suoi rapporti internazionali.
Dominava in Europa opponendo un paese all’altro, consentendo o rifiutando
prestiti, finanziando la lotta contro la Rivoluzione francese ecc. Dominava il
mondo intero. Ma la sua preponderanza nel momento di maggiore rigoglio è niente
in confronto a quella di cui dispongono attualmente gli Stati Uniti sul resto
del mondo, Inghilterra compresa. Questo è il problema fondamentale della storia
europea e mondiale. Non capirlo, significa essere incapaci di comprendere il
prossimo capitolo della nostra storia. Non è per un caso che il generale Dawes
ha varcato l’oceano, che siamo costretti a sapere che egli si chiama Dawes e
che ha la qualifica di generale. Egli ha con sé numerosi banchieri americani,
che esaminano i documenti dei governi europei e dichiarano: Noi non
permetteremo questo, noi esigiamo quest’altro. Perché questo tono autoritario?
Tutto il sistema dei risarcimenti fallirà se l’America non effettua il primo
versamento: 800 milioni di marchi oro per garantire la moneta tedesca.
Dall’America dipende la stabilizzazione o la caduta del franco, ed anche, in
misura inferiore, della sterlina. Ora, il marco, il franco e la sterlina
giocano un certo ruolo nella vita dei popoli.
Non è da oggi che l’America si è
impegnata completamente e definitivamente sulla strada di un’attiva politica
imperialista mondiale. Il cambiamento della sua politica risale agli ultimi
anni del XIX secolo. La guerra ispanoamericana ha avuto luogo nel 1898; a
quell’epoca gli Stati Uniti si sono impadroniti di Cuba e, allo stesso tempo,
si sono assicurati la chiave del canale di Panama e, di conseguenza, uno sbocco
nell’oceano Pacifico, verso la Cina, verso il continente asiatico. Nel 1900,
l’esportazione dei prodotti industriali, per la prima volta nella storia degli
Stati Uniti, ha superato la loro importazione. E così l’America ha potuto
intraprendere una politica mondiale attiva.
Nel 1903, l’America stacca dalla
Colombia la provincia di Panama, di cui fa proclamare e riconoscere
l’indipendenza. Agisce allo stesso modo con le isole Hawaï e, mi sembra, con le
isole Samoa. Quando vuole annettere un territorio straniero o mettere un paese
sotto tutela, organizza una piccola rivoluzione locale, poi interviene per
pacificare il paese, - come fa attualmente Dawes nell’Europa rovinata dalla
guerra, condotta con l’aiuto dell’America. Nel 1903, gli Stati Uniti si
assicurano in questo modo l’istmo di Panama e procedono al taglio del canale,
il cui compimento, nel 1920, apre, nel senso letterale del termine, un nuovo
capitolo nella storia dell’America e di tutto il globo terrestre. Gli Stati
Uniti hanno radicalmente corretto la geografia nell’interesse dell’imperialismo
americano. Come è noto, la loro industria è concentrata nella parte orientale
del paese, verso l’Atlantico. La parte occidentale è soprattutto agricola. Gli
Stati Uniti sono attirati principalmente dalla Cina, che ha una popolazione di
400 milioni di abitanti e incalcolabili ricchezze. Attraverso il canale di
Panama, la loro industria si apre una via verso l’Occidente che consente di
risparmiare parecchie migliaia di chilometri. Gli anni 1898, 1900, 1914 e 1920
sono le date che segnano le tappe principali del cammino dell’imperialismo sul
quale si sono deliberatamente avviati gli Stati Uniti. Di queste tappe, la
guerra mondiale è stata la più importante. Gli Stati Uniti sono intervenuti
soltanto all’ultimo momento, hanno aspettato tre anni prima di uscire dalla
loro «neutralità». Inoltre, due mesi prima del loro intervento, Wilson
dichiarava che non era neanche il caso di parlare della partecipazione
dell’America alla sanguinosa follia dei popoli europei. Per tre anni, gli Stati
Uniti si sono accontentati di convertire metodicamente in dollari il sangue dei
«folli» europei. Ma, nel momento in cui la guerra minacciava di concludersi con
la vittoria della Germania, loro più pericolosa rivale, gli Stati Uniti sono
intervenuti, e il loro intervento ha deciso l’esito della lotta.
Fatto notevole: è a scopo
d’interesse che l’America ha alimentato la guerra attraverso la sua industria;
è a scopo di interesse che è intervenuta, per schiacciare un temibile
concorrente; e, tuttavia, è riuscita a mantenere una solida reputazione di pacifismo.
È uno dei paradossi della storia, paradosso che non ha e non avrà niente di
divertente per noi. L’imperialismo americano, fondamentalmente brutale,
spietato, rapace, grazie alle particolari condizioni dell’America, ha la
possibilità di avvolgersi nel mantello del pacifismo - cosa che non possono
fare gli avventurieri imperialisti del vecchio mondo. Ciò dipende da ragioni
geografiche e storiche. Gli Stati Uniti non hanno avuto bisogno di mantenere un
esercito di terra. Perché? Perché sono separati dai loro rivali da immensi
oceani. L’Inghilterra è un’isola, e questo è uno dei fattori determinanti del
suo carattere, e insieme uno dei suoi principali vantaggi. Anche gli Stati
Uniti sono una vasta isola in rapporto al vecchio mondo. L’Inghilterra si
protegge con la sua flotta. Ma, se si riesce a sfondare il suo fronte navale, è
facile conquistarla, perché rappresenta soltanto una stretta striscia di terra.
Ma provate a conquistare gli Stati Uniti! È un’isola che ha allo stesso tempo
tutti i vantaggi della Russia, l’immensità del territorio. Anche senza flotta,
gli Stati Uniti sarebbero quasi invulnerabili, grazie alla loro vasta
superficie. Ecco la principale ragione geografica che ha permesso loro di
agghindarsi con questa maschera del pacifismo. In realtà, contrariamente
all’Europa e agli altri paesi, l’America, fino ad ora, non aveva esercito. E se
ne ha uno, è perché vi è stata costretta. Chi l’ha costretta? I barbari, il
kaiser, gli imperialisti tedeschi.
La seconda ragione della
reputazione di pacifismo degli Stati Uniti, bisogna cercarla nella storia. Essi
sono intervenuti nell’arena mondiale quando l’intero globo terrestre era già
conquistato, diviso e oppresso. Per questo l’avanzata imperialista degli Stati
Uniti si effettua sotto le parole d’ordine: «Libertà dei mari», «Frontiere
aperte» ecc. ecc. Perciò, quando l’America è costretta a compiere apertamente
una canagliata militarista, agli occhi della sua popolazione e, in una certa
misura, di tutta l’umanità, la responsabilità incombe unicamente sui cittadini
ritardati del resto del mondo.
Wilson ha aiutato a dare il colpo
di grazia alla Germania, poi è arrivato in Europa armato dei suoi quattordici
punti, in cui prometteva il benessere generale, la pace universale, il castigo
del kaiser, proclamava il diritto delle nazioni a disporre di se stesse, il
regno della giustizia ecc. E, per lunghi mesi, i piccoli borghesi, e anche una
gran parte degli operai europei, credettero nel vangelo di Wilson.
Rappresentante del capitale americano, che si era macchiato di sangue
attizzando la guerra europea, questo professore di provincia apparve in Europa
come l’apostolo del pacifismo e della riconciliazione. E tutti dicevano: Wilson
darà la pace, Wilson restaurerà l’Europa. Ma Wilson non riuscì a ottenere al
primo colpo ciò che è venuto a realizzare oggi il generale Dawes con la sua scorta
di banchieri e, offeso, girò le spalle all’Europa e se ne tornò a casa. Quali
non furono allora i clamori dei democratici-pacifisti e dei socialdemocratici
contro la follia della borghesia europea, che non aveva voluto accordarsi con
Wilson e non aveva saputo realizzare la pacificazione e il benessere
dell’Europa!
Wilson fu isolato. Il partito
repubblicano andò al potere. L’America attraversò allora un periodo di
prosperità commerciale e industriale basata quasi unicamente sul mercato
interno, vale a dire sul temporaneo equilibrio tra industria e agricoltura, tra
l’Est e l’Ovest del paese. Questa prosperità durò soltanto due anni: ebbe fine
del 1923. Ma, dalla primavera scorsa, si sono manifestati i sintomi di una
crisi commerciale e industriale, preceduta peraltro da una forte crisi agricola
che ha crudelmente colpito le regioni agricole del paese. E, come sempre,
questa crisi ha dato all’imperialismo un nuovo impulso vivificante. Il capitale
finanziario degli Stati Uniti ha spedito i suoi rappresentanti in Europa per
completare l’opera cominciata durante la guerra imperialista e continuata con
la pace di Versailles, vale a dire per mettere l’Europa sotto tutela economica.
Che cosa vuole il capitale
americano? A cosa tende? Esso cerca, si dice, la stabilità. Vuole ristabilire
il mercato europeo nel suo interesse, vuole restituire all’Europa la sua
capacità di acquisto. In che modo? Con quali limitazioni? In realtà, il
capitale americano non può volersi creare un concorrente nell’Europa. Esso non
può ammettere che l’Inghilterra e, a maggior ragione, la Germania e la Francia
recuperino i loro mercati mondiali, perché esso stesso vi sta stretto, poiché
esporta prodotti ed esporta se stesso. Esso mira al dominio del mondo, vuole
instaurare la supremazia dell’America sul nostro pianeta. Che cosa deve fare
verso l’Europa? Deve pacificarla, dice. Come? Sotto la sua egemonia. Che cosa
significa? Che esso deve permettere all’Europa di risollevarsi, ma entro limiti
ben determinati, accordarle settori determinati, ristretti del mercato
mondiale. Il capitale americano ora comanda ai diplomatici. Si prepara a
comandare anche alle banche e ai trusts europei, a tutta la borghesia europea.
A questo tende. Assegnerà ai finanzieri e agli industriali europei determinati
settori del mercato. Regolerà le loro attività. In una parola, vuole ridurre
l’Europa capitalistica al proprio servizio; in altre parole, indicarle quante
tonnellate, litri o chilogrammi di questa o quell’altra materia ha il diritto
di comprare o di vendere. Già nelle tesi per il terzo congresso
dell’Internazionale comunista, scrivemmo che l’Europa è balcanizzata. Questa
balcanizzazione oggi continua. Gli Stati balcanici hanno sempre avuto dei protettori,
nella persona della Russia zarista o dell’Austria-Ungheria, che imponevano il
cambiamento della loro politica, dei loro governanti, o addirittura delle loro
dinastie (Serbia). Attualmente, l’Europa si trova in una situazione analoga nei
confronti degli Stati Uniti e, in parte, della Gran Bretagna. Man mano che si
svilupperanno i loro antagonismi, i governi europei andranno a cercare aiuto e
protezione a Washington e a Londra; il cambiamento dei partiti e dei governi
sarà determinato, in ultima analisi, dalla volontà del capitale americano, che
indicherà all’Europa quanto deve bere e mangiare ... Il razionamento, lo
sappiamo per esperienza, non è mai troppo piacevole. Ora, la razione
strettamente limitata che stabiliranno gli americani per i popoli europei verrà
applicata anche alle classi dominanti non solo della Germania e della Francia,
ma anche della Gran Bretagna. L’Inghilterra deve considerare questa
eventualità. Ma attualmente, dicono, l’America sta con l’Inghilterra; si è
formato un blocco anglosassone, esiste un capitale anglosassone, una politica
anglosassone; il principale antagonismo del mondo è quello che divide l’America
e il Giappone. Parlare in questo modo, significa dimostrare la propria
incomprensione della situazione. L’antagonismo fondamentale del mondo è
l’antagonismo angloamericano. È ciò che il futuro dimostrerà sempre più
chiaramente.
Ma prima di affrontare questa
importante questione, esaminiamo qual è il ruolo che il capitale americano
riserva ai radicali e ai menscevichi europei, alla socialdemocrazia in questa
Europa che sta per essere posta a regime controllato.
La socialdemocrazia è incaricata
di preparare questa nuova situazione, cioè di aiutare politicamente il capitale
americano a mettere a razione l’Europa. Che fanno in questo momento le
socialdemocrazie tedesca e francese, che fanno i socialisti di tutta Europa? Si
educano e si sforzano di educare le masse operaie nella religione
dell’americanismo; in altre parole, fanno dell’americanismo, del ruolo del
capitale americano in Europa, una nuova religione politica. Si sforzano di
persuadere le masse lavoratrici che, senza il capitale americano,
essenzialmente pacificatore, senza i prestiti dell’America, l’Europa non potrà
resistere. Fanno opposizione alla loro borghesia, come i socialpatrioti
tedeschi, non dal punto di vista della rivoluzione proletaria, e neanche per
ottenere delle riforme, ma per dimostrare che questa borghesia è intollerabile,
egoista, sciovinista e incapace di andare d’accordo con il capitale americano
pacifista, umanitario, democratico. È il problema fondamentale della vita
politica dell’Europa e, in particolare, della Germania. In altri termini, la
socialdemocrazia europea diventa oggi l’agenzia politica del capitale
americano. È un fatto inaspettato? No, poiché la socialdemocrazia, che era
l’agenzia della borghesia, nella sua degenerazione politica, doveva fatalmente
diventare l’agenzia della borghesia più forte, della più potente, della
borghesia di tutte le borghesie, cioè della borghesia americana. Poiché il
capitale americano assume il compito di unificare, di pacificare l’Europa, di
insegnarle a risolvere i problemi dei risarcimenti e altri ancora, e poiché
tiene i cordoni della borsa, la dipendenza della socialdemocrazia nei confronti
della borghesia tedesca in Germania, della borghesia francese in Francia,
diventa sempre di più una dipendenza nei confronti del padrone di queste
borghesie. Il capitale americano è attualmente il padrone dell’Europa. Ed è
naturale che la socialdemocrazia cada politicamente sotto la dipendenza del
padrone dei suoi padroni. Questo è il fatto essenziale per comprendere la
situazione attuale e la politica della Seconda Internazionale. Non rendersene
conto, significa non poter comprendere gli avvenimenti di oggi e di domani,
significa vedere soltanto la superficie delle cose e soddisfarsi di frasi
generiche.
La socialdemocrazia prepara il
terreno al capitale americano, si fa suo araldo, parla del suo ruolo salutare,
gli apre la strada, l’accompagna con i suoi auguri, lo glorifica. Non è un
lavoro di poca importanza. Prima, l’imperialismo si faceva spianare la strada
dai missionari, che i selvaggi di solito fucilavano, e qualche volta
addirittura mangiavano. Per vendicare i loro morti, allora, spedivano truppe,
successivamente mercanti e amministratori. Per colonizzare l’Europa, per farne
il proprio dominio, il capitale americano non ha bisogno di spedirvi dei
missionari. Sul posto, c’è già un partito il cui compito è di predicare ai
popoli il vangelo di Wilson, il vangelo di Coolidge, le Sacre Scritture delle
Borse di New York e di Chicago. In questo consiste l’attuale missione del
menscevismo europeo. Ma, servizio per servizio! I menscevichi ricavano dalla
loro dedizione parecchi vantaggi. Per questo, proprio ultimamente, durante il
periodo della guerra civile acuta, la socialdemocrazia tedesca ha dovuto
assumere la difesa armata della sua borghesia, di quella stessa borghesia che
camminava tenendosi per mano con i fascisti. Infatti, Noske è una figura
simbolica della politica postbellica della socialdemocrazia tedesca. Oggi,
quest’ultima ha un ruolo completamente diverso: può permettersi il lusso di
stare all’opposizione. Critica la sua borghesia e, con questo, mette una certa
distanza tra sé e i partiti del capitale. Come la critica? Tu sei egoista,
interessata, stupida, nociva, le dice; ma al di là dell’Atlantico, c’è una
borghesia ricca e potente, umanitaria, riformista, pacifista, che viene di
nuovo da noi, che vuole darci 800 milioni di marchi per restaurare la nostra
moneta e tu ti inalberi, osi ribellarti contro di lei quando hai sprofondato la
nostra patria nella miseria. Ti smaschereremo senza pietà davanti alle masse
popolari tedesche. E questo, lo dice in tono quasi rivoluzionario, difendendo
la borghesia americana.
Lo stesso accade in Francia.
Evidentemente, poiché la situazione politica è più favorevole e il franco non è
ancora troppo svalutato, la socialdemocrazia gioca il suo ruolo in sordina, ma
in realtà fa esattamente la stessa cosa della socialdemocrazia tedesca. Il
partito di Léon Blum, Renaudel, Jean Longuet ha interamente la responsabilità
della pace di Versailles e dell’occupazione della Ruhr. Infatti, è
incontestabile che il governo Herriot, sostenuto dai socialisti, è per il
mantenimento dell’occupazione della Ruhr. Ma, adesso, i socialisti francesi
hanno la possibilità di dire al loro alleato Herriot: «Gli americani esigono
che voi evacuiate la Ruhr a determinate condizioni; fatelo; ora, anche noi lo
esigiamo». Essi lo esigono, non per manifestare la volontà e la forza del
proletariato francese, ma per subordinare la borghesia francese alla borghesia
americana. Non dimenticate inoltre che la borghesia francese deve 3 miliardi e
700 milioni di dollari alla borghesia americana. È una somma notevole.
L’America, quando vorrà, può far precipitare il franco. Certo, non lo farà; è
venuta in Europa per instaurarvi l’ordine e non per accumulare rovine. Non lo
farà; ma potrà farlo, se vuole. Tutto dipende da lei. Ecco perché, di fronte a
questo enorme debito, gli argomenti di Renaudel, Blum e soci sembrano
abbastanza convincenti alla borghesia francese.
Allo stesso tempo, la
socialdemocrazia in Germania, in Francia e altrove, ottiene la possibilità di
opporsi alla sua borghesia, di condurre su problemi concreti una politica «di
opposizione» e, di conseguenza, di conquistarsi la fiducia di una parte della
classe operaia.
Inoltre, i partiti menscevichi dei
vari paesi europei ora hanno alcune possibilità di «azioni» comuni. Già ora la
socialdemocrazia europea rappresenta una organizzazione abbastanza unita.
Questo in qualche modo è un fatto nuovo. Infatti, da dieci anni, dall’inizio
della guerra imperialista essa non aveva potuto intervenire in blocco. Adesso
può farlo e i menscevichi intervengono per sostenere in coro l’America, il suo
programma, le sue rivendicazioni, il suo pacifismo, la sua grande missione.
Così, la Seconda Internazionale, questo mezzo cadavere, si galvanizza un pò.
Come l’Internazionale di Amsterdam, essa si restaura. Certo, non sarà più ciò
che era prima della guerra. Non avrà più la forza di un tempo; è impossibile
risuscitare il passato e cancellare dalla storia l’Internazionale comunista. È
impossibile cancellare la guerra imperialista, che è stato un colpo terribile
per la Seconda Internazionale. Tuttavia, quest’ ultima cerca di riprendersi, di
rimettersi in piedi, di camminare con le stampelle americane. Durante la guerra
imperialista, i socialdemocratici tedeschi e francesi erano apertamente legati
alle rispettive borghesie. Poteva esserci una Internazionale quando i diversi
partiti si combattevano, si accusavano, si insultavano a vicenda? Non c’era
nessuna possibilità di indossare la maschera dell’internazionalismo. Al momento
della conclusione della pace, era la stessa cosa. A Versailles furono
semplicemente fissati i risultati della guerra imperialista sui documenti
diplomatici. C’era posto in quel momento per la solidarietà? Certamente no. Nel
periodo dell’occupazione della Ruhr, neanche. Ma adesso, il capitale americano
arriva in Europa e dichiara: Popoli, ecco un piano di risarcimenti; signori
menscevichi, ecco un programma. E questo programma, la socialdemocrazia lo
accetta come base della sua attività. Questo nuovo programma unifica le socialdemocrazie
francese, tedesca, inglese, olandese, svizzera. Infatti, ogni piccolo borghese
svizzero spera che la sua patria possa vendere più orologi quando gli americani
avranno ristabilito l’ordine e la pace in Europa. E tutta la piccola borghesia,
che si esprime attraverso la socialdemocrazia, ritrova la sua unità spirituale
nel programma dell’americanismo. In altri termini, la Seconda Internazionale
attualmente ha un programma di unificazione: quello che il generale Dawes le ha
portato da Washington.
Di nuovo lo stesso paradosso:
quando il capitale americano interviene per un’opera di rapina, ha ogni
possibilità di farlo facendosi passare per un riorganizzatore, un pacificatore,
un realizzatore delle aspirazioni umanitarie, creando per la socialdemocrazia
una piattaforma incomparabilmente più vantaggiosa di quella nazionale adottata
fino a ieri. La borghesia nazionale è qui, tutti possono vederla, mentre il
capitale americano è lontano, è difficile conoscere i suoi affari, che non sono
sempre tra i più puliti; ma in Europa, esso interviene in qualità di
pacificatore: la sua colossale potenza, senza precedenti nella storia,
soprattutto la sua ricchezza, si impongono ai piccoli borghesi, ai
socialdemocratici. Vi dirò, incidentalmente, che durante quest’ultimo anno,
sono stato costretto, per le mie funzioni, ad avere dei colloqui con alcuni
senatori americani dei partiti repubblicano e democratico. Esteriormente, sono
dei provinciali. Non sono sicuro che conoscano la geografia dell’Europa,
penserei piuttosto di no, ma quando parlano di politica, si esprimono così: «Ho
detto a Poincaré», «Ho fatto notare a Curzon», «Ho spiegato a Mussolini». In
Europa, si sentono come in un paese conquistato. Un fabbricante arricchito di
latte condensato, di conserve o altri prodotti, parla con tono protettore dei
politici borghesi più influenti d’Europa. Egli prevede che sarà presto il
padrone, e si sente già il padrone. E questo perché i calcoli della borghesia
inglese, che spera di conservare il suo ruolo dirigente, saranno sventati.
Il principale antagonismo mondiale
è quello tra gli interessi degli Stati Uniti e quelli dell’Inghilterra. Perché?
Perché l’Inghilterra è ancora il paese più ricco e più potente dopo gli Stati
Uniti. È il principale rivale dell’America, il principale ostacolo sulla sua
strada. Se si riesce a scalzare la potenza dell’Inghilterra, a domarla, o
persino a rovesciarla, che cosa resterà? 3 Certo, gli Stati Uniti
trionferanno sul Giappone. Essi hanno tutte le carte in mano: 1’ oro, il ferro,
il carbone, la nafta; sono politicamente avvantaggiati nei loro rapporti con la
Cina, che vogliono «liberare» dal Giappone. L’America libera sempre qualcuno:
in qualche modo, è la sua professione. Per questo motivo, quindi, il principale
antagonismo è quello che divide gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Esso si
aggrava di giorno in giorno. La borghesia inglese non si sente molto a suo agio
dopo il trattato di Versailles. Sa quel che vale la moneta sonante, e non può
non accorgersi che il dollaro prevale sulla sterlina. Sa che questa superiorità
si tradurrà inevitabilmente nella sfera politica. Essa stessa ha sfruttato a
fondo la potenza della sterlina nella sua politica internazionale, e adesso
sente che si apre l’era del dollaro. Cerca di consolidarsi, di cullarsi di
illusioni. Perciò i giornali inglesi più seri dicono: Sì, gli americani sono
molto ricchi, ma in fin dei conti non sono altro che dei provinciali. Non
conoscono le vie della politica mondiale. Noi, inglesi, abbiamo incomparabilmente
più esperienza. Gli yankees hanno bisogno dei nostri consigli, della nostra
direzione, e noi, inglesi, guideremo nelle vie della politica mondiale questi
parenti di provincia improvvisamente arricchiti il che non ci impedirà di
conservare la nostra posizione dominante e di ricevere sul mercato una buona
mediazione. Di sicuro, in questo c’è una parte di verità. Come ho già detto,
non è sicuro che i senatori americani conoscano la geografia dell’Europa; ora,
per fare grossi affari sul nostro continente, è necessario conoscerne la
geografia. Ma è così difficile per una classe dominante acquisire delle
conoscenze? Quando la borghesia si arricchisce rapidamente, non le è difficile
istruirsi nelle scienze e nelle arti. I figli dei nostri Morozov e Mamontov
somigliano quasi a dei lord ereditari. Per la classe oppressa, per il
proletariato è difficile svilupparsi, assimilare tutti gli elementi della
cultura. Ma questo è facile per una classe dominante, soprattutto quando è
anche opulenta come la borghesia americana. Quest’ultima troverà, formerà o
comprerà specialisti in tutti i campi. L’americano non fa che cominciare a
rendersi conto della sua importanza mondiale; anche in lui, la «coscienza» è in
ritardo sulla «realtà». Bisogna considerare il problema non come si presenta ai
nostri occhi in questo momento, ma nelle sue prospettive. Ora, l’americano, non
tarderà a capire completamente la propria forza e, di conseguenza, il suo
ruolo.
La potenza economica degli Stati
Uniti non si è ancora fatta sentire interamente, ma si farà sentire su tutto.
Ciò di cui dispone attualmente l’Europa capitalistica nella politica mondiale
sono solo i resti della sua potenza economica di ieri, della sua vecchia
influenza mondiale, che non corrisponde più alle condizioni materiali odierne.
È vero, l’America non ha ancora imparato a realizzare la sua potenza. Ma lo
impara rapidamente a scapito dell’Europa. Ancora per qualche tempo avrà bisogno
dell’Inghilterra per guidarla nelle strade della politica mondiale. Ma non le
occorrerà molto tempo per eguagliarla e superarla in questo campo. Una classe
dominante in ascesa muta rapidamente carattere, fisionomia e metodi d’azione.
Guardate, per esempio, la borghesia tedesca. È passato molto tempo da quando i
tedeschi erano considerati timidi sognatori dagli occhi blu, un popolo di poeti
e di pensatori? Ora, qualche decina d’anni di sviluppo capitalistico è bastata
per fare della borghesia tedesca la classe imperialista più corazzata, più
brutale, più aggressiva. È vero, il castigo non si è fatto attendere a lungo.
E, di nuovo, è cambiato il carattere del borghese tedesco. Egli assimila
rapidamente sull’arena europea tutte le abitudini e tutti i comportamenti del
cane bastonato. La borghesia inglese è più seria. Il suo carattere si è formato
nel corso di parecchi secoli. Il suo sentimento di classe è profondamente
radicato e sarà più difficile farle perdere la sua mentalità di padrona
dell’universo. Ma gli americani ci riusciranno quando lo vorranno, e lo
vorranno presto.
Inutilmente il borghese inglese si
consola pensando di guidare l’americano inesperto. Certo, ci sarà un periodo di
transizione, ma l’importante non è l’esperienza diplomatica, è la forza reale,
è il capitale, è l’industria. Ora, gli Stati Uniti occupano economicamente il
primo posto nel mondo. La loro produzione di oggetti di prima necessità varia
da un terzo ai due terzi della produzione mondiale. Essi producono i due terzi
(nel 1923 persino il 72%) del petrolio, che attualmente gioca un ruolo militare
e industriale eccezionale. È vero che si lamentano che le loro fonti
petrolifere si esauriscono. Nei primi tempi dopo la guerra credevo che queste
lamentele fossero solo un modo di preparare l’opinione pubblica ad una
manomissione del petrolio degli altri paesi. Tuttavia, i geologi confermano
che, se l’America continua a consumare petrolio nelle attuali proporzioni, non
ne avrà più che per 25-40 anni. Ma, alla scadenza di questo termine, grazie
alla sua industria e alla sua flotta, avrà già avuto il tempo di togliere agli
altri paesi tutto il loro petrolio, perciò non è il caso di preoccuparci.
La situazione mondiale degli Stati
Uniti si esprime attraverso cifre indiscutibili. Infatti, la produzione di
grano dell’America rappresenta un quarto della produzione mondiale, quella dell’avena
un terzo, quella del mais i tre quarti. Gli Stati Uniti producono la metà del
carbone del mondo, la metà del minerale di ferro, il 60% dell’acciaio, il 60%
del rame, il 47% dello zinco. La loro rete ferroviaria rappresenta il 37% della
rete mondiale. La loro flotta commerciale, che prima della guerra quasi non
esisteva, attualmente rappresenta più del 25% del tonnellaggio mondiale.
Infine, gli Stati Uniti possiedono l’84% delle automobili di tutto il mondo. Se
per l’estrazione dell’oro occupano un posto relativamente modesto (14%), non
bisogna dimenticare che, grazie alla loro bilancia commerciale attiva, essi
hanno concentrato il 44,2% dell’oro esistente nel mondo. Il loro reddito
nazionale è due volte e mezzo superiore a quello del l’Inghilterra, della
Francia, della Germania e del Giappone messi insieme. Queste cifre decidono
tutto. Esse apriranno la strada all’America sulla terra, sul mare e nell’aria.
Che cosa preannunciano queste
cifre per l’Inghilterra? Niente di buono. Significano che l’Inghilterra non
eviterà la sorte degli altri paesi capitalistici, che dovrà accettare di
ridimensionarsi. Ma quando dovrà rassegnarvisi apertamente, non si farà appello
a Curzon, poiché è troppo intransigente, bensì a MacDonald. I politicanti
borghesi inglesi non vorranno mai fare accettare questa umiliazione al loro
paese. Occorrerà la pietosa eloquenza di MacDonald, di Henderson, dei «fabiani»
per fare pressione sulla borghesia inglese e persuadere gli operai inglesi:
«Andiamo a combattere contro l’America? diranno. No, noi siamo per la pace,
siamo per un accordo». Ora, quale sarà l’accordo con lo zio Sam? Le cifre
citate sopra lo dimostrano eloquentemente. «Accetta il ridimensionamento, ecco
il solo accordo possibile. E se non vuoi, preparati alla guerra».
Fino ad ora, l’Inghilterra ha
indietreggiato un passo dopo l’altro davanti all’America. Così, proprio
recentemente, il presidente Harding ha invitato a Washington la Francia, il
Giappone e l’Inghilterra, e ha proposto tranquillamente a quest’ultima di limitare
lo sviluppo della sua flotta. Prima della guerra, come è noto, l’Inghilterra si
atteneva al principio secondo il quale la sua flotta da guerra doveva essere
superiore alle flotte riunite delle due potenze navali più forti dopo di lei.
Gli Stati Uniti hanno messo fine a questo stato di cose. A Washington, Harding,
come di dovere, ha cominciato il suo discorso dicendo che «la coscienza della
civiltà si era svegliata» e l’ha terminato dichiarando: La proporzione delle
nostre forze navali sarà la seguente: Inghilterra, 5; Stati Uniti, 5 (per il
momento); Francia, 3; Giappone, 3. Perché questa correlazione? Prima della
guerra, la flotta americana era molto inferiore alla flotta inglese. Durante la
guerra, è aumentata considerevolmente. Quando gli inglesi parlano del pericolo
rappresentato dalla flotta degli americani, questi ultimi rispondono: «Perché
abbiamo costruito questa flotta? Non è forse per difendere le isole britanniche
dai sottomarini tedeschi?» Ecco perché, con questa scusa, è stata costruita la
flotta. Ma essa può servire anche per altri scopi.
Perché gli Stati Uniti sono dovuti
ricorrere al programma di limitazione degli armamenti di Washington? Non certo
perché non potevano costruire abbastanza rapidamente navi da guerra, grandi
vascelli di linea. Nel campo della costruzione, nessuno può pensare di
eguagliarli. Ma è impossibile creare, istruire e formare rapidamente i marinai
necessari; per questo, occorre tempo, ed ecco la ragione della tregua di dieci
anni che si sono dati gli americani a Washington. Quando difendevano il
programma di limitazione degli armamenti navali, le riviste americane in
sostanza scrivevano: «Se non volete mettervi d’accordo con noi, faremo navi da
guerra come panini». Quanto alla risposta della rivista marittima ufficiale
inglese, è stata pressappoco questa: «Noi siamo pronti a un accordo pacifico,
perché minacciarci?». Questa risposta riflette la nuova mentalità dei dirigenti
inglesi. Si abituano all’idea che bisogna sottomettersi all’America e che il
massimo che si possa richiedere ad essa è di essere cortese. È anche tutto ciò
che la borghesia europea potrà sperare domani dall’America.
Nella sua rivalità con gli Stati
Uniti, l’Inghilterra non può che indietreggiare. Attraverso questi successivi
indietreggiamenti, il capitale inglese si compra una partecipazione agli affari
del capitale americano e per questo si ha l’impressione di un blocco
capitalistico anglosassone. La facciata è salva, e non senza profitto, poiché
I’ Inghilterra ne ricava importanti vantaggi, ma deve ripiegare davanti
all’America, cederle il passo. L’America rafforza le sue posizioni mondiali,
l’Inghilterra si indebolisce. Recentemente, essa ha rinunciato a fortificare
Singapore. Ora, Singapore è la chiave dell’Oceano Indiano e del Pacifico, una
delle basi più importanti della politica inglese in Estremo Oriente. Ma
l’Inghilterra può portare avanti la sua politica nel Pacifico, sia con il
Giappone contro l’America, sia con l’America contro il Giappone. Per le
fortificazioni di Singapore erano state stanziate somme enormi. Posto di fronte
all’alternativa di andare con l’America contro il Giappone o con il Giappone
contro l’America, MacDonald ha rinunciato a fortificare Singapore. Certo,
l’imperialismo inglese non ha ancora detto la sua ultima parola e forse
ritornerà sul suo consenso, ma per l’Inghilterra questo è l’inizio della sua
rinuncia a una politica indipendente nel Pacifico. Chi le ha ordinato di
rompere con il Giappone? L’America. Quest’ultima le ha rivolto un ultimatum
nella debita forma, e l’Inghilterra si è inchinata, ha denunciato la sua
alleanza con il Giappone.
In questo momento l’Inghilterra
cede, batte in ritirata. Ma cosa ci dice che dovrà essere sempre così e che sia
esclusa la guerra? Nulla. Le attuali concessioni dell’Inghilterra non faranno
che aumentare le sue difficoltà. Sotto l’apparenza della collaborazione, si
accumulano formidabili antagonismi. La guerra scoppierà fatalmente, perché
l’Inghilterra non acconsentirà mai a essere relegata in secondo piano e a
ridurre il suo impero. A un certo punto, sarà costretta a mobilitare tutte le
sue forze per resistere alla sua rivale. Ma, nella lotta aperta, tutte le
possibilità, per quanto possiamo giudicare, sono dalla parte dell’America.
L’Inghilterra è un’isola, e anche
l’America, nel suo genere, è un’isola, ma più vasta. Nella sua esistenza
giornaliera, l’Inghilterra dipende interamente dai paesi d’oltre Atlantico.
Ora, in America c’è tutto quello che occorre per l’esistenza e per la guerra.
L’Inghilterra ha colonie in tutte le parti del mondo, e l’America si sta dando
da fare per «liberarle». Dal momento in cui sarà in guerra con l’Inghilterra,
l’America farà appello alle centinaia di milioni di indù e li inviterà a
sollevarsi per difendere i loro diritti nazionali intangibili. Agirà nello
stesso modo nei confronti dell’Egitto, dell’Irlanda ecc. Allo stesso modo in
cui, per torchiare l’Europa, ora si agghinda con il mantello del pacifismo, al
momento della guerra con l’Inghilterra interverrà come la grande liberatrice
dei popoli coloniali.
La storia favorisce il capitale
americano: per ogni brigantaggio, gli fornisce una parola d’ordine di
emancipazione. In Europa, gli Stati Uniti chiedono l’applicazione della
politica delle «porte aperte». Il Giappone vuole smembrare la Cina e mettere le
mani su alcune sue provincie, perché non ha né ferro, né carbone, né petrolio,
mentre la Cina possiede tutto questo. Esso non può né vivere, né fare la guerra
senza carbone, senza ferro e senza petrolio, cosicché si trova in condizione di
notevole inferiorità nella sua lotta contro gli Stati Uniti. Per questo cerca
di impadronirsi con la forza delle ricchezze della Cina. E gli Stati Uniti cosa
fanno? Dicono: «Porte aperte in Cina!». Che dice l’America a proposito degli
oceani? «Libertà dei mari!». È una parola d’ordine che suona bene. Che cosa
significa in realtà? «Flotta inglese, scansati un poco, lasciami passare!». Il
regime delle frontiere aperte in Cina, vuoi dire: «Giapponese, scostati,
lasciami la via libera». Si tratta insomma di conquiste economiche, di
saccheggi. Ma, a causa delle condizioni speciali in cui si trovano gli Stati
Uniti, la loro politica riveste un’ apparenza di pacifismo, talvolta persino di
fattore di emancipazione.
Evidentemente, anche l’Inghilterra
ha enormi vantaggi. Prima di tutto, possiede punti di appoggio, basi navali e
militari in tutto il mondo, cosa che l’America non ha. Ma tutto questo lo si
può creare, o prenderlo con la forza, poco a poco; inoltre, i punti d’appoggio
dell’Inghilterra sono legati alla sua dominazione coloniale e, di conseguenza,
sono vulnerabili. L’America, poiché è la più forte, troverà in tutto il mondo
alleati e aiuti e, allo stesso tempo, le basi necessarie. Se ora si annette il
Canada e l’Australia con la parola d’ordine della difesa della razza bianca
contro la razza gialla, e con questo fonda il suo diritto alla preponderanza
militare e navale, nello stadio successivo, forse molto vicino, della sua
evoluzione, dichiarerà che gli uomini di colore giallo sono creati anch’essi a
immagine di Dio e, di conseguenza, hanno il diritto di sostituire la
dominazione economica dell’America alla dominazione coloniale dell’Inghilterra.
In una guerra con l’Inghilterra, gli Stati Uniti sarebbero terribilmente
avvantaggiati, perché, fin dal primo giorno, potrebbero chiamare gli indù, gli
egiziani e altri popoli coloniali all’insurrezione, armarli e sostenerli.
L’Inghilterra sarà costretta a pensarci due volte prima di decidersi alla
guerra. Ma se non vuole rischiare la guerra, sarà costretta a ripiegare passo a
passo sotto la pressione del capitale americano. Per fare la guerra, occorrono
dei Lloyd George e dei Churchill; per indietreggiare senza combattere, ci
vogliono dei MacDonald.
Ciò che abbiamo detto dei rapporti
tra Stati Uniti e Inghilterra si applica ai rapporti degli Stati Uniti con il
Giappone, con la Francia e con gli altri Stati europei secondari. Qual è il
problema oggi in Europa? L’Alsazia-Lorena, la Ruhr, il bacino della Saar, la
Slesia, cioè alcuni miseri pezzi, alcune strisce di territori. Nel frattempo,
l’America elabora il suo piano e si prepara a mettere a razione tutto il mondo.
Contrariamente all’Inghilterra, essa non si propone di mettere in piedi un
esercito, un’amministrazione per le sue colonie, Europa compresa; no,
«permetterà» a queste ultime di mantenere l’ordine riformista, pacifista,
anodino, con l’aiuto della socialdemocrazia, dei radicali e degli altri partiti
piccolo-borghesi, e dimostrerà ad essi che devono esserle riconoscenti perché
non ha attentato alla loro «indipendenza». Ecco il piano del capitale
americano, ecco il programma sui quale si ricostituisce la Seconda
Internazionale.
Questo programma americano di
messa sotto tutela di tutto il mondo non è affatto un programma pacifista; al
contrario, è denso di guerre e di sconvolgimenti rivoluzionari. Non è senza
motivo che l’America continua a sviluppare la sua flotta. Costruisce attivamente
incrociatori leggeri e rapidi, sottomarini e navi ausiliarie. E quando
l’Inghilterra si azzarda a protestare a mezza voce, risponde: «Ricordatevi che
io devo fare i conti non solo con voi, ma anche con il Giappone; il Giappone
possiede una enorme quantità di incrociatori leggeri, e io devo ristabilire la
proporzione che, come sapete, è di 5 a 3». A questo è impossibile replicare,
perché gli Stati Uniti, secondo la loro espressione, possono fare navi da
guerra come panini. Ecco la prospettiva della prossima guerra mondiale, di cui
l’oceano Pacifico e l’oceano Atlantico saranno l’arena, anche ammesso che la
borghesia possa continuare a governare il mondo per un periodo abbastanza
lungo. È molto poco verosimile che la borghesia di tutti i paesi consenta ad
essere relegata all’ultimo posto, a diventare il vassallo dell’America senza
tentare almeno di resistere. In realtà, l’Inghilterra ha degli appetiti
formidabili, un desiderio furioso di mantenere la sua dominazione sul mondo. I
conflitti militari sono europeo, questione che è il punto principale della mia
esposizione, inevitabili. L’era dell’americanismo pacifista che in questo
momento sembra aprirsi non è che una preparazione a nuove guerre mostruose.
Al problema delle possibilità
dell’attuale riformismo europeo, problema che è il punto principale della mia
esposizione, dobbiamo rispondere: queste possibilità, fino a un certo momento,
sono direttamente proporzionate a quelle del «pacifismo» imperialista
americano. Se la trasformazione dell’Europa in dominio americano va in porto,
cioè, se nel corso degli anni futuri non si scontrerà con la resistenza dei
popoli, se non fallirà in seguito alla guerra o alla rivoluzione, la
socialdemocrazia europea, ombra del capitale americano, conserverà per un certo
tempo la sua influenza, e l’Europa si manterrà in un equilibrio instabile,
costituito dai resti della sua antica potenza e dagli elementi della sua nuova
vita organizzata secondo il razionamento fissato dall’America. Tutto questo
sarà nascosto da un amalgama ideologico di assiomi della socialdemocrazia
europea e dei principi «pacifisti» dei quaccheri americani. Perciò bisogna
chiedersi non quali sono le forze della socialdemocrazia europea, ma quali sono
le possibilità del capitale americano di mantenere il nuovo regime in Europa,
finanziando quest’ultima con parsimonia. È impossibile fare all’occorrenza
delle previsioni esatte e, a maggior ragione, fissare dei termini. Ci basta
comprendere il nuovo meccanismo dei rapporti mondiali, renderci conto dei
fattori fondamentali che determineranno la situazione in Europa, per poter
seguire lo sviluppo degli avvenimenti, approfittare degli zigzag politici della
socialdemocrazia europea e, di conseguenza, rafforzare le possibilità della
rivoluzione proletaria.
Gli antagonismi che hanno
preparato la guerra imperialista e l’hanno scatenata dieci anni fa sull’Europa,
antagonismi accentuati dalla guerra, mantenuti dalla pace di Versailles e
intensificati dalla lotta di classe in Europa, sussistono incontestabilmente. E
gli Stati Uniti si scontreranno con questi antagonismi in tutta la loro
acutezza.
Razionare un paese affamato è difficile,
noi lo sappiamo per esperienza; è vero che lo abbiamo fatto in altre
condizioni, basandoci su altri principi, subordinandoci alla necessità di
lottare per salvare la rivoluzione. Ma abbiamo potuto constatare che il regime
di carestia era legato a crescenti disordini che in fin dei conti hanno portato
all’insurrezione di Krontadt. Attualmente, spinta dalla logica
dell’imperialismo rapace, l’America fa una gigantesca esperienza di
razionamento su parecchi popoli. Questo piano si scontrerà nella sua attuazione
con lotte di classe e con lotte nazionali accanite. Più la potenza del capitale
americano si trasformerà in potenza politica, più il capitale americano si
svilupperà internazionalmente, più i banchieri americani comanderanno ai
governi d’Europa, e più forte, più centralizzata, più decisiva sarà la
resistenza delle masse proletarie, piccolo-borghesi e contadine d’Europa,
perché, fare dell’Europa una colonia, non è così semplice come credete, signori
americani. (Applausi.)
Noi stiamo assistendo all’inizio
di questo processo. Ora, per la prima volta, dopo parecchi anni, il
proletariato tedesco affamato sta sentendo un sollievo ai suoi mali. Quando
l’operaio è completamente spossato, quando ha sofferto a lungo per la carestia,
diventa sensibile al più piccolo sollievo. Questo sollievo, in questo momento,
è la stabilizzazione del marco, la stabilizzazione dei salari, che ha portato a
una certa stabilizzazione politica della socialdemocrazia tedesca. Ma questa
stabilizzazione è solo temporanea. L’America non si dispone affatto ad
aumentare la razione tedesca e, in particolare, la parte che deve andare
all’operaio tedesco. Lo stesso accadrà in seguito per l’operaio francese e per
l’operaio inglese. Perché, che cosa occorre all’America? Le occorre, a scapito
delle masse lavoratrici dell’Europa e del mondo intero, assicurare i propri
profitti e, allo stesso tempo, consolidare la situazione privilegiata
dell’aristocrazia operaia americana, senza la quale il capitale americano non
può mantenersi: senza Gompers e le sue tradeunions, senza operai qualificati
ben pagati, il regime politico del capitale americano crollerà. Ora, si può
mantenere l’aristocrazia operaia americana in una situazione privilegiata
soltanto riducendo la «plebe», il «volgo» proletario europeo, a una razione
strettamente e parsimoniosamente misurata.
Ma per la socialdemocrazia europea
sarà sempre più difficile predicare davanti alle masse operaie il vangelo
dell’americanismo. La resistenza degli operai europei al padrone dei loro
padroni, al capitale americano, diventerà sempre più centralizzata.
L’importanza diretta, pratica, combattiva della parola d’ordine della
rivoluzione europea e della sua forma statuale «Stati Uniti d’Europa» diventerà
sempre più evidente per gli operai europei.
In che modo la socialdemocrazia
intossica la coscienza degli operai europei? Noi siamo un’Europa divisa, fatta
a pezzi dalla pace di Versailles, dice loro; non possiamo vivere senza
l’America. Ma il partito comunista europeo dirà: Voi mentite; se lo vogliamo,
potremo. Chi ci costringe a essere un’Europa spezzettata? Possiamo diventare
un’Europa unificata. Il proletariato rivoluzionario può unificare l’Europa,
trasformarla in Stati Uniti proletari d’Europa. L’America è potente. Contro la
Gran Bretagna, che si appoggia alle sue colonie in tutto il mondo, l’America è
onnipotente. Ma contro un’Europa proletaria-contadina unificata, fusa in una
sola unione di soviet con la Russia, sarà impotente.
Questo è ciò che sente il capitale
americano. Per esso non c’è nemico più accanito del bolscevismo. La politica di
Hughes non è fantasia, capriccio, è l’espressione della volontà del capitale
americano, che ora entra nell’epoca della lotta aperta per la supremazia
mondiale. Si scontra già con noi, perché le strade che portano alla Cina e alla
Siberia passano per l’oceano Pacifico. L’imperialismo americano accarezza il
sogno di colonizzare la Siberia.
Ma là c’è una difesa. Noi abbiamo
il monopolio del commercio estero. Abbiamo le basi socialiste della politica
economica. Ecco il primo ostacolo per il capitale americano. E quando
quest’ultimo, grazie alla politica delle frontiere aperte, penetra in Cina,
trova nelle masse popolari non la religione dell’americanismo, ma il programma
politico del bolscevismo tradotto in cinese. Sulle labbra dei coolies e dei
contadini cinesi non ci sono i nomi di Wilson, di Harding, di Coolidge, di
Morgan o di Rockefeller. In Cina e in tutto l’Oriente si pronuncia con
entusiasmo il nome di Lenin. È unicamente con le parole d’ordine della liberazione
dei popoli che gli Stati Uniti possono scalzare la potenza dell’Inghilterra.
Per loro, queste parole d’ordine servono solo a velare una politica di
conquiste. Ma in Oriente, accanto al console, al commerciante, al professore e
al giornalista americano, ci sono dei combattenti, dei rivoluzionari, che hanno
saputo tradurre nella loro lingua il programma emancipatore del bolscevismo.
Dappertutto, in Europa come in Asia, l’americanismo imperialista si scontra con
il bolscevismo rivoluzionario. Bolscevismo e americanismo imperialista, ecco i
due fattori della storia contemporanea.
Nel 1919, nel momento dell’arrivo
di Wilson in Europa, quando tutta la stampa borghese parlava di Wilson e di
Lenin, dissi scherzando a quest’ultimo: «Lenin e Wilson, ecco i due principi
apocalittici della storia contemporanea». Vladimir Il’ic si mise a ridere.
Neanche io, allora, prevedevo fino a che punto questa battuta sarebbe stata
giustificata dalla storia. Il leninismo e l’imperialismo americano sono i due
soli principi che lottano attualmente in Europa, e, dall’esito di questa lotta,
dipende il destino dell’umanità.
Il nostro nemico americano è molto
più unito e molto più potente dei nostri nemici sparsi in Europa, ma concentra
gli operai europei. Ora, proprio nella concentrazione è la nostra forza. La
ricostituzione della Seconda Internazionale è soltanto il sintomo che il
proletariato europeo è costretto a raggrupparsi su più vasta scala e a lottare
non più nel quadro nazionale, ma nel quadro continentale. E man mano che le masse
operaie sentono la necessità di resistere e allargano la base di questa
resistenza, le idee rivoluzionarie prendono il sopravvento. E più le idee che
pervadono le masse sono rivoluzionarie, più il terreno diventa favorevole al
bolscevismo. Ogni successo dell’americanismo contribuirà a centralizzare e a
estendere contemporaneamente la lotta per il bolscevismo. L’avvenire è nostro.
Poiché parlo a un’assemblea
convocata dalla Società degli Amici della Facoltà delle Scienze fisiche e
matematiche, permettetemi di dirvi che la mia critica marxista rivoluzionaria
dell’americanismo non significa che noi condanniamo quest’ultimo in blocco, che
rinunciamo a imparare dagli americani ciò che possiamo e dobbiamo assimilare
dai loro lati buoni. A noi mancano la loro tecnica e i loro processi
lavoratori. Il postulato della tecnica è la scienza: scienze naturali, fisica,
matematica ecc. Ora, per noi è necessario ad ogni costo avvicinarci il più
possibile agli americani su questo punto. Dobbiamo corazzare il bolscevismo all’americana.
Fino ad ora abbiamo potuto resistere. Tuttavia, la lotta può assumere
proporzioni più minacciose. È più facile per noi corazzarci all’americana che
per il capitale americano mettere a razione l’Europa e il mondo intero. Se noi
ci corazziamo con la fisica, le matematiche, la tecnica, se americanizziamo la
nostra industria socialista ancora debole, potremo, con certezza decuplicata,
dire che l’avvenire è interamente e definitivamente nostro. Il bolscevismo
americanizzato vincerà, schiaccerà l’americanismo imperialista. (Applausi)
Note:
1. Discorso pronunciato il 28
luglio 1924.
2. Il 22 luglio scorso Hughes ha
pronunciato davanti a un’assemblea di ministri e di giuristi inglesi un
discorso che, secondo lui, non aveva assolutamente niente di ufficiale. Con
tono ironico, ha parlato degli europei che vanno in America per istruire,
consigliare, persuadere gli yankees, e soprattutto per cercare la loro simpatia
e il loro aiuto. Poi, si è messo a dimostrare in che modo i popoli europei
possono ottenere il concorso e l’aiuto degli Stati Uniti. «L’emisfero
occidentale (America del Nord e America del Sud) offre un modello di pace». Gli
americani, a quanto sembra, hanno saputo fare ciò che l’Europa non è riuscita a
realizzare. «Le nostre relazioni con il Canada sono un modello di pace… Noi
sappiamo sicuramente, proprio come i
pianeti si muovono nelle loro orbite, che manterremo la pace con il Canada». In
altri termini, se voi, inglesi, vi azzarderete mai a dichiararci guerra,
sappiate che la vostra colonia del Canada sarà con noi contro di voi... «Voi
avete il piano Dawes... » e siete costretti ad accettano, perché se non
soddisfate gli azionisti americani, tutte le vostre conversazioni non
approderanno a nulla. «La mia certezza che si arriverà a superare tutte le
difficoltà esistenti è basata sul fatto che una sconfitta determinerebbe il
caos più completo». In altre parole: se resistete, vi abbandoneremo a voi
stessi e l’Europa perirà senza il nostro aiuto. «Potete contare... »,
«dovete... », «non dovete», ecco il tono di questo discorso, pronunciato in
un’assemblea alla quale partecipavano l’erede al trono e i ministri di Sua
Maestà britannica, che esprime in maniera stupefacente i rapporti tra America
ed Europa. La stampa ufficiale inglese ha digrinato i denti e il digrignamento
di denti, si sa, è un debole strumento di lotta.
3. Nel manifesto che il quinto
congresso mi ha incaricato di scrivere in occasione del decimo anniversario
della guerra, ho espresso in questo modo il mio pensiero:
«Il maggiore antagonismo va
emergendo insensibilmente ma inevitabilmente lungo la linea su cui vengono a
scontrarsi gli interessi dell’impero britannico con quelli degli Stati Uniti.
Stando alle apparenze sembrerebbe che tra questi due giganti si sia raggiunto
in questi ultimi due anni un accordo duraturo. Ma la parvenza della stabilità
durerà soltanto finché l’espansione economica della repubblica nordamericana
sarà basata sul mercato interno. È evidente che questo processo sta attualmente
volgendo al termine. La crisi agraria, nata dalla rovina dell’Europa, non è
stata che un preludio alla crisi commerciale e industriale ormai prossima. La
produzione americana deve cercare sbocchi sempre più ampi verso nuovi mercati
mondiali. Il commercio estero degli Stati Uniti non può svilupparsi che a spese
del commercio della Gran Bretagna, e la sua flotta, sia commerciale sia da
guerra, può svilupparsi solo a spese della flotta inglese. Il periodo degli
accordi anglo-americani dovrà cedere il posto a una forma progressiva di competizione
che equivale in realtà a una minaccia di guerra quale finora non si era mai
verificata».