FalceMartello
n° 167 * 4-06-2003
Le rivoluzioni nel mondo
arabo
La guerra imperialista
in Iraq ha provocato la reazione delle masse in tutti i principali paesi arabi.
In questo momento, non c’è un solo governo della regione che possa definirsi sicuro
e la stessa situazione in Iraq lascia pensare ad una probabile futura “Intifada
irachena”. In questa fase le organizzazioni musulmane e i mullah rivestono un
ruolo importante nel movimento di massa contro i “liberatori”. Tuttavia,
contrariamente a quanto presentatoci dai mass-media borghesi, le tradizioni di
lotta delle popolazioni arabe sono tradizioni laiche e progressiste, distanti
anni luce, quindi, dal quel miscuglio di reazione ed oscurantismo che
caratterizza il fondamentalismo islamico.
di Andrea Davolo
L’attuale debolezza delle
organizzazioni di sinistra e dei Partiti Comunisti ha precise basi storiche e
politiche che i marxisti devono coscientemente analizzare per non ripetere gli
errori del passato o cadere nell’utilizzo della categoria dello “scontro di
civiltà”, impiegata anche dalla maggioranza dirigente del Prc, per descrivere
il conflitto attuale.
La nazione araba
E’ impossibile capire un
solo avvenimento in questa regione del mondo se non si parte dalla premessa che
c’è una sola nazione araba, con lingua, coscienza e cultura comune, nonostante
le varie identità nazionali che si sono sviluppate più recentemente. Infatti, a
differenza del subcontinente indiano o dei paesi africani, dove l’imperialismo
ha incatenato tribù, gruppi etnici e popoli assolutamente diversi e dove oggi,
su basi capitaliste, questi stessi gruppi tendono verso la frammentazione, è
chiaro, da un rapido sguardo alla cartina, che il vasto territorio abitato
dalla nazione araba è stato diviso arbitrariamente tracciando linee rette sulle
sabbie del deserto e creando Stati artificiali. L’Iraq, la Siria, il Kuwait, la
Giordania ecc… sono creazioni assolutamente artificiali, stabilite dagli
imperialisti per rafforzare il loro controllo sugli interessi strategici vitali
della regione.
Per raggiungere
l’obiettivo della frammentazione della nazione araba l’imperialismo ha
cinicamente promosso e sfruttato la discordia e gli antagonismi fra le diverse
comunità religiose (mussulmani sciiti e sunniti, cristiani ortodossi e
maroniti, drusi, ebrei, ecc…).
La causa prima di tutti
gli avvenimenti turbolenti che hanno scosso il Medio Oriente a partire dalla
fine della Prima guerra mondiale, quando venne disintegrato l’Impero Ottomano,
è riconducibile all’aspirazione delle masse a riunificare questa nazione araba,
spartita a pezzi dall’imperialismo britannico e francese nel corso della
cosiddetta Conferenza della pace di
Parigi del 1919. A conclusione di questo simposio delle potenze imperialiste
vincitrici della guerra venne approvata la seguente risoluzione: “E’ compito della conferenza separare alcuni
territori comprendenti, per esempio, la Palestina, la Siria, i paesi arabi a
est della Palestina e della Siria, la Mesopotamia, l’Armenia, la Cilicia e
probabilmente alcuni territori dell’Asia Minore, e promuovere lo sviluppo delle
loro popolazioni sotto la guida di agenti come mandatari della Società delle
Nazioni”.
La rivoluzione in
Egitto e il movimento pan-arabo
La fine della Seconda
guerra mondiale portò con sé una nuova spartizione imperialista che prevedeva,
fra le altre cose, l’attribuzione al sionismo di un vasto settore dei territori
palestinesi. La risoluzione Onu venne approvata dalla grande maggioranza dei
Partiti Comunisti della regione, ormai degenerati e legati agli interessi e ai
diktat della burocrazia sovietica, ma la risposta delle masse non tardò ad
arrivare e si espresse direttamente sul terreno della rivoluzione.
L’Egitto era certamente il
paese arabo in cui si sviluppava uno tra i più avanzati movimenti di massa
contro l’occupazione britannica. Il 26 gennaio 1952 un milione fra operai e
contadini scendevano in piazza per protestare con il governo corrotto e
semifeudale del re Farouk. Contemporaneamente, Nasser, generale appartenente al
gruppo degli “Ufficiali liberi”, con un colpo di stato, sostanzialmente
pacifico, depose la monarchia segnando l’inizio della rivoluzione
democratico-borghese in Egitto.
La rivoluzione in Egitto
fu accolta in tutto il mondo arabo come un passo fondamentale verso la
liberazione e la riunificazione araba. Così venne percepita anche la
nazionalizzazione del Canale di Suez, che Nasser decise di avviare nel 1956
come risposta alle provocazioni dell’imperialismo anglo-francese che reclamava
un diritto di controllo sull’economia egiziana con il pretesto di risanarla.
Questi eventi segnarono un
punto di svolta in tutto il mondo arabo: la Siria si federò con l’Egitto
formando la RAU (Repubblica Araba Unita) e sulla spinta dell’entusiasmo
popolare per la nazionalizzazione del Canale di Suez e il fallimento
dell’aggressione militare di Gran Bretagna Francia e Israele, il regime
nasseriano cominciò a creare gruppi di pressione in Iraq, Libano, Tunisia,
Arabia Saudita, Kuwait.
Il progetto pan-arabo, di
unificazione araba, andava direttamente a scontrarsi con gli interessi occidentali, ma il programma degli
“Ufficiali liberi”, dietro la parola “socialismo”, nascondeva in realtà il
progetto di sviluppare un’industria e un’economia capitalista locale libera dal
giogo dell’imperialismo. Questo “sogno” poteva svilupparsi pienamente solo
sulla base di un mercato molto più vasto di quello egiziano e ciò spiega
l’annessione della Siria.
Per conquistare il
sostegno dei lavoratori a questo progetto di “fondazione” di un capitalismo
nazionale, Nasser promulgò, assieme alle nazionalizzazioni, una serie di
riforme sociali, ma il supporto dei lavoratori doveva essere passivo e, allo
scopo di neutralizzare una loro eventuale azione indipendente, accolse fino al
1958 il Partito Comunista all’interno dell’apparato statale, dopo aver fatto
giurare ai suoi dirigenti che non avrebbero più svolto “attività politiche”.
Nonostante ciò, l’influenza del movimento comunista continuava a crescere nei
paesi arabi e principalmente in Siria e in Iraq. Approfittando del capitale
politico accumulato, Nasser tentò di sferrare un colpo mortale ai comunisti.
Iniziò così una violenta campagna anticomunista. Centinaia di militanti – molto
ben conosciuti poiché collaboravano nella loro maggioranza con il regime –
vennero catturati e spediti nei campi di internamento. La rete non veniva
gettata solo sui comunisti, ma su ogni specie di uomini di sinistra, questi
ancora più pericolosi perché non schedati. Parallelamente, per difendere e
accrescere i patrimoni e i privilegi accumulati nel giro di pochi anni
all’interno dell’apparato statale, Nasser cominciò ad attaccare la classe
operaia egiziana erodendo salari e riforme prima concesse.
Gli ultimi anni del
dominio di Nasser sono caratterizzati dall’uso dell’esercito per reprimere ogni
germe di rivolta nelle fabbriche e nelle campagne. La morte di Nasser nel 1970
segnò l’abbandono del progetto di un capitalismo nazionale indipendente e la
borghesia egiziana, ansiosa di cambiare strategia e di farla finita con una pericolosa
demagogia socialista, inaugurò una nuova e più sicura politica di avvicinamento
all’imperialismo USA.
La rivoluzione
irachena
Nel 1921 l’imperialismo
britannico impose allo stato artificiale dell’Iraq il re Faisal, un monarca
che, nelle parole dell’allora ministro degli esteri britannico, doveva “regnare senza governare”. Questo provocò
un’ondata di ribellione di massa in tutto il paese nel corso degli anni ’20.
Nel tentativo di arginare questo movimento, venne concessa all’Iraq una forma
di “indipendenza” che tuttavia, come ebbe a sostenere Winston Churchill,
permetteva ancora il controllo effettivo del petrolio e delle altre risorse
economiche del paese da parte degli inglesi. La protesta del popolo iracheno,
in ogni caso, non si arenò di fronte a questa farsa e il Partito Comunista
divenne una forza di massa.
Nel gennaio del 1948 il PC
organizzò la più grande manifestazione nella storia della monarchia irachena:
l’insurrezione di Al-Wathbah.
Il movimento fu incendiato
dalle mobilitazioni studentesche per poi coinvolgere i lavoratori e i contadini
che occuparono la terra in molte zone del paese. Decine di migliaia di persone si riversarono nelle strade e
nelle piazze delle principali città dando vita ad enormi manifestazioni. Il 27
gennaio la repressione della polizia uccise 400 persone, ma la protesta non si
fermò. L’allora Primo Ministro fu
costretto a fuggire in Inghilterra e venne formato un nuovo governo. Nel
mese di maggio una nuova ondata di repressione mise fine alle proteste con la
dichiarazione della legge marziale, ma il colpo finale il Partito Comunista lo
ricevette quando l’Urss decise di riconoscere il nuovo Stato di Israele nel
luglio del 1948: ciò allontanò dalla militanza migliaia di attivisti di
sinistra scandalizzati da questo episodio.
Nel 1958, scosso dalla
crisi di Suez e dall’impatto in
tutta la regione della svolta a sinistra del regime egiziano di Nasser,
l’imperialismo tentò di utilizzare la monarchia irachena per contenere la
minaccia posta dal nasserismo. Gli USA cercarono di stabilire un “Patto di Baghdad” delle monarchie e dei
regimi fantoccio, sul modello della Nato. Vennero quindi inviate truppe inglesi
in Giordania e i marines in Libano. L’ordine di spostare truppe irachene verso
la Giordania provocò la reazione delle masse e aprì la strada alla rivoluzione
irachena del 1958.
L’esercito si ammutinò e
invece di andare verso la Giordania marciò sul palazzo reale. Il re, il
Principe ereditario e il primo ministro vennero linciati. Il nuovo governo,
guidato dal colonnello Aref e dal generale Kassem si serviva di una fraseologia
rivoluzionaria che definiva l’Iraq una “repubblica
socialista”. Tuttavia, l’offensiva contro i privilegi dei capitalisti fu
solo parziale. La Compagnia Petrolifera Irachena, per esempio, venne consegnata
nelle mani di quattro compagnie: una britannica, una francese, una olandese e
una statunitense. Nonostante l’introduzione, sotto la pressione delle masse, di
riforme nel campo della salute e dell’educazione, la situazione nelle campagne
continuava ad essere insostenibile dal momento che la riforma agraria varata,
non prevedendo la collettivizzazione della terra e il finanziamento per
l’acquisto di nuovi macchinari, non risolse nessuno dei problemi principali.
Masse di contadini
impoveriti furono costretti a lasciare le campagne per recarsi nelle città in
cerca di lavoro. Negli anni ’60 i Kurdi rivendicarono l’autonomia e il
controllo dei pozzi petroliferi nel nord del paese. Kassem si rifiutò. Se il Partito Comunista Iracheno, che
nel frattempo sotto l’azione delle giovani generazioni si era riorganizzato ed
era divenuto nuovamente la più forte organizzazione politica nel paese, avesse fatto un appello per il
controllo operaio dell’industria del petrolio, la distribuzione della terra ai
contadini, l’autodeterminazione del popolo kurdo, questo avrebbe permesso
all’Iraq di diventare l’avanguardia di un movimento contro il latifondismo e il
capitalismo in tutta la regione. Sarebbe stato l’inizio della rivoluzione
socialista in tutti i paesi arabi.
La teoria delle “due
fasi”
Purtroppo, lo stalinismo
ha giocato un ruolo criminale nello sviluppo della rivoluzione nel mondo
coloniale. La burocrazia stalinista, una volta consolidatasi al potere nell’Unione
Sovietica, sviluppò idee fortemente conservatrici. Temendo che la rivoluzione
in altri paesi avrebbe potuto svilupparsi su basi sane e così porre una
minaccia al proprio dominio in Russia, ad un certo punto, cominciò ad agire
attivamente per evitare la rivoluzione altrove.
L’Internazionale
Comunista, ormai degenerata e assoggettata agli interessi di Mosca, rispolverò
la vecchia teoria delle “due
fasi”. Anziché seguire una politica di indipendenza di classe e guidare i
lavoratori e i contadini verso la presa del potere, i Partiti Comunisti
dovevano ora cercare alleanze con la borghesia “progressista” e i settori
“progressisti” dell’esercito. Questa linea politica rappresentò una rottura
sostanziale con il leninismo e con l’esperienza della rivoluzione russa.
Infatti i bolscevichi spiegavano che “L’internazionale comunista deve concludere
delle alleanze temporanee con la democrazia borghese delle colonie e dei paesi
arretrati, ma non deve fondersi con essa e deve assolutamente salvaguardare
l’indipendenza del movimento proletario perfino nella sua forma più embrionale”
(Lenin, Risoluzioni dei primi 4 congressi
dell’IC). Diversamente fecero i Partiti Comunisti
nei paesi arabi, applicando la formula delle “due tappe” (prima la rivoluzione
democratica e l’indipendenza nazionale ed in futuro la rivoluzione socialista).
Come abbiamo visto, in
Egitto i comunisti sostennero Nasser arrivando ad integrarsi nell’apparato
dello Stato egiziano, salvo poi essere espulsi e perseguitati dallo stesso
Nasser quando nel paese cominciava ad emergere un’opposizione di classe. In
Iraq, il disperato tentativo di un’alleanza con la borghesia nazionale portato
avanti dal PC condusse paradossalmente i comunisti a sostenere prima Kassem e
successivamente il Partito Ba’ath, il partito di Saddam, proprio mentre Kassem
e i Baathisti dichiaravano illegale il Partito Comunista e uccidevano centinaia
dei suoi militanti.
In Algeria, durante la
guerra di liberazione, il Partito Comunista arrivò addirittura a sciogliersi
nel Fronte di Liberazione Nazionale. Le ragioni per cui i comunisti dovevano
sostenere le rivoluzioni in Egitto e in Iraq, come anche quelle in Algeria,
Siria, Sudan e in generale in tutti i paesi coloniali, sono evidenti.
Si trattava di movimenti
rivoluzionari che assestarono un colpo durissimo all’imperialismo, che
sollevarono le masse e fecero avanzare la lotta di classe. Tuttavia, 50 anni
dopo, cosa hanno risolto le borghesie di tutti questi paesi? Hanno avuto
l’indipendenza, ma sotto il capitalismo, questo si riduce a nulla. Oggi, regimi
come quello egiziano sono in realtà i fiduciari locali dell’imperialismo che
continua a governare con le armi dello scambio e dell’indebitamento.
Addirittura, in Iraq assistiamo al tentativo di ritornare al controllo militare
e burocratico diretto dell’imperialismo.
La realtà è che in questi
paesi lotta di classe e lotta per l’indipendenza nazionale sono stati e sono
tutt’ora strettamente connesse. Le borghesie di questi paesi hanno dimostrato
di essere talmente deboli e compromesse con l’imperialismo, da non poter
svolgere alcun ruolo indipendente. Solo una rivoluzione socialista, con la
nazionalizzazione delle principali risorse sotto il controllo democratico dei
lavoratori può realmente rendere liberi questi paesi dall’imperialismo e dare
avvio al miglioramento della vita delle popolazioni arabe. Nasser si fece
portavoce dell’aspirazione all’unità della nazione araba. Ma su basi
capitaliste quest’idea resta un sogno irraggiungibile come dimostra
l’esperienza della RAU. La borghesia siriana preoccupata di perdere il proprio
peso e i propri privilegi decise nel 1961 di farla finita con l’utopia
nasseriana e con un colpo di Stato ritirò la Siria dalla Federazione. Lo stesso
Saddam Hussein riprese l’ideale pan-arabo, ma questo non lo trattenne dal
massacrare Kurdi e Sciiti e dal dichiarare una sanguinosissima guerra all’Iran.
Sotto il capitalismo, il futuro delle popolazioni arabe è un futuro di
divisioni, discordie e carneficine.
Conclusioni
L’attuale debolezza della
sinistra araba è quindi riconducibile alla disillusione che i tradimenti e le
oscillazioni dei dirigenti dei vari Partiti Comunisti hanno determinato fra le
masse arabe. È sui ripiegamenti della linea di Arafat, ma anche del Fronte
Popolare, che, ad esempio, in Palestina sono cresciute organizzazioni come
Hamas o la Jihad Islamica.
È importante e
significativo il fatto che i partiti comunisti arabi, dopo anni di profonde
divisioni, si siano riuniti in un manifesto unitario contro la guerra
imperialista. Come sono rilevanti le notizie che ci giungono dall’Iraq e
ci riferiscono di una
riorganizzazione del Partito Comunista Iracheno (ICP), il cui organo di
informazione “People’s Path” è stato
il primo nuovo giornale ad essere pubblicato nel paese dopo la caduta di
Saddam. I giovani e i lavoratori arabi impareranno presto, sulla base della
loro esperienza, che il fondamentalismo islamico non offre loro alcuna via
d’uscita, come testimonia il caso dell’Iran. L’azione delle masse, in realtà,
preoccupa i leaders islamici perché i loro progetti reazionari non
corrispondono alle aspirazioni di progresso e benessere delle popolazioni.
Come dimostra l’esperienza
dei marxisti in Pakistan (Falcemartello n. 160 e 165) i fondamentalisti possono
essere sconfitti rompendo apertamente con le borghesie corrotte, abbandonando
improbabili appelli ad un “ruolo dell’Onu” e offrendo un’alternativa di classe
e rivoluzionaria. Oggi, dopo il crollo dello stalinismo e dopo che i vari
partiti nazionalisti come il Ba’ath sono stati ormai screditati, siamo sicuri
che i lavoratori e i giovani arabi torneranno alle loro migliori tradizioni di
lotta.