FalceMartello
n° 167 * 4-06-2003
- Teoria marxista -
Trotskij:
su Europa e America (1924)
Quello che segue è l’estratto
di un discorso tenuto da Trotskij a Mosca nel 1924; si analizzano con lucidità
i rapporti di forza tra i paesi imperialisti dell’epoca e in particolare il
ruolo degli Usa, nuova potenza ascendente agli albori del ventesimo secolo.
L’intervento oltre a
rappresentare un magistrale esempio di materialismo applicato alla politica
internazionale riscuote grande interesse per la denuncia che viene rivolta alla
socialdemocrazia che negli anni ‘20, come oggi nella recente guerra in Iraq,
invece di mantenere una posizione indipendente dalle diverse potenze, si
allinea al fronte imperialista ritenuto “pacifista”, che all’epoca non era
l’asse franco-tedesco, ma bensì l’imperialismo americano.
Trotskij disvela i reali
interessi materiali che sono alla base del presunto pacifismo americano e
avanza la parola d’ordine degli Stati uniti socialisti d’Europa, unica fortezza
in grado di contrastare gli Usa che prenderanno il sopravvento sulla vecchia
Gran Bretagna imponendo il proprio dominio sul mondo.
In un periodo come questo nel
quale crescono le posizioni “antiamericane”, non solo tra le masse, ma anche
all’interno delle classi dominanti in Europa come nei paesi dipendenti, è
quanto mai necessario ribadire, come riesce a fare Trotskij con grande
efficacia, quanto sia imprescindibile mantenere una posizione di indipendenza
del proletariato verso le forze della borghesia (di qualsiasi tipo), anche
verso quelle che in determinati momenti decidono di collocarsi dalla parte
della “pace” o contro l’imperialismo Usa.
Rivolgiamo questo intervento in
particolare a quei compagni che in Rifondazione Comunista, pur difendendo la
categoria di analisi dell’imperialismo, il “ritorno a Lenin” e al bolscevismo
pensano che si possa contrapporre allo strapotere americano un’indistinta
alleanza interclassista comprendente Stati e settori della classe dominante.
Questa non è mai stata la posizione di Lenin e Trotskij come si potrà vedere
leggendo la trascrizione di questo intervento.
La redazione
La preponderanza
potenziale degli Stati Uniti sul mercato mondiale è molto più grande di quanto
non fosse quella britannica nei giorni più splendenti della sua egemonia
mondiale - grosso modo nei tre quarti del secolo scorso. Questa forza
potenziale dovrà inevitabilmente trasformarsi in forza cinetica, e un giorno il
mondo sarà testimone
dell’esplodere
dell’aggressività americana in ogni settore del nostro pianeta. Lo storico del
futuro scriverà nei suoi
libri: “La famosa crisi
del 1930? Fu una svolta nell’intera storia degli Stati Uniti, in quanto impose
una tale riconversione delle mete spirituali e politiche da trasformare la
vecchia dottrina
Monroe, “L’America degli americani”,
in quella “Il mondo
intero agli americani”.
(Lev Trotskij, 1931)
Le prospettive
dell’evoluzione mondiale* di Lev Trotskij
(...) Il precedente
sviluppo dell’Europa e di tutto il mondo si effettuava, in misura
considerevole, sotto la direzione dell’Inghilterra. L’Inghilterra aveva saputo,
per prima, utilizzare ampiamente il carbone e il ferro e, di conseguenza,
assicurarsi per molto tempo la direzione del mondo. In altri termini, essa
realizzava politicamente la sua preponderanza economica e ne traeva profitto nei
suoi rapporti internazionali. Dominava in Europa opponendo un paese all’altro,
consentendo o rifiutando prestiti, finanziando la lotta contro la Rivoluzione
francese ecc. Dominava il mondo intero. Ma la sua preponderanza nel momento di
maggiore rigoglio è niente in confronto a quella di cui dispongono attualmente
gli Stati Uniti sul resto del mondo, Inghilterra compresa. Questo è il problema
fondamentale della storia europea e mondiale. Non capirlo, significa essere
incapaci di comprendere il prossimo capitolo della nostra storia. Non è per un
caso che il generale Dawes ha varcato l’oceano, che siamo costretti a sapere
che egli si chiama Dawes e che ha la qualifica di generale. Egli ha con sé
numerosi banchieri americani, che esaminano i documenti dei governi europei e
dichiarano: noi non permetteremo questo, noi esigiamo quest’altro. Perché
questo tono autoritario? Tutto il sistema dei risarcimenti fallirà se l’America
non effettua il primo versamento: 800 milioni di marchi oro per garantire la
moneta tedesca. Dall’America dipende la stabilizzazione o la caduta del franco,
ed anche, in misura inferiore, della sterlina. Ora, il marco, il franco e la
sterlina giocano un certo ruolo nella vita dei popoli.
L’imperialismo
«pacifista» degli Stati Uniti
Non è da oggi che
l’America si è impegnata completamente e definitivamente sulla strada di
un’attiva politica imperialista mondiale. Il cambiamento della sua politica
risale agli ultimi anni del XIX secolo. La guerra ispanoamericana ha avuto
luogo nel 1898; a quell’epoca gli Stati Uniti si sono impadroniti di Cuba e,
allo stesso tempo, si sono assicurati la chiave del canale di Panama e, di
conseguenza, uno sbocco nell’oceano Pacifico, verso la Cina, verso il
continente asiatico. Nel 1900, l’esportazione dei prodotti industriali, per la
prima volta nella storia degli Stati Uniti, ha superato la loro importazione. E
così l’America ha potuto intraprendere una politica mondiale attiva.
Nel 1903, l’America stacca
dalla Colombia la provincia di Panama, di cui fa proclamare e riconoscere
l’indipendenza. Agisce allo stesso modo con le isole Hawaii e, mi sembra, con
le isole Samoa. Quando vuole annettere un territorio straniero o mettere un
paese sotto tutela, organizza una piccola rivoluzione locale, poi interviene
per pacificare il paese, - come fa attualmente Dawes nell’Europa rovinata dalla
guerra, condotta con l’aiuto dell’America. Nel 1903, gli Stati Uniti si
assicurano in questo modo l’istmo di Panama e procedono al taglio del canale,
il cui compimento, nel 1920, apre, nel senso letterale del termine, un nuovo
capitolo nella storia dell’America e di tutto il globo terrestre.
Gli Stati Uniti hanno
radicalmente corretto la geografia nell’interesse dell’imperialismo americano.
Come è noto, la loro industria è concentrata nella parte orientale del paese,
verso l’Atlantico. La parte occidentale è soprattutto agricola. Gli Stati Uniti
sono attirati principalmente dalla Cina, che ha una popolazione di 400 milioni
di abitanti e incalcolabili ricchezze. Attraverso il canale di Panama, la loro
industria si apre una via verso l’Occidente che consente di risparmiare
parecchie migliaia di chilometri. Gli anni 1898, 1900, 1914 e 1920 sono le date
che segnano le tappe principali del cammino dell’imperialismo sul quale si sono
deliberatamente avviati gli Stati Uniti. Di queste tappe, la guerra mondiale è
stata la più importante. Gli Stati Uniti sono intervenuti soltanto all’ultimo
momento, hanno aspettato tre anni prima di uscire dalla loro «neutralità».
Inoltre, due mesi prima del loro intervento, Wilson dichiarava che non era
neanche il caso di parlare della partecipazione dell’America alla sanguinosa
follia dei popoli europei. Per tre anni, gli Stati Uniti si sono accontentati
di convertire metodicamente in dollari il sangue dei «folli» europei. Ma, nel
momento in cui la guerra minacciava di concludersi con la vittoria della
Germania, loro più pericolosa rivale, gli Stati Uniti sono intervenuti, e il
loro intervento ha deciso l’esito della lotta.
Fatto notevole: è a scopo
d’interesse che l’America ha alimentato la guerra attraverso la sua industria;
è a scopo di interesse che è intervenuta, per schiacciare un temibile
concorrente; e, tuttavia, è riuscita a mantenere una solida reputazione di
pacifismo. È uno dei paradossi della storia, paradosso che non ha e non avrà
niente di divertente per noi. L’imperialismo americano, fondamentalmente
brutale, spietato, rapace, grazie alle particolari condizioni dell’America, ha
la possibilità di avvolgersi nel mantello del pacifismo - cosa che non possono
fare gli avventurieri imperialisti del vecchio mondo. Ciò dipende da ragioni
geografiche e storiche. Gli Stati Uniti non hanno avuto bisogno di mantenere un
esercito di terra. Perché? Perché sono separati dai loro rivali da immensi
oceani. L’Inghilterra è un’isola, e questo è uno dei fattori determinanti del
suo carattere, e insieme uno dei suoi principali vantaggi. Anche gli Stati
Uniti sono una vasta isola in rapporto al vecchio mondo. L’Inghilterra si
protegge con la sua flotta. Ma, se si riesce a sfondare il suo fronte navale, è
facile conquistarla, perché rappresenta soltanto una stretta striscia di terra.
Ma provate a conquistare gli Stati Uniti! È un’isola che ha allo stesso tempo
tutti i vantaggi della Russia, l’immensità del territorio. Anche senza flotta,
gli Stati Uniti sarebbero quasi invulnerabili, grazie alla loro vasta
superficie. Ecco la principale ragione geografica che ha permesso loro di
agghindarsi con questa maschera del pacifismo. In realtà, contrariamente
all’Europa e agli altri paesi, l’America, fino ad ora, non aveva esercito. E se
ne ha uno, è perché vi è stata costretta. Chi l’ha costretta? I barbari, il
kaiser, gli imperialisti tedeschi.
La seconda ragione della
reputazione di pacifismo degli Stati Uniti, bisogna cercarla nella storia. Essi
sono intervenuti nell’arena mondiale quando l’intero globo terrestre era già
conquistato, diviso e oppresso. Per questo l’avanzata imperialista degli Stati
Uniti si effettua sotto le parole d’ordine: «Libertà dei mari», «Frontiere
aperte» ecc. ecc. Perciò, quando l’America è costretta a compiere apertamente
una canagliata militarista, agli occhi della sua popolazione e, in una certa
misura, di tutta l’umanità, la responsabilità incombe unicamente sui cittadini
ritardati del resto del mondo.
Wilson ha aiutato a dare
il colpo di grazia alla Germania, poi è arrivato in Europa armato dei suoi
quattordici punti, in cui prometteva il benessere generale, la pace universale,
il castigo del kaiser, proclamava il diritto delle nazioni a disporre di se stesse,
il regno della giustizia ecc. E, per lunghi mesi, i piccoli borghesi, e anche
una gran parte degli operai europei, credettero nel vangelo di Wilson.
Rappresentante del capitale americano, che si era macchiato di sangue
attizzando la guerra europea, questo professore di provincia apparve in Europa
come l’apostolo del pacifismo e della riconciliazione. E tutti dicevano: Wilson
darà la pace, Wilson restaurerà l’Europa. Ma Wilson non riuscì a ottenere al
primo colpo ciò che è venuto a realizzare oggi il generale Dawes con la sua
scorta di banchieri e, offeso, girò le spalle all’Europa e se ne tornò a casa.
Quali non furono allora i clamori dei democratici-pacifisti e dei
socialdemocratici contro la follia della borghesia europea, che non aveva
voluto accordarsi con Wilson e non aveva saputo realizzare la pacificazione e
il benessere dell’Europa!
Wilson fu isolato. Il
partito repubblicano andò al potere. L’America attraversò allora un periodo di
prosperità commerciale e industriale basata quasi unicamente sul mercato
interno, vale a dire sul temporaneo equilibrio tra industria e agricoltura, tra
l’Est e l’Ovest del paese. Questa prosperità durò soltanto due anni: ebbe fine
del 1923. Ma, dalla primavera scorsa, si sono manifestati i sintomi di una
crisi commerciale e industriale, preceduta peraltro da una forte crisi agricola
che ha crudelmente colpito le regioni agricole del paese. E, come sempre,
questa crisi ha dato all’imperialismo un nuovo impulso vivificante. Il capitale
finanziario degli Stati Uniti ha spedito i suoi rappresentanti in Europa per
completare l’opera cominciata durante la guerra imperialista e continuata con
la pace di Versailles, vale a dire per mettere l’Europa sotto tutela economica.
Il piano degli Stati
Uniti: mettere l’Europa «a stecchetto»
Che cosa vuole il capitale
americano? A cosa tende? Esso cerca, si dice, la stabilità. Vuole ristabilire
il mercato europeo nel suo interesse, vuole restituire all’Europa la sua
capacità di acquisto. In che modo? Con quali limitazioni? In realtà, il capitale
americano non può volersi creare un concorrente nell’Europa. Esso non può
ammettere che l’Inghilterra e, a maggior ragione, la Germania e la Francia
recuperino i loro mercati mondiali, perché esso stesso vi sta stretto, poiché
esporta prodotti ed esporta se stesso. Esso mira al dominio del mondo, vuole
instaurare la supremazia dell’America sul nostro pianeta. Che cosa deve fare
verso l’Europa? Deve pacificarla, dice. Come? Sotto la sua egemonia. Che cosa
significa? Che esso deve permettere all’Europa di risollevarsi, ma entro limiti
ben determinati, accordarle settori determinati, ristretti del mercato
mondiale. Il capitale americano ora comanda ai diplomatici. Si prepara a
comandare anche alle banche e ai trusts europei, a tutta la borghesia europea.
A questo tende. Assegnerà ai finanzieri e agli industriali europei determinati
settori del mercato. Regolerà le loro attività. In una parola, vuole ridurre
l’Europa capitalistica al proprio servizio; in altre parole, indicarle quante
tonnellate, litri o chilogrammi di questa o quell’altra materia ha il diritto
di comprare o di vendere (...)
L’imperialismo
americano e la socialdemocrazia europea
Ma prima di affrontare
questa importante questione, esaminiamo qual è il ruolo che il capitale
americano riserva ai radicali e ai menscevichi europei, alla socialdemocrazia
in questa Europa che sta per essere posta a regime controllato.
La socialdemocrazia è
incaricata di preparare questa nuova situazione, cioè di aiutare politicamente
il capitale americano a mettere a razione l’Europa. Che fanno in questo momento
le socialdemocrazie tedesca e francese, che fanno i socialisti di tutta Europa?
Si educano e si sforzano di educare le masse operaie nella religione
dell’americanismo; in altre parole, fanno dell’americanismo, del ruolo del
capitale americano in Europa, una nuova religione politica. Si sforzano di
persuadere le masse lavoratrici che, senza il capitale americano,
essenzialmente pacificatore, senza i prestiti dell’America, l’Europa non potrà
resistere. Fanno opposizione alla loro borghesia, come i socialpatrioti
tedeschi, non dal punto di vista della rivoluzione proletaria, e neanche per
ottenere delle riforme, ma per dimostrare che questa borghesia è intollerabile,
egoista, sciovinista e incapace di andare d’accordo con il capitale americano
pacifista, umanitario, democratico.
È il problema fondamentale
della vita politica dell’Europa e, in particolare, della Germania. In altri
termini, la socialdemocrazia europea diventa oggi l’agenzia politica del
capitale americano. È un fatto inaspettato? No, poiché la socialdemocrazia, che
era l’agenzia della borghesia, nella sua degenerazione politica, doveva
fatalmente diventare l’agenzia della borghesia più forte, della più potente,
della borghesia di tutte le borghesie, cioè della borghesia americana.
Poiché il capitale
americano assume il compito di unificare, di pacificare l’Europa, di insegnarle
a risolvere i problemi dei risarcimenti e altri ancora, e poiché tiene i
cordoni della borsa, la dipendenza della socialdemocrazia nei confronti della
borghesia tedesca in Germania, della borghesia francese in Francia, diventa
sempre di più una dipendenza nei confronti del padrone di queste borghesie. Il
capitale americano è attualmente il padrone dell’Europa. Ed è naturale che la
socialdemocrazia cada politicamente sotto la dipendenza del padrone dei suoi
padroni. Questo è il fatto essenziale per comprendere la situazione attuale e
la politica della Seconda Internazionale. Non rendersene conto, significa non
poter comprendere gli avvenimenti di oggi e di domani, significa vedere
soltanto la superficie delle cose e soddisfarsi di frasi generiche.
La socialdemocrazia
prepara il terreno al capitale americano, si fa suo araldo, parla del suo ruolo
salutare, gli apre la strada, l’accompagna con i suoi auguri, lo glorifica. Non
è un lavoro di poca importanza. Prima, l’imperialismo si faceva spianare la
strada dai missionari, che i selvaggi di solito fucilavano, e qualche volta
addirittura mangiavano. Per vendicare i loro morti, allora, spedivano truppe,
successivamente mercanti e amministratori. Per colonizzare l’Europa, per farne
il proprio dominio, il capitale americano non ha bisogno di spedirvi dei
missionari. Sul posto, c’è già un partito il cui compito è di predicare ai popoli
il vangelo di Wilson, il vangelo di Coolidge, le Sacre Scritture delle Borse di
New York e di Chicago. In questo consiste l’attuale missione del menscevismo
europeo.
Ma, servizio per servizio!
I menscevichi ricavano dalla loro dedizione parecchi vantaggi. Per questo,
proprio ultimamente, durante il periodo della guerra civile acuta, la
socialdemocrazia tedesca ha dovuto assumere la difesa armata della sua
borghesia, di quella stessa borghesia che camminava tenendosi per mano con i
fascisti. Infatti, Noske è una figura simbolica della politica postbellica
della socialdemocrazia tedesca. Oggi, quest’ultima ha un ruolo completamente
diverso: può permettersi il lusso di stare all’opposizione. Critica la sua
borghesia e, con questo, mette una certa distanza tra sé e i partiti del
capitale. Come la critica? Tu sei egoista, interessata, stupida, nociva, le
dice; ma al di là dell’Atlantico, c’è una borghesia ricca e potente,
umanitaria, riformista, pacifista, che viene di nuovo da noi, che vuole darci
800 milioni di marchi per restaurare la nostra moneta e tu ti inalberi, osi
ribellarti contro di lei quando hai sprofondato la nostra patria nella miseria.
Ti smaschereremo senza pietà davanti alle masse popolari tedesche. E questo, lo
dice in tono quasi rivoluzionario, difendendo la borghesia americana.
Lo stesso accade in
Francia. Evidentemente, poiché la situazione politica è più favorevole e il
franco non è ancora troppo svalutato, la socialdemocrazia gioca il suo ruolo in
sordina, ma in realtà fa esattamente la stessa cosa della socialdemocrazia
tedesca. Il partito di Léon Blum, Renaudel, Jean Longuet ha interamente la
responsabilità della pace di Versailles e dell’occupazione della Ruhr. Infatti,
è incontestabile che il governo Herriot, sostenuto dai socialisti, è per il
mantenimento dell’occupazione della Ruhr. Ma, adesso, i socialisti francesi
hanno la possibilità di dire al loro alleato Herriot: «Gli americani esigono
che voi evacuiate la Ruhr a determinate condizioni; fatelo; ora, anche noi lo
esigiamo». Essi lo esigono, non per manifestare la volontà e la forza del
proletariato francese, ma per subordinare la borghesia francese alla borghesia
americana. Non dimenticate inoltre che la borghesia francese deve 3 miliardi e
700 milioni di dollari alla borghesia americana. È una somma notevole.
L’America, quando vorrà, può far precipitare il franco. Certo, non lo farà; è
venuta in Europa per instaurarvi l’ordine e non per accumulare rovine. Non lo
farà; ma potrà farlo, se vuole. Tutto dipende da lei. Ecco perché, di fronte a
questo enorme debito, gli argomenti di Renaudel, Blum e soci sembrano
abbastanza convincenti alla borghesia francese.
Allo stesso tempo, la
socialdemocrazia in Germania, in Francia e altrove, ottiene la possibilità di
opporsi alla sua borghesia, di condurre su problemi concreti una politica «di
opposizione» e, di conseguenza, di conquistarsi la fiducia di una parte della
classe operaia.
Inoltre, i partiti
menscevichi dei vari paesi europei ora hanno alcune possibilità di «azioni»
comuni. Già ora la socialdemocrazia europea rappresenta una organizzazione
abbastanza unita. Questo in qualche modo è un fatto nuovo. Infatti, da dieci
anni, dall’inizio della guerra imperialista essa non aveva potuto intervenire
in blocco. Adesso può farlo e i menscevichi intervengono per sostenere in coro
l’America, il suo programma, le sue rivendicazioni, il suo pacifismo, la sua
grande missione. Così, la Seconda Internazionale, questo mezzo cadavere, si
galvanizza un pò. Come l’Internazionale di Amsterdam, essa si restaura. Certo,
non sarà più ciò che era prima della guerra. Non avrà più la forza di un tempo;
è impossibile risuscitare il passato e cancellare dalla storia l’Internazionale
comunista. È impossibile cancellare la guerra imperialista, che è stato un
colpo terribile per la Seconda Internazionale. Tuttavia, quest’ultima cerca di
riprendersi, di rimettersi in piedi, di camminare con le stampelle americane.
Durante la guerra
imperialista, i socialdemocratici tedeschi e francesi erano apertamente legati alle
rispettive borghesie. Poteva esserci una Internazionale quando i diversi
partiti si combattevano, si accusavano, si insultavano a vicenda? Non c’era
nessuna possibilità di indossare la maschera dell’internazionalismo. Al momento
della conclusione della pace, era la stessa cosa. A Versailles furono
semplicemente fissati i risultati della guerra imperialista sui documenti
diplomatici. C’era posto in quel momento per la solidarietà? Certamente no. Nel
periodo dell’occupazione della Ruhr, neanche. Ma adesso, il capitale americano
arriva in Europa e dichiara: Popoli, ecco un piano di risarcimenti; signori
menscevichi, ecco un programma. E questo programma, la socialdemocrazia lo
accetta come base della sua attività. Questo nuovo programma unifica le socialdemocrazie
francese, tedesca, inglese, olandese, svizzera. Infatti, ogni piccolo borghese
svizzero spera che la sua patria possa vendere più orologi quando gli americani
avranno ristabilito l’ordine e la pace in Europa. E tutta la piccola borghesia,
che si esprime attraverso la socialdemocrazia, ritrova la sua unità spirituale
nel programma dell’americanismo. In altri termini, la Seconda Internazionale
attualmente ha un programma di unificazione: quello che il generale Dawes le ha
portato da Washington(...).
Prospettive di
guerra e di rivoluzione
Questo programma americano
di messa sotto tutela di tutto il mondo non è affatto un programma pacifista;
al contrario, è denso di guerre e di sconvolgimenti rivoluzionari. Non è senza
motivo che l’America continua a sviluppare la sua flotta. Costruisce
attivamente incrociatori leggeri e rapidi, sottomarini e navi ausiliarie. E
quando l’Inghilterra si azzarda a protestare a mezza voce, risponde:
«Ricordatevi che io devo fare i conti non solo con voi, ma anche con il Giappone;
il Giappone possiede una enorme quantità di incrociatori leggeri, e io devo
ristabilire la proporzione che, come sapete, è di 5 a 3». A questo è
impossibile replicare, perché gli Stati Uniti, secondo la loro espressione,
possono fare navi da guerra come panini. Ecco la prospettiva della prossima
guerra mondiale, di cui l’oceano Pacifico e l’oceano Atlantico saranno l’arena,
anche ammesso che la borghesia possa continuare a governare il mondo per un
periodo abbastanza lungo. È molto poco verosimile che la borghesia di tutti i
paesi consenta ad essere relegata all’ultimo posto, a diventare il vassallo
dell’America senza tentare almeno di resistere. In realtà, l’Inghilterra ha
degli appetiti formidabili, un desiderio furioso di mantenere la sua dominazione
sul mondo. I conflitti militari sono inevitabili. L’era dell’americanismo
pacifista che in questo momento sembra aprirsi non è che una preparazione a
nuove guerre mostruose.
Al problema delle
possibilità dell’attuale riformismo europeo, problema che è il punto principale
della mia esposizione, dobbiamo rispondere: queste possibilità, fino a un certo
momento, sono direttamente proporzionate a quelle del «pacifismo» imperialista
americano. Se la trasformazione dell’Europa in dominio americano va in porto,
cioè, se nel corso degli anni futuri non si scontrerà con la resistenza dei
popoli, se non fallirà in seguito alla guerra o alla rivoluzione, la
socialdemocrazia europea, ombra del capitale americano, conserverà per un certo
tempo la sua influenza, e l’Europa si manterrà in un equilibrio instabile,
costituito dai resti della sua antica potenza e dagli elementi della sua nuova
vita organizzata secondo il razionamento fissato dall’America. Tutto questo
sarà nascosto da un amalgama ideologico di assiomi della socialdemocrazia
europea e dei principi «pacifisti» dei quaccheri americani. Perciò bisogna
chiedersi non quali sono le forze della socialdemocrazia europea, ma quali sono
le possibilità del capitale americano di mantenere il nuovo regime in Europa,
finanziando quest’ultima con parsimonia. È impossibile fare all’occorrenza
delle previsioni esatte e, a maggior ragione, fissare dei termini. Ci basta
comprendere il nuovo meccanismo dei rapporti mondiali, renderci conto dei
fattori fondamentali che determineranno la situazione in Europa, per poter
seguire lo sviluppo degli avvenimenti, approfittare degli zigzag politici della
socialdemocrazia europea e, di conseguenza, rafforzare le possibilità della
rivoluzione proletaria.
Gli antagonismi che hanno
preparato la guerra imperialista e l’hanno scatenata dieci anni fa sull’Europa,
antagonismi accentuati dalla guerra, mantenuti dalla pace di Versailles e
intensificati dalla lotta di classe in Europa, sussistono incontestabilmente. E
gli Stati Uniti si scontreranno con questi antagonismi in tutta la loro
acutezza (...)
Noi stiamo assistendo
all’inizio di questo processo. Ora, per la prima volta, dopo parecchi anni, il
proletariato tedesco affamato sta sentendo un sollievo ai suoi mali. Quando
l’operaio è completamente spossato, quando ha sofferto a lungo per la carestia,
diventa sensibile al più piccolo sollievo. Questo sollievo, in questo momento,
è la stabilizzazione del marco, la stabilizzazione dei salari, che ha portato a
una certa stabilizzazione politica della socialdemocrazia tedesca. Ma questa
stabilizzazione è solo temporanea. L’America non si dispone affatto ad
aumentare la razione tedesca e, in particolare, la parte che deve andare
all’operaio tedesco. Lo stesso accadrà in seguito per l’operaio francese e per
l’operaio inglese. Perché, che cosa occorre all’America? Le occorre, a scapito
delle masse lavoratrici dell’Europa e del mondo intero, assicurare i propri
profitti e, allo stesso tempo, consolidare la situazione privilegiata
dell’aristocrazia operaia americana, senza la quale il capitale americano non
può mantenersi: senza Gompers e le sue tradeunions, senza operai qualificati
ben pagati, il regime politico del capitale americano crollerà. Ora, si può
mantenere l’aristocrazia operaia americana in una situazione privilegiata
soltanto riducendo la «plebe», il «volgo» proletario europeo, a una razione
strettamente e parsimoniosamente misurata.
Ma per la socialdemocrazia
europea sarà sempre più difficile predicare davanti alle masse operaie il
vangelo dell’americanismo. La resistenza degli operai europei al padrone dei
loro padroni, al capitale americano, diventerà sempre più centralizzata.
L’importanza diretta, pratica, combattiva della parola d’ordine della
rivoluzione europea e della sua forma statuale «Stati Uniti d’Europa» diventerà
sempre più evidente per gli operai europei.
In che modo la
socialdemocrazia intossica la coscienza degli operai europei? Noi siamo
un’Europa divisa, fatta a pezzi dalla pace di Versailles, dice loro; non
possiamo vivere senza l’America. Ma il partito comunista europeo dirà: voi
mentite; se lo vogliamo, potremo. Chi ci costringe a essere un’Europa
spezzettata? Possiamo diventare un’Europa unificata. Il proletariato
rivoluzionario può unificare l’Europa, trasformarla in Stati Uniti proletari
d’Europa. L’America è potente. Contro la Gran Bretagna, che si appoggia alle
sue colonie in tutto il mondo, l’America è onnipotente. Ma contro un’Europa
proletaria-contadina unificata, fusa in una sola unione di soviet con la
Russia, sarà impotente.
Questo è ciò che sente il
capitale americano. Per esso non c’è nemico più accanito del bolscevismo. La
politica di Hughes non è fantasia, capriccio, è l’espressione della volontà del
capitale americano, che ora entra nell’epoca della lotta aperta per la
supremazia mondiale. Si scontra già con noi, perché le strade che portano alla
Cina e alla Siberia passano per l’oceano Pacifico. L’imperialismo americano
accarezza il sogno di colonizzare la Siberia.
Ma là c’è una difesa. Noi
abbiamo il monopolio del commercio estero. Abbiamo le basi socialiste della
politica economica. Ecco il primo ostacolo per il capitale americano. E quando
quest’ultimo, grazie alla politica delle frontiere aperte, penetra in Cina,
trova nelle masse popolari non la religione dell’americanismo, ma il programma
politico del bolscevismo tradotto in cinese. Sulle labbra dei coolies e dei
contadini cinesi non ci sono i nomi di Wilson, di Harding, di Coolidge, di
Morgan o di Rockefeller. In Cina e in tutto l’Oriente si pronuncia con entusiasmo
il nome di Lenin. È unicamente con le parole d’ordine della liberazione dei
popoli che gli Stati Uniti possono scalzare la potenza dell’Inghilterra. Per
loro, queste parole d’ordine servono solo a velare una politica di conquiste.
Ma in Oriente, accanto al console, al commerciante, al professore e al
giornalista americano, ci sono dei combattenti, dei rivoluzionari, che hanno
saputo tradurre nella loro lingua il programma emancipatore del bolscevismo.
Dappertutto, in Europa come in Asia, l’americanismo imperialista si scontra con
il bolscevismo rivoluzionario. Bolscevismo e americanismo imperialista, ecco i
due fattori della storia contemporanea (...)
Il nostro nemico americano
è molto più unito e molto più potente dei nostri nemici sparsi in Europa, ma
concentra gli operai europei. Ora, proprio nella concentrazione è la nostra
forza. La ricostituzione della Seconda Internazionale è soltanto il sintomo che
il proletariato europeo è costretto a raggrupparsi su più vasta scala e a
lottare non più nel quadro nazionale, ma nel quadro continentale. E man mano
che le masse operaie sentono la necessità di resistere e allargano la base di
questa resistenza, le idee rivoluzionarie prendono il sopravvento. E più le
idee che pervadono le masse sono rivoluzionarie, più il terreno diventa
favorevole al bolscevismo. Ogni successo dell’americanismo contribuirà a
centralizzare e a estendere contemporaneamente la lotta per il bolscevismo.
L’avvenire è nostro.
Poiché parlo a
un’assemblea convocata dalla Società degli Amici della Facoltà delle Scienze
fisiche e matematiche, permettetemi di dirvi che la mia critica marxista
rivoluzionaria dell’americanismo non significa che noi condanniamo quest’ultimo
in blocco, che rinunciamo a imparare dagli americani ciò che possiamo e dobbiamo
assimilare dai loro lati buoni. A noi mancano la loro tecnica e i loro processi
lavorativi. Il postulato della tecnica è la scienza: scienze naturali, fisica,
matematica ecc. Ora, per noi è necessario ad ogni costo avvicinarci il più
possibile agli americani su questo punto. Dobbiamo corazzare il bolscevismo
all’americana. Fino ad ora abbiamo potuto resistere. Tuttavia, la lotta può
assumere proporzioni più minacciose. È più facile per noi corazzarci
all’americana che per il capitale americano mettere a razione l’Europa e il
mondo intero. Se noi ci corazziamo con la fisica, le matematiche, la tecnica,
se americanizziamo la nostra industria socialista ancora debole, potremo, con
certezza decuplicata, dire che l’avvenire è interamente e definitivamente nostro.
Il bolscevismo americanizzato vincerà, schiaccerà l’americanismo imperialista.
(Applausi)
* Discorso
pronunciato il 28 luglio 1924.