FalceMartello n° 167 * 4-06-2003
La questione cubana
scuote il dibattito nel Prc
Bilancio del Comitato
politico nazionale del 3-4 maggio
La riunione del
Comitato politico nazionale (Cpn) del Prc tenuta il 3-4 maggio scorsi ha visto un
dibattito incandescente, per certi versi imprevisto, che ha diviso profondamente la maggioranza congressuale.
L’innesco del dibattito
è stato lo scontro riguardo le tre condanne a morte avvenute a Cuba e gli
arresti di numerosi oppositori. Ma la discussione è andata ben al di là di una
valutazione sulla situazione specifica su Cuba.
di Claudio Bellotti
Gli interventi dei
compagni dell’area di Bertinotti hanno scelto di allargare la discussione su un
terreno generale, di principio, facendo entrare nel dibattito non solo la
questione della pena di morte, ma un ragionamento a tutto campo sulla questione
del pacifismo, della non violenza e della guerra. Le stesse conclusioni di
Bertinotti hanno voluto accentuare il carattere di principio delle divergenze:
prima di trattare lo specifico della questione cubana, quindi, è necessario
analizzare i cardini della impostazione di Bertinotti.
Violenza e
democrazia
Dopo le condanne a morte
dei tre dirottatori cubani, il governo volle un dibattito parlamentare per condannare
Cuba. I deputati del Prc presentarono allora una propria mozione (pubblicata
integralmente su Liberazione del 20
aprile). In tale mozione si affermano i seguenti concetti: “I principi della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo devono
rappresentare l’architrave sul quale ogni società deve poggiare le proprie
fondamenta (…) il ricorso alla pena di morte è comunque e sempre
ingiustificabile (…) neanche nei casi estremi della guerra o di un tentativo,
operato dall’esterno di strangolamento economico (embargo)” e via di
seguito.
Sorge spontanea una
domanda: i “diritti dell’uomo” (cioè i diritti democratici borghesi) come si
sono affermati storicamente? La risposta dovrebbe essere nota a Bertinotti: si
sono affermati attraverso grandi rivoluzioni, e in particolare la rivoluzione
inglese, quella americana e soprattutto la rivoluzione francese, che
rovesciarono le vecchie classi dominanti (e con esse le vecchie servitù)
facendo uso di una violenza spietata. Può piacere o meno, ma è questa la realtà
storica: i diritti democratici borghesi, che furono un enorme passo avanti
storico, non si sono affermati per via democratica, ma per via rivoluzionaria.
La dittatura di Cromwell, la dittatura giacobina, non furono “aberrazioni” o
parentesi storiche, ma costituirono le doglie del passaggio da un sistema
sociale all’altro; un passaggio caratterizzato dalla guerra civile aperta,
dall’uso della violenza da una parte e dall’altra, nel quale la rivoluzione
borghese vinse precisamente per non essersi arrestata di fronte alle misure più
drastiche e spietate.
Naturalmente ai tanti
ideologi che affollano le università, la grande stampa e i dibattiti
televisivi, non fa piacere ricordare questa elementare verità: che la
“democrazia” è nata dalle rivoluzioni e dalle guerre civili. Non per questo un
partito comunista dovrebbe dimenticarla.
Anche nell’epoca
successiva, i diritti democratici si sono dovuti affermare e difendere non solo
attraverso la pacifica competizione elettorale, ma anche attraverso l’uso della
forza. I popoli coloniali hanno ottenuto l’indipendenza (e per di più una
indipendenza che è più di nome che di fatto) solo dopo lotte decennali o
addirittura secolari: si pensi all’Algeria, all’Angola, alla Cina, al Vietnam,
e via di seguito. E anche l’India fu abbandonata dagli inglesi dopo un secolo
di movimenti di liberazione che subirono migliaia di vittime, dalla rivolta del
1867 in poi. L’imperialismo inglese non si ritirò dall’India perché convinto
dalla disobbedienza civile e dalla non violenza gandhiana, ma perché si rese
conto che non aveva nessuna speranza di continuare a soggiogare l’India con la
forza e preferì lasciare il potere ai rappresentanti marci e corrotti della
borghesia indiana, dopo aver fatto a pezzi il corpo vivo dell’India con la partizione
fra India e Pakistan, gettando i semi dei conflitti sanguinosi che durano
ancora oggi.
E lo stesso si dica per i
diritti democratici che il proletariato ha conquistato nei paesi capitalisti,
dal diritto al voto alla libertà di associazione sindacale, conquistati e
difesi con dure lotte, non solo pacifiche ma anche insurrezionali (ad esempio
il movimento cartista in Inghilterra, o le rivoluzioni del 1848-49).
L’impostazione di
Bertinotti, e di numerosi altri interventi, abbraccia pienamente la concezione del pacifismo integrale e
nega così qualsiasi legittimità alla prospettiva delle lotte di liberazione,
all’autodifesa di una rivoluzione, ecc. Poco importa che in alcuni interventi,
più “radicali” su questa impostazione, si dia a questo rifiuto un carattere di
principio permanente, mentre in altri viene affermata una motivazione “storica”
(nella nostra epoca, si dice, i termini della lotta sono diversi dal passato,
la guerra ha una natura differente e così la devono avere i metodi di lotta,
ecc.). A nostro avviso è la prima posizione a “dettare la linea”, proprio
perché è più coerente e radicale nel portare alle conclusioni logiche le
premesse di partenza.
Non a caso è stato detto
nel Cpn (ma non riportato nei resoconti) che si deve rifiutare parole d’ordine
come “Intifada fino alla vittoria” (così Gennaro Migliore, responsabile
esteri). La logica conclusione è quella di negare qualsiasi legittimità alle
rivoluzioni e alle lotte di liberazione, passate, presenti e future.
La questione della
guerra in Iraq
Non a caso il dibattito ha
trasceso la questione cubana è si è esteso alla valutazione del conflitto
iracheno. Nelle conclusioni Bertinotti si è scagliato contro chi ha sollevato
la questione della resistenza irachena e della lotta per la liberazione dell’Iraq
e di tutto il popolo arabo: “Da diversi
interventi individuo l’esistenza di un filo da cui sono estraneo. Mi riferisco
in particolare alla concezione della guerra giusta, al concepire il rifiuto
della violenza come esigenza di ‘anime belle’, alla concezione del potere e
della sicurezza nel processo rivoluzionario” (conclusioni del dibattito).
Tra i “diversi interventi” potremmo citare i compagni Izzo (Napoli) e Lindi
(Carrara), oltre a quello di chi scrive.
Riassumiamo: no alla lotta
per il potere, no alla rivoluzione, e se per qualche strano caso un popolo
dovesse avere la fortuna di rovesciare i propri oppressori, deve offrirsi come
agnello sacrificale alla reazione interna o all’imperialismo: “Molti pensano che il potere vada comunque
difeso in quanto rivoluzionario, ma essi non colgono che la non violenza è il
terreno di riflessione più alta da parte del movimento. Si trascura lo sforzo
fatto per realizzare la pratica della non violenza come antidoto alla tenaglia
fra guerra e terrorismo”. (conclusioni di Bertinotti). Dunque, la Comune di
Parigi, la rivoluzione d’Ottobre, hanno sbagliato tutto. Non dovevano
difendersi armi in pugno, ma dovevano avviare una “riflessione sulla non
violenza”. E oggi sbaglierebbe, secondo Bertinotti, il popolo venezuelano che a
gran voce chiede a Chavez mano dura contro la reazione golpista. Meglio, molto
meglio lasciarsi massacrare come avvenne nel Cile di Allende nel 1973. Non si
può trattenere un moto di sconforto nel constatare quanto indietro sia
scivolato il livello del dibattito.
Difendere Cuba. Ma
come?
La mozione che abbiamo
sottoscritto nel Cpn, respinta con 12 voti favorevoli, 76 contrari, 2 astenuti
e la “non partecipazione al voto” di Livio Maitan che ha però votato l’ordine del
giorno di Bertinotti, esordisce con chiarezza: “Il Cpn del Prc esprime il proprio sostegno incondizionato a Cuba nella
sua lotta nei confronti dell’imperialismo. Ritiene infatti dovere di ogni
comunista nel mondo difendere Cuba come stato e le conquiste che permangono
della sua rivoluzione”. Che l’amministrazione Usa abbia rilanciato
l’aggressione a Cuba è sotto gli occhi di tutti.
Negli anni ‘90
l’amministrazione Clinton aveva imboccato a piccoli passi una via più simile a
quella di molti paesi capitalisti europei rispetto a Cuba, volta ad avere
relazioni diplomatiche meno tese che avrebbero potuto aprire la strada a una
penetrazione economica e commerciale che minasse ulteriormente quello che resta
degli elementi socialisti nell’economia e nella società cubana. Questa “svolta”
degli Usa (che ovviamente non aveva nulla a che vedere con motivi democratici e
umanitari, ma era solo una via alternativa verso lo stesso scopo, cioè la
ripresa del controllo su Cuba), era emersa chiaramente con il caso del bambino
Elian Gonzalez, che l’allora ministro Janet Reno (fedelissima di Clinton) fece
riconsegnare ai suoi familiari a Cuba pestando i piedi alla mafia anticastrista
emigrata a Miami.
Al contrario, Bush è
tornato alla vecchia linea dura, come si manifesta chiaramente dalle sue
dichiarazioni degli ultimi mesi, nonché dagli stretti legami che ha con gli
anticastristi cubani che hanno base in Florida (il fratello di Bush è
governatore dello Stato).
La questione
dell’emigrazione da Cuba illustra con chiarezza la situazione. Mentre gli Usa
hanno una linea di dura repressione rispetto all’immigrazione clandestina da
qualsiasi paese (si pensi alla caccia feroce che subiscono gli immigrati che
tentano di entrare clandestinamente nel paese dal Messico), la ley de ajuste prevede l’immediata regolarizzazione di qualsiasi cubano che
lasci l’isola ed entri negli Usa, anche clandestinamente. Parallelamente,
l’ambasciata cubana in Italia sottolinea come gli Usa scoraggino l’emigrazione
legale da Cuba. L’accordo che prevedeva la concessione di 20mila visti all’anno
da parte degli Usa è stato regolarmente disatteso e se negli ultimi anni la
media dei visti concessi era la metà, nei primi quattro mesi del 2003 sono
stati solo poche centinaia (fra 7 e 800). Detto in altre parole, la politica
Usa vuole creare l’incidente diplomatico, vuole fare la guerra dei nervi col
governo cubano usando l’emigrazione clandestina come leva di questa politica.
A questo si sommano le
altisonanti denuncie su Cuba “rifugio di terroristi” e membro dell’“asse del
male”.
È presto per dire se
questa campagna contro Cuba guidata da Bush costituisca il preludio di una
aggressione militare in grande stile, a nostro avvisto nonostante il temporaneo
successo degli Usa in Iraq non esistono le condizioni politiche per una simile
avventura. Indipendentemente da ciò, è chiaro che Cuba è sotto attacco e che ha
il diritto e il dovere di difendersi.
Nel contesto dato,
tuttavia, le condanne a morte per i dirottatori non sono affatto un deterrente
all’aggressione. Il vero “pericolo interno” a Cuba non è costituito
principalmente dagli agenti pagati dagli Usa. Il vero pericolo viene da una
situazione economica e sociale sempre più contraddittoria, e dalla mancanza di
una prospettiva internazionalista da parte di Castro e del suo governo.
Il pericolo viene da
un’economia che è sempre più penetrata dal capitale straniero, che vive ormai
un doppio circuito economico, con il dollaro seconda moneta di fatto, nella
quale gli sforzi del governo per mantenere rigidamente separato il circuito
dell’economia interna e statale da quello del settore privato largamente aperto
al capitale straniero, sono scarsamente efficaci. Se è vero che questa
situazione è dettata dalle condizioni obiettive (embargo, isolamento, eredità
della struttura coloniale della vecchia Cuba prerivoluzionaria), è anche vero
che la risposta a questi pericoli può venire solo dalla partecipazione attiva e
cosciente dei lavoratori, dalla democrazia operaia, da una prospettiva
internazionalista che leghi la lotta di Cuba alla prospettiva rivoluzionaria
nell’intera America latina. Citiamo ancora la risoluzione da noi sottoscritta: “A Cuba, invece, nella sua più che
quarantennale storia post rivoluzionaria, il potere non è mai stato nelle mani
di strutture consiliari di operai e contadini. Al di là delle ultime decisioni,
obiettivamente esagerate e controproducenti, avvenimenti recenti hanno
sottolineato questo deficit di democrazia operaia. Così è stato per le elezioni
(…) con 179 candidati su 179 eleggibili, senza nemmeno possibilità di voto
negativo. Così per il referendum plebiscitario di sostegno al regime, concluso
con un incredibile 99,2% di voti favorevoli.
Più in generale la mancanza di democrazia operaia si esprime in un
parlamento che vota sempre all’unanimità e in un Partito che si riunisce in
congresso circa ogni 10 anni (…).
La prospettiva che i comunisti devono auspicare e sostenere per Cuba non è
quella di una ‘democratizzazione’ astratta e senza contenuti di classe; ma
quella dell’instaurazione di un vero potere dei/le lavoratori/trici basato su
una loro autorganizzazione consiliare.”
L’esperienza del
Nicaragua
Nel suo intervento il
compagno Grassi (che ha sottoscritto un ordine del giorno espressione dei
compagni che fanno riferimento alla rivista L’Ernesto)
ha affrontato la questione della democrazia a Cuba tracciando un parallelo con
il Nicaragua sandinista. I sandinisti vennero rovesciati, ha detto in sostanza,
dalla combinazione dell’aggressione esterna (la guerriglia dei contras) con l’opposizione interna che
alla fine riuscì a vincere le elezioni nel 1990. Conclusione implicita:
concedere i diritti democratici in una condizione di assedio imperialista
significa aprire le porte alla restaurazione capitalista.
Questa analisi dimostra
una singolare mancanza di memoria. Il problema non è se concedere o meno i
diritti democratici in astratto e in generale. Il problema è: quali forze
politiche e sociali si vogliono combattere (anche con la repressione), e quali
no. Questo discende direttamente dal programma e dalla prospettiva politica che
si vuole difendere. Non è la stessa cosa se si reprimono i diritti della
borghesia e dei suoi rappresentanti politici o se si reprimono i diritti dei
lavoratori, le tendenze politiche internazionaliste e coerentemente rivoluzionarie.
La posizione sostenuta dai compagni dell’Ernesto
mantiene su questo un silenzio imperdonabile.
I sandinisti perseguirono
una illusoria “terza via” e rifiutarono di condurre a termine la rivoluzione
innanzitutto sul terreno economico e sociale, limitandosi ad espropriare le
sole proprietà del dittatore Somoza e lasciando in mano alla borghesia il
grosso dell’economica. Lo fecero nell’illusione di poter contare sull’appoggio
o sulla neutralità della borghesia nicaraguense nella lotta contro l’aggressione
Usa. Questa si rivelò una pia illusione: il capitale privato, nazionale ed
estero, non si rassegnò mai a vivere sotto il governo sandinista, sabotò
sistematicamente il governo, collaborò direttamente e indirettamente con
l’imperialismo. Il caos economico, le necessità di mantenere un pesante
bilancio militare per fare fronte alla Contra
ma soprattutto la delusione delle masse che col passare degli anni capivano
sempre meno il motivo delle loro privazioni (che pure nella prima fase avevano
sostenuto con un coraggio eroico) indebolirono la resistenza, fino alla
sconfitta del 1990.
Quale fu il ruolo di
Castro in quella lotta? Sostenne forse la necessità di andare fino in fondo con
la rivoluzione, di espropriare una borghesia corrotta e alleata dell’imperialismo,
fece forse appello alla più ampia partecipazione delle masse e alla lotta per
l’estensione del processo rivoluzionario all’interno e all’estero? Tutto il
contrario. Nel 1985, in visita in Nicaragua, si espresse come segue: “Ieri abbiamo avuto l’opportunità di sentire
il discorso del compagno Daniel Ortega e devo congratularmi con lui. È stato
serio e responsabile. Ha spiegato gli scopi del Fronte sandinista in ogni
settore - economia mista, pluralismo politico e anche una legge sugli
investimenti esteri. So che c’è spazio nella vostra concezione per un’economia
mista. Potete avere un’economia capitalista. Quello che indubbiamente non
avrete, e questa è la cosa più importante, è un governo al servizio dei
capitalisti”.
“Chi tenta di fare mezza
rivoluzione, si scava la fossa”, disse il grande rivoluzionario francese Saint
Just. Questa elementare verità venne tragicamente confermata una volta di più
in Nicaragua.
La prospettiva
internazionalista
Oggi più che mai le sorti
della rivoluzione cubana sono legate agli avvenimenti internazionali, e in
primo luogo in America latina. L’intero continente, dall’Argentina al
Venezuela, vive una situazione di estrema instabilità politica e sociale, il
processo rivoluzionario è di nuovo in marcia. Chi vuole veramente difendere il
futuro di Cuba deve assumere questa prospettiva come centrale. Non saranno gli
abbracci a Kirchner o a Lula a garantire il futuro della rivoluzione cubana. La
leadership cubana ha abbandonato da molti decenni qualsiasi ipotesi di uno
sviluppo internazionale della rivoluzione cubana. Ma nelle lotte che
scuoteranno il Sud America la questione si porrà nuovamente nella sua forma più
acuta: l’imperialismo non rispetta i confini, né li rispetterà la rivoluzione.
Per approfondire la discussione puoi consultare i
seguenti materiali:
• Cuba, una rivoluzione al
bivio (pubblicato sul nostro sito www.marxismo.net);
• Nicaragua: due
secoli di rivoluzione e controrivoluzione (pubblicato sul nostro sito
www.marxismo.net);
• Il resoconto del Cpn del Prc è pubblicato su
Liberazione dei giorni 4, 8 e 10
maggio;
• La mozione presentata dal Prc è su Liberazione del 20
aprile.