FalceMartello
n° 167 * 4-06-2003
La deriva di Sergio
Cofferati
Nella discussione sul
referendum per l’estensione dell’articolo 18 si è consumata una rottura in Cgil
che ha visto prevalere, a grande maggioranza nel direttivo nazionale, la
posizione per il Sì. Si tratta di un Sì “passivo”, in quanto non è prevista una
mobilitazione della Cgil nella campagna, ma che comunque sconfessa la posizione
astensionista assunta dall’ex segretario, Sergio Cofferati.
di Alessandro Giardiello
Il “cinese”, che sei mesi
fa poteva contare su un appoggio quasi incondizionato da parte dell’apparato,
finisce oggi in netta minoranza. Se i rapporti di forza sono 5 a 7 nella
segreteria nazionale, più si scende negli organismi più si riducono le adesioni
alla posizione astensionista.
E così in un colpo solo Cofferati
perde il controllo sulla segreteria della Cgil (che secondo qualcuno doveva
essergli fedele vita natural durante) e rompe la sinistra Ds a pochi giorni
dall’investitura a co-presidente dell’associazione di Aprile.
Il primo a non credere ai
propri occhi è lo stesso Fassino, che aveva fatto la voce grossa alla
Conferenza programmatica dei Ds per richiamare all’ordine la sinistra interna,
ma che mai avrebbe pensato di trovare in Cofferati un militante così
“disciplinato”.
Il cofferatismo alla
prova dei fatti
Il cofferatismo ha
rappresentato negli ultimi due anni una reazione (per quanto parziale) allo
spostamento a destra dei Ds e ha potuto prosperare proprio in virtù dell’enorme
scontento accumulato dai lavoratori a cui Rifondazione Comunista non ha saputo
offrire un’alternativa credibile a sinistra.
Cofferati, dal fronte
sindacale, ha provato a ricostruire quel solido rapporto con le masse
lavoratrici che storicamente aveva caratterizzato il Pci e la socialdemocrazia
in tutta Europa riempiendo il vuoto lasciato da D’Alema e Fassino impegnati ad
inseguire “la terza via liberale” di Tony Blair.
È riuscito in breve tempo
a generare grandi illusioni tra i lavoratori che pensavano di aver ritrovato un
dirigente disposto a battersi contro le destre e con gli strumenti adeguati per
farlo. Obiettivamente l’imponenza dell’apparato Cgil, effettivamente
mobilitato, faceva una certa impressione soprattutto se si considera che quello
stesso apparato era servito per anni a spegnere ogni risveglio di conflittualità
operaia.
Ma quando è scaduto il
mandato, Cofferati per consolidare la sua autorità e tradurla in un progetto
politico, non poteva limitarsi a dichiarazioni altisonanti sui giornali; doveva
cominciare un affondo mettendo in campo una proposta anche sul terreno
organizzativo.
Scrivevamo su Falcemartello di febbraio: “il cinese non può pensare di continuare
all’infinito a fare la propria battaglia per l’egemonia senza appoggiarsi
saldamente su una forza politica. Il sostegno di cui gode nell’apparato sindacale
e la lealtà che fino adesso continua a mostrargli il gruppo dirigente della
Cgil non può bastare e non può durare all’infinito, se nel frattempo Cofferati
non sarà in grado di controllare un partito da utilizzare ai propri fini.”(Falcemartello n°163, dove va Sergio
Cofferati?)
Non solo Cofferati (almeno
per ora) ha rinunciato a dare una battaglia decisiva dentro e fuori i Ds,
piegandosi alla pressione dei dalemiani; ma quello che più conta è che
dichiarandosi contro l’estensione dell’articolo 18, ha favorito il
rafforzamento della maggioranza di Fassino.
La sconfitta alla Fiat e
l’esito successivo della guerra, che ha visto l’imperialismo occupare Baghdad
più facilmente del previsto, hanno determinato una “normalizzazione”, un
riflusso temporaneo delle mobilitazioni, che presumibilmente ha convinto
Cofferati che non era il momento per iniziare l’attacco. Ma l’attesa non gioca
certo a favore di chi, non potendo contare su una base politica organizzata,
per non cadere nel dimenticatoio dovrebbe agire rapidamente “radicalizzando” le
proprie parole d’ordine.
Sempre più isolato
La posizione di Cofferati
sul referendum (insieme al suo sostegno all’invio dei Carabinieri in Iraq), si
può spiegare, oltre che da una totale mancanza di strategia, dall’ambizione personale
di diventare il futuro leader dell’Ulivo.
Il tentativo di Berlusconi
di trascinare Prodi e Amato in reati di corruzione nel caso Sme e Fassino nella
vicenda Telecom-Serbia può aver rafforzato i “pruriti” cofferatiani inducendolo
a pensare che si potessero bruciare candidature forti che gli avrebbero aperto
la strada alla premiership nelle elezioni politiche del 2006.
Se questa è la prospettiva
allora è del tutto naturale che abbia smorzato i toni, riallineandosi su
posizioni moderate che lo rendono credibile agli elettori di centro e
“rassicurante” per la classe dominante.
La contraddizione
fondamentale è che agendo così, Sergio Cofferati sarà lentamente “triturato”
dalla maggioranza dei Ds, che si avvantaggierà del ridotto sostegno popolare
che la sua svolta politica inevitabilmente produrrà. Verrà meno il punto
d’appoggio che gli ha permesso di contrastare quell’apparato diessino che, per
la verità, ha mostrato fino ad oggi una notevole capacità di resistenza alla
pressione dei movimenti.
Con questo passo falso
Guglielmo Epifani ha colto l’occasione per prendere le distanze da Sergio
Cofferati, come stanno facendo sul fronte politico Salvi, Mussi e Folena. Anche
Cossutta e Patta che erano disposti a fare con lui il “partito del lavoro” si
sentono abbandonati e sul referendum si distanziano, sostenendo il sì.
Quelli che continuano ad
essergli “fedeli” nel sindacato (Casadio, Ghezzi e compagni) hanno pagato un
prezzo molto alto: diventare minoranza nella Cgil, e non è detto che saranno
disposti a sacrificare in futuro le loro posizioni in assenza di una
prospettiva credibile.
Cofferati ha già perso
molti treni, e si trova obiettivamente di fronte a un bivio. Potrà essere
ricordato in futuro per essere stato una delle tante meteore della politica italiana
oppure dovrà riprendere il cammino abbandonato riportando a sinistra il timone
della sua politica.
Solo cavalcando quella
rabbia e frustrazione che si accumula nel movimento operaio, e che dopo un
temporaneo riflusso inevitabilmente tornerà ad esprimersi, può riconquistare
uno spazio politico decisivo.
E anche così facendo ci
saranno dei problemi: la sua credibilità non sarà più la stessa dello scorso
anno. Voltando le spalle a milioni di lavoratori che nel corso del 2002 si sono
mobilitati per difendere quelli che lui stesso aveva definito “diritti
fondamentali”, è impensabile aspettarsi che gli stessi possano seguirlo in
futuro con la medesima convinzione.
Il limite di
Cofferati è il suo riformismo
Al di là delle scelte
soggettive di Sergio Cofferati è opportuno ricordare (come abbiamo fatto più
volte anche nei momenti di massima popolarità del cofferatismo) che il
tradimento è insito nel riformismo ed è inevitabile che l’antagonismo
inconciliabile tra capitale e lavoro si acutizzi nei momenti di crisi economica
come quello che stiamo attraversando.
Gli esponenti di sinistra
del riformismo socialdemocratico (Cofferati negli ultimi due anni, La Fontaine
in Germania, Livingstone in Gran Bretagna) che ripropongono il modello
keynesiano in un contesto di crisi sono inevitabilmente destinati a deludere le
aspettative che loro stessi contribuiscono a generare. Margini per concessioni
da parte della classe dominante non ce ne sono. Dunque il riformismo si traduce
in questa fase in controriformismo e alla fine in tradimento.
Nella situazione attuale
l’unica alternativa al blairismo, in grado di difendere coerentemente gli
interessi di classe è una posizione anticapitalista che Cofferati si guarda
bene dal fare propria.
Chiarito questo ci preme
sottolineare altre due questioni:
1) La “partita Sergio
Cofferati” non è chiusa definitivamente, le tensioni sociali riporteranno lui
stesso o qualche altro demagogo (che sia lui o un altro poco importa) a
ripercorrere le stesse vie, facendo appello alle masse per guadagnare un
consenso da utilizzare ai propri fini e in ultima analisi per mantenere il
controllo delle forze riformiste sul movimento operaio.
2) Ciò nonostante ogni
qualvolta in futuro si aprirà un processo come quello che si è temporaneamente
chiuso alle nostre spalle, da comunisti sosterremo quei dirigenti che saranno
oggettivamente impegnati in una lotta (anche parziale) con le classi dominanti,
il governo e i socialdemocratici di destra. Soprattutto se conterranno con il
sostegno di settori decisivi del proletariato, come nel caso di Cofferati,
indipendentemente dai comportamenti spregevoli di cui si è macchiato nel corso
della sua vita politica e sindacale.
Infatti solo con una
applicazione corretta del fronte unico (marciare separati, colpire uniti) è
possibile conquistare la maggioranza del proletariato a posizioni
rivoluzionarie. Questa tattica, ampiamente utilizzata dai bolscevichi,
fondamentale per condurre i lavoratori all’ottenimento dei propri obiettivi e
in definitiva alla conquista del potere, può funzionare però solo a condizione
che i comunisti nel corso delle mobilitazioni mantengano la propria
indipendenza politica e una critica implacabile ai dirigenti riformisti. E’
quanto abbiamo fatto e intendiamo continuare a fare in futuro.