FalceMartello n° 167 * 4-06-2003


Cesab - Bologna: La parola deve tornare ai lavoratori!

 

BOLOGNA - La firma separata di Fim e Uilm del contratto nazionale dei metalmeccanici è stata per molti lavoratori della Cesab di Bologna (azienda produttrice di carrelli elevatori, ora di proprietà della Toyota) la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Un’ora di sciopero con presidio ha portato, il giorno seguente, oltre 150 lavoratori davanti ai cancelli, un evento che non si vedeva dagli anni ‘70. Il fatto che organizzazioni scarsamente rappresentative abbiano firmato un accordo separato senza nemmeno preoccuparsi di lasciare l’ultima parola ai lavoratori, calpestando i criteri di democrazia più elementari, è stata vissuta da molti come una provocazione e un affronto. La rabbia è stata direttamente proporzionale all’arroganza del governo e del padronato e si è andata a sommare ad una montagna di problemi irrisolti relativi alla situazione interna e alle scelte della direzione aziendale.

I lavoratori in assemblea hanno deciso di inasprire i metodi di lotta per rilanciare la mobilitazione per il contratto nazionale. Vista la posizione padronale e quanto avvenuto da due anni a questa parte con la precedente spaccatura del luglio 2001 sul salario, sono in molti ad essere convinti che quanto fatto finora non è sufficiente, che “si deve fare sul serio”, che gli scioperi devono “far male” ai padroni. Per questo motivo l’assemblea ha deciso con una votazione schiacciante di attuare scioperi a “scacchiera”, articolati per reparto, che permettono di bloccare o rallentare la produzione ben al di là della durata effettiva dello sciopero.

Una prima ora di sciopero, definita “devastante” dalla direzione, ha avuto una adesione molto alta nonostante il conflitto scatenatosi all’interno della delegazione Fiom della Rsu dove due delegati sui tre presenti in azienda si sono opposti alla convocazione del primo sciopero di un’ora, sconfessando la decisione dell’assemblea del giorno precedente. Questi delegati ritenevano “non adatto” il momento scelto per lo sciopero a causa della concomitante presenza in azienda di clienti, quando invece pareva evidente alla maggioranza dei lavoratori che proprio per quel motivo lo sciopero doveva essere fatto in quel momento, in modo da lanciare un segnale forte e chiaro alla direzione aziendale.

A che serve scendere in lotta se poi fai di tutto per rendere meno efficace e incisiva la tua azione? Scioperi convocati con largo preavviso, programmati in momenti ed orari tali da minimizzarne l’impatto, sono velocemente recuperati dallo straordinario o dal sabato lavorativo. Una tale pratica di lotta indotta dalla politica della “concertazione” ha condotto all’assurdo che la lotta spesso costa di più ai lavoratori che ai padroni. Ciò favorisce le aziende a spingere i lavoratori a ricorrere allo straordinario come mezzo per “arrangiarsi” e strappare un piccolo aumento di reddito in assenza di aumenti salariali significativi e penalizza particolarmente chi si rifiuta comunque di stare al gioco aziendale lavorando il sabato.

Spuntare le nostre armi per mantenere “aperto un dialogo con la controparte” si è rivelata una strategia del tutto fallimentare. Rispetto a quell’approccio diciamo: lo sciopero è un’arma potente; ogni lavoratore deve esserne cosciente. Non bisogna ricorrere con leggerezza allo sciopero, ma quando si decide questo passo la lotta deve essere incisiva, “devastante”, deve far male - dove più conta - alle tasche dei padroni. Per questo è così importante che quando si è in lotta venga bloccato lo straordinario.

E’ precisamente su questo terreno viscido, quello creato dalla politica della concertazione, che sono rimasti impantanati i due delegati Fiom che hanno tentato attivamente di impedire lo sciopero e, quando si sono resi conto di non riuscirci, hanno deciso di andare a lavorare tra i fischi dei lavoratori.

La reazione decisa dei lavoratori ha reso possibile la riuscita dello sciopero che ha paralizzato la produzione. L’atteggiamento di parte della Rsu Fiom (per non parlare di Fim e Uilm, ovviamente contrarie), pone ora apertamente un problema di fronte ai lavoratori: costruire una nuova Rsu che dia una svolta alla politica del passato.

Per far questo è necessario rafforzare la Fiom nelle prossime (ormai imminenti) elezioni delle Rappresentanze sindacali, e all’interno della Fiom rafforzare la sinistra, portando nuovi lavoratori ad entrare nella Rsu e consolidare la partecipazione e il controllo di tutti sulle nostre rappresentanze sindacali, a partire dalla definizione della piattaforma per il prossimo rinnovo del contratto aziendale. Ora più che mai la parola deve tornare ai lavoratori!

 

Giampietro Montanari, Rsu-Fiom Cesab (a titolo personale)


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