FalceMartello
n° 167 * 4-06-2003
Contratto metalmeccanici:
la parola ai lavoratori
Con la firma del
contratto nazionale dei metalmeccanici tra Fim, Uilm e Federmeccanica il 7
maggio si è prodotta una nuova rottura tra la Fiom e gli altri due sindacati di
categoria.
Come nel giugno del 2001,
sul rinnovo della parte economica del contratto nazionale, come sul destino di
migliaia di operai Fiat nell’autunno del 2002, ancora una volta la Fiom non
firma e chiede ai lavoratori il sostegno per portare avanti una piattaforma
alternativa.
di Orlando Maviglia e
Paolo Grassi
L’obiettivo della Fiom di
costringere i padroni (oltre che Fim e Uilm) a fare un passo indietro per
sottoscrivere una piattaforma votata a stragrande maggioranza, nelle assemblee
è ambizioso e richiede anzi tutto un salto qualitativo nella comprensione della
posta in gioco e dei metodi con cui preparare e articolare la lotta.
Il contratto firmato
da Fim e Uilm
L’accordo accoglie
interamente la volontà di Federmeccanica su salario e normative; costituisce il
tentativo di smantellare l’istituto contrattuale stesso, presentando una serie
di “soluzioni contrattuali” (nell’articolo sulla modifica del sistema di
inquadramento professionale, si parla testualmente di “soluzioni chiavi in
mano” applicabili in azienda) che adeguano il testo contrattuale, peggiorando
tutte le principali normative, alle leggi del governo Berlusconi.
In sostanza, la filosofia
di ogni contrattazione viene ribaltata:
i contratti si limitano a recepire le leggi, non più a migliorarle, sono
semplici applicativi delle leggi. Si introduce così l’ultimo pezzo incompiuto
del Libro bianco di Maroni.
Federmeccanica ha chiesto
e ottenuto, di far istituire delle commissioni che entro 90 giorni
dall’approvazione delle leggi delega ne applichino i contenuti specifici all’interno
del contratto.
In particolare si introducono:
- la normativa prevista dalla Legge 30
del 2003 (ex 848) che introduce la precarietà totale nel mercato del lavoro, i
contratti a chiamata, l’affitto permanente di manodopera e la totale liberalizzazione
degli appalti.
- la norma del decreto
368, che toglie ogni vincolo residuo
per l’utilizzo dei contratti a termine, e per questo si chiede di
abolire un intero paragrafo del contratto.
- la norma del decreto
legislativo dell’8 aprile 2003 che comportano la fine dell’orario settimanale
massimo e il passaggio agli orari plurisettimanali, periodali e plurimensili
(ultraflessibili).
- la messa in discussione
dell’attuale inquadramento unico professionale senza chiarire in alcun modo
quale sarà la collocazione dei lavoratori, ma affidando ad un gruppo di lavoro
nazionale il compito di definire “menù differenziati” fabbrica per fabbrica,
con il rischio che ogni
lavoratore e ogni azienda abbia la
sua qualifica e la sua paga.
- viene sancita
l’istituzione di un Ente Bilaterale che amministrerà la formazione
professionale oggi, le assunzioni domani e che trasformerà il sindacato in
agente collocatore dei lavoratori.
Sul salario,
Federmeccanica ha proposto e ottenuto lo stesso meccanismo dell’anticipo
dell’accordo separato del 2001, ampliandolo e peggiorandolo. I metalmeccanici
sono infatti entrati in questo contratto con 18mila lire in meno di recupero
salariale sull’inflazione
2001-2002, che Federmeccanica ha già considerato erogate e dovrebbero entrare
nel prossimo contratto (rinnovo del biennio economico 2005-2006) con un altro debito di 21 euro, che
costituisce la “tranche” da liquidare nel mese di dicembre 2004.
Fim e Uilm dichiarano di
aver conseguito un aumento di 90 euro, in realtà tolto l’anticipo dei 21 euro,
a titolo di competenze per il 2003-2004 l’aumento reale è di 69 euro, cioè un
solo euro in più al mese di quanto inizialmente offerto da Federmeccanica. A
peggiorare la situazione sta il fatto che almeno nel 2001 furono date con effettivo
anticipo le 18 mila lire, ora i 21 euro anticipano di un solo mese quanto
dovrebbe essere dato ai lavoratori a titolo di recupero dell’inflazione a
partire da gennaio 2005. In conclusione l’aumento reale di questo contratto è
di soli 69 euro lordi, scaglionati al V livello e di solo 59,50 scaglionati al
III livello.
Di fronte a tanta
arroganza, sulla carta, la piattaforma della Fiom (che ha i suoi punti forti
nell’aumento salariale a 135 euro uguali per tutti e l’assunzione dei precari a
tempo indeterminato dopo otto mesi di lavoro) dovrebbe raccogliere un appoggio
massiccio tra i lavoratori.
Purtroppo non è
esattamente così. Lo sciopero del 16 maggio non è stato il successo che i
dirigenti hanno dichiarato, le manifestazioni in diversi casi sono state poco
partecipate e l’adesione è stata a macchie di leopardo. Ci sono fabbriche dove
l’adesione ha toccato il 90% ma ce ne sono altre dove la risposta non è stata
soddisfacente. Diversi delegati negli attivi hanno lamentato una certa
difficoltà a convincere i lavoratori a scioperare e molti che spesso hanno
lottato in passato esprimono dubbi sulle reali possibilità di vincere questa
battaglia.
Riconoscere ciò non
significa essere disfattisti nè pessimisti, è la realtà che tantissimi
attivisti si trovano ad affrontare in questo momento.
C’è oggettivamente una
differenza tra l’ambiente entusiasta dell’estate del 2001 e oggi. Perché?
E’ possibile ricreare le
stesse condizioni di allora?
Gli errori della
direzione Fiom
Nell’estate del 2001 i
lavoratori hanno dato fiducia ai dirigenti sindacali, hanno scioperato ma non
hanno ottenuto nulla. La modalità con cui sono state organizzate quelle lotte
(due scioperi generali a distanza di cinque mesi) hanno determinato un
raffreddamento dell’ambiente ed è crollata la fiducia tra i lavoratori. Per
costringere Federmeccanica a riaprire la trattativa ci voleva ben altro e
questa convinzione era diffusissima tra gli attivisti sindacali. Poi c’è stata
la vertenza Fiat dove la direzione Fiom ha giocato il ruolo di pompiere particolarmente
a Termini Imerese, la punta più avanzata del movimento, infine, con l’attuale
contratto, i vertici sono rimasti al tavolo delle trattative per tre mesi senza
preparare nessuna controffensiva di fronte a una vertenza che si preannunciava
difficilissima fin dall’inizio.
La realtà è che la Cgil
fino ad ora non ha voluto mettere in campo tutta la forza della propria
organizzazione e non si è preparata ad una battaglia dura e di lunga durata.
Tutto il gran parlare sulle casse di resistenza, almeno per ora, non ha
condotto a nulla. Le casse (formalmente approvate dal CC della Fiom) non erano
operative per la vertenza Fiat, né lo sono per questa vertenza.
Fim e Uilm stanno portando
avanti una consultazione farsa tra i loro iscritti. I metodi che stanno usando
assomigliano alla preparazione di liste di proscrizione. Ma come li stiamo
contrastando? Che ne è della battaglia più volte annunciata per far esprimere i
lavoratori con un vero referendum?
Spesso sentiamo i delegati
affermare che nelle fabbriche gli esponenti della Cisl vengono fischiati e
contestati perché nelle assemblee si rifiutano di mettere ai voti l’accordo
firmato. Ma questa rabbia non viene canalizzata in alcun modo se non convocando
scioperi rituali.
I dirigenti della
Fiom non si stanno dimostrando
all’altezza di quella che è effettivamente una battaglia campale e seminano
ancora più confusione alternando dichiarazioni di fuoco a proposte moderate e
poco comprensibili.
Si fa un gran parlare di
scioperi articolati che danneggiano la produzione, ma questi scioperi quando si
fanno vengono organizzati nelle stanze dei funzionari senza coinvolgere i
lavoratori, spesso con proposte poco incisive come gli scioperi formali di
un’ora all’inizio e alla fine del turno. Se si volesse colpire duramente ben
altri dovrebbero essere gli scioperi da fare.
Un altra proposta che
lascia perplessi è quella di “disarticolare la lotta resistendo a livello
aziendale”. Questo in ultima analisi rappresenta una rinuncia a condurre la
lotta a livello nazionale, con l’idea che aprendo singoli conflitti aziendali
si possa conquistare miglioramenti contrattuali azienda per azienda. Significa dividere il fronte e scendere
proprio sul terreno di chi vuole abolire l’istituto del contratto nazionale.
Una strategia perdente da cima a fondo.
Nell’ultimo Comitato
centrale del 26 maggio, il segretario nazionale Gianni Rinaldini ha proposto un
congresso straordinario “per serrare le fila ed essere più determinati”. Dopo
il dibattito si è convenuto di fare una semplice “consultazione degli
iscritti”.
In realtà quello che si
voleva non era tanto consultare gli iscritti ma aprire una resa dei conti tra
due ali della burocrazia: tra chi vorrebbe tornare ai “bei tempi” dell’unità
sindacale e chiudere questa scomoda vertenza firmando l’accordo sottoscritto da
Cisl e Uil e chi ritiene (giustamente) che fare questo rappresenterebbe una
disfatta per la Fiom e soprattutto per i lavoratori.
Noi ci schieriamo
ovviamente con i secondi, ma in maniera molto critica, perché siamo consapevoli
che anche il settore di sinistra del vertice Fiom in questi due anni non ha
fatto che “raffreddare” una situazione che potenzialmente era esplosiva. Se le
lotte recenti non sono state entusiasmanti la colpa non è dei lavoratori ma dei
dirigenti che con la loro stoltezza hanno bagnato la miccia per oltre due anni
e ora si lamentano perché questa non si accende.
Li sosterremo contro la
destra nella Fiom ma allo stesso tempo faremo di tutto per sottoporli a un
controllo dal basso attraverso strumenti di democrazia consiliare che facciano
emergere la reale volontà dei lavoratori, a partire dai più combattivi.
La battaglia per la
democrazia nel sindacato deve affiancare questa vertenza, se i vertici sono
incapaci si facciano da parte e si formino nelle aziende, a livello territoriale e nazionale dei
comitati di lotta che continuino la battaglia sotto la gestione democratica dei
lavoratori. Solo quando i lavoratori riprenderanno il controllo delle proprie
vertenze il sindacato tornerà a vincere.