FalceMartello
n° 167 * 4-06-2003
Sotto attacco
diritto di sciopero, pensioni, salari, occupazione,
contratto nazionale
di lavoro...
Governo e Confindustria
tornano alla carica
Prepariamo
la controffensiva
Sono passati ormai
quasi due anni da quel luglio del 2001 che vide cominciare l’alta marea del
conflitto di classe nel nostro paese. Dal primo sciopero dei metalmeccanici
convocato dalla Fiom Cgil in solitario (6 luglio 2001), le piazze italiane sono
state riempite più e più volte dalle mobilitazioni di massa, su scala mai vista
in precedenza. Dalle giornate del G8 di Genova, alle manifestazioni contro la
guerra in Afghanistan, ai grandi scioperi del 2002 in difesa dello Statuto dei
lavoratori, passando per le lotte degli immigrati, i girotondi, la dura
battaglia degli operai Fiat in difesa dell’occupazione, per sfociare nelle
enormi manifestazioni contro la guerra nel Golfo, inaugurate a Firenze il 9
novembre e culminate nella giornata del 15 febbraio e proseguite con le decine
di mobilitazioni locali, i blocchi dei treni, dei porti.
Non si tratta, come
spesso si sente ripetere, di un “caso italiano”. Al contrario, il processo si
sviluppa su scala continentale e mondiale. I recenti avvenimenti in Francia,
Austria, Perù sono le ultime conferme di quanto affermiamo.
Si apre una nuova
fase
E tuttavia è sotto gli
occhi di tutti che nelle ultime settimane siamo entrati in una fase differente.
Dopo l’ultima manifestazione contro la guerra, tenuta a Roma il 12 aprile
quando già le truppe Usa erano entrate a Baghdad, non ci sono più state grandi
mobilitazioni di massa. I movimenti che per due anni hanno occupato l’intera
scena politica italiana sembrano ritrarsi, e a una fase dominata dalla
mobilitazione succede una fase nella quale al centro dell’attenzione degli
attivisti c’è la riflessione, il dibattito e la necessità di trarre un bilancio
critico dell’esperienza che tutti abbiamo attraversato.
Questo cambiamento di fase
va compreso e interpretato scrupolosamente. Nessun movimento di lotta procede
in linea retta, le masse non possono mantenersi in uno stato di mobilitazione
permanente. Questa è la prima causa dell’attuale pausa di riflessione dopo due
anni di lotte. Ma all’interno di questa valutazione generale, altri fattori più
specifici vanno tenuti in considerazione. A un primo sguardo, infatti, su
nessun terreno la mobilitazione di questi due anni è riuscita a sfondare e a
fare indietreggiare l’avversario. L’attacco allo Statuto dei lavoratori
prosegue; i metalmeccanici si trovano di fronte alla seconda firma separata; la
lotta della Fiat si è scontrata contro il tradimento di Fim e Uilm da un lato,
e la completa incapacità della Fiom di dare uno sbocco in avanti ai lavoratori
quando questi erano ancora in campo. Il movimento contro la guerra non ha
potuto impedire l’invasione dell’Iraq, e la rapida vittoria degli Usa ha avuto
comunque un effetto smobilitante; le mobilitazioni del movimento
antiglobalizzazione vedono una evidente crisi di prospettiva, così come sono in
crisi profonda tutte le strutture sorte al suo interno, da Attac ai Social
Forum, ormai pressoché scomparsi. Fatto decisivo, il governo Berlusconi è
riuscito per ora a passare la nottata e a superare gli scogli più pericolosi,
nonostante in numerose occasioni e in particolare sulla guerra e sull’articolo 18,
avesse contro la maggioranza del paese.
È quindi inevitabile e
anche positivo che i milioni di persone che si sono mobilitate e in particolare
il settore più attivo si domandino perché un movimento di questa portata non ha
raggiunto gli scopi che si prefiggeva, perché non si sia riusciti a cambiare in
modo decisivo i rapporti di forza nella società.
Per noi la risposta è
chiara: i programmi, le proposte, i metodi di lotta e la linea proposta da
tutte le organizzazioni che erano in grado di influenzare gli avvenimenti, Cgil
per prima, sono stati disperatamente al di sotto delle necessità. In secondo
luogo, in nessun momento c’è stata la capacità di imporre dal basso una diversa
gestione delle mobilitazioni, una reale autorganizzazione e un controllo dal basso
che permettessero l’emergere di proposte più radicali, di rivendicazioni più
avanzate e di metodi di lotta che andassero oltre le grandi parate a Roma.
Il movimento è stato
dominato dalla fiducia nei dirigenti, anche quei settori che inizialmente apparivano
più duramente polemici nei confronti dei vertici del centrosinistra (si pensi
ai “girotondi” e alle loro invettive contro D’Alema e la “burocratija” ulivista) si sono rapidamente allineati a una
prospettiva di fiancheggiamento dell’Ulivo. Determinante è stato il ruolo di
Cofferati, che è apparso lo scorso anno come il salvatore della sinistra e il
messia che poteva traghettarla fuori dalla sua crisi.
In realtà Cofferati ha
dimostrato la classica concezione burocratica di chi pensa che la lotta della classe
operaia sia come un rubinetto che si può aprire e chiudere a piacere, a seconda
dei propri interessi del momento. Ora pagherà ovviamente le conseguenze di
questa arroganza, Fassino lo ringrazierà per aver di fatto tradito la lotta per
l’articolo 18.
Ora, se è ovvio che non
spargiamo una lacrima per la carriera politica di Sergio Cofferati, è
altrettanto ovvio che il suo voltafaccia ha avuto una influenza sulla dinamica
del movimento di massa. Oggi i milioni di persone che ieri si mobilitavano non
sono più in piazza. Ma questo non avviene perché ci sia un riflusso nelle
coscienze, o perché il governo e i padroni abbiano convinto delle loro buone
ragioni. Avviene perché, a differenza dello scorso anno, non c’è più la fiducia
che esista una direzione in grado di organizzare la lotta e di condurla a uno
sbocco positivo.
L’attuale pausa nelle
mobilitazioni non riflette quindi una stabilizzazione, un riflusso come quello
ad esempio degli anni ‘80, nel quale la coscienza delle masse arretrava
sistematicamente e per un’intera fase storica la classe dominante poteva
contare su una sostanziale pace sociale. La situazione nazionale e mondiale
rimane estremamente instabile; le contraddizioni si accumulano a tutti i
livelli: economico, sociale, politico, nei rapporti fra le classi e nei
rapporti internazionali. Se dirigenti come Cofferati possono permettersi il
lusso di abbandonare il fronte e cercare di sbarcare su altri lidi, questo
lusso non è permesso ai lavoratori, ai giovani, ai disoccupati o, se
allarghiamo lo sguardo oltre i nostri confini, ai popoli oppressi
dall’imperialismo. Nuove e più imponenti mobilitazioni attraverseranno
l’Italia, perché la crisi e le contraddizioni del capitalismo non consentono di
ricreare un equilibrio stabile. L’attuale fase non è quindi altro che una
indispensabile pausa di riflessione e di maturazione, che prepara nuove
mobilitazioni di massa. Il nostro compito non è quello di aspettare
passivamente, ma è quello contribuire alla elaborazione collettiva che
attraversa oggi i settori più maturi e coscienti della classe operaia e dei
giovani.
La lotta dei
metalmeccanici
Oggi la Fiom si trova a
dover fare i conti con il secondo accordo separato firmato fra Fim, Uilm e
Federmeccanica. È evidente che fra i lavoratori c’è forte opposizione a questo
accordo che rappresenta una resa senza condizioni alle richieste padronali. Ma
i metalmeccanici non possono non domandarsi se la strategia del vertice Fiom
può condurli alla vittoria. L’accordo del 2001 alla fine è stato applicato, e
tutte le parole altisonanti che allora usarono i dirigenti rimasero lettera
morta. Ci furono due scioperi nazionali di categoria, distanziati di mesi, una
raccolta di firme e poi il nulla.
Oggi i vertici Fiom dicono
cose apparentemente sacrosante: che bisogna ad ogni costo riconquistare un vero
contratto nazionale, che questo si otterrà solo con una lotta lunga, decisa e
articolata, che non basterà qualche sciopero nazionale di categoria, che
bisogna riconquistare il terreno fabbrica per fabbrica, scioperare per colpire
la produzione con la massima efficacia, ecc. Ma i dati dell’ultimo sciopero (16
giugno) e soprattutto la bassa partecipazione ai cortei e il clima che si
respirava in piazza, radicalmente diverso da quello degli scioperi del 2001, ci
dicono che fra i metalmeccanici non c’è la fiducia che il gruppo dirigente
della Fiom sappia condurre questa battaglia.
I lavoratori non vogliono
il contratto bidone, non vogliono piegarsi all’arroganza di Federmeccanica. Ma
ai dirigenti della Fiom lanciano un messaggio molto chiaro: se dobbiamo andare
a una guerra, vogliamo farlo con la dovuta preparazione, con un piano di
battaglia, con dei generali di cui ci possiamo fidare; non siamo disposti a
diventare carne da macello.
Non è strano che in questo
clima si alzino a volare i corvi che non aspettano altro che la sconfitta dei
metalmeccanici per poi aprire un bel processo ai “massimalisti” che osano
rivendicare aumenti salariali uguali per tutti (e fanno finta di scordare che
quella rivendicazione è stata discussa e votata in un referendum che ha
coinvolto quasi mezzo milione di lavoratori). Così, ad esempio, Cesare Damiano,
egli stesso ex dirigente Fiom e oggi responsabile lavoro dei Ds, sull’organo
confindustriale Il sole 24 ore
prevede, o meglio minaccia, una crisi nella Fiom e nella Cgil. Oppure vediamo
quei settori della stessa Fiom che si smarcano dalla linea nazionale, come è il
caso della Fiom campana, che ha firmato per la Fiat di Pomigliano d’Arco un
accordo capestro che contraddice completamente la lotta dei lavoratori della
stessa Fiat lo scorso anno (su questo si veda l’articolo pubblicato a pagina
5).
A quei dirigenti Fiom come
Zipponi, che ci parlano di “riconquistare le fabbriche una per una”, dovremo
rispondere: sì, dobbiamo riconquistare le fabbriche e contemporaneamente
riconquistare il nostro sindacato togliendolo dalle mani di tutti quei
funzionari e burocrati sempre pronti ad abbandonare la barca, nonché di tutti
quei dirigenti che la lotta dura la proclamano nelle interviste e poi, una
volta spenti i riflettori, si perdono nella contemplazione del proprio
ombelico.
I risultati
elettorali
Saranno questi i temi
centrali che dovremo porre nel dibattito: la necessità di programmi e metodi di
lotta più radicali e incisivi, la necessità che i lavoratori si riapproprino
del controllo sulle mobilitazioni e sulle proprie organizzazioni, e soprattutto
una valutazione sul carattere generale dell’epoca presente, sulla necessità di
riaffermare la prospettiva comunista come unica alternativa credibile di fronte
alla crisi del capitalismo e alle sue conseguenze. Questi argomenti possono
oggi trovare ascoltatori attenti nel settore di avanguardia, tanto fra i
lavoratori come fra gli studenti e i giovani. Tuttavia, non dobbiamo pensare
che tutti i milioni di persone che hanno attraversato l’esperienza dei
movimenti giungeranno alle stesse conclusioni per le stesse vie. Se un settore
di avanguardia può fare oggi un grande passo avanti nella propria elaborazione
e nel proprio livello di comprensione politica, quando parliamo delle grandi
masse, di milioni o decine di milioni di persone, si affermano dinamiche
diverse. Poiché la mobilitazione di massa sembra essere entrata in uno stallo,
si rivolgeranno, almeno in parte, al terreno elettorale.
I risultati elettorali, da
questo punto di vista, parlano chiaro. Il governo esce indebolito, e in
particolare Forza Italia. Il calo della destra nelle elezioni è un pallidissimo
riflesso della critica verso il governo che ha riempito le piazze in questi due
anni.
Il voto all’opposizione è
soprattutto un voto di sinistra. La Margherita subisce una sconfitta secca, con
alcuni veri e propri tracolli. Crescono invece i Ds e i Comunisti italiani. Ma
è il voto per il Prc che deve far riflettere tutti noi. Si può cantare vittoria
perché a Roma si passa dal 5,4 al 6,2? O per qualche decimale conquistato in
questa o quella provincia? In realtà il voto al Prc ci parla di una colossale
occasione persa. Dopo due anni nel quale il paese è stato percorso in lungo e
in largo da mobilitazioni di massa, il partito più a sinistra, che si è
dichiarato il più coerente portatore delle istanze dei movimenti, raccoglie un
risultato sostanzialmente stagnante.
La Sicilia è certo un
terreno difficile per la sinistra, soprattutto sul terreno elettorale. Eppure è
stata attraversata da una lotta di portata nazionale come quella della Fiat (e
in precedenza quella di Gela), che ha messo in fibrillazione l’intera isola.
Ebbene, il Prc lascia sul campo oltre 20mila voti, “tiene” a Palermo (dal 3,8
al 4%), cala in quasi tutte le altre realtà.
A Brescia, punta avanzata
delle mobilitazioni sociali (non solo i metalmeccanici, ma anche gli immigrati,
ecc.) il Prc cala dai 6.903 voti delle politiche ai 3.008 delle comunali, dove
ci presentavamo da soli avendo l’Ulivo rifiutato tutte le richieste (che a
volte sembravano delle suppliche) di farci partecipare all’alleanza. Un calo
dal 5,1 al 3,3%, mentre i Ds passano dall’11,8 al 17,6. In generale le
presentazioni autonome del Prc dal centrosinistra vedono un calo dei voti
(Massa: dal 10,1 al 5,7%; Pisa: dall’8,3 al 6,7). Dove il Prc è in alleanza i
risultati sono in generale meno negativi, ma quasi ovunque i voti assoluti sono
in calo e i maggiori beneficiari dell’alleanza sono i partiti dell’Ulivo e in
primo luogo i Ds.
Questi dati hanno due
spiegazioni. La prima, è una spiegazione generale: di fronte alla necessità di
dare in qualche modo un colpo al governo, l’elettorato di sinistra vota l’Ulivo
(e al suo interno le forze di sinistra), considerandolo l’unica forza con la
massa critica sufficiente. Ma questo non spiega tutto. Il voto al Prc è anche
una manifestazione, muta ma molto eloquente, di come viene considerato il
nostro partito: troppo velleitario, troppo contraddittorio (un giorno si
dichiara la “morte dell’Ulivo” per poi il giorno dopo resuscitarlo nelle
alleanze elettorali), troppo incapace di esercitare un ruolo di effettiva
avanguardia e di direzione per essere credibile.
Oggi la priorità per tutti
i militanti del Prc è ovviamente quella della campagna referendaria, ma è evidente
che su questi risultati si dovrà tornare dopo il 15 giugno per aprire una
riflessione più ampia sulla collocazione del partito, sul bilancio del nostro
intervento nei movimenti di massa, sul rapporto che oggi il Prc ha (o, troppo
spesso, non ha) con i lavoratori più politicizzati.
Le dichiarazioni post
elettorali di Bertinotti indicano una corsa precipitosa all’abbraccio con
l’Ulivo. Tutto viene dimenticato, tutto viene perdonato. Il “margherito”
Gasbarra, candidato a Roma, non è più un esponente di un partito che vota a
favore della missione militare in Iraq, ma si trasforma in un sincero
pacifista; l’Ulivo “non è più quello degli scorsi anni”, le alleanze sono piene
di “qualità programmatica”, il “modello Roma” viene dichiarato essere la strada
maestra.
Potrebbe sembrare la
ripetizione di un film già visto a metà degli anni ‘90. Ma è fin troppo facile
dire che la storia non si ripete. A volte sembra che il processo della lotta di
classe torni continuamente sui suoi passi. Ma niente va perduto, e nessuna
esperienza passa invano. Oggi ci affacciamo a questa nuova tappa con la
convinzione che possiamo rispondere alle tante domande che affollano la mente
di migliaia di lavoratori, di giovani, di compagni che cercano una spiegazione
e un orientamento per andare avanti nella strada che hanno cominciato a
percorrere nelle grandi mobilitazioni di massa. La tendenza marxista che, nella
modestia dei nostri mezzi, ci sforziamo di rappresentare può uscire grandemente
rafforzata da questo processo e presentarsi rafforzata sia politicamente che
nella propria capacità di influenza politica nella nuova, inevitabile ondata di
lotte che si prepara.
4 giugno 2003