FalceMartello n° 166 * 2-05-2003
I
lavoratori immigrati si impongono
sulla scena politica
Lo scorso aprile la
Camera di Commercio di Milano ha diffuso un’indagine sull’andamento
dell’occupazione immigrata in Italia: nel corso del 2002 le aziende italiane
hanno assunto 164mila lavoratori extracomunitari, il 9,6% in più rispetto
all’anno precedente e il 24% del totale dei nuovi assunti, ovvero un nuovo
assunto su quattro è un lavoratore immigrato. A Modena e provincia il 54% dei
nuovi occupati sono extracomunitari.
di Sonia Previato
Secondo le statistiche
dell’Osservatorio sui lavoratori extracomunitari dell’Inps gli immigrati
regolari sono 1.877.180; se si aggiungono i 700mila che hanno chiesto la
regolarizzazione con la sanatoria scopriamo che in Italia ci sono oltre 2
milioni e mezzo di lavoratori immigrati che
costituiscono l’11,6% della forza lavoro. E questa manodopera immigrata diventa
sempre più stabile: si pensi che negli asili milanesi un bambino su quattro non
è italiano.
Una presenza di immigrati
di queste dimensioni e caratteristiche pone nuove problematiche alle
organizzazioni del movimento operaio.
Due parole sulla
Bossi-Fini
Vale la pena di ricordare
il concetto di fondo dell’attuale legge sull’immigrazione, ovvero la
schiavizzazione dell’immigrato al suo datore di lavoro. Il permesso di
soggiorno viene concesso solo nella misura in cui l’immigrato ha un lavoro, se
viene licenziato, il padrone muore o fallisce la ditta l’immigrato diventa
irregolare e viene rinchiuso nei centri di permanenza temporanea (cpt) in
attesa di accertamenti da parte delle questure (che possono durare fino a due
mesi), poi c’è l’espulsione. Nei primi mesi di quest’anno abbiamo assistito
alla scandalo dei cosiddetti “subentri”. Immigrati in attesa di trovare un nuovo
datore di lavoro che subentrasse a garantire il loro permesso di soggiorno sono
stati prelevati come criminali (alcuni avevano addirittura la ricevuta della
pratica avviata) e piazzati sui charter verso i loro paesi di provenienza.
Di fronte a questo livello
di precarietà e di vessazioni è evidente che i lavoratori immigrati sono
disponibili ad accettare qualsiasi condizione pur di non essere licenziati e di
avere un padrone compiacente disponibile a metterli in regola pur di uscire
dall’incubo della reclusione nei cpt o dall’espulsione. Addirittura si calcola
che il 94% degli edili immigrati si sia pagato da solo il contributo
forfettario d’emersione all’Inps (800 euro) e una buona parte di loro si sia
resa disponibile a pagarsi da sola i contributi pur di essere messa in regola.
La manodopera immigrata
viene usata dal padronato per premere al ribasso i salari e le condizioni di
lavoro di tutta la classe lavoratrice. Fintanto che gli immigrati saranno
inchiodati al loro permesso di soggiorno saranno più ricattabili e usati contro
i lavoratori con più diritti. Vale la pena ricordare che durante la grande
lotta dei lavoratori della Fiat contro la chiusura di Termini Imerese e
dell’Alfa di Arese e il ridimensionamento di tutto il gruppo, la Fiat Iveco di
Brescia assumeva 200 immigrati.
Guerra tra poveri?
Fortunatamente nonostante
l’impegno profuso dalla Lega e dal governo Berlusconi nel fomentare il razzismo
(senza dimenticare l’aiuto fornito dal centrosinistra che con la
Turco-Napolitano ha dato vita ai cpt), il sindacato, Rifondazione comunista,
l’arcipelago dei social forum e i centri sociali hanno costituito un canale
attraverso il quale iniziano ad esprimersi anche i lavoratori immigrati insieme
a quelli italiani.
La Cgil ha visto una
crescita importante di iscritti e attivisti immigrati. Ciononostante, la
politica della Cgil nei confronti dell’immigrazione resta fondamentalmente
assistenziale: l’apertura di sportelli informativi nelle principali città e il
seguito delle vertenze contro le espulsioni. Non esiste una battaglia contro
l’idea dei flussi (la legge che stabilisce quanti immigrati possono entrare in
Italia) e della discriminazione del permesso di soggiorno, anzi all’epoca del
governo del centrosinistra il sindacato ha difeso la Turco-Napolitano che
introduceva i cpt.
Questo moderatismo
politico non impedisce alla Cgil di essere, nonostante tutto, il punto di
riferimento più importante per gli immigrati perché offre servizi (con un
apparato che è certamente il più grande a sinistra) che sono vitali per la loro
permanenza in questo paese. Ma i servizi, anche quando sono adeguati (il che
accade raramente), non risolvono i problemi degli immigrati che infatti, nella
misura in cui si assicurano condizioni minimamente più stabili, tentano di
ribellarsi alla loro condizione cercando posizioni politiche più avanzate e
radicali.
Su queste basi e anche
grazie ad un intervento in questo terreno una parte di immigrati sono entrati
in Rifondazione Comunista o vi sono vicini attraverso varie associazioni o i
centri sociali.
Dibattito vivace
Ma quali sono le battaglie
centrali da portare avanti e qual è il ruolo del Prc e dell’arcipelago delle
associazioni per far avanzare la causa dei lavoratori immigrati? Il domandone, esploso
nel Tavolo dei migranti del social forum, si è riproposto anche nel corso
dell’ultimo convegno del Prc sul tema dell’immigrazione il 9 marzo scorso.
Alcuni immigrati hanno espresso in quell’occasione la volontà di andare oltre
la battaglia contro la Bossi-Fini. Hanno denunciato come spesso anche nelle
organizzazioni di sinistra ci si limita a parlare degli immigrati semplicemente
per mettersi la medaglietta. Hanno insistito perché la battaglia centrale debba
essere per il diritto di voto agli immigrati, per la pari dignità fra i
cittadini italiani e non, perché solo su queste basi si può uscire dalla logica
dell’assistenza caritatevole. Infine, emerge fra un settore che ha compreso i
limiti della Cgil il desiderio di costituire un sindacato degli immigrati.
Queste questioni mostrano
come una parte di immigrati non siano più disponibili ad essere i “fratelli
sfortunati” sotto tutela dei leader politici o sindacali italiani ed esigano
pari dignità anche nelle organizzazioni di sinistra. A dimostrazione di quanto
la critica fosse fondata, un esponente del Tavolo dei migranti ha duramente
attaccato queste posizioni gridando scandalizzato il suo no alla separatezza
(divisione delle organizzazioni sulla base di razza), insinuando, con un
atteggiamento deplorevole, che in fondo gli immigrati non vogliono integrarsi,
tantomeno con il diritto di voto, perché rivendicano la loro integrità
culturale.
Un sindacato per gli
immigrati?
Non deve sorprendere che
di fronte a questa orgia di paternalismo soffocante e conservatore gli
immigrati vogliano “separarsi” e organizzarsi per conto proprio. Tanti
opportunisti rivendicano la logica della “separatezza” su quasi tutto ma in
questo caso quando si accorgono che rischiano di diventare il “Tavolo dei senza
migranti”, improvvisamente riscoprono le sane tradizioni del movimento operaio.
Posto che da un simile
pulpito per gli immigrati è meglio separarsi, il discorso è diverso per quanto
riguarda le vere organizzazioni del movimento operaio, la Cgil in particolare.
E’ comprensibile la spinta
di quei lavoratori immigrati che hanno maturato una coscienza dei loro compiti
a voler rompere con la Cgil che disattende completamente un lavoro serio per
organizzare i lavoratori immigrati. La rottura, però, e la formazione di un
altro sindacato sarebbero un errore grave.
In primo luogo perché
separerebbe gli immigrati dai lavoratori italiani andando ad alimentare l’idea
razzista degli uni contro gli altri, inoltre toglierebbe una spina nel fianco
all’apparato della Cgil.
Una campagna, condotta
come membri del sindacato, tra tutti i lavoratori dentro e fuori la Cgil, fra
gli immigrati che si rivolgono ai suoi sportelli per assistenza, per
rivendicare la libera circolazione delle persone, l’abolizione dei flussi, il
diritto di voto, contro il lavoro precario, flessibile e il lavoro nero avrebbe
una vasta eco e inevitabilmente incrinerebbe la morsa del gruppo dirigente e
della sua politica moderata.
Purtroppo la storia della
Cgil è segnata da numerose scissioni a sinistra che hanno portato alla
formazione di sindacati extraconfederali, che, nonostante tutte le buone
intenzioni, non sono né riusciti ad incidere sulle sorti della lotta di classe
né tantomeno a costituire un serio concorrente alla Cgil. In termini di servizi
e copertura legale, aspetti non poco importanti per gli immigrati, l’apparato
della Cgil non teme confronto.
Il rischio del sindacato
degli immigrati è quello di diventare una esperienza minoritaria, magari
appendice di un qualche sindacato extraconfederale o di un centro sociale,
senza una proiezione di massa.
Oggi un settore di
immigrati ha fatto esperienza delle organizzazioni della sinistra italiana e ha
fatto un primo bilancio, per quanto ci riguarda auspichiamo fortemente che
questa esperienza non vada perduta, ma maturi in una coscienza dei compiti
rivoluzionari che attendono la classe lavoratrice italiana e immigrata: il
diritto di voto, come mostra la questione femminile, non garantisce la pari
dignità. Serve una battaglia più complessa, ma decisiva per difendere fino in
fondo i diritti e la dignità delle persone, è la battaglia per abbattere questo
sistema capitalista e per la trasformazione di questa società in senso
socialista.