FalceMartello n° 166 * 2-05-2003
Francia: scoppia la crisi
nel Partito comunista, cresce la rabbia della base
Il 32° congresso
nazionale del Partito comunista francese (Pcf), dal 3 al 6 aprile, si è tenuto a
quasi un anno dalle elezioni presidenziali e legislative in cui questo partito
ha registrato il peggior risultato da sempre (3,4%). Per la prima volta nella
sua storia il documento presentato dalla direzione nazionale ha ottenuto appena
il 55% dei voti e solo il 30% degli iscritti ha votato. Da 15 anni la direzione
del Pcf scarica le sue responsabilità sulla direzione altrettanto riformista
del partito socialista: ormai questo meccanismo è rovinato e non chiude più gli
occhi ai militanti comunisti. Due documenti che criticavano da sinistra la
direzione uscente hanno raccolto il 45%, fatto pure questo inedito.
di Francesco Giliani
In 16 federazioni tra cui
la terza per importanza, il Pas-de-Calais, la mozione della direzione è finita
seconda o terza. Nel Val-de-Marne, seconda federazione, il testo della Buffet è
primo per un voto ed ottiene solo il 43%. Questa situazione spingerà ancor più
all’opposizione la gioventù comunista (JC). Per il gruppo dirigente raggruppato
attorno a M.G. Buffet, rieletta segretaria, si tratta quindi di una vittoria di
Pirro. L’autorità politica del gruppo dirigente del Pcf è al minimo storico.
Lo stato del partito
Durante la partecipazione
ai due governi Jospin (1997-2002),
quando in Italia molti a sinistra cantavano le lodi della “sinistra plurale”
francese, la direzione del Pcf ha
appoggiato la guerra imperialista in Serbia, privatizzazioni per 31 miliardi di
euro e la precarizzazione del lavoro, ad esempio la legge Aubry sulle 35 ore
senza parità di salario e con l’annualizzazione dell’orario di lavoro. Questa
politica al servizio della borghesia ha accelerato la crisi del partito. Nel
1996 la direzione vantava ancora 275mila iscitti, nel 2001 si cadeva già a
138mila, scesi ulteriormente a 133mila. Questa tendenza si è invertita
parzialmente nella Gioventù Comunista, che negli ultimi 12 mesi si è
ricostituita in almeno 15 province ed a Parigi città, soprattutto grazie alle
mobilitazioni di massa della primavera 2002 contro Le Pen. Le sconfitte
elettorali, con la perdita di deputati e sindaci, hanno poi fatto precipitare
la situazione finanziaria di un partito che dipende per il 90% delle entrate
dagli eletti e dal finanziamento statale ai partiti, raccogliendo solo briciole
con l’autofinanziamento.
La politica del Pcf, però,
non è migliorata dopo la vittoria elettorale della destra. Il gruppo dirigente,
oppositori compresi, ha sistematicamente capitolato davanti a Chirac, abbellito
di volta in volta come “democratico” o “amante della pace”. Il Consiglio
Nazionale del Pcf ha appoggiato all’unanimità l’appello al voto a Chirac per il
secondo turno delle presidenziali. Recentemente, nello scontro diplomatico che
ha opposto l’imperialismo franco-tedesco a quello nordamericano, l’intero
seppur variopinto gruppo dirigente si è compattato dietro la politica ipocrita
dell’imperialismo francese, mettendo al centro della propria politica le
pressioni su Chirac per l’utilizzo del veto all’Onu.
La bagarre al congresso
Molti commentatori
borghesi, incoraggiati dal pianto della Buffet, hanno descritto l’assise
nazionale coi colori del melodramma. Senza dubbio, il congresso è stato caotico
ma ciò rivela la debolezza della direzione, lontana dal dibattito in sala, ed
il burocratismo degli stessi dirigenti dell’opposizione, impegnati costantemente
in trattative di corridoio per avere posti negli organismi dirigenti. Cosi, il
putiferio si è scatenato quando si è decisa la composizione del Consiglio
Nazionale (CN). La mozione del Pas-de-Calais aveva già ottenuto di aumentare da
2 a 3 i propri membri nel
Consiglio Nazionale e di avere un rappresentante nel Collegio Nazionale, un CN
ristretto. Il resto dell’opposizione, insoddisfatta, presenta invece una lista
alternativa. La lista viene poi ritirata quando la direzione aggiunge alla
proposta ufficiale per il CN 11 nomi di dirigenti della mozione 3
Marchand-Dimicoli. Dopo aver assisitito a queste scene edificanti, alcuni
delegati se ne sono addirittura andati a casa prima del voto finale.
Le “nuove” proposte
della direzione
Nella mozione della
maggioranza si incontra l’aggettivo nuovo od un suo sinonimo quasi ad ogni
paragrafo. Si inizia affermando la necessità di criticare “l’antica concezione
del comunismo”, senza definirne i contorni, per lanciare l’idea “originale” che
bisogna puntare al “superamento del capitalismo” attraverso una “serie di
rotture”. Questa impostazione tipicamente evoluzionista punta a negare la
necessità della rivoluzione e dell’espropriazione della borghesia nel cammino
verso il comunismo. Sono idee elaborate cento anni fa, quando la corrente della
Seconda Internazionale guidata da Bernstein e la Società Fabiana inglese
attaccarono frontalmente i principi fondamentali del marxismo difendendo l’idea
di una transizione graduale dal capitalismo al socialismo. Continuando la lettura
si potranno scoprire anche le misure “innovative” proposte: abbassamento
“selettivo” del credito per le imprese che rispettano determinati criteri di
utilità sociale e tassa patrimoniale. Tutto è ispirato ad un vago keynesismo in
cui con una mano si alzano le tasse ai padroni e con l’altra gli si riduce il
costo del denaro! In un altro paragrafo si parla di un “nuovo
internazionalismo” che diventa nient’altro che la foglia di fico per rilanciare
l’idea di una riforma dell’Onu, comune anche agli oppositori, mentre non se ne
spiega la reale natura reazionaria di forum delle potenze imperialiste in grado
di prendere decisioni solo su questioni secondarie.
Qual’è la natura
politica dell’opposizione?
L’inizio di un processo di
rottura con le idee del riformismo tra migliaia di militanti comunisti è la
ragione profonda del successo delle due mozioni d’opposizione, poi riunificate,
che hanno raccolto complessivamente quasi 18mila voti. La mozione 2 (Danglot)
della federazione del Pas-de-Calais ha avuto il 24% mentre la 3 di Marchand il
21%. Nonostante l’utilizzo di una fraseologia pseudo-rivoluzionaria, il
contenuto di questi due documenti politici è riformista. Non vi sono tra le due
mozioni, entrambe di matrice neo-stalinista, differenze significative, eccezion
fatta per i toni più accesi della 2. I capofila dell’opposizione sono dirigenti
cresciuti all’ombra di Marchais, segretario del Pcf dal 1972 al 1994, relegati
in secondo piano quando Robert Hue ha cercato di traghettare il Pcf verso la
socialdemocrazia con la parola d’ordine della “mutazione”. Questi dirigenti
cercano ora di presentarsi più a sinistra per recuperare terreno all’interno
dell’apparato di partito approfittando dell’ampia critica verso la linea
attuale.
Ma, quali sono le loro
proposte alternative? Nella mozione 2 si propone la “nazionalizzazione delle
imprese che delocalizzano all’estero”. Ci chiediamo quale sorte sarà invece
riservata a quei “bravi” padroni francesi che invece continueranno a sfruttare
e licenziare i loro operai in Francia. Inoltre, mentre il testo denuncia “gli
intrighi dell’imperialismo francese”, l’opposizione all’Unione Europea è
condotta “in difesa della Repubblica una ed indivisibile” e della “sovranità
nazionale” e non in nome di un Europa Socialista e perché l’UE, per quanto non
in buona salute, costituisce un blocco imperialista altrettanto reazionario che
gli Stati Uniti. Le posizioni delle mozioni 2 e 3 trasudano quel nazionalismo
connaturato allo stalinismo che è l’altra faccia della negazione delle idee del
marxismo. Infatti, Danglot e Marchand, per quanto critici sulla collaborazione
con Jospin, non hanno mai sviluppato una critica generale alla politica di
collaborazione di classe tra partiti operai e borghesia, che anzi difendono
sistematicamente dal fronte popolare del 1936 fino ai governi col Ps di
Mitterand del ‘81-84. Quando poi la mozione 2 indica l’obiettivo di “una
repubblica democratica e popolare” non è dato sapere chi deterrà il controllo
dei mezzi di produzione: i lavoratori o la borghesia?
La forte tradizione
stalinista del Pcf aiuterà questi dirigenti a restare in sella ancora per un
certo periodo. Molti militanti onesti del Pcf potranno vedere nel ritorno “al
partito dei tempi di Marchais”, peraltro poco conosciuto e molto idealizzato,
un antidoto contro i tradimenti dell’oggi. Ma la crisi già cova
nell’opposizione, soprattutto tra i più giovani. Quando i dirigenti della
Sinistra Comunista, che aveva presentato una sua mozione nazionale, hanno
deciso di confluire nella mozione 2, molti loro militanti hanno protestato
vivacemente sostenendo che la critica da sinistra alla direzione deve
combinarsi con l’antistalinismo. Crisi simili si produrrano in tutto
l’arcipelago dell’opposizione.
Avanti!
Tirando un bilancio della partecipazione
al governo la direzione si è cosparsa il capo di cenere per alcuni degli errori
commessi. Però, sulla partecipazione a futuri governi, Buffet e compagnia si
tengono le mani libere per nuovi disastrosi accordi. Lo svolgimento del
congresso ha mostrato altresì l’incapacità dei dirigenti dell’opposizione di
condurre in maniera conseguente una battaglia congressuale e di costruire una
tendenza rivoluzionaria all’interno del Pcf. Ma l’opposizione alla base
crescerà ugualmente. Il clima prevalente nella gioventù comunista è di scontro
con la direzione del partito e mancanza di fiducia nella direzione degli
oppositori. Spetta ai militanti organizzarsi sulla base di un programma
comunista per spazzare via attuali dirigenti e dare una prospettiva rivoluzionaria
ai lavoratori.