FalceMartello n° 166 * 2-05-2003


Venezuela: un anno dopo il golpe

La marea rossa invade di nuovo l’avenida Bolivar

 

Centinaia di migliaia di persone si sono concentrate nella Avenida Bolivar di Caracas domenica 13 aprile per la manifestazione che commemorava l’anniversario dell’insurrezione popolare che sconfisse il colpo di stato reazionario dell’11 aprile dello scorso anno. I diversi eventi che si sono realizzati in questa data riflettono fedelmente gli attuali rapporti di forza tra le classi in Venezuela.

 

di Jorge Martin

 

La mal chiamata Coordinadora Democratica aveva convocato per l’11 aprile 2003 una marcia nella parte est della città che doveva terminare con un comizio di massa. Il solo fatto che l’abbiano convocato dimostra il cinismo senza limiti dell’oligarchia venezuelana, dato che i morti dell’11 aprile 2002 che pretendevano di ricordare erano quasi tutti di parte rivoluzionaria, caduti vittime per mano del golpe reazionario. La marcia era stata convocata con ripetuti spot pubblicitari che nei giorni precedenti avevano riempito i mezzi di informazione privati (tutti in mano all’opposizione golpista) con lo slogan “Vamos por ti” (Andiamo per te).

Nella mattina dell’11 aprile la zona circostante Plaza Francia de Altamira è stata chiusa al traffico ed è stato installato un enorme impianto sonoro. La manifestazione è stata un tale fallimento che gli stessi mezzi d’informazione che l’avevano sostenuta non hanno potuto far altro che ignorarla nelle notizie informative del giorno successivo.

Se solo fossero andate poche migliaia di persone, i giornali del giorno dopo avrebbero parlato di centinaia di migliaia o persino milioni e avrebbero pubblicato foto, opportunamente tagliate per non dare una visione panoramica dell’evento, come hanno fatto in altre occasioni. Invece no. Non hanno potuto neanche fare questo perché al comizio non è andato praticamente nessuno.

 

La marea rossa

 

Il fallimento così schiacciante in realtà è un riflesso fedele dello stato d’animo dell’opposizione reazionaria in Venezuela.

L’oligarchia, gli imprenditori, i banchieri e la burocrazia della Pdvsa (l’azienda petrolifera), con l’appoggio dell’imperialismo Usa e dei suoi soci minori in Spagna, hanno organizzato minuziosamente il sabotaggio petrolifero e la serrata padronale di dicembre-gennaio con l’obiettivo dichiarato di rovesciare Chavez. Ma hanno fallito: la risposta del popolo e particolarmente dei lavoratori di base dell’industria petrolifera ha sconfitto il loro tentativo.

In questi mesi, i ceti medi di Caracas sono stati mobilitati attraverso i mezzi di comunicazione, fomentando l’odio, la disinformazione e facendo leva sui timori più profondi di un settore importante della piccola borghesia che ha paura di perdere quel poco che ha. Sono stati spinti a scendere nelle piazze con la promessa che in un paio di settimane avrebbero rovesciato il presidente legittimamente eletto, il pericolo “castro-comunista” sarebbe stato respinto e il paese sarebbe tornato sotto il controllo delle forze “della legge e l’ordine”. Il fallimento di questo tentativo di golpe ha spinto la reazione nella depressione più cupa. Le sue organizzazioni sono divise e la sua base sociale è smobilitata.

Per parte loro, i difensori della rivoluzione si sono riuniti in una manifestazione di massa nella Avenida Bolivar de Caracas che chiudeva quattro giorni di dibattiti e discussioni dell’Incontro Mondiale di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana (www.forobolivariano.org.ve).

Il colore rosso della rivoluzione ha inondato una volta di più il centro della capitale, nonostante questa volta la partecipazione dall’interno del paese sia stata minore rispetto ad altre occasioni. L’ambiente era euforico, combattivo e festoso. Il popolo rivoluzionario è perfettamente cosciente dell’importanza di aver sconfitto in due occasioni il golpismo e particolarmente dell’impresa eroica di aver affondato un golpe in meno di 48 ore. Questo era riflesso nella parola d’ordine “tutti gli 11 hanno un 13”.

Ciò nonostante sarebbe sbagliato pensare che la reazione sia sepolta per sempre. Ha subito un duro colpo e dovrà passare del tempo prima che sia in grado di recuperare la propria capacità di movimento. Ma come spiegava Marx, nessuna classe dominante abbandona i suoi privilegi senza dare battaglia, una battaglia per la vita e la morte.

Un settore disperato dell’oligarchia sta ricorrendo al terrorismo, nel tentativo di creare un clima sociale di caos che possa provocare un intervento delle Forze Armate Nazionali per “ristabilire l’ordine”. Questo è il significato delle bombe nell’ambasciata colombiana, in una dipendenza spagnola a Caracas in febbraio e l’attentato alla sede in cui si riunisce La Mesa de Concertacion (Tavolo della Concertazione) lo stesso 11 aprile nel corso della mattinata.

Anche nel fine settimana del primo anniversario del golpe di aprile ci sono state voci di cospirazione nelle Forze Armate Nazionali (FAN) e il governo ha annunciato che avrebbe fermato un tentativo di ribellione militare. Ciò nonostante questa è una strategia che per il momento non ha molto successo, tra le altre cose perché la maggioranza dei comandi militari più reazionari già sono usciti dall’ esercito nello scorso anno, quando fecero appello a un golpe senza seguito nelle fila dell’esercito.

Dall’altra parte il settore più influente dell’opposizione non ha molta fiducia nel poter rovesciare il presidente Chavez, assestando un duro colpo al processo rivoluzionario, per via del referendum revocatorio. Alcuni pensano che questo non si convocherà mai, altri che anche se si convocasse comunque l’opposizione perderebbe, il che rafforzerebbe il mandato del presidente Chavez (il cui progetto politico, sia detto di passata, dal 1998 è stato approvato dalle urne in ben 7 votazioni differenti).

 

L’attuale strategia dell’oligarchia e dell’imperialismo

 

In questo momento la strategia dell’imperialismo e dell’oligarchia si basa su due punti complementari. Da una parte il sabotaggio dell’economia, dall’altra provocare un conflitto alla frontiera con la Colombia che possa giustificare un intervento straniero.

Sul terreno economico è chiaro che la borghesia venezuelana (parassitaria e vincolata all’imperialismo) non contenta di aver causato perdite per 7mila miliardi con la serrata padronale e il sabotaggio petrolifero di dicembre, adesso cerca di far pagare il conto ai lavoratori.

Nel settore privato dell’economia si generalizzano i casi di fallimento, vacanze non retribuite, salari non pagati con l’aumento esorbitante dei prezzi e in generale la disorganizzazione dell’economia da parte dei grandi gruppi industriali che la controllano. L’obiettivo è minare l’enorme base di appoggio sociale di cui gode il processo rivoluzionario tra i settori operai e popolari del paese.

Il governo ha preso una serie di misure come il controllo dei prezzi, la sospensione del cambio di valuta per preparare meccanismi di controllo, la realizzazione di mercati popolari e più recentemente la congelazione retroattiva degli affitti ai prezzi precedenti all’inizio della serrata.

Nonostante queste misure gli impresari continuano a colpire i lavoratori. I lavoratori hanno però cominciato a rispondere con la lotta. Gli esempi di questa risposta sono ancora limitati e parziali, ma anche molto significativi. In tutta una serie di imprese del paese la classe operaia ha preso l’iniziativa, si sono organizzati sindacati democratici e classisti e si è giunti a prendere il controllo delle imprese per costringere i padroni a riaprirle pagando così salari e prestazioni.

Questo è il caso di Covencaucho y Semosa en Barquisimeto, nello Stato di Lara, dei lavoratori di Prevenca e Sonorodven a Cagua e Santa Cruz nello Stato di Aragua e probabilmente ci saranno altri casi che non sono emersi all’onore delle cronache. In altri casi la semplice minaccia della presa di controllo da parte dei lavoratori è stata sufficiente per convincere gli imprenditori a rinunciare al loro attacco contro i lavoratori come ad esempio è avvenuto in diverse imprese dello Stato di Carabobo, organizzate dal Bloque Sindical Clasista y Democratico.

Al momento, in nessuna di queste aziende i lavoratori hanno fatto funzionare la produzione sotto il controllo operaio, nonostante la discussione sull’esperienza argentina delle fabbriche occupate sia molto diffusa nel movimento sindacale venezuelano. Tuttavia, il 13 aprile, dopo 8 mesi di lotta e aver esaurito tutti gli strumenti legali, i lavoratori dell’industria tessile Fénix, a San Juan de los Morros, nello stato di Guàrico, hanno deciso di prendere la fabbrica facendola produrre sotto il controllo operaio.

I lavoratori di questa impresa, che era chiusa per volontà padronale fin dal 20 agosto, hanno fatto un appello a Chavez, che in varie occasioni si è pronunciato per l’occupazione di fabbriche chiuse dai padroni e perché vengano rifornite di materie prime.

Nell’attuale clima di politicizzazione del paese e dopo gli esempi di controllo operaio che si sono realizzati nell’industria più importante del paese, la Pdvsa, queste azioni potranno estendersi a macchia d’olio, mettendo in discussione il diritto borghese e la proprietà privata dei mezzi di produzione. Questa è quindi una lotta chiave per il futuro del movimento operaio in Venezuela ed è il dovere di tutte le correnti classiste e democratiche nel sindacato appoggiarla e difenderla.

 

Verso una nuova centrale sindacale

 

In questo contesto si sono fatti alcuni passi importanti per la formazione di una nuova centrale sindacale che sostituisca la burocrazia corrotta della Ctv. A questo progetto partecipano la Fuerza bolivariana de trabajadores (Fbt), correnti sindacali classiste e democratiche di varie zone del paese, Autonomia Sindical e i dirigenti di alcuni sindacati importanti a livello nazionale (che sono stati nominati “gli alleati”).

A nostro avviso, se si fosse lanciata una campagna seria sulla base di un piano di lotta che rispondesse alle necessità attuali dei lavoratori, sarebbe stato possibile cacciare la burocrazia sindacale corrotta, illegittima e venduta, recuperando la Ctv al movimento operaio. L’esempio dei compagni del Topo Obrero a Lara (dove è stata sconfitta la burocrazia nella Centrale dello zucchero, a Covencaucho e in altre imprese) e altri esempi di sindacati di classe nel paese, dimostrano che sarebbe stato possibile. Ma dal momento in cui correnti sindacali di peso si sono lanciate nella formazione di una nuova Centrale che probabilmente raggrupperà la maggioranza dei lavoratori è necessario che i settori più avanzati partecipino in essa.

La nuova centrale nasce con tutta una serie di vizi. La rappresentatività reale di alcuni tra “gli alleati” è quanto meno discutibile, dal momento in cui alcuni di questi dirigenti sindacali sono già fortemente contestati dalla base dei loro sindacati, dove esercitano un controllo burocratico. La discussione che c’è stata nell’assemblea costituente della nuova centrale, tenutasi nel Teatro Nazionale di Caracas il 5 aprile, si è centrata più sugli organismi dirigenti che non sulla dichiarazione dei principi, statuto e programma di lotta della nuova centrale. Alla fine si è arrivati a un accordo sulla composizione della nuova direzione che a parer nostro dà agli “alleati” una rappresentanza che non corrisponde al peso reale che hanno nel movimento e che sarà fonte di problemi in futuro.

In ogni caso, nonostante i difetti della nuova Union Nacional de Trabajadores (Unt), la riunione si è svolta in un ambiente di entusiasmo che riflette una ripresa di fiducia del movimento sindacale venezuelano. Il clima politico tra i lavoratori sarà quello che garantirà il successo della nuova centrale, nella quale bisognerà fare una battaglia seria perché si adottino fermamente principi di indipendenza di classe, democratici e autonomi rispetto allo Stato.

 

Il conflitto con la Colombia

 

Alla frontiera con la Colombia - il cui governo reazionario, con il coinvolgimento diretto degli Usa, sta lanciando una forte campagna repressiva con la scusa della lotta al narcotraffico - negli ultimi mesi si sono prodotti rumori, accuse e incursioni armate con l’obiettivo di provocare un’escalation del conflitto. Rappresentanti del governo colombiano, dei paramilitari colombiani delle Unità di Autodifesa (Auc) e dell’opposizione reazionaria in Venezuela hanno insistito sul fatto che l’esercito venezuelano appoggia direttamente e indirettamente le Farc, che avrebbero basi in territorio venezuelano e che l’esercito sarebbe persino implicato in operazioni militari di appoggio alle Farc dall’altra parte della frontiera.

Queste accuse non hanno alcun fondamento, fino al punto che di recente l’esercito venezuelano ha arrestato un militante delle Farc in un’operazione congiunta con l’esercito colombiano.

Ci sono invece sì delle prove delle operazioni compiute dalle Auc in Venezuela, in certi casi travestiti con uniformi delle Farc e della Guardia Nacional de Venezuela. L’obiettivo è chiaro: cercare di coinvolgere il governo nell’ “appoggio al terrorismo”, estendere a tutta la regione il conflitto colombiano per poter giustificare un intervento imperialista in Venezuela al momento opportuno (in modo diretto o per procura attraverso truppe colombiane).

Questa però non è l’ipotesi più probabile a medio termine; gli Usa sono coscienti che non sarebbe per niente facile combattere contro la rivoluzione venezuelana attraverso un intervento militare. Ciò nonostante è a questa prospettiva che si stanno preparando i paramilitari colombiani, l’opposizione venezuelana e anche l’apparato dello Stato colombiano.

 

Difendere la rivoluzione avanzando verso il socialismo

 

La situazione attuale si caratterizza pertanto per una demoralizzazione della base sociale della reazione, la quale è costretta a cambiar tattica ma continua a cospirare contro il governo, e allo stesso tempo per un approfondimento del processo rivoluzionario e particolarmente della coscienza delle masse con l’entrata in scena della classe operaia in maniera decisiva.

La principale debolezza del movimento rivoluzionario continua ad essere, come abbiamo segnalato in articoli precedenti, l’assenza di un organismo di coordinamento democratico delle organizzazioni e degli organismi rivoluzionari che permetta la generalizzazione delle esperenze del movimento dotandole di una direzione democratica, e dall’altra parte la confusione, specialmente da parte dei vertici, sugli obiettivi da proporre.

Il progetto politico di Chavez e dei suoi collaboratori più immediati continua ad essere quello di voler sviluppare le forze produttive nazionali in opposizione al dominio diretto dell’imperialismo. Per farlo si insiste nello sviluppo di cooperative e la collaborazione con settori “produttivi” del padronato. Per esempio l’Incontro Mondiale di Solidarietà con la rivoluzione bolivariana è stato dominato, in gran parte, dal settore più riformista del cosiddetto movimento noglobal (Ignacio Ramonet, Attac, ecc.) che si fanno sostenitori di una nuova idea di capitalismo, più “umana” e regolata. C’era persino un dibattito intitolato: “Il ruolo dell’imprenditore nel processo di svolta”.

Dobbiamo essere chiari e sinceri. Tutto il processo rivoluzionario in Venezuela fino ad ora ha dimostrato che tutti i settori decisivi della borghesia venezuelana sono vincolati direttamente al capitale delle multinazionali e all’imperialismo e non possono permettersi di applicare le più minime riforme progressiste nel paese, dato che attentano ai loro interessi più vitali. L’avanzamento del processo rivoluzionario finora si è concentrato sull’estensione della democrazia, ma ha lasciato praticamente intatta la struttura economica del paese. La borghesia venezuelana (che di venezuelano ha ben poco) utilizzerà qualsiasi strumento che si lasci nelle sue mani per sabotare e distruggere il processo rivoluzionario.

Per questo lasciare all’oligarchia il controllo delle banche, dei mezzi di produzione privati (particolarmente la distribuzione alimentare) e delle fabbriche, significa lasciare delle armi nelle mani del nemico, che ha già dimostrato in più di un’occasione di essere intenzionato ad utilizzarle.

L’unica garanzia per la difesa del processo rivoluzionario è il suo approfondimento, l’avanzamento della democrazia dal terreno politico a quello economico. E questo è un compito in cui i lavoratori devono giocare il ruolo dirigente. I lavoratori petroliferi della Pdvsa hanno già dimostrato che la classe operaia venezuelana è capace di dirigere e controllare una delle 50 maggiori imprese nel mondo con un alto livello di automazione e avanzamento tecnologico.

Dopo questa esperienza non resta nessun dubbio che i lavoratori siano capaci di far funzionare, sotto il proprio controllo democratico, l’economia del paese che l’oligarchia sta sabotando. Questo può farlo solo il movimento operaio in modo indipendente, con le proprie organizzazioni.

Per approfondire la rivoluzione è necessario lottare per il controllo operaio della Pdvsa, per la nazionalizzazione della banca, per la gestione democratica delle risorse a beneficio della maggioranza della popolazione, per il controllo sociale dei mezzi di produzione e per l’occupazione e la nazionalizzazione delle aziende private sabotatrici. La rivoluzione venezuelana deve avanzare verso il socialismo, che è l’unica via per garantire la sua difesa.


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