FalceMartello n° 166 * 2-05-2003
Dopo la “liberazione”
dell Iraq aumentano i problemi per Blair
Dopo la caduta di
Baghdad e la “liberazione” dell’Iraq i commentatori più superficiali (una
figura che abbonda nel mondo dei mass media in Gran Bretagna come in Italia) si
sono affrettati a concludere che Tony Blair aveva vinto la sua scommessa.
L’alleanza con Bush ha pagato, il governo laburista esce dalla missione in Iraq
sicuramente rafforzato. I più audaci giungono a paragonare l’attuale Primo
ministro a Winston Churchill. Paragone che deve far sudare freddo Blair, visto
che la sconfitta del nazismo nella seconda guerra mondiale portò a una delle
più schiaccianti vittorie laburiste nelle elezioni del 1945.
di Roberto Sarti
Altrove abbiamo analizzato
l’andamento della guerra e sottolineato come la caduta di Saddam non risolve
affatto i problemi dell’imperialismo Usa. Per Blair l’occupazione dell’Iraq
aumenterà ancora di più le difficoltà del suo esecutivo.
La vittoria rapida che
Downing Street si augarava non può cancellare la manifestazione del 15 febbraio
di un milione e mezzo di persone, la più grande nella storia del paese, o le
trecentomila persone arrivate a Londra il 22 marzo, per quello che è stato il
più grande corteo in tempo di guerra, o anche i duecentomila che hanno sfilato,
con il regime di Saddam già crollato, il 12 Aprile. La Gran Bretagna non ha una
tradizione di manifestazioni come l’Italia e questo movimento è stato veramente
senza precedenti. Ha lasciato il segno su tutte le classi sociali. Gli studenti
sono scesi in sciopero come da anni non succedeva. Il governo ha dovuto
affrontare la più grande rivolta all’interno delle prorie fila mai accaduta
nella storia del parlamento britannico. 139 deputati hanno votato contro la
guerra e il Presidente della Camera dei Comuni, Robin Cook, membro del governo
ed ex ministro degli Esteri, si è dimesso in opposizione alla guerra contro l’Iraq,
anche quest’ultimo un avvenimento senza precedenti.
Robin Cook è ben lungi
dall’essere un rivoluzionario, e tuttora rivendica il ruolo centrale dell’Onu
nella soluzione dei conflitti. Ma la sua rottura è esemplificativa dei cambiamenti
che stanno avvenendo all’interno del partito laburista e in misura maggiore nel
sindacato. Ricordiamo che ai tempi dell’intervento della Nato in Kosovo, Cook
era tra i più strenui difensori dell’attacco a Milosevic, come responsabile
della politica estera di Londra! Cook con le sue posizioni non fa altro che
riflettere le pressioni esercitate dalle masse che si sono mobilitate contro la
guerra e che considerano con insofferenza anche la politica economica del
governo Blair. Gli attacchi allo stato sociale continuano con la nuova legge
finanziaria appena presentata che deve fare fronte allo sforzo bellico e con
una nuova “riforma” sanitaria che metterà in competizione in maniera sfrenata
gli ospedali pubblici fra di loro. Da più parti si è fatto notare che una
proposta di legge del genere scatenerebbe una rivolta da parte dei deputati
laburisti di proporzioni ancora maggiori rispetto al voto sulla guerra. Ma il
governo sembra sempre più noncurante dei pareri della propria base elettorale.
Così stiamo assistendo al
cristallizzarsi di due tendenze all’interno del Labour: da un lato, i ministri
e la cupola dirigente attorno a Blair che si fanno portavoce della politica e
dei desideri della classe dominante e dall’altra un’opposizione che ha il suo
punto di forza nei sindacati, ma che ora comincia ad organizzarsi anche
all’interno del partito.
Su queste pagine abbiamo
già analizzato la crescita di un opposizione all’interno dei sindacati (vedi FM
160). Il processo in questi mesi si è approfondito, mettendo in luce anche i
limiti dei dirigenti sindacali di “sinistra”. Da mesi continua la vertenza dei
vigili del fuoco. L’appoggio della popolazione alle richieste dei lavoratori,
tra cui un aumento del 40% del salario, è rimasto sempre alto. Ma non c’è stato
nessun tentativo di allargare il fronte di lotta ad altre categorie, perlomeno
del settore pubblico.
Lo scoppio della guerra,
con conseguente massiccia propaganda a favore della “sacra unità della patria”
nello sforzo bellico ha evidenziato la mancanza di una strategia da parte dei
dirigenti della Fbu (Sindacato dei pompieri). L’esecutivo nazionale
(considerato di sinistra) a marzo ha accettato un aumento salariale del 16% e
l’introduzione della flessibilità di turni e condizioni lavorative nelle
caserme. L’accordo è stato respinto a stragrante maggioranza (4 su 5) nella
riunione nazionale dei delegati, chiamata a sottoscriverlo! Ora si riparla di
nuovi scioperi, ma senza un’alternativa organizzata la lotta pare entrata in un
vicolo cieco. La combattività dimostrata dai vigili del fuoco e l’appoggio
schiacciante della popolazione malgrado i costanti attacchi di giornali e Tv
rappresentano uno spartiacque per il movimento operaio britannico.
In altri sindacati di
categoria il processo di spostamento a sinistra continua. Ed ora la sinistra
sindacale capisce che può usare la propria forza nel partito. Tony Woodley,
candidato per la sinistra a segretario generale del sindacato dei trasporti
(Tgwu), con 800mila iscritti, ha lanciato la sua campagna elettorale con un
appello a “riappropiarsi del partito laburista”. Blair e il resto della
direzione “hanno perso l’appoggio e la fiducia dei lavoratori di questo paese.
È il nostro partito ed è stato sequestrato”.
Altri segretari generali
di sinistra hanno difeso una posizione simile come ad esempio Derek Simpson
(metalmeccanici), Billy Hayes (comunicazioni), Jeremy Dear (giornalisti) e
altri.
È arrivata l’ora di far
seguire alle parole i fatti. Oggi Blair non ha nessun appoggio nella base del
Partito. Se i sindacati mandassero una cinquantina di propri membri in ogni
sezione, potrebbero facilmente prendere la maggioranza e sostituire i deputati
vicini a Blair nelle selezioni per i nuovi candidati alle elezioni che stanno
avvenendo in questo periodo.
La crisi della leadership
di Blair è evidente e con ogni probabilità si approfondirà con le prossime
elezioni amministrative del Primo maggio, dove non è escluso che il partito
laburista perda il controllo del Parlamento scozzese.
Il nervosismo di Blair e
compagni è confermato dall’attacco di questi giorni nei confronti di George
Galloway, uno dei deputati laburisti più conosciuti per le sue posizioni contro
la guerra in Iraq. In una campagna orchestrata da quotidiani reazionari come The Sun e subito raccolta dai vertici
laburisti, Galloway è accusato di essere sul libro paga di Saddam Hussein e
minacciato di espulsione dal Partito.
Il significato di questa
manovra è chiaro: una provocazione verso la sinistra nel partito e nei
sindacati.
Oggi la situazione sociale
però è ben diversa dai tempi della caccia alle streghe verso la tendenza
marxista Militant nel partito negli
anni ottanta. Se la mobilitazione di massa contro la guerra di cui siamo stati
testimoni negli ultimi mesi si collegasse con le mobilitazioni del movimento
operaio, i giorni di Blair sarebbero contati.
Per raggiungere questo
scopo è necessario capire che in Gran Bretagna non esiste un’alternativa nazionale credibile alla sinistra del partito
laburista.
La Socialist Alliance (SA) a cui spesso Rifondazione comunista sembra
far riferimento ha subito una scissione l’anno scorso e a livello elettorale i
suoi risultati sono risibili. Nella “Stop
the war coalition”, la struttura che ha convocato le mobilitazioni
antiguerra, i dirigenti della SA avevano un ruolo importante. Il movimento non
è riuscito ad andare oltre la convocazione quasi rituale di grandi cortei ogni
tre-quattro settimane, a causa dell’approccio settario di gran parte dei suoi
portavoce.
Come poter esercitare
infatti un’influenza nei luoghi di lavoro, se si lancia un appello pubblico ai
sindacati a rinunciare all’affiliazione al partito laburista, proprio quando i
migliori attivisti stanno andando nella direzione opposta? Non a caso anche
Blair porta avanti la stessa proposta della SA riguardo al rapporto tra partito
e sindacato, sperando così di portare a termine la mutazione genetica del
Labour in un partito borghese simile al Partito democratico degli Stati Uniti.
Anche in Gran Bretagna
come nel resto d’Europa la radicalizzazione delle masse si esprime già e si
esprimerà ancora di più in futuro fondamentalmente nelle organizzazioni di
massa del movimento operaio. I marxisti britannici saranno pronti ad
approfittare delle grandi possibilità che si svilupperanno.