FalceMartello n° 166 * 2-05-2003


Pax americana sul Medio oriente: dalla guerra al saccheggio

 

La caduta di Bagdad tra il 9 e il 10 aprile ha preceduto di poche ore il crollo rovinoso del regime di Saddam Hussein.

Ciò che ha destato sorpresa non è tanto il fatto che l’esercito più potente del mondo abbia avuto il sopravvento su un paese logorato e impoverito da due guerre e strangolato da dodici anni d’embargo - cosa più che prevedibile - quanto l’immediata resa di Bagdad dopo la strenue resistenza opposta all’avanzata americana nel sud.

 

di Francesco Merli

 

Le grandi difficoltà incontrate dagli alleati nelle prime due settimane (quando la loro superiorità militare avrebbe dovuto esprimersi nei termini più schiaccianti), ci avevano portato a ritenere più probabile uno scenario diverso da quello della “guerra lampo” baldanzosamente proclamata nei primi giorni dal generale Franks. Ipotizzavamo, infatti, il protrarsi della guerra, un assedio delle città che avrebbe, inevitabilmente, trasformato lo scontro tra eserciti in una guerriglia di resistenza contro l’invasione alleata, in particolare a Bagdad dove si concentravano le truppe scelte, i cosiddetti “pretoriani” di Saddam. Questa prospettiva non si è realizzata. Gli alleati sono entrati a Bagdad senza quasi incontrare resistenza.

Ci siamo dunque sbagliati nel sottolineare lo sconcertante grado d’improvvisazione e la faciloneria con cui il comando alleato aveva progettato la sua condotta di guerra, tanto da rischiare di prolungarla per mesi alzando in modo esponenziale i costi del conflitto? Niente affatto.

 

Caduta di Bagdad: un primo bilancio

 

Tutti questi elementi erano reali. L’esercito iracheno non aveva tentato di opporre all’avanzata americana e britannica una novella “linea Maginot” nel deserto (il cui destino non sarebbe stato migliore della tristemente famosa invalicabile linea di difesa che la Francia oppose all’avanzata delle truppe tedesche nella seconda guerra mondiale), facile da sventrare con i bombardamenti e da travolgere con i mezzi blindati, ma avevano fatto passare le truppe alleate per poi colpirle da dietro con azioni di guerriglia. Lungi dall’accogliere i “liberatori” con folle festanti e fiori, le città avevano resistito al di là di ogni aspettativa. Che dire di Bassora, ufficialmente “liberata” il secondo giorno di guerra, ma che invece ha resistito per più di dieci giorni all’assedio britannico?

L’imbarazzo dei portavoce militari era palpabile quando, tardivamente, il comando di Doha aveva deciso di passare all’escalation della presenza militare americana con la mobilitazione di altri 150mila soldati per ovviare all’iniziale sottovalutazione della resistenza irachena.

Di fronte alle difficoltà alleate si era scatenata una feroce polemica tra gli analisti militari. Da un lato i fautori della “sporca guerra”, la tattica del bombardamento a tappeto prima di un’avanzata delle truppe, e dall’altro i pochi sparuti difensori della tanto sbandierata tattica “chirurgica” volta a “minimizzare le perdite di civili”, adottata anche dalla Casa Bianca per prevenire la crescita dell’opposizione interna alla guerra. I sempre più frequenti “danni collaterali” dei bombardamenti “chirurgici” con stragi di civili (secondo l’Onu i civili uccisi sono stati almeno diecimila - i morti fra i militari non li conta nessuno) erano per i primi la riprova che “la frittata non poteva essere fatta senza rompere le uova”. I secondi invece si coprivano di ridicolo sostenendo che i civili uccisi dalle bombe alleate erano la prova che i militari iracheni si mischiavano alla popolazione usando la gente come “scudi umani”. Non è realistico attendersi che un qualsiasi esercito doti le divise dei propri soldati e i propri mezzi di altrettanti bersagli fluorescenti ben visibili, per facilitare il compito ai bombardieri nemici; un conto è la propaganda per il volgo ignorante, un conto è crederci noi stessi, facevano notare i fautori della “sporca guerra”. Questi ultimi, in buona sostanza, rimproveravano i “chirurghi” di aver sottovalutato la resistenza irachena e di mandare le truppe alleate allo scontro sul terreno con un avversario ancora parzialmente in grado di combattere. Questa colorita polemica “da salotto” era un lontano eco delle discussioni che dovevano infuriare nel chiuso delle stanze del comando alleato.

Cosa ha determinato un così veloce cambiamento? A poche settimane di distanza un primo bilancio si può fare: contrariamente alle previsioni la resistenza maggiore non è venuta dalle ben nutrite ed equipaggiate truppe scelte della Guardia Repubblicana, dai cosiddetti “fanatici del regime”, che si sono date alla macchia senza quasi combattere, bensì da unità “straccione” dell’esercito regolare, soldati di leva e volontari, addirittura da parte di un settore di civili, ovvero quanto di più distante dagli ambiti privilegiati del regime e più vicino ai sentimenti della massa della popolazione irachena.

La caduta di Bagdad, quasi senza colpo ferire, nasconde quindi una brutta notizia per l’imperialismo vittorioso: l’arrendevolezza dei settori privilegiati non va confusa con la combattività dimostrata dalle masse, un fatto che non dobbiamo dimenticare (e che anche gli americani farebbero bene a ricordare) quando consideriamo le prospettive per l’occupazione alleata dell’Iraq.

Rispetto al repentino epilogo azzardiamo un’ipotesi: l’inattesa resistenza al sud ha consigliato al comando alleato di accettare uno scambio che, fino a quel momento, non era stato ritenuto conveniente (convinti com’erano gli alleati di poter facilmente aver ragione degli iracheni) con alcuni settori della classe dominante irachena che volevano garantirsi il rispetto delle loro proprietà e privilegi da parte degli occupanti ed alcuni esponenti del regime preoccupati di coprirsi la fuga (magari in cambio di una buonuscita in dollari), salvando il salvabile alle spalle dei propri soldati e della popolazione. L’esistenza di un accordo con gli anglo-americani è stata confermata dal comandante stesso della guardia repubblicana a Bagdad in un’intervista rilasciata nei giorni successivi ad un giornale arabo. La vergognosa fuga dei vertici del regime ha inferto un colpo decisivo all’esercito iracheno che si è dissolto come forza organizzata in una rotta rovinosa e umiliante.

L’11 aprile nell’articolo La caduta di Bagdad pubblicato sul nostro sito (www.marxismo.net) commentavamo a questo proposito: “In tutta la storia abbiamo visto ripetersi lo stesso fenomeno. In un paese occupato, gli strati privilegiati della classe dominante o dell’apparato statale cercano sempre il compromesso con l’invasore, soprattutto quando questo appare imbattibile; è invece sulle masse e sulle classi oppresse che ricade il peso dell’occupazione, ed è da queste che nasce la più forte resistenza. L’Iraq non è e non sarà un’eccezione a questa regola”.

 

Gli alleati accolti con ostilità

 

La prospettiva posta da Bush di una rivolta di massa contro Saddam non si è realizzata. Pur odiando la dittatura la maggior parte degli iracheni non aveva alcuna illusione nelle promesse dell’imperialismo ed ha accolto gli angloamericani con diffidenza. Tutta la storia irachena giustifica tale diffidenza.

La macchina propagandistica di guerra alleata voleva ritrarre l’ingresso delle truppe a Bagdad tra due ali di folla festante. In realtà le scene di giubilo sono state molto circoscritte. Emblematica la vicenda della bandiera americana issata sulla statua di Saddam prima di abbatterla, ma subito rimossa per la gelida accoglienza tra le poche centinaia di iracheni presenti.

Persino le truppe israeliane a Beirut nel 1982 erano state accolte da manifestazioni di appoggio più significative da parte sciita (ed è tutto dire), ma questo non ha poi impedito agli Hezbollah di ricacciare a casa l’esercito d’occupazione israeliano, dopo una guerra durata 18 anni.

In passato abbiamo visto più volte un esercito di “liberatori” trasformarsi in poco tempo agli occhi della popolazione in esercito d’occupazione. Gli inglesi possono dire qualcosa ai loro alleati sulla festosa accoglienza dei cattolici nordirlandesi alle truppe britanniche inviate “per proteggerli” nel 1969. “Se pensiamo al dispiegamento della Royal Army nell’Irlanda del Nord nel 1969 dovremmo riflettere su quanto velocemente i residenti di Belfast ovest passarono dall’offrire il té ai soldati a lanciargli contro le bombe Molotov”, commenta David Clark, ex-consigliere del ministero degli esteri britannico su The Guardian l’11 aprile.

Nei giorni successivi alla caduta di Bagdad si sono viste manifestazioni antiamericane promosse dalle autorità religiose sciite e sunnite con decine di migliaia di persone e la trasformazione del raduno di massa degli sciiti a Kerbala per la ricorrenza religiosa del martirio di Hussein nel 680 - martirio che storicamente sancì la divisione dell’Islam fra un campo ortodosso sunnita e i seguaci di Hussein (sciiti) - in una protesta contro l’occupazione angloamericana e contro il principale candidato al ruolo di pupazzo dell’imperialismo, l’esule iracheno leader del fantomatico Iraq National Congress, nonchè agente della CIA, Ahmed Chalabi.

I  “liberatori” non riscuotono tanta simpatia neppure da parte sunnita visto che l’influente Imam della capitale, al-Kubaisi, li ha paragonati “alle orde mongole” che distrussero la Mesopotamia nel 656.

 

Ruolo delle organizzazioni islamiche

 

Nel vuoto determinato dalla caduta del vecchio regime le autorità religiose, specialmente quelle sciite, e le organizzazioni da loro influenzate, sono emerse come l’unica forza organizzata con seguito popolare. Questo soprattutto perchè la repressione del regime nei confronti delle autorità religiose si era notevolmente attenuata negli ultimi anni (soprattutto dopo la “conversione” di Saddam), mentre è stata sempre durissima verso le organizzazioni rivoluzionarie laiche, in particolare nei confronti dell’unica forza organizzata con tradizionale appoggio di massa tra gli sciiti, oltre che tra sunniti e kurdi, in grado di svolgere un ruolo alternativo alle organizzazioni islamiche, il Partito comunista iracheno, letteralmente massacrato da Saddam. Per la prima volta da decenni ha fatto la sua ricomparsa a Bagdad il giornale Tareeq al Sha’ab (Il cammino del popolo), ma ancora non è chiaro su quali forze organizzate possa contare il partito. Le prime prese di posizione del Partito comunista iracheno ci parlano di un governo provvisorio tutelato dall’Onu: una linea utopistica e inaccettabile per un popolo che proprio in nome dell’Onu è stato bombardato (1991) e affamato per dodici  anni. Tuttavia se il Partito comunista iracheno assumesse una chiara posizione in favore di una lotta rivoluzionaria contro l’occupazione potrebbe conquistare un ruolo decisivo fra le masse, grazie anche alle sue tradizioni.

Oltre il 60% della popolazione irachena è sciita ed ha subìto per decenni l’oppressione della minoranza sunnita da cui proveniva il clan di Saddam Hussein.

Nel campo sciita - riporta Il Manifesto del 23 aprile - è in corso una lotta tra la fazione filoiraniana dello Sciri - il Supremo consiglio della rivoluzione islamica in Iraq, il cui leader, l’ayatollah Mohammed Baqr al-Haqim, vive a Teheran e conta sull’appoggio economico dell’Iran e su una milizia (la Brigata Badr) di qualche migliaio di uomini - e i diversi leader religiosi sciiti rimasti dentro l’Iraq, a loro volta in competizione tra di loro. L’esito di questa lotta per la leadership del fronte sciita è incerta.

Lo Sciri, che concentra le proprie forze nelle città del sud (Kerbala, Najaf e Bassora), era stato esposto ad aspre critiche tra gli sciiti dentro l’Iraq per la posizione ambigua presa durante il conflitto. In principio aveva addirittura partecipato alle prime riunioni dell’opposizione irachena in esilio “selezionata” dagli Stati Uniti. All’inizio dei bombardamenti aveva proclamato una “neutralità attiva” che ricalcava la posizione del governo di Teheran (nessun sostegno a Saddam, ma nessuna collaborazione con la guerra americana). Pur rivendicando la partecipazione al governo, dopo la caduta di Saddam non ha partecipato all’ultima riunione a Nasiriya del parlamentino promosso dagli alleati, allargata, questa volta, a notabili e religiosi dell’interno, perché rifiuta l’occupazione e una transizione controllata dagli americani.

Principale antagonista dello Sciri, pur non essendo di rango religioso elevato, è l’hajatoleslam Mukhtada, attuale protagonista della radicalizzazione del movimento sciita di Najaf, l’altra città santa sciita irachena, figlio di Mohammed Sadeq, l’anziano leader sciita fatto assassinare da Saddam il 19 febbraio 1999 e divenuto un simbolo del martirio. Fanatico e spregiudicato, Mukhtada conta sull’appoggio del più vecchio partito islamista sciita iracheno, al-Dawa (fondato nel 1957), ed è diventato il paladino dei poveri mentre è temuto dai notabili e dagli uomini del bazar.

La sua influenza si estende anche sulla capitale dove i suoi sceicchi stavano occupando tutti gli spazi lasciati liberi dal vuoto di potere seguito al collasso del regime e prima che venisse instaurato il nuovo protettorato americano guidato da Jay Garner, senza opporsi frontalmente agli alleati. La loro tattica è quella di organizzare la difesa dei quartieri popolari dai saccheggi con una sorta di “polizia religiosa”, gestire gli ospedali e l’assistenza sociale, oltre a promuovere l’occupazione popolare delle ex case dei funzionari del regime. Il carattere populista di questo settore del movimento sciita potrebbe rappresentare un ostacolo per la rinascita delle organizzazioni di classe del proletariato iracheno.

 

Gli alleati assistono indifferenti ai saccheggi

 

Mentre nella prima fase della guerra gli alleati avevano dato enorme importanza alla preservazione delle infrastrutture delle zone conquistate, difendendo con efficienza e precisione i pozzi di petrolio, di fronte all’esplosione dei saccheggi nelle città si sono guardati bene dall’intervenire (a conferma di quali siano le priorità reali dell’imperialismo) in difesa della popolazione, del patrimonio archeologico o degli ospedali.

Un tale atteggiamento ha due ordini di ragioni: prima di tutto il caos (su scala limitata) è stato funzionale a giustificare il ruolo delle truppe “pacificatrici” e, al cospetto della cosiddetta comunità internazionale, far emergere l’esercito angloamericano come l’unica forza in grado di ristabilire l’ordine ed affrontare l’emergenza umanitaria, giustificando l’inizio della seconda parte dell’operazione, la “fase degli aiuti umanitari”. In secondo luogo il rumore dei saccheggi ha coperto i rastrellamenti, le esecuzioni sommarie, i sequestri e la tortura dei possibili oppositori, nonché i regolamenti di conti fra fazioni rivali nel corso dei quali gli angloamericani hanno agito di concerto con i propri alleati iracheni per colpire l’opposizione e preparare il terreno all’arrivo del neogovernatore Garner.

Lo sceicco Mohammed Al-Fartusi - scarcerato a seguito di varie manifestazioni di protesta dopo due giorni di detenzione in un campo militare Usa - ha dichiarato alla televisione di Abu Dhabi: “Gli arresti che abbiamo subìto da parte degli americani sono stati più brutali di quelli della polizia segreta di Saddam Hussein. Siamo stati picchiati, abbiamo resistito una notte intera con le mani legate dietro la schiena. Nessuno dei nostri giovani arrestati aveva puntato le armi contro i soldati americani ma la prossima volta soltanto dio sa fino a che punto si spingerà la rabbia della nostra gente”. (Il Manifesto, 24 aprile 2003)

 

Jay Garner e la cosiddetta “opposizione irachena”

 

Per dare una facciata minimamente presentabile a quello che già viene considerato un governo d’occupazione, il governatore dell’Iraq “liberato” nominato da Bush, Jay Garner, deve trovare qualche forza dotata di un minimo di appoggio popolare disposta a collaborare.

Nel periodo di preparazione della guerra gli Stati Uniti erano riusciti a raggruppare, dispensando fondi e posti ministeriali, un’accozzaglia di avventurieri privi di alcun appoggio all’interno dell’Iraq.

Il Corriere della Sera del 3 aprile riporta in un trafiletto una notizia che parla da sola del carattere di massa di questa opposizione: “Il Pentagono ha chiuso la scuola per ufficiali delle Forze dell’Iraq Libero. Era stato previsto l’addestramento in una base ungherese di tremila esuli. Se ne sono presentati un centinaio e solo 80 hanno finito il corso. Lo stanziamento era di 90 milioni di dollari. Costo: 1,125 milioni a cadetto”.

Questi signori, il cui capofila è Ahmed Chalabi, truffatore ed evasore fiscale già condannato in diversi paesi, non hanno svolto alcun ruolo nella cacciata di Saddam. Il pregio principale, forse unico, di Chalabi (futuro consigliere del ministro delle finanze) e compagnia agli occhi degli americani è quello di essere iracheni. Per il momento hanno dato prova di essere solo fonte d’imbarazzo, come nel caso di un accolito di Chalabi, Mohammed Mohsen al-Zubaidi, che si è autoproclamato sindaco di Baghdad gettando nella confusione i consiglieri di Garner. Il problema più grosso per l’imperialismo è che, ancor prima di essere chiamati al governo, sono stati già bollati dalla massa degli iracheni per quello che sono: pupazzi al servizio dell’imperialismo.

La stessa scelta del neogovernatore è una prova del carattere neocoloniale della nuova amministrazione.

Jay Garner è letteralmente una provocazione ambulante. Generale americano in pensione dal 1997, ex mercante d’armi (per anni amministratore delegato della SY Technology, poi SY Coleman, produttrice dei missili Patriot). Con il segretario alla difesa Donald Rumsfeld, il suo vice Paul Wolfowitz e il vice-presidente Richard Cheney è un promotore dell’unilateralismo più sfrenato.

Rispetto alla politica mediorientale, Garner si professa filoisraeliano, in linea con le idee dei suoi amici neo-conservatori, fra i pochi al mondo a collocarsi a destra di Sharon. Nell’ottobre del 2000, per esempio, prese posizione pubblica firmando con altri ufficiali in pensione una dichiarazione di condanna della seconda Intifada che elogiava le “importanti misure” prese dall’esercito dello stato israeliano nei confronti della rivolta palestinese. Ricordiamo, per inciso, che ad oggi sono 2390 le vittime palestinesi della repressione israeliana.

 

Al vincitore le spoglie

 

Il programma di governo di Garner, tolte le promesse di un’intervento d’emergenza per ripristinare l’energia elettrica e la distribuzione d’acqua potabile, è uno schiaffo in faccia agli iracheni: riconoscere lo Stato d’Israele, gestire la spoliazione dell’Iraq, rimpiazzare il dinar con il dollaro, sovraintendere alla distribuzione dei contratti per la ricostruzione fra le compagnie americane e svendere al capitale straniero ogni settore interessante dell’economia irachena fra cui, naturalmente, il petrolio. Difficile immaginare che possa portare a compimento questo programma senza dover ricorrere alla più brutale repressione.

Nel frattempo sono stati liquidati 50 milioni di dollari di proprietà irachene all’estero per distribuire 20 dollari ad ogni dipendente pubblico iracheno, che pur essendo una certa cifra in Iraq, rappresentano per molti un’elemosina insultante.

Secondo Joseph Halevi questa misura rappresenta un primo passo verso la dollarizzazione dell’economia, come già avvenuto in Ecuador: “Da un lato abbiamo infatti un’economia completamente orientata verso l’estero dipendente dai flussi di capitale in entrata. Quest’economia si raggruppa intorno al settore petrolifero e finanziario. Dall’altro lato invece esiste un’economia locale povera, anzi poverissima, mediamente al disotto dei livelli di sussistenza completamente sconnessa dalla componente dollarizzata. Questo è il futuro che si prospetta alla stragrande maggioranza della popolazione irachena sotto l’occupazione americana” (Il Manifesto 19-04-2003).

Intanto sono già stati assegnati i primi appalti per la ricostruzione, apripista di un affare da 100 miliardi di dollari: “Sarà la Bechtel National Inc. a guidare la “ricostruzione” dell’Iraq. Per la modica somma di 680 milioni di dollari procederà a rimettere in piedi una buona parte delle infrastrutture del paese, centrali elettriche, reti idriche e fognarie, porti e aeroporti, ospedali e scuole e quant’altro è stato sconquassato e distrutto da guerre ed embarghi. La compagnia di San Francisco è stata prescelta dall’Usaid, l’agenzia Usa per lo sviluppo internazionale, in una ristretta e già selezionata cerchia di amici dell’amministrazione Bush, chiamati per tempo, e in modo quasi clandestino, a fare le loro offerte per partecipare al banchetto iracheno. Non per puro caso, la Bechtel annovera tra i suoi dirigenti George Shultz, ex segretario di stato di Ronald Reagan ancora oggi assai attivo e molto vicino alla Casa bianca anche in qualità di consigliere nel Committee for the Liberation of Iraq [...] La Bechtel National Inc. ha dichiarato di essere “onorata” della scelta dell’Usaid che le consente di “portare assistenza umanitaria, risanamento economico e infrastrutture per aiutare il popolo iracheno” (Il Manifesto 19-04-2003).

Queste ultime parole di ringraziamento gettano molta più luce sul vero carattere dei cosiddetti “aiuti umanitari”, che anche quando non sono come in questo caso solo parole per mascherare un atto predatorio, molto spesso finiscono per diventare uno strumento che, come dimostrano l’esperienza albanese e somala, rafforza il ruolo di una borghesia parassitaria che usa l’accesso privilegiato ai beni del canale “umanitario” per alimentare il mercato nero. A questo proposito ricordiamo le riprese filmate dei camion della famigerata “missione Arcobaleno” in Albania scaricati direttamente dai capimafia di Valona sotto gli occhi dei Carabinieri (sarà per questo che Berlusconi ha deciso di inviare proprio i Carabinieri in Iraq?).

 

La promessa dell’autonomia ai kurdi

 

Nel Nord dell’Iraq, nonostante la tragica storia dei kurdi sia costellata da tradimenti dell’imperialismo, i leader delle due formazioni in perenne conflitto che da anni si spartiscono il controllo del Kurdistan iracheno hanno appoggiato l’aggressione angloamericana all’Iraq credendo di poter trarre vantaggio da questa alleanza.

A colloquio con Garner dopo la caduta di Bagdad hanno avanzato alcune precise rivendicazioni:

- conservazione di uno status identico a quello di cui gode la zona kurda dal 1991 (ossia una autonomia di fatto)

- ritorno dei kurdi alle case espropriate da Saddam nell’ambito del suo programma di “arabizzazione” (in particolare a Mosul);

- controllo dell’importante centro petrolifero di Kirkuk.

Promesse in questo senso erano state elargite dalla Casa Bianca nella misura in cui l’imperialismo aveva bisogno della collaborazione dei leader kurdi. Ogni concessione sostanziale di autonomia ai kurdi rischia però di indispettire la Turchia, che teme l’ascesa della combattività dei kurdi turchi e vede come il fumo negli occhi tanto l’autonomia che il controllo kurdo di Kirkuk. La Turchia ha già fatto intendere più volte che non accetterebbe una tale soluzione. Le truppe schierate ai confini rendono esplicita la minaccia di invadere il Kurdistan iracheno.

Di fronte ad una scelta l’imperialismo potrebbe  ancora una volta tradire i kurdi? Diversi segnali fanno capire che quanto meno gli americani sono intenzionati a ridimensionare le loro pretese.

Nella città araba di Mosul occupata in questi giorni dai kurdi, c’è stata la prima prova di forza dell’esercito Usa contro i kurdi. Cinquemila uomini della 101ma divisione aviotrasportata hanno raggiunto il centro a bordo di una colonna corazzata, mentre gli Apache sorvegliavano il cielo. Il Comando centrale Usa ha deciso il ritiro del corpo dei marines, dopo l’uccisione di 12 manifestanti nei giorni scorsi, e l’ingresso “teatrale” dell’esercito con il compito di cacciare dalla città i kurdi che hanno portato avanti la pulizia etnica contro gli arabi e disarmare le milizie tribali.

C’è poi un altro aspetto che complica ulteriormente il quadro. Nonostante la concordia ostentata e le pacche sulle spalle, i due partiti kurdi sono in realtà nuovamente ai ferri corti: “la decisione dei peshmerga dell’Upk (Unione patriottica) di entrare a Kirkuk senza il permesso degli Stati uniti, alcuni giorni fa, ha fatto infuriare il Pdk (Partito democratico) e non è quindi escluso che in futuro possano scoppiare di nuovo quelle rivalità intra-etniche che hanno insanguinato il Kurdistan iracheno e portato negli anni scorsi a una divisione di fatto dell’area (la parte occidentale amministrata dal Pdk, quella orientale dall’Upk)” (Il Manifesto 23-04-2003).

 

Nuovi rapporti di forza nelle relazioni internazionali?

 

La vittoria angloamericana sposta temporaneamente i rapporti di forza a favore dei vincitori anche sul piano delle relazioni internazionali fra le potenze.

L’Onu, responsabile della prima guerra del Golfo e dell’atroce embargo (vedi box: pagina 11), paralizzata dal conflitto d’interessi fra imperialismo statunitense e francese, è stata messa da parte dall’iniziativa unilaterale angloamericana. Tra parentesi, è curioso che qualcuno possa pensare che l’Onu sia ben accetta dalla popolazione irachena. La Francia dal canto suo, per paura di ritorsioni sul piano commerciale, non ha esitato a cambiare posizione e a riallinearsi agli americani, ma non è escluso che questo “pentimento” tardivo non fermi le ritorsioni decise dalla Casa Bianca contro “l’alleato traditore”, colpendo le esportazioni francesi di vino e prodotti alimentari e di lusso sul mercato americano.

Ciononostante non siamo di fronte al predominio incontrastato statunitense che aveva caratterizzato la coalizione  della prima guerra del Golfo. Nessuno degli antagonismi è stato superato, nè è stato superato il processo di erosione dell’egemonia dell’imperialismo americano sul mondo, anzi, la guerra ha reso ancora più evidente l’alienazione di masse crescenti della popolazione mondiale nei confronti della politica imperialista, nè la vittoria angloamericana è sufficiente a fermare la crescente insofferenza delle masse al giogo neocoloniale.

L’imperialismo non può procedere indefinitamente passando da un’aggressione all’altra, con i costi e l’esposizione che questo comporta. Si apre quindi una nuova fase volta a consolidare i nuovi rapporti di forza soprattutto in Medio Oriente sulla base delle pressioni diplomatiche ed economiche e l’intervento indiretto, come dimostra per esempio l’“armistizio” raggiunto dagli Usa con i Mujaheddin del Popolo (Mujaheddin Kalq), gruppo armato d’opposizione iraniano che godeva della protezione del regime di Saddam Hussein: i suoi campi d’addestramento a est di Baghdad erano stati bombardati durante le operazioni belliche, ma i Mojaheddin del Popolo iraniani, mantenuti per anni da Baghdad che li ha usati come spina nel fianco di Tehran, a quanto pare hanno deciso di cambiare protettore - sempre nella stessa funzione.

 

Le conseguenze per il Medio Oriente e la questione palestinese

 

Quali sono gli effetti prevalenti nel mondo arabo della vittoria angloamericana sull’Iraq? Se guardiamo alle classi dominanti arabe vediamo aumentare il servilismo dei regimi che già in passato si erano compromessi con l’imperialismo, e che si erano presi una parziale libera uscita a parole, come la Giordania, l’Arabia Saudita e l’Egitto e un’indebolimento dei regimi più apertamente ostili. In generale si può affermare che si è accresciuto il grado di sudditanza dall’imperialismo delle borghesie e cricche dominanti dei paesi arabi.

Al contrario, l’effetto sulle masse oppresse arabe, è stato di aumentare in modo esponenziale la loro frustrazione e rabbia, che però stenta a trovare un canale di espressione.

I partiti storici del nazionalismo progressista borghese e piccolo-borghese, dall’Fln algerino al Baath siriano o iracheno sono ormai dei gusci vuoti, incapaci di opporsi seriamente all’imperialismo. Dappertutto la loro influenza viene minata dalla crescita del fondamentalismo islamico. Solo le organizzazioni del movimento operaio (tra cui i partiti comunisti arabi che dopo profonde divisioni si sono uniti in un manifesto unitario contro l’aggressione imperialista) possono rappresentare un’alternativa al fondamentalismo, ma questo sarà possibile solo se rompono apertamente con le borghesie corrotte, anche quelle nominalmente progressiste, capaci solo di organizzare la sconfitta delle masse arabe.

Questo fatto appare evidente in relazione alla questione palestinese. La designazione di Abu Mazen a premier sancisce l’indebolimento di Arafat e il rafforzamento dell’ala capitolatrice della borghesia palestinese disposta a passare di nuovo alla repressione del proprio popolo per arrivare a patti con l’imperialismo. Questo rafforzamento è solo frutto dello spostamento dei rapporti di forza internazionali a favore dell’imperialismo e di Israele, Abu Mazen non ha alcun appoggio popolare. La prospettiva più probabile è quella di una nuova offensiva diplomatica per la firma di un accordo sulla base di una resa palestinese che non potrà non suscitare una reazione popolare all’interno dell’Autorità nazionale palestinese e fra le masse arabe. Ogni solidarietà fra la sinistra palestinese del Fronte popolare di liberazione della Palestina e questa dirigenza palestinese porterà alla rovina e alla crescita del fondamentalismo di Hamas e della Jihad islamica.

L’annuncio di un piano americano (Roadmap) per l’indipendenza palestinese entro due anni non porterà, a dieci anni dagli accordi di Oslo, nulla di buono per i palestinesi. Siamo di fronte all’ennesimo tentativo di dettare una resa impossibile delle masse palestinesi. Ancora una volta la questione palestinese sarà il barometro con cui misurare la capacità di reazione e la combattività dei lavoratori arabi.

La lotta per liberarsi dall’oppressione imperialista esigerà un prezzo altissimo come dimostra anche l’esito di questo conflitto. I lavoratori, i contadini, la condurranno solo se vedranno in essa un mezzo per raggiungere la loro emancipazione non solo nazionale, ma anche sociale dal giogo imperialista. In altre parole, la lotta per la cacciata degli invasori deve essere sostenuta da un programma rivoluzionario.

Lottare per cacciare le truppe angloamericane significa al tempo stesso lottare perchè la terra, l’acqua, il petrolio, le risorse naturali e le forze produttive passino nelle mani dei lavoratori e delle altre classi oppresse. Questo sarà possibile solo se le masse oppresse sapranno rivolgere la propria lotta contro le classi dominanti corrotte e compromesse dall’imperialismo. Esse formano un unico blocco e pertanto la lotta contro l’imperialismo e contro il capitalismo sono inscindibili.

Obiettivo comune di tutti i lavoratori, delle classi oppresse e delle nazionalità dev’essere quello di una federazione del Medio Oriente che unisca tutti i popoli garantendo l’autonomia per i popoli oppressi, ma perchè questo obiettivo sia realizzato è necessario che questa federazione nasca come federazione socialista, cioè come risultato di una lotta che sia insieme di liberazione nazionale e di rivoluzione sociale. Solo questo programma può generare le risorse, la tenacia, l’abnegazione necessarie alla vittoria. Un simile programma è in opposizione frontale a tutto quanto rappresenta il fondamentalismo islamico.

Quanto più la lotta di liberazione dei popoli arabi e mediorientali assumerà un carattere di massa e di classe, tanto più il fondamentalismo sarà incapace di egemonizzarla.


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