FalceMartello n° 166 * 2-05-2003
La rivoluzione vietnamita
del 1945
Nello scorso numero
della rivista abbiamo già spiegato come e perché nel 1975, nonostante tutte le
atrocità commesse, l’imperialismo statunitense fu sconfitto in Vietnam, il
paese fu riunito, il latifondismo ed il capitalismo aboliti, instaurando un
regime a immagine e somiglianza dell’Unione Sovietica stalinista.
Nonostante l’enorme
passo in avanti compiuto il popolo vietnamita non vide mai lo sviluppo di una
reale democrazia operaia come in Russia nel 1917.
di Fortunato Lania
Con sacrifici enormi il
popolo vietnamita pagò la sconfitta della rivoluzione del 1945, dove i
lavoratori con al seguito la maggioranza dei contadini del paese avevano avuto
la possibilità di assumere il potere, di sconfiggere il colonialismo straniero
e di instaurare un autentico sistema socialista. Nel prossimo periodo il tema
delle guerre di liberazione nazionale si imporrà nuovamente sul terreno della
storia e visto il tentativo di schiacciare con la forza i popoli del terzo
mondo, è doveroso oggi imparare la lezione di quella sconfitta.
Colonialismo
francese
L’Indocina divenne una
colonia francese nel 1870, le materie prime e la manodopera a buon mercato
erano sfruttate dai monopoli francesi come Michelin. Il sistema di coltivazione
della terra era molto arretrato. Circa 700 coloni europei erano proprietari del
20% del terreno coltivabile di cui solo la metà era lavorata. La gran massa dei
contadini poveri possedeva meno di cinque acri e, nel nord, spesso meno di un
acro.
La produzione industriale
era trascurabile, il 96,5% delle esportazioni consisteva in materiale grezzo. I
due terzi del carbone venivano esportati. Sebbene il suolo indocinese fosse
ricco di carbone ed altri metalli vi era solo una fonderia in tutto il paese.
Lo sviluppo industriale è stato ritardato dal colonialismo, l’imperialismo
francese vedeva nella non industrializzazione delle colonie una garanzia di
stabilità. Esso cercava con tutti i mezzi di impedire lo sviluppo di un
proletariato numeroso; ciò nonostante, una piccola classe operaia si sviluppò
nell’industria, nei trasporti e nelle miniere, riuscendo presto a collegarsi alla lotta più
generale per la liberazione nazionale.
Proveniva da questo
movimento il Partito Comunista Indocinese che fu fondato nel 1929 sotto la
direzione di Ho Chi Minh. Il processo di fondazione del Pc fu fortemente
influenzato dalla rivoluzione russa del 1917. La rivoluzione Russa era stata la
prova vivente che anche in un paese economicamente arretrato, dove esistevano
ancora residui di feudalismo come la Russia zarista, era possibile anche per
una piccola classe operaia impadronirsi del potere e abolire il capitalismo ed
il latifondismo.
Tuttavia, nel corso degli
anni ’20, una burocrazia privilegiata usurpò il potere alla classe operaia
sovietica. Riflettendo gli interessi della burocrazia di Mosca, che cominciava
a sollevarsi al di sopra delle masse sovietiche, l’Internazionale Comunista che
doveva essere l’arma politica della rivoluzione socialista mondiale si
trasformò in un docile strumento a difesa degli interessi della burocrazia al
potere nell’Unione Sovietica.
La rivoluzione
permanente
Il problema immediato in
Vietnam era quello di risolvere i compiti classici della rivoluzione borghese:
lo sviluppo dell’industria, la riforma agraria, la garanzia di uno stato
unificato ed indipendente, ecc.
Come aveva spiegato
Trotskij, nell’epoca moderna nei paesi sottosviluppati la classe capitalista,
numericamente ed economicamente debole, legata ai proprietari terrieri ed in
ultima analisi al capitalismo straniero, è troppo debole perché possa svolgere
un ruolo progressista. Di fronte alla reazione delle masse e per timore di
perdere i propri privilegi, avrebbe cercato inevitabilmente un accordo con
l’imperialismo straniero e con i latifondisti. Spettava quindi al proletariato
prendere il potere, nazionalizzare la produzione, abolire il latifondismo ed il
capitalismo e liberarsi dal giogo straniero. Una volta preso il potere non
avrebbe dovuto limitarsi ad assolvere i compiti della rivoluzione borghese, ma
per necessità avrebbe dovuto oltrepassare tali limiti in direzione della
rivoluzione socialista con l’aiuto ed il sostegno dei contadini. Per porre le
basi della costruzione del socialismo, doveva essere estesa oltre i propri
confini nazionali ed estendersi anche ai paesi economicamente più avanzati.
La teoria delle “due
tappe”
L’Internazionale Comunista
ormai saldamente in mano agli stalinisti, sosteneva invece la strategia delle
“due tappe”: in primo luogo era necessaria un’alleanza con una presunta
borghesia progressista per realizzare l’indipendenza nazionale ed ottenere i
diritti democratici sulla base del sistema capitalista; solo in un indefinito
futuro si sarebbe dovuto lottare per la trasformazione socialista della
società.
Questa teoria delle due
tappe era già stata disastrosamente applicata in Cina nel corso degli anni ’20,
dove il Partito Comunista Cinese venne fatto sciogliere nel raggruppamento
borghese del Kuomintang di Chang Kai Shek: in questo modo un movimento enorme
di operai e contadini fu sconfitto dalla borghesia “progressista” di Chang Kai
Shek e migliaia di militanti comunisti furono imprigionati ed uccisi.
La prova dei fatti
L’idea che potesse
esistere una classe borghese “progressista” era altrettanto inadeguata per la
situazione del Vietnam. La prima metà degli anni ‘30 fu caratterizzata da
numerose rivolte contadine e scioperi nelle industrie. Migliaia di lavoratori e
contadini videro nel Pc di Ho Chi Minh e nei raggruppamenti che si
riallacciavano all’Opposizione di sinistra di Trotskij il loro punto di
riferimento principale. L’opposizione allo stalinismo ed alla teoria delle due
tappe portò il movimento troskista ad assumere una forza di massa,
particolarmente tra i lavoratori dei centri urbani come Saigon. Per tutto un
periodo storico, il Pc fu oscurato dal movimento troskista che raggruppava
oltre 5000 militanti e pubblicava il giornale “Tranh Dau” (La Lotta).
L’influenza delle
posizioni dell’Opposizione di sinistra erano talmente forti che nel 1939 nelle
elezioni del Consiglio coloniale della Cocincina (nel sud del Vietnam) i
candidati troskisti Ta Tu Thau (che aveva partecipato al tentativo sconfitto di
insurrezione a Canton durante la rivoluzione cinese del 1925-27), Tran Van Tach
e Pan Van Hum ottennero l’80% dei voti, sconfiggendo sia i candidati del
partito borghese che gli stalinisti, che ottennero circa l’1% delle preferenze.
Con lo scoppio della
seconda guerra mondiale nel 1939, tutti i partiti operai furono dichiarati
illegali, Ta Tu Thau, Tran Van Tach e molti altri dirigenti e militanti
comunisti furono arrestati e mandati nei campi di concentramento. I più colpiti
sono proprio i troskisti, mentre i dirigenti del Pc poterono rifugiarsi in Cina
dove ricevettero fondi e armi dal governo in funzione anti-giapponese.
La seconda guerra
mondiale
Nel 1940 l’esercito
giapponese occupò il Vietnam. La Francia era ormai caduta nelle mani dei
nazisti ed i giapponesi permisero al regime collaborazionista di Vichy di
continuare ad amministrare il Vietnam.
Nel maggio del 1941 fu
formato il Vietminh (Lega per l’indipendenza del Vietnam) su iniziativa del Pc,
un fronte di “patrioti di tutte le età e di tutte le classi: contadini, operai,
commercianti e soldati”, che lanciò una guerra di guerriglia contro le forze
giapponesi partendo dalle zone rurali del nord della Cina. Alla fine della
guerra le condizioni per la popolazione erano disperate, a causa della carestia
morirono oltre due milioni di persone mentre nello stesso tempo l’imperialismo
giapponese esportava il riso vietnamita per sfamare le proprie truppe.
Alla notizia della
sconfitta giapponese nell’agosto del 1945 ci fu un’enorme esplosione sociale.
Ho Chi Minh, con 112.000 soldati cinesi, s’installò nell’area del Vietnam del
Nord senza colpo ferire. Il 2 settembre, in conformità con la teoria delle due
fasi, proclamò l’indipendenza della Repubblica Democratica del Vietnam su un
programma che non metteva in alcun modo in discussione il capitalismo e sulla
base di una costituzione modellata sulla dichiarazione di indipendenza
americana! Alcuni ufficiali dell’esercito statunitense erano presenti sul palco
delle autorità ed una banda vietnamita suonò l’inno nazionale americano.
Organizzando le elezioni che dovevano tenersi nel gennaio dell’anno successivo
promise ai partiti vietnamiti non comunisti che gli sarebbero stati concessi 70
seggi nella prima legislatura, al patto che non partecipassero alle elezioni.
Non c’è da stupirsi quindi se la vittoria dell’unica lista di candidati fu
schiacciante: il 90% della popolazione andò alle urne e 1’80% votò per il
“Fronte Patriottico”!
Soprattutto nel sud del
paese, specialmente a Saigon, si erano formati comitati popolari, organismi
paragonabili ai Soviet già visti durante la rivoluzione Russa, che cominciarono
ad assumere il potere. I contadini occuparono le terre, i lavoratori presero il
controllo delle fabbriche, dei porti e dei principali centri urbani del paese.
Le condizioni per la trasformazione socialista della società erano le migliori,
a tal punto che si era costituita una direzione centrale provvisoria dei
comitati popolari. Purtroppo il Pc era completamento imbevuto di spirito di
collaborazione di classe, implicito nella teoria delle due tappe. Questo si
rifletteva ormai anche nella composizione stessa del Pc, dove gli elementi
operai erano un’esigua minoranza, il 20% erano contadini e la stragrande
maggioranza dei membri era composta da intellettuali e membri della classe
media urbana. Il Pc era più debole nel sud del Vietnam, economicamente più
sviluppato e con una classe operaia numericamente più forte e combattiva, e temeva un movimento indipendente
delle masse, specialmente dei lavoratori che erano ancora fortemente influenzati
dalle idee trostkiste. Disperato, nel tentativo di controllare la situazione,
si alleò con l’ala destra del Unf (fronte patriottico). Nguyen Van Tao,
dirigente del Pc dichiarò: “Coloro che
incitano i contadini ad assumere il controllo della proprietà fondiaria,
saranno implacabilmente puniti […] Il nostro governo, ripeto, è un governo
democratico borghese, anche se ora i comunisti sono al potere”. La classe
operaia aveva costituito milizie per difendere la rivoluzione sotto la
direzione delle organizzazioni trostkiste. Questo era visto con terrore dai
dirigenti del Pc che dichiaravano “coloro
che incitano la gente ad incrociare le braccia saranno considerati provocatori
e sabotatori, nemici dell’indipendenza nazionale”. Ancora “le libertà democratiche saranno meglio
garantite dai nostri alleati democratici”.
Gli alleati
“democratici”
Chi erano questi alleati
democratici? Nell’intento di seguire i propri interessi imperialistici gli
Alleati avevano partecipato alla guerra contro la Gernania nazista dalla stessa
parte dell’Unione Sovietica. Questo però non significava che gli imperialisti
si erano trasformati in “sinceri democratici” e che si erano votati al bene
delle popolazioni sfruttate. Tuttavia, questa era la posizione acritica
sostenuta dal Pc. Nel congresso di Yalta del 1945 Stalin aveva raggiunto un
accordo con Roosvelt e Churcill sulla divisione del mondo nel dopoguerra in
sfere di influenza. Stalin non aveva interesse a sviluppare la rivoluzione in
Vietnam e giunse ad un accordo per la suddivisione del paese al 16° parallelo.
Per controllare la resa ed il ritiro giapponese, il nord fu occupato dalle
forze cinesi, il sud da quelle inglesi: erano questi gli “alleati democratici”
che occupavano nuovamente il Vietnam e che il Pc sostenne con ogni mezzo a sua
disposizione.
Il Vietminh organizzò
manifestazioni con lo slogan di “benvenuto agli alleati” e concesse persino le
proprie sedi alle truppe britanniche! Come risposta, gli “alleati democratici”
chiusero i giornali, vietarono le manifestazioni, imposero la legge marziale,
liberarono ed armarono le truppe francesi imprigionate. La strategia
statunitense di contenimento dell’influenza sovietica aveva come perno in
Europa la Francia, che a tale scopo fu nuovamente aiutata a riprendere, almeno
inizialmente, le proprie posizioni in Indocina. Eroicamente le masse risposero
alla nuova occupazione coloniale, erigendo barricate, occupando le città e
lanciando una nuova offensiva contro le forze imperialiste.
Mentre i lavoratori
combattevano disperatamente per difendere la rivoluzione, la preoccupazione
principale del Pc era eliminare tutti i suoi oppositori, con in prima fila i
troskisti che si erano sempre opposti alla loro politica errata. Ta Tu Thau fu
ucciso a Quang Ngai per ordine del leader del Pc Tran Van Giau, decine di
militanti rivoluzionari seguirono la stessa sorte: la direzione
dell’organizzazione troskista fu decapitata. Questa era la conclusione logica
cui doveva portare la disastrosa teoria delle due tappe: la politica di
collaborazione di classe una volta accettata non conosce fasi. “Siamo disposti a mettere l’interesse del
paese al di sopra degli interessi di classe”: questa era l’asse su cui si
muoveva la direzione del Pc, ma persino la lotta per l’indipendenza nazionale
era impossibile una volta che si fosse separata dalla lotta della classe
operaia.
Incapace di vincere
militarmente a causa della situazione sociale presente nel paese,
l’imperialismo francese cercò di vincere “diplomaticamente”. Sfruttando la
debolezza politica della direzione del Pc proposero un accordo al Vietminh:
avrebbero riconosciuto l’indipendenza della Repubblica del Vietnam all’interno
della Federazione Indocinese ed all’Unione Francese in cambio della presenza di
25mila soldati francesi per i cinque anni successivi. In cambio della promessa
di uno stato libero, Ho Chi Minh permise alla Francia di rinforzare
numericamente le proprie truppe, di occupare le principali città ed i punti
chiave del paese. Ovviamente, Ho Chi Minh chiese alla popolazione di accogliere
i francesi come liberatori… Gli accordi furono costantemente violati dai
francesi, che nel novembre del 1946 arrivano a bombardare i quartieri operai
della città di Haiphong, provocando secondo le stime ufficiali 6.000 morti, la
cifra reale fu di almeno tre volte superiore. Il governo di Hanoi si appellò
alla comunità internazionale e al Papa, chiedendo il rispetto degli accordi
agli Alleati. La teoria delle “tappe” si dimostrò nuovamente disastrosa.
La sconfitta
francese
Tra il novembre 1946 e l’estate
del 1954 i colonialisti francesi condussero una lunga guerra contro le forze
del Vietminh, che si concluse con una completa sconfitta a Dien Bien Phu 1’8
maggio del 1954. Due mesi più tardi la guerra era finita, gli Usa avevano speso
2,6 milioni di dollari per sostenere ed armare la Francia. La Francia aveva
avuto 172mila morti e perse per sempre la sua colonia. La Conferenza di Ginevra
che seguì alla sconfitta francese stabilì una linea militare provvisoria al 17°
parallelo. Prevedeva inoltre la riunificazione del paese con lo svolgimento di
elezioni da tenersi entro e non oltre il luglio 1956 sotto il controllo di una
commissione internazionale (International Control Commission) formata da
rappresentanti del Canada, India e Polonia. Inutile ricordare che non ci fu né
riunificazione, né elezioni. Il Presidente statunitense Heisenhower ammise in
seguito che “Se si fossero svolte le
elezioni, l’80% dei voti sarebbe andata ai comunisti di Ho Chi Minh”.
La burocrazia di Mosca,
votata alla difesa dello status quo e della coesistenza pacifica, si limitò ad
esprimere attestazioni di solidarietà al governo di Ho Chi Minh ed a concedere
un prestito di trenta milioni di rubli da impiegarsi nell’acquisto di materiale
bellico.
Dal 1955 al 1961, gli
Stati Uniti versarono al governo Sud vietnamita oltre due miliardi di dollari
per assistenza economica e militare, incrementarono il numero dei loro
osservatori militari ed iniziarono un coinvolgimento dal quale ne furono
successivamente risucchiati (vedi articolo sul numero scorso della rivista FalceMartello e l’articolo “La guerra in
Vietnam” pubblicato sul n° 2 della rivista teorica In difesa del marxismo).
Conclusioni
Il popolo vietnamita pagò
un prezzo enorme per ottenere la riunificazione e l’indipendenza. Nonostante
questo non ebbe mai una reale partecipazione e non videro mai una vera
democrazia operaia.
I lavoratori del Vietnam
mostrarono un enorme potenziale rivoluzionario, ma il processo rivoluzionario
seguì successivamente un corso estremamente deformato e peculiare. Se non
riuscirono a prendere il potere nelle loro mani fu soprattutto per l’assenza
del fattore soggettivo ovvero di un partito, come fu il partito bolscevico di
Lenin, che potesse giocare un ruolo dirigente nella rivoluzione. Il ruolo
dell’Urss e della Cina, l’impasse dell’imperialismo e la mancanza di una
direzione furono i fattori che determinarono l’esito del processo
rivoluzionario nel secondo dopoguerra.
In questa nuova epoca di
declino del capitalismo e dopo il crollo dello stalinismo, vedremo nuovamente
presentarsi ulteriori possibilità rivoluzionarie; a noi il compito di costruire
quella direzione capace, con un programma socialista, di conquistare la guida
delle masse sfruttate che torneranno presto sul terreno della lotta contro
l’imperialismo.