FalceMartello n° 166 * 2-05-2003
Dove va la Cgil?
6 luglio 2001 - 21
febbraio 2003: le prospettive per la Cgil e la Fiom dopo una stagione di lotta
di classe
“È una vera iattura che
divide l’Ulivo” così il segretario dei DS, Fassino, ha definito il referendum
sull’articolo 18. Come sarà stata una iattura per lui il protagonismo del
movimento dei lavoratori che ha spinto la Fiom prima e la Cgil poi a guidare
scioperi e per quasi due anni.
La “stagione dei
diritti” lanciata da Cofferati e culminata il 23 marzo 2002 con 3 milioni di
manifestanti a Roma, si è sviluppata e trascinata fino al 15 febbraio 2003,
nell’eterogeneo fiume di bandiere arcobaleno che ha invaso la capitale per
esprimere un no alla guerra in Iraq.
di Davide Bacchelli
Purtroppo in tutto questo
periodo i dirigenti di spicco delle mobilitazioni non hanno mai avanzato una
proposta o indicato obiettivi in grado di opporsi al massacro sociale e a
quello del popolo iracheno. Nessuno, da Cofferati a Bertinotti, passando per i
segretari della Fiom, ha mai lanciato la parola d’ordine della caduta del
governo Berlusconi, unica all’altezza dello stato d’animo dei milioni che hanno
incrociato le braccia negli scioperi generali indetti dalla sola Cgil.
L’opposizione è stata sempre rimandata all’ostruzionismo in parlamento o agli
appuntamenti elettorali (per la verità molto distanti nel tempo).
Intanto il carattere delle
mobilitazioni portava alla rottura dell’unità sindacale di vertice tra Cgil e
Cisl-Uil, e dava inizio a divisioni nel centro-sinistra. Cofferati, così è
stato spinto all’opposizione dalla maggioranza dei DS ferma sulle posizioni
politiche sconfitte da Berlusconi. Lo scontro D’Alema-Cofferati è arrivato al
massimo della tensione, e la questione di una scissione nei DS e della possibile
creazione di un “Partito del Lavoro” con alla testa l’ex segretario della Cgil
è ancora aperta.
Così uno dei principali
artefici della concertazione, del pilastro politico dei governi del
centro-sinistra, suo malgrado si è trovato alla testa di un movimento che ha
iniziato a mettere in discussione ogni compromesso sociale. Cofferati, così
come Sabattini e Rinaldini, ha goduto della piena fiducia dei lavoratori che
hanno condiviso e partecipato in massa alle lotte lanciate dalla Cgil e dalla
Fiom, e anche in assenza di risultati decisivi questi dirigenti sono riusciti a
tenere in mano le redini del movimento senza esserne disarcionati, aiutati in
questo dalla mancanza di generalizzate mobilitazioni spontanee nelle fabbriche
e dall’assenza di una forza politica di massa e di una sinistra sindacale in
grado di rappresentare un’alternativa agli occhi dei lavoratori.
Ecco perché, dopo aver
subito l’accordo separato sul contratto nazionale dei metalmeccanici, i
dirigenti della Fiom, pur non avvallando nessuna delle false promesse di
padroni e governo per risolvere la crisi Fiat, non sono stati costretti a
proporre strumenti di lotta – occupazione degli stabilimenti supportati da
casse di resistenza nazionali – adeguati alla effettiva difesa di tutti i posti
di lavoro – attraverso la nazionalizzazione delle fabbriche sotto il controllo
dei lavoratori – coerenti con la forza espressa nelle lotte esemplari lanciate
dai lavoratori di Termini Imerese ed Arese.
In questo quadro era
inevitabile che si arrivasse ad una fase di stallo, di parziale riflusso delle
mobilitazioni. Gli scioperi hanno finito per pesare esclusivamente nelle tasche
dei lavoratori mentre la crisi economica, con il suo portato di precarietà,
cassa integrazione, flessibilità, ristrutturazioni e mobilità, portava ad
ulteriori tagli salariali, al peggioramento dei ritmi e delle condizioni di
lavoro, per arrivare alle chiusure di stabilimenti e licenziamenti di massa, e
non solo alla Fiat.
E’ arrivato quindi il
momento in cui ogni lavoratore fa necessariamente un bilancio della propria
esperienza, e inizia a chiedersi quali siano i mezzi e gli obiettivi per
garantire concretamente i propri interessi. E si aspetta delle risposte dai
dirigenti dei sindacati e partiti che dovrebbero rappresentarlo.
Le lotte dell’anno
scorso
La stagione di lotte
iniziata con lo sciopero dei metalmeccanici del 6 luglio 2001 indetto dalla
Fiom sotto la parola d’ordine della “democrazia”, si è arricchita con gli
scioperi generali lanciati dalla Cgil contro il “patto per l’Italia”
sottoscritto da Cisl e Uil. Il successo delle mobilitazioni ha fatto vacillare
la concertazione, con la Fiom e la
Cgil che da sole raccoglievano maggiori adesioni rispetto alle mobilitazioni
unitarie.
A partire dall’estate 2002
la Fiom si è spinta più avanti: mentre la Cgil si opponeva al “libro bianco” di
Maroni con proposte di legge per l’estensione dei diritti e degli
ammortizzatori sociali – dove comunque i costi della crisi economica non
toccavano i profitti -, il sindacato di Sabattini e Rinaldini diventava con
Rifondazione Comunista l’elemento decisivo nella raccolta di firme per il
referendum sull’art.18 con lo slogan “L’articolo 18 non si tocca e si estende a
tutte e a tutti” e portava all’approvazione di oltre 430mila lavoratori una piattaforma
per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici distinta da quelle di
Fim e Uilm, nel dichiarato intento di fare recuperare ai salari operai quanto
perso negli ultimi 10 anni.
Non solo, Rinaldini
continuava a ripetere che le mobilitazioni a sostegno della vertenza sarebbero
iniziate subito dopo l’approvazione della piattaforma senza rispettare i tre
mesi di moratoria previsti dagli accordi del luglio.
Purtroppo alle parole non
sono seguiti i fatti, e mentre al tavolo delle trattative Federmeccanica faceva
muro contro qualunque richiesta sindacale, rivendicando l’applicazione
automatica nei contratti nazionali delle leggi figlie del “libro bianco”, la
Fiom reagiva esclusivamente rilanciando sugli scioperi generali indetti dalla
Cgil, mentre nelle fabbriche i suoi dirigenti e funzionari, continuano ad
assecondare le esigenze dei padroni di fronte alla crisi economica
sottoscrivendo con Fim e Uilm gli stessi accordi su cassa integrazione,
flessibilità e mobilità che non hanno potuto accettare per gli stabilimenti
Fiat.
Le divisioni nella
Cgil
Così mentre vengono
sfiancati i metalmeccanici, i dirigenti della Cgil, Epifani in testa, a
braccetto con i settori di apparato della Fiom allergici ai metodi rivendicativi,
iniziano a vedere la possibilità di tornare ripristinando la concertazione e
l’unità di vertice con Cisl e Uil.
Da una parte lo stesso
Epifani sente la necessità di liberarsi del peso ingombrante di Cofferati
proponendogli, quasi con gli stessi termini del segretario nazionale della Cisl
Pezzotta, di uscire dalla fondazione Di Vittorio per evitare che la Cgil venga
strumentalizzata ai fini politici del “cinese”. Dall’altra D’Alema dichiara che
le sue posizioni sui diritti nel lavoro sono più vicine al sindacato di
Angeletti che non alla Cgil, richiamando il ruolo giocato da dirigenti e
iscritti alla Uil, compreso l’ex segretario generale Larizza, all’interno della
maggioranza DS negli ultimi due congressi del partito.
Da qui le critiche alla Fiom
di “avventurismo” ed “estremismo” che, secondo Casadio, della segreteria
nazionale della Cgil, la hanno portata ad indire 8 ore di sciopero contro le 4
degli altri settori dell’industria causando il “non eccezionale” successo dello
sciopero generale del 21 febbraio 2003 indetto dalla sola Cgil contro “il
declino industriale”, motivazione che ha lasciato perplessi molti lavoratori
che hanno incrociato le braccia. A sottolineare la distanza tra la Fiom e la
Cgil l’articolo del segretario della Cgil Lombardia, Giuffrida, apparso su
“Rassegna sindacale” del 17 aprile 2003 dove, sotto il titolo “Quello che ci
divide”, identifica nell’”egualitarismo [salariale] l’errore della Fiom ” che
crea una barriera al superamento della “deriva antiunitaria” con Cisl e Uil. Il
dirigente lombardo non si scomoda di ricordare che “tale miope scelta” è stata
democraticamente presa da centinaia di migliaia di lavoratori.
Messi all’angolo da
Federmeccanica, Fim e Uilm, e non confortati dal sostegno condizionato della
Cgil, i massimi dirigenti della Fiom rinnegano i metodi con cui hanno condotto
la vertenza del 2001 per evitare che passi un altro accordo separato che
significherebbe il ritorno a casa Cgil del figliol prodigo. Lo stesso Rinaldini
ammette che i soli scioperi generali a distanza di 4 mesi non bastano se non si
sviluppano mobilitazioni articolate a tutti i livelli partendo dalle fabbriche
(anche se le bocche rimangono cucite per quanto riguarda la flessibilità), e
finalmente si organizzano le casse di resistenza (che dall’annuncio al
congresso nazionale fino al consumarsi della crisi Fiat non si potevano mettere
in pratica a causa di “insormontabili” problemi organizzativi) sebbene il
contributo chiesto ai metalmeccanici – 4 ore di salario – in questa fase
discendente delle mobilitazioni rischia di diventare un boomerang a tutto
vantaggio di coloro che smaniano per affermare la loro autorità con una firma
in calce ad un contratto a prescindere dai contenuti. Anche perché tutto
intorno vedono altre categorie dove Cgil, Cisl e Uil vivono d’amore e d’accordo
firmando accordi bidone che spesso non vengono neanche portati al voto dei
lavoratori.
I più agitati sono i
membri di spicco di Cambiare Rotta dentro le segreterie, buttati in prima linea
per i loro toni più radicali, e che oggi, a partire da Cremaschi o da Zipponi,
rischiano di affondare in nome della gestione unitaria della Fiom trascinati
dal loro completo appiattimento sulle posizioni di Sabattini e Rinaldini
funzionale al solo mantenimento di posti dirigenti per la minoranza. O lo
stesso Patta che alza al voce in Cgil sull’art.18, ma che per mantenere l’unità
con Cisl e Uil si è reso responsabile del trascinamento di oltre un anno del
contratto nazionale del pubblico impiego.
Quale alternativa
Oggi la priorità è porre a
tutti i livelli obiettivi che ribaltino le posizioni di Confindustria e del
governo Berlusconi per ricostruire e finalizzare la forza che il movimento dei
lavoratori ha espresso in Italia dal luglio 2001 fino a tutto il 2002. A questo
risultato non può portare la restaurazione di una unità sindacale di vertice
con Cisl e Uil su basi concertative: in questo caso gli interi apparati della
Cgil, e in particolare della Fiom, si renderebbero responsabili del tradimento
di una stagione di lotte dove milioni di lavoratori hanno visto in queste
organizzazioni di massa lo strumento fondamentale per farla pagare ai padroni. Questa sarebbe molto di più che
una “iattura”.
Spetta agli attivisti
sindacali, a partire dai delegati che vogliono reagire ai tradimenti sottoscritti
in ogni categoria della Cgil e disillusi da una sinistra sindacale
prevalentemente di apparato, il compito di evitare questa crisi preparando dal
basso un effettivo cambiamento di rotta attraverso una corrente di classe
veramente democratica e combattiva, che la faccia finita con le pastoie
burocratiche di maggioranza e minoranza e che restituisca la parola ai
lavoratori…