FalceMartello n° 166 * 2-05-2003
Referendum articolo 18 -
Quale mobilitazione per la vittoria?
Il giorno del voto per
il referendum sull’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori si
sta avvicinando; fra qualche settimana le urne ci diranno quale sarà stato il
risultato della scommessa elettorale sulla quale in molti a sinistra hanno
puntato per dare una risposta innanzitutto all’arroganza governativa e
padronale dimostrata dal varo della legge delega 848/b.
Sul senso politico del referendum
e sulla sua natura ci siamo già espressi sulle pagine del giornale (FM 165,
aprile 2003) chiarendo tutte le perplessità che come rivoluzionari nutriamo nei
confronti di questo strumento; esso tuttavia è diventato un passaggio
ineludibile e crediamo sia fondamentale impegnarsi al massimo affinché venga
vinto, nella maniera più netta e chiara possibile. Tutti coloro i quali non
sopportano i diritti dei lavoratori (a destra come a sinistra) ne uscirebbero
con le ossa rotte, in caso di vittoria del Sì.
di Stefano Pol
(Coordinamento nazionale NidiL-Cgil)
Anche oggi l’ago della
bilancia è rappresentato dall’orientamento delle organizzazioni tradizionali
del movimento operaio ed è per questo che, in particolare la Cgil, è al centro
delle pressioni che riceve sia da destra che da sinistra. I dirigenti sindacali
che governano la confederazione
per molti mesi si sono mantenuti su una posizione ambigua e titubante,
calibrando col bilancino le parole sul quesito, parlandone il meno possibile o
addirittura ignorandolo, come ha fatto Epifani nel comizio conclusivo della
manifestazione di Milano il 15 marzo.
Se la guerra ha posto in
secondo piano questa battaglia, l’avvicinarsi del 15 giugno la sta riportando
prepotentemente all’ordine del giorno; questo avviene anche grazie alle
pressioni che i lavoratori stanno esercitando nei confronti dei propri vertici,
spingendoli a schierare a livello territoriale le Camere del Lavoro e le
categorie: non è un caso che esse, sempre in maggior numero stanno prendendo
posizione a favore del Sì.
Per questo la Segreteria
confederale nazionale, con molti mal di pancia e a stretta maggioranza (7
contro 5), si è orientata a proporre al direttivo l’indicazione di voto per il
Sì. Ma ciò non basta: se Epifani vorrà dare il suo contributo alla vittoria
(per dare, come ha dichiarato, slancio anche alle proposte della Cgil) dovrà
impegnarsi nella mobilitazione attiva dell’organizzazione per la campagna. Non
ci dimentichiamo che il referendum del 1985 sulla scala mobile fu sconfitto,
oltre che per la responsabilità dei socialisti e dei dirigenti di Cisl e Uil,
anche in seguito al ritardo col quale si mosse la Cgil nel mobilitare le
“truppe pesanti” del proletariato organizzato: essa fu infatti costretta a rincorrere lo straordinario movimento
dei lavoratori “autoconvocati” (vedi FM 158, luglio 2002).
1970-2003: un
paragone arduo
Casadio della Segreteria
nazionale ed altri autorevoli compagni ci hanno spiegato, al coordinamento
nazionale del Nidil di marzo, qual è a loro dire la strada giusta da perseguire
per il conseguimento dei diritti dei lavoratori. Un parallelo è stato fatto tra
le proposte legislative avanzate dalla Confederazione, frutto dei 5 milioni di
firme raccolte in estate, e l’elaborazione della prima bozza dello Statuto dei
lavoratori proposta da Di Vittorio durante il III congresso della Cgil a Napoli
nel 1952 e concretizzata proprio nella legge 300 del 1970. Se allora lo
scheletro legislativo era progressivo (pur con delle lacune che portarono
perfino il PCI ad astenersi e noi oggi a lottare per colmarle), quello che
propone il disegno di legge popolare della Cgil sul tema della “giusta causa” è
soltanto un ammortizzatore sociale che dà comunque la possibilità al padrone,
se rinuncia all’appello contro il proprio dipendente, di indennizzarlo in
maniera equivalente anche dopo la sentenza di reintegro del magistrato. Oltre
ad essere scettici sulla valenza degli ammortizzatori sociali (pagati dai
lavoratori e utilizzati prevalentemente come anticamera del licenziamento)
crediamo che si tratti proprio di quella monetizzazione dei diritti che la Cgil
a parole ha contestato negli ultimi due anni e che non permette di usufruire
della tutela dal licenziamento ingiusto nelle aziende sotto i 15 dipendenti.
Sostenere che le
mobilitazioni e le lotte sono la strada principale da perseguire per il
sindacato è giusto ma sono parole che stonano in bocca a chi è stato, ed è, un
orfano dei bei tempi della concertazione con governi amici; la Cgil, che pure
ha avuto un ruolo importante nel rivitalizzare il clima sociale ora fa di tutto
affinché non si passi dalle giornate di protesta di massa, importanti e non
secondarie, all’indispensabile lotta diffusa e capillare nei luoghi di lavoro.
Contraddittorio è inoltre
sostenere che, se la legge delega dovesse passare in Parlamento, si
organizzerebbe subito un referendum abrogativo: questo eclettismo non è
credibile a nostro giudizio. Se l’imminente appuntamento referendario è di
intralcio alla politica strategica della Cgil, oltre che essere
metodologicamente sbagliato per un sindacalista, come sostiene Casadio, non ci
spieghiamo, come se ne può proporre così rapidamente un altro.
Tutto risolto?
Lottare con tutte le
proprie forze affinché il Sì prevalga è indispensabile ma sappiamo bene che non
finirà tutto la sera del 15 giugno: dal giorno dopo nei posti di lavoro sarà
necessario continuare a battersi affinché questo diritto possa essere realmente
esercitato da tutti; esso deve diventare quel trampolino di lancio per una
battaglia più ampia e generale contro il precariato e la flessibilità. Infatti
la possibilità di licenziare per i padroni sussisterà ancora.
Lo stesso reintegro può
essere rifiutato dal padrone nelle piccole imprese costringendo il dipendente a
presentarsi ogni mese con la richiesta dell’avvocato per ritornare
effettivamente a lavorare: se questa domanda viene presentata con ritardo in
una sola occasione, scatta la “giusta causa”. Molti padroni preferiscono
continuare a pagare il proprio dipendente costringendolo all’inattività
sfiancante piuttosto che riaverlo in produzione. L’articolo 18, pur essendo un
utile deterrente rispetto al libero arbitrio padronale, non è sufficiente: la
combattività e l’incisività dei lavoratori nel proprio luogo di lavoro sono gli
unici strumenti in grado di ribaltare i rapporti di forza impedendo che questi
diritti rimangano solo delle leggi senza valore.
Inoltre siamo consapevoli
che per i lavoratori precari (co.co.co., interinali, partite iva, ecc) il
risultato referendario non cambierà la situazione normativa. In molti a
sinistra e nel sindacato hanno evidenziato questo limite, in modo molto
ipocrita, per cercare di dimostrare l’inutilità dell’eventuale risultato
positivo di questo referendum: a costoro rispondiamo proponendo l’avvio di una
lotta intransigente per dare ai precari quello che è loro negato:
trasformazione di tutti i contratti a tempo determinato in contratti a tempo
indeterminato; abolizione del lavoro in affitto e chiusura delle agenzie
interinali (il nuovo caporalato che si sta estendendo ulteriormente con
l’abolizione dell’interposizione di manodopera proposta nella 848/b);
abolizione delle norme che estendono le collaborazioni ai lavori non di
concetto (principale strumento per coprire lavori dipendenti con finte
collaborazioni).
Vincere il
referendum per rilanciare la lotta
Con una piattaforma ampia
e generale che sappia incidere nelle contraddizioni che si sono aperte nel mondo
del precariato, saremo in grado di dare delle prospettive di miglioramento
sociale a tutti quei giovani lavoratori che, avute solo esperienze di lavoro
non garantito, mal pagato e dequalificato, non hanno potuto usufruire
direttamente di quei diritti fondamentali che nel passato la classe operaia si
era guadagnata con tenacia e lotte durissime. Per ottenere tutto ciò è
inevitabile scontrarsi con gli interessi dei padroni, anche con quelli delle
medie e piccole imprese che traggono i loro principali profitti dalla riduzione
dei costi del lavoro e dal ridimensionamento dei diritti.
Per vincere il referendum
non basteranno solo le indicazioni di voto: il terreno decisivo sarà la
mobilitazione di massa dei lavoratori organizzati in grado di scuotere tutta la
società. Un risultato positivo della votazione potrà assestare un colpo
fortissimo al Governo, alla Confindustria, alle forze borghesi e ai
“riformisti” della sinistra, mettendo in crisi il Patto per l’Italia
sottoscritto anche da Pezzotta e Angeletti.
Vincere è possibile
attivandosi “senza se e senza ma” per una vittoria della classe operaia che sia
in grado di rilanciare una stagione di lotte per riconquistare quello che ci è
stato tolto negli ultimi vent’anni.