FalceMartello n° 166 * 2-05-2003
La vittoria di Pirro
dell’imperialismo
Napoleone, che di
guerre ne sapeva qualcosa, ebbe a dire una volta che con una baionetta si
possono fare molte cose, ma non si può usarla per sedercisi sopra. Gli Usa, vincitori
del conflitto iracheno, saranno costretti ad apprendere questa lezione
dall’esperienza sul campo.
In Iraq, in tutto il
Medio oriente e in realtà nel mondo intero, le conseguenze di questa guerra
porteranno un’ulteriore e profonda destabilizzazione.
Un “conflitto di
civiltà?”
Le conseguenze
dell’occupazione americana dell’Iraq sono analizzate approfonditamente
nell’articolo di Francesco Merli nelle pagine centrali. Il fattore decisivo da
comprendere è che il popolo iracheno e tutto il popolo arabo hanno vissuto
l’invasione come una vera e propria umiliazione nazionale, umiliazione
rafforzata dalla rapida dissoluzione del regime iracheno. È quindi inevitabile
che da questa sconfitta prenda l’avvio, nella prossima fase, un più forte e
ampio movimento di liberazione che si ponga il fine di cacciare l’imperialismo
dall’Iraq, dal Golfo e da tutto il Medio oriente. È un compito primario del movimento operaio sostenere politicamente lo
sviluppo di questo movimento. Ci pare un grave errore la posizione assunta
da Bertinotti e dalla maggioranza dirigente del Prc a questo proposito. Ci si
dice infatti: la sconfitta del movimento per la pace si è prodotta nel momento
in cui è iniziato l’attacco. Giunto quel momento, aveva poco senso entrare
nella discussione sulla “guerra lunga o breve”. Questo equivale a dire che non
era rilevante per noi se il popolo iracheno resisteva o meno all’invasione. E,
implicitamente, significa dire che ci è indifferente se gli iracheni
intraprenderanno una lotta di liberazione nazionale che già si adombra nelle
manifestazioni di massa di questi giorni e nei numerosi episodi di conflitti
fra popolazione e truppe Usa che filtrano sulla stampa, ultimo in ordine di
tempo il massacro di tredici manifestanti per mano dei soldati Usa.
Ma come si fa a non vedere
che una lotta di liberazione per l’Iraq costituirebbe un elemento di fortissimo
rilancio del movimento anche in Europa e in Usa? Un’Intifada irachena
mostrerebbe sul campo, nel modo più inequivocabile, la validità
dell’opposizione che abbiamo condotto contro la guerra e al tempo stesso
aiuterebbe a tracciare una prospettiva di lotta per un movimento che rischia di
rifluire nelle attività umanitarie, nella solidarietà spicciola e in definitiva
della spoliticizzazione.
Ma, ci si dice, c’è il
rischio che un movimento di liberazione venga egemonizzato dal fondamentalismo,
c’è il rischio di sprofondare nella “guerra di civiltà”. Così, per esempio, a
guerra ancora in corso su Liberazione Rina
Gagliardi replicava a Ingrao che auspicava una dura resistenza del popolo
iracheno che “la facesse pagare” all’invasore. E poneva in alternativa
l’obiettivo di liberarsi di Bush e della sua cricca. Forse i serbi, gli stessi
iracheni e tanti altri popoli bombardati e oppressi sotto la presidenza
democratica di Clinton avrebbero qualcosa da dire. Ma a parte questo, tradurre
concretamente in pratica questa linea significa dire: voi iracheni (o arabi, afgani e via di seguito) non dovete impugnare le armi e
ribellarvi all’imperialismo, poiché siete preda di tendenze fondamentaliste;
dovete invece aspettare fino a quando
noi, che siamo democratici, laici
pacifisti e non cadiamo in certe tentazioni, avremo cacciato via Bush (o Blair,
o Berlusconi, ecc.).
Il ruolo del
fondamentalismo
Queste posizioni sono il
miglior regalo che si possa fare precisamente al fondamentalismo islamico e
dimostrano una completa incomprensione del ruolo del fondamentalismo stesso.
Il fondamentalismo
islamico non si è mai affermato nei movimenti di massa nella loro fase
ascendente. Si afferma, al contrario, quando i movimenti (ad esempio l’Intifada
palestinese) entrano in un vicolo cieco a causa degli errori e dei tradimenti
delle loro direzioni; si afferma quando prevale la sensazione di impotenza e di
frustrazione di fronte ai crimini dell’imperialismo; si afferma nell’assenza di
punti di riferimento di classe, comunisti e rivoluzionari tanto nei paesi arabi
quanto in occidente.
Ma tanto più crescerà il
movimento contro gli Usa, quanto più questo porrà problemi ai quali i
fondamentalisti non potranno dare risposta.
Le conseguenze della
guerra saranno profonde, e la reazione delle masse inevitabilmente arriverà.
Non solo in Iraq, ma anche in Siria, in Giordania, in Egitto, nel Golfo, le
masse saranno costrette a imboccare la strada della rivolta. E inevitabilmente
una volta che il movimento prenderà piede, la parola d’ordine della cacciata
dell’imperialismo si legherà indissolubilmente alla ricerca dell’unità del
popolo arabo, condizione indispensabile per la sua libertà, indipendenza e sviluppo.
Una federazione del Medio
oriente: questa sarà la risposta alla divisione della regione che da un secolo
permette alle potenze imperialiste di farvi il bello e il cattivo tempo.
Ma chi può guidare le
masse arabe verso questo obiettivo, quale forza politica, quale classe sociale?
I partiti storici del nazionalismo progressista borghese e piccolo borghese,
dall’Fln algerino allo stesso Baath siriano o iracheno sono ormai dei gusci
vuoti, incapaci di opporsi seriamente all’imperialismo. Tantomeno lo possono
fare le monarchie cadenti che governano la Giordania, l’Arabia Saudita, il
Marocco, o gli stati fantoccio del Golfo. La lotta per liberarsi
dall’oppressione imperialista esigerà un prezzo altissimo, come dimostra anche
l’esito di questo conflitto. Le masse, i lavoratori, i contadini, la
condurranno solo se vedranno in essa un mezzo per raggiungere la loro
emancipazione non solo nazionale, ma anche sociale. In altre parole, la lotta
per la cacciata degli invasori implicherà un programma rivoluzionario. Lottare
per cacciare le truppe Usa, significa al tempo stesso lottare perché la terra,
l’acqua, il petrolio, le risorse naturali e le ricchezze passino nelle mani dei
lavoratori e delle altre classi oppresse. La federazione del Medio oriente
potrà nascere solo come federazione socialista, cioè come risultato di una
lotta che sarà insieme di liberazione nazionale e di rivoluzione sociale. Solo
questo programma può generare le risorse di tenacia, di abnegazione e di
mobilitazione necessarie alla
vittoria.
Un simile programma è in
opposizione frontale a tutto quanto rappresenta l’integralismo islamico. Quanto
più la lotta di liberazione dei popoli arabi e mediorientali assumerà un
carattere di massa e di classe, tanto più il fondamentalismo si dimostrerà incapace
di egemonizzarla.
L’Europa in crisi
L’occupazione
angloamericana dell’Iraq ha costituito ovviamente uno scacco per quei paesi
(Francia, Russia, Germania) che si erano opposti all’attacco americano. Chirac
in particolare tenta di fare buon viso a cattivo gioco e di riaprire il dialogo
col vincitore di oggi. Ma le profonde spaccature nella diplomazia e nelle
istituzioni internazionali non saranno tanto facili da sanare.
La guerra ha messo in luce
non solo la crisi sostanzialmente irreversibile dell’Onu (non a caso il
Consiglio di sicurezza non si riunisce più da prima dell’attacco Usa), ma ha
anche mostrato il vero e proprio abisso che si sta aprendo fra le due rive
dell’Atlantico. Questa spaccatura apre un’ulteriore divisione all’interno
dell’Unione Europea dividendo il gruppo dei “paesi fondatori” in due
schieramenti.
Colin Powell ha detto
chiaramente che la Francia “pagherà le conseguenze” della sua opposizione alla
guerra in Iraq. Continua sulla stampa americana e britannica la campagna
antifrancese, continua il boicottaggio delle merci francesi. La guerra e lo
scontro che l’ha preceduta nell’Onu hanno mostrato in modo inequivocabile lo
stato reale delle cose in Europa, e in particolare che:
1) Una politica estera
indipendente dagli Usa da parte dell’Europa può realizzarsi solo con il
concorso congiunto di Francia e Germania, paesi chiave e decisivi dell’Europa
continentale.
2) Ogni passo in questa
direzione mette in luce l’antagonismo con gli Usa su scala mondiale.
3) Di conseguenza, ogni
qual volta che la “politica estera europea” da tutti invocata si materializza…
l’Unione Europea si spacca in due fronti, che potremmo approssimativamente
definire atlantico (capeggiato dalla Gran Bretagna) e continentale (capeggiato
di volta in volta dalla Germania e dalla Francia).
4) Questa divisione non
esaurisce l’analisi degli schieramenti europei: i paesi minori ruotano attorno
all’uno o all’altro asse, mentre altri sono profondamente divisi. L’Italia in
particolare, per collocazione geografica, economica, strategica e persino per
storia è profondamente divisa da questa situazione. Lo scontro fra europeisti e
atlantisti ha visto negli ultimi due anni prevalere questi ultimi, ma continua
a dividere non solo il governo (con Berlusconi che capeggia il partito americano)
dall’opposizione (con Prodi che vorrebbe sostenere l’asse franco-tedesco), ma
anche all’interno degli stessi schieramenti e persino dei singoli partiti.
Questo è lo stato attuale
delle cose, e gli avvenimenti più recenti lo confermano. Mentre scriviamo è in
corso l’incontro tra Francia, Belgio, Germania e Lussemburgo per discutere
della “Difesa europea”. L’incontro ha suscitato l’aspra reazione di Frattini
(“Se si volesse dividere ulteriormente l’Unione anche noi, Italia, Spagna e
Gran Bretagna forse organizzeremmo un vertice sulla difesa”) e di Blair (“Se
non ci muoviamo sulla base di una partnership
con l’America in un certo senso riportiamo il mondo alle divisioni di cui
volevamo sbarazzarci con la fine della Guerra Fredda”). E se non può esistere una
difesa comune europea, come può esistere una politica estera comune?
Naturalmente tutti sono
preoccupati di questa situazione. Ancora Blair: “Il mondo industrializzato,
moderno, sviluppato, si è diviso in due, e perciò dobbiamo avere un’onesta
discussione”. In cosa consisterà l’onesta discussione? Tutti hanno paura di
rotture irreparabili, perciò si organizzerà una bella catena di colloqui: Bush
parla con Blair, Blair parla con Fischer, Fisher parla con Chirac, e alla fine,
un passetto alla volta, si troverà un accordo… o no? Il problema è che ogni
movimento da parte di una potenza provoca una reazione a catena che
destabilizza nuovamente tutto il quadro europeo. Per esempio, la Gran Bretagna
teme di precipitare nell’abisso che si apre fra le due rive dell’Atlantico. Per
scongiurare il rischio, si riavvicina parzialmente all’Europa continentale e
rientra nella discussione sull’esercito europeo con i suoi annessi (industria
militare, ricerca, ecc.). Ma questa stessa mossa sottrae alla Francia la
possibilità di guidare gli eventuali progetti di difesa integrata, aprendo così
un nuovo conflitto…
Questo schema si ripete a
tutti i livelli, e non saranno certo gli articoli della bozza di Costituzione
europea a risolvere queste contraddizioni.
Conseguenze economiche
Si potrebbe pensare che le
difficoltà europee costituiscano un fattore di stabilità per gli Usa, e in un
certo senso è così. La vittoria degli Usa ha fatto ritornare a Wall Street una
parte dei capitali che erano fuggiti. Il calo del prezzo del petrolio, il
business delle ricostruzioni e il rialzo delle borse aiuteranno a breve termine
l’economia Usa. Ma su scala mondiale nessuna contraddizione è stata risolta. Il
conflitto che si è aperto nell’Onu tenderà inevitabilmente a trasferirsi su
altri terreni. Gli organismi economici internazionali come il Wto, il G8, l’Fmi
diventeranno un’arena di scontro. Già ora vediamo una serie di scontri
protezionistici all’interno del Wto. La Francia ha preso l’iniziativa di
invitare la Cina al prossimo G8 di Evian, evidentemente per avere più peso nei
confronti degli Usa i quali non hanno affatto gradito l’iniziativa e hanno
posto un veto. La spartizione del bottino fatto in Iraq è fonte di ulteriori
contrasti, così come il business
della ricostruzione e degli “aiuti umanitari”.
Considerato il quadro
economico internazionale di stagnazione o crisi, la cosa più probabile è che il
conflitto economico e diplomatico si alimentino a vicenda, aumentando le
barriere e gli ostacoli al commercio mondiale e rendendo così più problematica
l’uscita dalla recessione.
Inoltre, la guerra avrà
serie conseguenze finanziarie. Il bilancio militare Usa sta schizzando oltre
ogni limite dopo che il Congresso ha votato gli 85 miliardi aggiuntivi di spese
per la sicurezza. Questo rischia di mandare a gambe all’aria la finanza
pubblica Usa, tanto che per fare fronte ai tagli dei fondi federali molti stati
sono ridotti a misure estreme cancellando interi capitoli di spesa nel settore
pubblico, dall’assistenza medica alle lampadine negli uffici pubblici.
L’intero edificio resta in
piedi finché il dollaro riesce a difendere il suo corso e finché i capitali
affluiscono dall’estero. A breve termine la vittoria Usa favorisce questa
tenuta, ma a medio e lungo termine vedremo riaffermarsi la tendenza all’indebolimento
del dollaro che dipende da due fattori strutturali: l’enorme deficit
commerciale e l’enorme indebitamento complessivo degli Usa.
Contro la guerra e
contro il capitalismo
Gli effetti della guerra
non si faranno sentire quindi in Medio oriente. Il vasto movimento di
opposizione alla guerra che si è prodotto in Europa e negli Usa avrà
conseguenze di lungo periodo. Stiamo in realtà assistendo al risveglio di una
generazione, di decine di milioni di persone che hanno deciso di partecipare in
prima persona e di tentare di influenzare gli avvenimenti mondiali. Quali che
siano gli sviluppi immediati, un fatto è chiaro: da qui non si tornerà
indietro, non è possibile ricacciare nel torpore e nell’indifferenza queste
masse immense.
La vittoria Usa sta
producendo una salutare selezione nel movimento contro la guerra. Forze come il
Vaticano, o i Ds (l’Unità titolava il
giorno della caduta di Baghdad: “Meno male che è finita”) si stanno inchinando
al vincitore, come dimostra anche il voto dell’Ulivo sulla proposta di inviare
le truppe italiane in Iraq. Queste defezioni non rappresentano un indebolimento
del movimento, al contrario: aiutano a fare chiarezza, a mostrare in modo
cristallino i reali interessi e le reali motivazioni di ciascuno dei tanti soggetti
politici che negli scorsi mesi si mescolavano indistintamente avvolgendosi
nelle bandiere iridate. Siamo certi però che proprio queste defezioni
aiuteranno la maturazione e la crescita delle forze migliori del movimento, in
particolare dei giovani e giovanissimi che hanno riempito le piazze e che oggi
cercano non solo la mobilitazione, ma una spiegazione di quanto è avvenuto e
una prospettiva di lotta più ampia.
Il movimento non ha
impedito la guerra, e qualcuno ritiene che questo equivalga a una sconfitta. Ma
bisogna essere chiari: nessun movimento di protesta, per quanto ampio, può
impedire alla classe dominante di scatenare una guerra, a meno che il movimento
stesso non acquisisti un significato rivoluzionario, almeno in modo embrionale.
Nella guerra la classe dominante mette in gioco tutto il suo potere, il suo
prestigio e le sue risorse: può essere disposta a desistere solo se si rende
conto che sta mettendo a rischio il suo dominio nella società, cioè che rischia
di trovarsi di fronte a una rivoluzione in casa propria.
Dire questo non significa
sminuire o svilire le enormi mobilitazioni che ci sono state. Significa invece
metterle nella loro giusta prospettiva: non qualcosa di fine a se stesso, ma un
primo passo verso la presa di coscienza di massa della necessità di porre fine
a questo sistema economico marcio che sta facendo precipitare l’umanità in un
abisso di guerra, crisi, miseria e oppressione.
29 aprile 2003
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