FalceMartello n° 165 * 4-04-2003
Bolivia insorge!
Uno dopo l’altro, i diversi
paesi sudamericani ci stanno dimostrando fino a che punto sia esplosiva la
situazione in America Latina. In precedenti edizioni abbiamo parlato molto
dell’Argentina, del Venezuela e dell’Ecuador. Ora tocca parlare di un altro
paese sudamericano, la Bolivia, che come tanti altri è ricco di materie prime
(petrolio, minerali) e ha una forte industria manufatturiera e agroalimentare
che dovrebbe permettere alla sua popolazione di vivere bene.
di Viveca Santa Catalina Gonzalez
Invece il popolo boliviano
muore di fame ogni giorno. La Bolivia è uno dei paesi più poveri al mondo (il
60% della popolazione è povera, e nell’ambito rurale arriva fino all’80%), ed è
un esempio chiaro di come l’imperialismo vorace succhia fino al massimo le
risorse di un paese, come si può succhiare il sangue a una persona fino quasi
ad ucciderla. Le grandi potenze capitaliste cercano di fare questo in tutti i
paesi dove il loro imperialismo mette piede per arricchirsi ogni volta di più,
ma troppo spesso dimenticano che le loro azioni hanno un limite, quello che le
masse impongono con la loro lotta.
Questo è quanto ha
dimostrato la popolazione boliviana nel febbraio scorso, portando avanti una
lotta esemplare contro il debole governo di Gonzalo Sanchez de Lozada detto
“Goni”, premier del partito Movimiento Nacionalista Revolucionario (Mnr),
arrivato al potere grazie all’alleanza con altri quattro partiti borghesi. Ma
le ultime elezioni hanno mostrato anche la forza dell’opposizione, con l’ottimo
risultato del Movimiento al Socialismo (Mas) guidato da Evo Morales. Il fatto
che ha scatenato le proteste è stato il cosiddetto “Impuestazo”, cioè, un
provvedimento governativo che taglia del 12,5% i salari al di sopra di 800
bolivianos, un po’ più di un salario minimo. Nello stesso momento il governo
proponeva sgravi fiscali alle imprese pari al 13% e la riduzione del 3% delle
tasse sulle transazioni di capitali.
Questi attacchi al tenore
di vita delle masse (già martoriate) arrivano in un momento di crisi economica
(il 65,8% dell’economia è in recessione e la disoccupazione è raddoppiata). Due
giorni dopo (mercoledì 12 febbraio) che Goni annunciò questa legge, le masse
sono scese in piazza insieme all’opposizione per esigerne l’abrogazione. La
Paz, Cochabamba, Santa Cruz (le tre città più grandi) e altre città, nel giro
di poche ore sono state invase dalle proteste della gente. Le principali
autostrade che collegano il paese sono state bloccate da contadini e minatori.
A La Paz la gente ha incendiato il Ministero del Lavoro e della Vicepresidenza,
alcune sedi dei partiti di governo, alcune banche e anche succursali d’imprese
straniere, come la Coca Cola. Alle manifestazioni si univa anche la maggioranza
della polizia che era in sciopero. In questo contesto Goni ha utilizzato le
Forze Armate per reprimere la rivolta.
L’epicentro della rivolta
si è concentrato davanti al palazzo del Governo, difeso dai carri armati e,
come se non bastasse, Goni ha fatto mettere dei cecchini sui tetti dei palazzi
circostanti con l’unico scopo di uccidere la gente. Così è morta un’infermiera
che stava curando un manifestante ferito. In quelle condizioni il sindacato
maggioritario, Cob (Comisiones Obreras Bolivianas), si è visto costretto a
convocare uno sciopero generale per il giorno seguente. La rivolta è continuata
non solo giovedì ma anche venerdì e sempre più combattiva, chiedendo le
dimissioni di Goni e del suo governo.
Così la Cob ha convocato
nuovamente uno sciopero generale per lunedì e martedì. La risposta di Goni è
stata la minaccia al Mas e alla popolazione di aumentare la repressione,
proclamando lo stato d’assedio, ma la forza delle masse lo ha costretto a fare
un passo indietro: tutti i suoi ministri sono stati costretti a dimettersi e
Goni ha formato un nuovo gabinetto di ministri sostituendo quelli più odiati
dal popolo.
Ma Goni sarà disposto a
distribuire le terre che oggi appartengono ad una cricca di latifondisti e a
non portare più avanti lo smantellamento delle piantagioni di foglia di coca
(così come chiedono gli Usa), grazie alle quali vivono la maggioranza dei
contadini boliviani? Sarà disposto a nazionalizzare alcune delle compagnie più
importanti della Bolivia? Le lotte si sono calmate, ma Goni è stato ad un passo
dall’essere cacciato dal governo, ha lasciato sulla strada 33 morti e poco meno
di 200 feriti. Le masse hanno fatto vedere la loro forza e, quindi, dovrà
misurare molto bene i suoi gesti. Febbraio ha rappresentato l’apice di una
serie di precedenti proteste e lotte contro una politica che i diversi governi
hanno portato avanti sotto i dettami del Fmi. Dal 1996 con il primo governo di
Goni e poi con quello di Banzer (1998-2002) la borghesia boliviana ha portato
avanti una politica di privatizzazioni e tagli sociali aumentando povertà e
sfruttamento.
Le ultime elezioni, nel
giugno 2002, ci hanno fatto capire che le masse vogliono un cambiamento
radicale, e per la prima volta il Mas è stato il secondo partito. Il Mas
raggruppa il settore contadino (molto povero e uno dei più combattivi insieme a
quello dei minatori) che è molto ampio in Bolivia e dal quale proviene lo
stesso Evo. Il voto per Morales dimostra che non solo lo hanno votato i
contadini, ma una parte molto ampia della classe operaia delle città. Evo
sembra davvero un uomo onesto, preoccupato per i problemi dei boliviani e con
il desiderio di far uscire la Bolivia dalla situazione di povertà estrema in
cui si trova. Nelle sue parole Evo vuole rifondare il paese su basi nuove. Si
dichiara anticapitalista e antineoliberista, per lui il capitalismo in Bolivia
ha fallito. Dice che “gli indigeni pretendono, dal Parlamento, di portare
avanti cambiamenti radicali”, “i movimenti antineoliberisti devono essere
rappresentati con una forza considerevole dentro il Parlamento”. Evo vuole
basarsi sulle proposte del popolo, dare nuove opportunità a tutti quei piccoli
imprenditori rovinati dalle grandi multinazionali, creare piccole imprese
gestite dalla gente, lottare per il diritto all’autodeterminazione delle
diverse etnie indigene boliviane, mettere lo Stato al servizio della popolazione
e portare il paese ad una politica socialista e di uguaglianza.
Ma di che socialismo sta
parlando Evo? Di uno fatto dal Parlamento, attraverso riforme e leggi? Quella
di Evo è un’utopia e se un giorno arriverà al governo (cosa molto probabile),
anche se ha tutta l’onestà del mondo, si scontrerà con la realtà e vedrà che
non esistono vie di mezzo sotto il capitalismo, che non si può “rifondare” la
Bolivia attraverso le riforme. Soltanto le masse, organizzate in comitati, con
la lotta di classe potranno cambiare la situazione boliviana. L’unica
possibilità per la popolazione di uscire dalla povertà e dallo sfruttamento è
quella di lottare per il socialismo, unendo il proletariato e i contadini
attorno ad un programma che rompa con il capitalismo, nazionalizzando le
industrie e le banche sotto il controllo operaio ed espropriando i latifondisti
per dare la terra ai contadini. Solamente così ci sarà un futuro per la classe
operaia e contadina boliviana e di tutta l’America Latina.