FalceMartello n° 165 * 4-04-2003
Omicidio
Djindjic in Serbia: il prezzo delle
contraddizioni capitaliste
Il 12 marzo il primo
ministro serbo Zoran Djindjic è stato ucciso da due o tre cecchini nel cortile
dello stesso palazzo del governo. Questo avvenimento pone la parola fine alle
illusioni sulla possibilità di una Serbia “europea”, cioè con un capitalismo
politicamente stabile e relativamente prospero.
In realtà questo
assassinio non deve apparire inaspettato nella situazione serba odierna: negli
ultimi due anni i casi irrisolti di assassinii di gansters come pure di
funzionari di Stato sono diventati di normale amministrazione in questo paese.
di Pietro Sassi
Per Djindjic, come per i
suoi meno illustri predecessori, si riapre la comoda ipotesi della mafia che
uccide; “ovviamente” maligna e assassina e ora anche nemica delle “riforme” che
il “modernizzatore” (leggi privatizzatore) Djindjic voleva promuovere. Per la
nostrana stampa borghese è quindi semplice questione di lotta del bene (il loro
bene, cioè il capitalismo) contro il male. La realtà è ben più complessa e
l’ipotesi mafia scricchiola.
Lo scorso novembre Mrko
Nikovic, ex capo della polizia di Belgrado e attualmente vicepresidente
dell’Associazione Internazionale per la Lotta contro la Droga, in occasione dell’arresto
dei presunti assassini del generale della polizia serba, ha così dichiarato in
un’intervista al settimanale belgradese Blic news: “alla criminalità non
conviene la destabilizzazione dello Stato. Alla criminalità organizzata
conviene che le cose continuino ad andare avanti come sono sempre andate fino
adesso, che nessuno li disturbi. I criminali non vogliono grandi rivolgimenti
politici”. Più probabile è che qualcuno dall’interno dei vertici dell’apparato
statale abbia reclutato la criminalità organizzata per l’uccisione di Djindjic.
Infatti sempre nella stessa intervista Nikovic afferma: “i criminali da soli,
senza l’aiuto di infrastrutture della polizia, non possono compiere nessun
omicidio cruciale… a Belgrado sono stati uccisi molti capi di singoli clan e
gruppi politici, ivi incluso lo stesso Arkan. Tutto dipende da chi è vicino
all’establishment e ha dato più soldi all’establishment o alla polizia, oppure
è stato ritenuto dall’establishment un collaboratore più prezioso di altri”.
Allora chi, dall’interno
dei vertici statali? Forse, come si insinua spesso da parte dei commentatori
borghesi, i residui del vecchio apparato di Milosevic? Forse, ma non si vede un
motivo particolare; infatti, come ha sintetizzato il noto commentatore politico
montenegrino Nebjosa Medojevic in un intervista pubblicata ancora da Blic News
il giugno scorso: “il governo di Djindjic, grazie al metodo con cui privatizza
le imprese serbe, ha dato in pratica la possibilità a tutti coloro che hanno
saccheggiato la Serbia di legalizzare le loro rapine”.
Forse allora si potrebbe
puntare il dito contro apparati statali non serbi. Agli Usa non deve essere
piaciuta la recente fretta del governo serbo di arrivare ad una spartizione del
Kossovo: questo ha rinfocolato la tensione nella regione nonché l’attività
terroristica dell’Uck; di sicuro in un momento in cui l’amministrazione Bush
vuole concentrare la sua attenzione militare altrove. Ancora meno deve essere
piaciuta a Bush & C. l’attività della Jugoimport. Questa azienda statale
prossima alla privatizzazione è stata finora il gigante dell’economia
jugoslava. Quello che deve essere spiaciuto al governo Usa è il fatto che dopo
un decennio di esportazioni d’armi all’Iraq, questo è continuato anche sotto il
governo Djindjic, in modo sotterraneo, usando società d’esportazioni collegate
alla Jugoimport.
D’altra parte si può
obbiettare che proprio Djindic era il cavallo di Troia del capitalismo europeo
e nordamericano in Serbia e come tale lo hanno sempre spalleggiato.
In verità si potrebbe
andare avanti all’infinito con le congetture, ma queste sono destinate a
rimanere tali. Più interessante è il motivo per cui è praticamente impossibile
andare oltre le congetture.
Per cominciare a capire
definiamo Djindjic: costui, nonostante la sua pronta santificazione ad opera
del governo serbo e della stampa internazionale, era un vero filibustiere della
politica.
Djindic iniziò la sua
carriera politica come studente dissidente alla facoltà di filosofia di
Belgrado. Di ritorno dal master in Germania, si orienta a sinistra e flirta con
idee anarchiche. Quando la burocrazia titoista comincia a perdere il controllo
della situazione, nel 1989, aderisce al Partito Democratico, in opposizione da
destra alla burocrazia e favorevole ad una aperta e rapida restaurazione del
capitalismo. Nel 1994 raggiunge il vertice del partito sgambettando il suo
stesso protettore e fondatore del Partito Democratico, Draljub Micunovic.
Durante il periodo di Milosevic, Djindjic non fu mai in grado di guadagnare
grande popolarità a se stesso e al suo partito; specialmente ostile gli è
sempre stata la classe lavoratrice a causa delle sue posizione ultra
filoccidentali. In occasione delle manifestazioni di massa del 1996 contro
Milosevic, Djindjic (uno dei leader del movimento di protesta) si fece beccare
con le mani nel sacco del doppio gioco: fu scoperto ad aver negoziato per tutto
il tempo delle proteste con lo stesso Milosevic, che come ringraziamento dopo
le proteste lo fece sindaco di Belgrado. Carica che ricoprì per un breve
periodo, dato che quando iniziò l’aggressione Nato subito Djindjic lasciò il
paese sotto i bombardamenti, lamentandosi che la sua vita era in pericolo!
Come puntualizza Goran M. editorialista della rivista marxista Serba Pobunjeni Um
“fino ad oggi Djindic ha sempre avuto bassi consensi nei sondaggi
d’opinione. Ciononostante, nonostante la mancanza di un seguito di massa, è
stato un grande organizzatore, un leader d’opposizione con numerosi contatti e
agganci. Il suo partito ben organizzato e i suoi agganci con gente negli
apparati di sicurezza dello Stato -che prima stavano dietro a Milosevic- gli
diedero un ruolo importante. Dopo la caduta di Milosevic egli era l’unico
leader dell’opposizione con la capacità e le infrastrutture per prendere in
mano il potere statale e fare andare avanti le cose. Negli ultimi due anni ha
tenuto quasi tutte le leve del potere nelle sue mani, lasciando solo le
briciole agli altri leader della coalizione di governo. Ma proprio le
circostanze politiche che hanno consentito a Djindjic una rapida ascesa, ne
hanno decretato la morte.”
Nelle nazioni occidentali dominate da borghesie stabili il governo e il suo
primo ministro godono di qualche tipo di appoggio sociale. Questa non è affatto
la situazione serba e tantomeno la situazione di Djindjic. Djindjic fin
dall’inizio del suo governo godeva della diffidenza dei lavoratori, come
abbiamo già ricordato, e coerentemente si mise sulla strada già imboccata da
Milosevic, ma con il piede sull’accelleratore. Mentre infatti Milosevic si adoperò
molto attivamente per sgretolare l’economia statalizzata jugoslava, lo fece
sempre con una certa prudenza, evitando di provocare troppo apertamente i
lavoratori. Per esempio da una parte Milosevic stampava denaro con salari fissi
per aumentare i profitti delle imprese già privatizzate, ma dall’altra non
usava la mano troppo pesante nel far ciò e manteneva una certa assistenza
sociale: Djindjic invece ha subito molta fretta di compiacere i suoi sponsor
internazionali e il Fmi, fa a pezzi lo stato sociale e già nei primi tre mesi
del suo governo era riuscito ad abbassare i salari reali tra il 30 e il 60%,
mentre, nello stesso periodo, il prezzo dei beni di prima necessità (con i
salari nominali bloccati) saliva addirittura fino al 300%!
Solo la classe dei capitalisti ha tratto benefici dall’operato del governo
Djindjic, con i profitti che si sono alzati a spese dei salari. Ma i
capitalisti sono gente pratica che non si perde in ringraziamenti e
riconoscenza, tanto più con chi non è uno di loro, ma solo un parvenu, un
piccolo filibustiere della politica come Djindjic. Costui poteva appoggiarsi
solo sulla corruzione dell’apparato statale (anche se a parole diceva di
volerla combattere),
A questo punto non è difficile capire in che pasticcio si sia cacciato Djindjic.
Djindjic si è trovato a fare il filibustiere politico non in Svizzera, ma in un
paese disastrato dalla guerra e da una crisi economica che addirittura anticipa
quella internazionale, sottoposto alla cupidigia delle multinazionali di ogni
dove. In una situazione del genere è impossibile accontentare tutti i settori
della classe dominante a livello nazionale e internazionale: qualcuno, oltre ai
lavoratori, deve finire per essere scontentato. Qualche gruppo di capitalisti,
nazionali o stranieri che siano, finisce per rimetterci dei profitti… a quel
punto il destino di Djindic è segnato. Gli scontenti fanno leva sull’apparato
statale che lascia campo libero alla criminalità organizzata (se non
addirittura agisce in proprio); Djindjic è un uomo morto.
Per adesso questa è solo una storia serba, ma in realtà è musica del futuro
anche per i paesi capitalisti avanzati: con l’avanzare della crisi economica
gli scontri tra gruppi capitalisti saranno sempre più frequenti. La barbarie
che la crisi del capitalismo sta trascinando dietro di se può essere fermata
solo se il movimento dei lavoratori sarà in grado di prendere il controllo
della società, in Serbia come nel resto del mondo.