FalceMartello n° 165 * 4-04-2003
Bandiere rosse nel centro
di Lahore
Un grande successo dei
marxisti pakistani
Bilancio del 22esimo
congresso di The Struggle
Lahore, 26 marzo 2003 -
Si è concluso ieri il 22esimo congresso di the
Struggle, la tendenza marxista pakistana. Il congresso ha visto una
partecipazione senza precedenti sia per numeri che per composizione. 877
compagni hanno affollato l’Alhamra Art Centre, nel centro di Lahore.
Il primo aspetto che
colpisce in questa assemblea è che vi sono rappresentate tutte le innumerevoli
nazionalità che compongono questo paese. Baluci, punjabi, hazara, kashmiri,
sindi e molti altri; un fatto di importanza strategica per una tendenza
internazionalista che opera in un paese nel quale la questione nazionale non è
mai stata risolta e che viene periodicamente attraversato da sanguinosi
conflitti etnici.
di Claudio Bellotti
Il congresso si è aperto
con un dibattito sulla guerra in Iraq e le prospettive internazionali,
introdotto da Alan Woods. Le sessioni successive hanno toccato le prospettive
per il Pakistan, illustrate dal compagno Manzoor Ahmed, i compiti dei marxisti
in relazione al parlamento, introdotta dal compagno Lal Khan, e i compiti
organizzativi per la prossima fase.
Un risultato straordinario
per un gruppo costruito in pochi anni a partire da un nucleo ristretto di 5 o 6
compagni esiliati in Europa durante la dittatura negli anni 80.
Nella sua relazione Alan
Woods ha sottolineato la rottura completa dell’equilibrio internazionale come
conseguenza della guerra in Iraq. “Bush è
riuscito a spaccare l’Onu, a dividere la Nato e a dividere l’Europa; fra Europa
e Usa si apre un abisso. E ora è riuscito anche a scontrarsi con i turchi. È
chiaro che l’esercito turco non permetterà a nessun costo la formazione di uno
Stato curdo in Iraq, stanno entrando in Iraq e gli americani non possono
impedirlo. La frattura fra Usa e Turchia è un evento clamoroso, la Turchia è
stata per decenni il principale alleato degli Usa in Medio oriente, assieme a
Israele. L’equilibrio capitalista è rotto a tutti livelli: economico,
diplomatico, militare; le mobilitazioni su scala mondiale sono in realtà un
preludio rivoluzionario. Anche se il movimento è ancora nella sua fase
iniziale, è chiaro che la marea si è invertita in tutto il mondo”.
Veterani, operai,
studenti, donne
Il secondo aspetto che
colpisce è la composizione politica di questa assemblea. C’è un settore di veri
e propri veterani della lotta di classe e del movimento rivoluzionario
pakistano. Compagni come Lal Khan, che molti nostri lettori hanno conosciuto in
Italia nel 2001, compagni come Shaida Jabeen, la donna che ha subito la più
lunga condanna al carcere in tutto il Pakistan, che è stata torturata sotto la
dittatura del generale Zia, poi responsabile del lavoro femminile del Ppp e
successivamente emarginata da Benazir Bhutto per la sua adesione alle idee
marxiste; compagni come Ghulam Abbas, che ha lottato sotto tre diverse
dittature e che alle scorse elezioni è stato tenuto fuori dal parlamento da un
broglio palese, nonostante abbia preso 64mila voti nel suo collegio.
C’e poi uno strato
significativo di attivisti operai e sindacali, compagni che hanno diretto lotte
epiche nelle acciaierie di Karachi, i compagni di Quetta che 18 mesi fa hanno
organizzato un duro sciopero dei dipendenti pubblici che ha paralizzaro la
città e che ha portato a 197 arresti
fra i lavoratori, compreso il compagno Hameed Khan, anche lui presente al
congresso. I lavoratori arrestati vennero rilasciati dopo una vasta campagna di
solidarietà internazionale. Ci sono attivisti sindacali di numerose categorie:
acciaio, poste, linee aeree, lavoratori del porto di Karachi (che è il cuore
industriale del Pakistan), delle raffinerie, ferrovieri, dipendenti pubblici,
ecc.
In uno dei paesi che vede
la peggiore condizione femminile nel mondo, questi compagni hanno dimostrato la
maggior tenacia e capacità nell’avvicinare le donne alla militanza
rivoluzionaria. La presenza di oltre 87 compagne in questo congresso è la
testimonianza dell’efficacia di questo lavoro condotto sul terreno più difficile.
(I lettori possono approfondire questo aspetto decisivo nell’articolo Donne in Pakistan della compagna Sadaf
Zahra, da noi pubblicato sul n° 5 della nostra rivista In difesa del marxismo).
Ci sono centinaia di
giovani che si sono avvicinati alla politica rivoluzionaria nell’ultimo anno o
due. Due anni fa la Jknsf (federazione nazionale degli studenti del Kashmir) ha
eletto come proprio presidente un compagno di The Struggle e al congresso ora partecipano numerosi. Uno di loro
ha fatto un intervento appassionato nel dibattito. I kashmiri sono oppressi da
oltre mezzo secolo, 4 guerre e 80mila morti non hanno portato a nulla. Oggi il
popolo del Kashmir si sente oppresso sia dall’India che dal Pakistan e vuole
l’indipendenza. Ma un Kashmir indipendente può formarsi solo so basi
socialiste, può essere solo un Kashmir socialista inserito in una federazione
con India e Pakistan sulla base di un processo rivoluzionario che coinvolga il
subcontinente. L’alternativa è un incubo ancora peggiore, con la minaccia latente
delle armi nucleari accumulate da entrambi i paesi.
Di ritorno da
Baghdad
Fra i partecipanti vi sono
anche tre altri deputati del Ppp: Zulfiqar Gondal, Shakeela Rasheed e Qamar u
Zaman Kaira. Il Ppp, come spiegato nell’intervista al compagno Manzoor Ahmed, è
attraversato da una forte crisi che ha diviso il suo gruppo parlamentare,
all’interno del quale si sta coagulando un’opposizione di sinistra.
Zulfiqar è recentemente
stato in visita a Baghdad, che ha lasciato il giorno stesso dello scoppio del
conflitto. Ecco alcune delle sue impressioni. “Gli iracheni sono determinati a opporsi all’invasione, anni di
sanzioni li hanno induriti. I loro sentimenti verso Saddam Hussein sono
compositi, ma è chiaro che l’imperialismo viene visto come il nemico numero uno.
Le sanzioni hanno avuto un effetto disastroso. C’è una malnutrizione generale,
soprattutto fra le donne e i bambini. Il programma Oil for food non solo non fa
fronte a questo, ma è totalmente fuori del controllo sia del popolo che del
governo iracheno.
Per quanto riguarda le sorti del conflitto, è uno scontro fra tecnologia e
esseri umani. È chiaro che gli iracheni non possono competere sul terreno
puramente militare, per cui si sono concentrati sulle aree urbane dove
potrebbero opporre una resistenza molto dura.
Sono ritornato attraverso la Siria dove era chiara l’opposizione generale e
la rabbia contro gli Usa. Ritornando abbiamo incrociato un gruppo di una
quarantina di siriani che andavano a Baghdad per offrirsi volontari in guerra.”
In piazza contro la
guerra
Alla fine del congresso si
decide di uscire in piazza per una manifestazione. Il corteo è illegale, dato
che il governo ha proibito tutti gli assembramenti di più di cinque persone (la
proibizione era stata sospesa per permettere la manifestazione dei partiti
islamici la scorsa settimana), tuttavia i poliziotti che arrivano nel giro di
pochi minuti sono più sorpresi che aggressivi. La manifestazione prosegue e si
ferma per circa un’ora davanti alla sede dell’Assemblea nazionale del Punjab,
bloccando una delle principali arterie del centro di Lahore. In piedi su una
bici, senza megafoni, parla Manzoor Ahmed, parlano altri compagni, si aggrega
anche gente di passaggio. Quando infine togliamo il presidio siamo quasi il
doppio di quando siamo arrivati.
“Credimi, mi dice un
compagno, non sai quante volte ho manifestato in questa via e ci siamo
scontrati con i poliziotti; ma non avevo mai visto tante bandiere rosse qui
come le ho viste oggi!”