FalceMartello n° 165 * 4-04-2003
Italtractor
Ancora una volta i vertici
Fiom frenano la lotta dei lavoratori
A pochi mesi dalla fine
della lotta dei lavoratori FIAT di Termini Imerese la scena si ripresenta
assolutamente identica: il padrone di turno vuole far pagare ai lavoratori la
crisi licenziando, i lavoratori si ribellano, sono disposti ad andare fino in
fondo nella lotta, ma a questo punto i vertici sindacali, compresi quelli della
Fiom, fanno il diavolo a quattro per fermare la lotta portando gli operai ad
una sconfitta i cui effetti peseranno come macigni sulla vita ed il futuro di
centinaia di famiglie.
di Paolo Brini – direttivo regionale Fiom Emilia
Romagna
La vertenza
L’Italtractor venne
acquistata circa 10 anni fa per poche lire da Ivano Passini grazie ai suoi
legami con i DS e la “sinistra” istituzionale, ed ha goduto fino ad oggi di
ingenti finanziamenti pubblici, nazionali e regionali. Grazie a questi ha
portato l’azienda a raggiungere i 1600 dipendenti distribuiti in 5 stabilimenti
in Italia, a controllare il 30% del proprio mercato di riferimento e a
raggiungere profitti esorbitanti come quelli del 1999-00 pari a 600 miliardi di
lire.
Esattamente come per la
Fiat, qualche mese or sono è emerso ciò che i lavoratori sospettavano da tempo:
ad una crisi ingente di mercato si aggiunge la scoperta di una montagna di
debiti verso le banche. Ad un fatturato odierno di 250 miliardi di lire si
affiancano debiti per 220 miliardi! Naturalmente la ricetta di banche e padroni
per uscire dalla crisi è sempre la stessa: a pagare devono essere i lavoratori
e precisamente quelli impiegati nello stabilimento di Castelvetro (Mo).
Per mesi l’azienda non ha
voluto rivelare i suoi piani, quanti esuberi, quanti trasferimenti, che
progetti industriali ecc., ma le maestranze avevano già chiaro tutto: è evidente
che uno stabilimento che ha macchinari obsoleti da almeno 30 anni è destinato a
chiudere. Cosi, in un giorno di quest’inverno, vedendosi smontare e portare via
le prime attrezzature, i lavoratori scendono spontaneamente in lotta, si
siedono sulle macchine per impedirne il trasloco, auto-convocano un’assemblea e
danno inizio al braccio di ferro con l’azienda.
La lotta
Quanto grande fosse la
determinazione dei lavoratori nel portare avanti questa vertenza emerge
dall’audacia e radicalità delle forme di lotta messe in campo.
La capacità organizzativa
e di mobilitazione di questi operai sta lì a dimostrare ancora una volta tutto
il potenziale esplosivo che sta covando tra le fila del proletariato. Scioperi
a scacchiera e a gatto selvaggio come non si vedevano dall’autunno caldo,
un’adesione tra i lavoratori in produzione pari al 100%. A chi è scettico
sull’efficacia di questi metodi di lotta non poteva dare risposta migliore la
medesima direzione Italtractor in un suo comunicato dove ammette come questi
tipi di sciopero “determinano per
l’azienda danni talmente consistenti e gravi da non essere minimamente
proporzionati alla sola perdita di produzione”. Lampante! Colpire i padroni
nel vivo della produzione è ancora l’arma più efficace.
Certo la lotta ha avuto il
limite di non vedere l’adesione, se non in minima parte, degli impiegati. Ma,
oltre al fatto che bloccando il nerbo della produzione si era già in grado di
mettere in ginocchio l’azienda, in un contesto come quello odierno, in cui
centinaia sono le aziende in cui i lavoratori subiscono la medesima sorte, una
lotta esemplare come questa avrebbe potuto fare da detonatore per moltissime
altre realtà, creando così tutti i requisiti per avere una emulazione a catena
che sarebbe stata determinante per poter proseguire e vincere la battaglia.
Il ruolo della Fiom
Purtroppo i vertici
sindacali non sono stati dello stesso parere, compresa l’organizzazione cui
anch’io appartengo: la Fiom. Infatti quest’ultima, invece di organizzare la
solidarietà e l’aiuto delle altre fabbriche, anziché tentare di estendere la
lotta agli altri stabilimenti ITM a cominciare da quello di Fanano (Mo),
anziché condurre e rendere più efficace la lotta ecc., ha fatto il possibile,
avendo nell’azienda il maggior numero di iscritti, per frenare la lotta,
isolarla e ricondurre i lavoratori “nei ranghi”.
Fin dall’inizio delle
mobilitazioni il segretario della Fiom ha tenuto a far sapere a lavoratori ed
Rsu che non condivideva queste forme di lotta, minacciando costantemente i
lavoratori di togliere il sostegno dell’organizzazione agli scioperi! La
reazione delle maestranze è stata più che comprensibile: ad un iniziale
disorientamento sono succeduti rabbia e risentimento verso i vertici sindacali.
Ovviamente l’apparato non
si è minimamente preoccupato di convocare, se non a vertenza ormai conclusa, un
direttivo per discutere e rendere conto ai delegati ed alla base
dell’organizzazione. Di più, chi scrive ha assistito, invitato dall’Rsu, ad una
assemblea di lavoratori ITM in cui non solo mi è stato impedito dal mio stesso
segretario di portare la solidarietà della mia fabbrica, ma addirittura si è
risposto alle sacrosante critiche dei lavoratori con un’arroganza
inaccettabile. Morale: la lotta se non ha sbocchi e prospettive è destinata a
scemare; sfortunatamente questa è stata anche la sorte di questa mobilitazione.
Tale contesto ha creato le
condizioni perché i vertici sindacali potessero firmare quello che è un vero e
proprio accordo bidone. In tutto questo l’Rsu ha tentato in una prima fase di
giocare un ruolo di direzione delle lotte, contribuendo non poco a creare
coscienza tra i lavoratori, ponendo anche, giustamente, alla discussioni degli
O.d.G. che affrontavano il tema dell’occupazione dello stabilimento ecc.
Purtroppo però, nei
momenti decisivi, anziché appoggiarsi sulla forza proveniente dalla
determinazione degli operai nel proseguire la lotta, l’Rsu ha di fatto
capitolato alle pressioni dei vertici sindacali.
Certamente comprendiamo
(anche perché in parte le abbiamo condivise nelle ultime settimane della
vertenza) le difficoltà cui i delegati hanno dovuto far fronte,
l’accerchiamento, l’isolamento cui sono stati sottoposti e di cui il sindacato
è totalmente responsabile. Tuttavia ciò non esime questi compagni dalla responsabilità
di aver firmato un accordo che ponendo fine alla mobilitazione, permette di
fatto all’azienda di raggiungere i suoi scopi rivalendosi completamente sulla
pelle dei lavoratori; a partire dalla Rsu stessa che, non stentiamo a crederlo,
sarà la prima a cadere sotto le grinfie della repressione aziendale.
L’accordo
Nell’accordo, se da un
lato si promettono alcuni investimenti quasi inutili dall’altro si sancisce
che, per cominciare, entro qualche mese lo stabilimento di Castelvetro sarà
dimezzato. Dopo di che, se l’azienda avrà la possibilità, investirà
altrimenti…chissà! Sappiamo già cosa tutto questo vuole dire: si comincia ad
eliminare una parte di lavoratori per poi chiudere definitivamente lo
stabilimento con, oltretutto, il risultato importantissimo di fermare le lotte
e dividere i lavoratori. Se a questo si aggiunge che si parla di trasferire in
tempi non lunghissimi, oltre ai montaggi, anche altri reparti come quello
spedizioni, si capisce come in realtà il destino di questo stabilimento sia già
segnato.
Già in passato l’azienda
si è dimostrata pronta a stracciare accordi firmati, a partire dal contratto
aziendale, per i propri interessi. In tutto ciò cosa spetta ai lavoratori?
Trasferimenti, mobilità “volontaria”, cassa integrazione straordinaria e dunque
di fatto esuberi (anche se non apertamente dichiarati), ma nessuna garanzia di
avere un posto di lavoro nemmeno per chi oggi apparentemente non è coinvolto. I
debiti che l’azienda ha contratto la pongono a tutt’oggi a rischio di
fallimento.
Questo accordo rappresenta
non solo una capitolazione alla volontà dell’azienda ma altresì uno stillicidio
di posti di lavoro.
Conclusioni
Questa vertenza una volta
di più ci dimostra come per vincere una lotta non basti la, pur fondamentale,
determinazione delle maestranze in sciopero. È necessaria una direzione
cosciente che sappia respingere le pressioni di chi vuole frenare i lavoratori
e sappia andare fino in fondo nella lotta. Non solo, tutti questi episodi, da
Termini Imerese all’Italtractor, dimostrano quanto, oggi più che mai, sia
necessaria una svolta reale, e non solo a parole, nel nostro sindacato.
Per far questo è
necessario costruire una vera alternativa all’attuale direzione sindacale;
costruire una sinistra sindacale concreta e credibile, che alle parole sappia
far seguire i fatti.
Una sinistra non
d’apparato ma che parta dal basso, dai lavoratori e che sappia far leva sulla
rabbia che va accumulandosi nelle fabbriche per rompere definitivamente la
logica concertativa che non guida solo la maggioranza della Cgil ma anche la
minoranza di Cambiare Rotta.
Mentre chiudevamo il
giornale in redazione ci è stato comunicato che si è tenuta una votazione in
fabbrica sull’accordo.
Su 323 aventi diritto al voto
si sono presentati alle urne in 233, 145 voti a favore, 80 contrari, 6
astenuti. L’esito della votazione non cambia la nostra opinione sull’accordo
tanto più che l’azienda ha “spedito” a votare capi, capetti, ingegneri e circa
100 impiegati. Dall’altra parte molti operai delusi e amareggiati per come sono
andate le cose erano convinti che quella votazione era inutile: i giochi erano
già fatti e l’urna serviva solo a dare una parvenza democratica a una gestione
sindacale del tutto discutibile. - PB.