FalceMartello n° 165 * 4-04-2003
Referendum articolo 18 vincere è possibile!
Il 15 giugno voteremo al
referendum per l’estensione dell’articolo 18 alle aziende sotto i 15
dipendenti.
La campagna che si apre
per raggiungere il quorum e permettere che il Sì vinca ci offre grandi
opportunità, non solo per estendere un diritto fondamentale, ma anche per riprenderci
quanto abbiamo lasciato sul campo in questi anni. La partita si vincerà solo ed
esclusivamente se sapremo convincere i giovani, i lavoratori, i disoccupati che
il referendum è anzitutto il trampolino di lancio per nuove conquiste.
di Paolo Grassi
Anche se in questi giorni
il referendum sembra passato in secondo piano, presto se ne tornerà a parlare.
Non è difficile prevedere che a maggio la questione riconquisterà le prime
pagine dei quotidiani creando un ampio dibattito e una certa polarizzazione.
Questo significa che dovremo sfruttare l’occasione per saper prontamente
rispondere alle mistificazioni dei padroni.
L’unica questione su cui i
padroni sono ancora indecisi è se sconfiggere il referendum con una campagna
astensionista o se con una poderosa campagna per il No. Il governo ha deciso di
convocare il referendum il fine settimana successivo al secondo turno delle
elezioni amministrative, puntando sulla stanchezza degli elettori che
dovrebbero votare tre volte in un mese.
Confcommercio ha istituito un comitato per il No. Comunque la si prenda
emerge chiaramente un fatto, i padroni temono il referendum.
La propaganda
padronale
I padroni non
risparmieranno nessun colpo pur di raggiungere il proprio obbiettivo. Dagli
allarmi terroristici tipo “danneggerete in modo irreversibile l’economia e
l’occupazione gettando migliaia di piccoli imprenditori nella miseria e milioni
di lavoratori nel lavoro nero”, alle minacce, come quelle di Guidi (consigliere
incaricato di Confindustria per le relazioni sindacali) che dalle pagine del Corriere della sera del 17 gennaio
ricorda a tutti che nei paesi emergenti dell’Europa dell’est, come la Romania o
l’Albania, la manodopera costa circa un euro all’ora contro i 17 euro
dell’Italia e che referendum anacronistici come questo rischiano solo di
aggiungere nuove aziende italiane alla già lunga lista di quelle che sono
andate all’estero a curare i propri interessi.
Infatti la discussione
deve proprio concentrarsi sugli interessi. Chi ha interesse a far vincere il
referendum, chi ha interesse a farlo fallire. Il referendum è anzi tutto
un’occasione per parlare coi giovani, coi lavoratori, un occasione per spiegare
perché il capitalismo va combattuto. E ogni argomento che usa la borghesia è un
argomento che ci permette di smascherare i suoi interessi di classe.
L’economia, non solo
italiana ma internazionale, è in crisi perché è l’anarchia del mercato che crea
sovrapproduzione. Siamo alle solite, i padroni per fare profitti sfruttano i
lavoratori spremendoli come limoni, producono più merci di quello che il
mercato può assorbire, per vincere la concorrenza comprimono salari e
peggiorano le condizioni di lavoro, poi quando le cose vanno male scaricano su
di noi le colpe buttandoci in mezzo a una strada, e se il lavoratore è precario
o se l’azienda è sotto i quindici dipendenti è ancora meglio perché è più
facile licenziarlo.
Ci dicono che butteremo
milioni di lavoratori nelle braccia del lavoro nero facendo finta di non sapere
che i lavoratori in nero attuali sono già milioni (l’ultimo dato dell’Istat
parlava di 3,4 milioni) e facendo finta di ignorare che il lavoro nero è frutto
della disperazione della gente soprattutto al sud, e che gli imprenditori
(soprattutto del nord) lo utilizzano a piene mani per non pagare i contributi e
abbassare ulteriormente il costo del lavoro.
In verità quello che preme
ai padroni è soffocare ogni possibilità che i lavoratori prendano coscienza
della loro forza, evitare che possa succedere una qualsiasi cosa che inverta la
tendenza al peggioramento delle condizioni di lavoro degli anni passati.
Prendere
l’iniziativa
Il referendum in genere
non può essere considerato lo strumento con cui fare avanzare le condizioni
operaie (al referendum votano tutti, anche i padroni e milioni di cittadini che
non sono lavoratori dipendenti), lo è diventato in questa occasione a causa
dell’incapacità dei vertici sindacali di sviluppare un programma di
rivendicazioni e mobilitazioni adeguate alle esigenze dei lavoratori, dopo che
l’anno scorso in milioni ci siamo mobilitati in difesa dell’articolo 18.
L’incapacità dei vertici sindacali di dare uno sbocco concreto alla battaglia
messa in campo contro l’attacco del governo Berlusconi ha fatto sì che questo
diventasse l’unico canale con cui ottenere quello che con le mobilitazioni non
è stato ottenuto.
Sfruttiamo l’occasione del
referendum per discutere perché nonostante due scioperi generali, una
manifestazione di 3 milioni il 23 marzo e tanti scioperi locali, non siamo
riusciti a mettere in crisi il governo di destra. Sfruttiamo l’occasione per
smascherare quei dirigenti che hanno nostalgia della concertazione e dell’unità
di vertice (usata come alibi per firmare gli accordi più vergognosi), e per
incalzare i dirigenti che si nascondono dietro una fraseologia più radicale ma
poi continuano a gestire anche vertenze importanti, come quella dei
metalmeccanici, con i soliti metodi verticisti. Dietro l’ambiguità dei vertici
sindacali c’è la crisi del capitalismo che riduce continuamente i margini con
cui i dirigenti possono trovare spazio per fare accordi con i padroni.
Questo ha costretto
Cofferati, e ora Epifani, ad assumere almeno formalmente un profilo più
conflittuale, ma allo stesso tempo, questi dirigenti sono preoccupati di
perdere il controllo del movimento dei lavoratori che loro stessi hanno
contribuito ad avviare. Da qui le esitazioni della Cgil a schierarsi per il Sì.
Dietro le argomentazioni
di Cofferati contro il referendum si nasconde il timore di rivitalizzare
l’ambiente tra i lavoratori e che questo porti alla rottura con quel Centro
sinistra moderato responsabile dei disastri di questi anni.
La sinistra esita
Affermare, come fa
Cofferati, che l’estensione dei diritti deve essere portata avanti attraverso
percorsi legislativi oppure che la vera priorità sono i lavoratori atipici (tra
cui gli ormai famosi Co.Co.Co.) che non trovano una risposta in questo
referendum, significa tradire le aspirazioni di milioni di lavoratori che nel
2002 hanno scioperato per l’articolo 18. Non si capisce perché quel “diritto inviolabile”
non debba valere per tutti i lavoratori.
Se Cofferati intende
risolvere con una legge il quesito referendario allora siamo sulla strada
sbagliata. Fare una legge che sostituisca il reintegro con un risarcimento più
cospicuo continua ad andare nella direzione di favorire i padroni che sono
sempre pronti a mettere una mano sul portafoglio pur di potersi levare dalle
scatole un elemento scomodo che non accetta di lavorare come una bestia o che
ha un ruolo di avanguardia nella lotta sindacale.
Se, invece, per via
legislativa si intende estendere a tutti i lavoratori gli stessi diritti
bisognerebbe ricordare che i rapporti di forza in parlamento non sono
favorevoli, mentre i lavoratori hanno bisogno di risposte subito.
Riusciremo a convincere
questi milioni di lavoratori a sostenere il referendum sull’articolo 18 solo
sapendo unire a questo appello al voto una proposta di rivendicazioni da
portare avanti concretamente nelle loro realtà lavorative.
Il 15 giugno andiamo a votare Sì e organizziamo una lotta capillare in ogni
luogo di lavoro, in ogni realtà territoriale per porre fine allo sfruttamento
indiscriminato dei padroni. Rivendichiamo l’abolizione del pacchetto Treu,
rivendichiamo l’assunzione immediata di tutti i lavoratori precari, smascheriamo
l’utilizzo di contratti come i Co.Co.Co., strumenti per aggirare l’assunzione,
tenendo ancora più alto il tasso di ricattabilità. Ecco cosa dovremmo proporre ai lavoratori per
convincerli a far propria questa battaglia.
Mancano due mesi e mezzo
al voto, la vittoria è alla nostra portata, a patto che riusciremo a
organizzare una campagna che motivi i giovani e i lavoratori a mobilitarsi per
i propri interessi di classe. Non stiamo lottando solo per estendere l’articolo
18 alle aziende con meno di 15 dipendenti, ma per aprire una nuova fase di
conflittualità che ci permetta di opporci in modo adeguato allo strapotere dei
padroni. La storia ci insegna che quando il movimento operaio si è mobilitato
compatto è riuscito ad ottenere grandi conquiste. Una di queste, lo Statuto dei
lavoratori, di cui l’articolo 18 è parte, venne conquistato solo grazie a una
lotta dura, determinata che vide la partecipazione di milioni di lavoratori. La
legge del maggio del 1970 che sancì questa conquista non fu un regalo del parlamento
o di un governo illuminato, ma un sottoprodotto delle lotte sociali che la
borghesia concesse per tentare di limitare una mobilitazione ancora più ampia e
risoluta dei lavoratori.