FalceMartello n° 165 * 4-04-2003
Pacifismo e guerra
La Chiesa ed il pacifismo
Nulla è stato lasciato
intentato da parte della borghesia per accreditare il Papa e la Chiesa cattolica
come i paladini del movimento contro la guerra. Per mesi ogni telegiornale ha
sterilizzato le immagini degli oceanici cortei contro la guerra affrettandosi a
dedicare ampio spazio all’ultima dichiarazione del Papa per la pace o
all’azione di qualche vescovo in missione diplomatica. L’equazione che si vuole
suggerire è che l’azione di milioni di persone sia uguale o inferiore a quella
di qualche vescovo.
di Dario Salvetti
I dirigenti del
centro-sinistra non hanno potuto che accodarsi a tale equazione. Per anni
abituati a difendere le guerre di rapina e non a condannarle, erano ben
contenti di coprire le proprie lacune biascicando qualche frase solenne del
tipo: “non sono parole mie ma del Santo
Padre”.
Conquistare i
lavoratori cattolici?
In questo inchino
collettivo di fronte alle gerarchie ecclesiastiche Liberazione, il quotidiano del nostro partito, si è posto in prima
fila. Non ce ne stupiamo: da anni ci abitua a sconcertanti articoli o titoloni
di prima pagina di elogio al Papa o all’azione di qualche vescovo altolocato.
Tutto questo viene rivenduto come un’abile tattica per conquistarsi la simpatia
dei lavoratori cattolici. L’effetto che si ottiene è l’esatto contrario. Noi
non neghiamo che migliaia di lavoratori, studenti e disoccupati cattolici siano
scesi in piazza per protestare contro la guerra. Questo è positivo: persone che
fino a ieri avevano la parrocchia come orizzonte, ora vengono a contatto con la
piazza. Questo apre un processo che li porterà in contraddizione con le stesse
gerarchie ecclesiastiche. Non è però di certo elogiando l’azione del clero e
del Papa che favoriremo tali contraddizioni. Al contrario. Il nostro compito è
spiegare pazientemente e con delicatezza le vere ragioni dell’opposizione della
Chiesa a questa guerra e quanto le posizioni espresse dal Papa siano in realtà
il piombo nelle ali del movimento contro la guerra.
La storia della
Chiesa
La tesi secondo cui il
cattolicesimo avrebbe una tendenza implicita alla pace, alla tolleranza e
all’uguaglianza è smentita dall’intero passato della curia. Gli interessi del
clero sono coincisi e coincidono con le spinte più reazionarie nella nostra
società. Durante gli anni ‘20 e ‘30 la Chiesa giocò un ruolo chiave
nell’appoggio all’avanzata del fascismo. Il Vaticano non riconobbe l’unità
d’Italia fino all’avvento del fascismo, quando vennero stipulati i Patti
Lateranensi nel 1929. Un accordo fu raggiunto anche con Hitler nel 1933. In
Spagna le chiese furono fin dall’inizio base naturale dell’appoggio al colpo di
Stato di Franco. Per tutta la durata del regime, Franco fu definito “campione
della civiltà cattolica”. Questo appoggio fu rinnovato ancora nel 1953 con il
Concordato con il regime spagnolo. A differenza di quanto fa credere la vulgata
generale, il papato di Wojtyla non è stato “rinnovatore”.
Per quanto riguarda l’America Latina è stato uno dei pontefici che più
attivamente ha perseguitato le correnti di sinistra sviluppatesi tra i preti di
base, come la Teologia della Liberazione. Nè fu casuale la visita resa al
dittatore cileno Pinochet nel 1988. Il viaggio più recente a Cuba mostra molto
di più le contraddizioni interne al regime cubano che una reale apertura del
Papa.
Come contrappeso alle
correnti di sinistra interne al basso clero, questo Papa ha rafforzato due
delle organizzazioni più reazionarie della storia ecclesiastica contemporanea:
l’Opus Dei e Comunione e Liberazione. La Chiesa, che oggi si riempie la bocca
di pace, ha giocato un ruolo particolarmente nefasto nella tragedia jugoslava,
schierandosi apertamente con il fascismo croato. Lo Stato del Vaticano fu uno
dei primi, insieme alla Germania, a riconoscere la Croazia. Durante tutto il
conflitto le chiese croate erano basi in cui, con tanto di cartine, si
organizzavano pogrom anti serbi.
L’oscurantismo ecclesiastico
in materia di diritti di donne e omosessuali ha rialzato la testa proprio negli
ultimi anni. C’è sempre stato un occhio benevolo verso le campagne
antiabortiste dell’integralismo cattolico americano, mentre il gay-pride è
stato più volte condannato per bocca del “Santo
Padre”.
Perchè la Chiesa si
dice contraria al conflitto in Iraq?
I motivi dell’opposizione
all’attuale conflitto sono tutt’altro che morali. Innanzitutto le gerarchie
ecclesiastiche sono consapevoli di essere attanagliate da anni da una crisi di
vocazioni e di fedeli. Di fronte ad una simile crisi, il clero non poteva che
sentire l’esigenza di ridarsi una facciata “più
umana”, con un Papa critico verso i
“potenti”.
Vi è poi la questione
della minoranza cattolica in Iraq. Ovviamente la curia ha un interesse naturale
ad allargare la propria influenza. Nei paesi arabi questo diventa ogni giorno
più difficile, visto l’inevitabile legame, agli occhi delle masse arabe, tra la
crociata di Bush e la religione cattolica. L’Iraq è uno dei paesi mediorientali
che ha concesso maggiore libertà e protezione alla minoranza cattolica.
Nonostante lo sbraitare di Bush sul fondamentalismo islamico iracheno, l’Iraq è
un regime laico. Questa convivenza pacifica, però, tra cattolici e regime di
Saddam è il riflesso di un rapporto più che rilassato tra curia e dittatura
irachena. Ne è stato una dimostrazione l’incontro, finito a tarallucci e vino,
tra gli uomini della Santa Sede ed il ministro degli esteri iracheno Tareq
Aziz. Come marxisti ci opponiamo all’aggressione all’Iraq, ma questo non ci ha
mai portato a teorizzare la connivenza con Saddam e la sua cricca.
Nulla di concreto
Per quanto l’alta curia si
possa riempire la bocca di pace, non può arrivare a nessuna aperta rottura con la
politica americana. Innanzitutto per quanto la minoranza cattolica irachena
rivesta una certa importanza, non può comunque superare quella della comunità
cattolica americana o europea. In secondo luogo, se la compiacenza con il
regime di Saddam ha potuto garantire la laicità dell’Iraq, l’occupazione
militare americana aprirà prospettive ben più rosee per le organizzazioni
cattoliche e per la conversione al cattolicesimo di fette maggiori della
popolazione dietro la scusa dell’assistenza umanitaria. Oggi la Chiesa attacca
la guerra all’Iraq, domani le organizzazioni cattoliche si trasformeranno in
uno dei principali punti di appoggio dell’occupazione militare tra la
popolazione.
Questo spiega perché, in
concreto, la posizione clerical-pacifista non sviluppi nessuna proposta contro
la guerra. Perché il Papa non è partito per Baghdad rendendo difficile al
cristianissimo Bush il bombardamento dell’Iraq? Perché non sono stati
minacciati di scomunica i parlamentari cattolici in caso di voto (eccome se
hanno votato!) a favore della guerra, dei crediti bellici, della concessione
delle basi? Perché non sono stati ritirati i preti militari che, a seguito
delle truppe Usa, si preoccupano di rinsaldare la fede cattolica degli invasori
e di convertire gli invasi? Le parole in Piazza San Pietro costano poco, i
fatti sono tutta un’altra cosa.
Preghiera, digiuno e
pacifismo
Lo spazio accordato dai
mass-media borghesi all’opposizione ecclesiastica al conflitto in Iraq risponde
alla necessità di aumentare il peso specifico delle posizioni integralmente
pacifiste all’interno del movimento contro la guerra. Oggi più che mai nel
gergo comune il termine “pacifista” viene
utilizzato per indicare chiunque si opponga alla guerra in Iraq. Da questo
punto di vista non ci scandalizziamo se i lavoratori, che vogliono opporsi alla
guerra imperialista, si autodefiniscono pacifisti. Tuttavia quando noi marxisti
usiamo il termine “pacifista”
intendiamo una corrente di pensiero ben precisa.
Trotskij spiegava come i
pacifisti accettino tutto del capitalismo tranne la guerra. Il pacifismo si
limita a dire che ogni forma di violenza è negativa ma in ultima analisi non
collega mai la lotta alla guerra alla lotta contro questo sistema economico.
Analizza la guerra come il risultato della natura bestiale dell’uomo e si
limita a predicare in modo quasi religioso la pace e la fratellanza nei gesti
quotidiani.
Per noi marxisti la guerra
è uno degli aspetti fondamentali del capitalismo. E’ impossibile porsi
l’obiettivo di eliminare l’uno senza eliminare l’altro. Non è causata dalla
generica bestialità dell’umanità, ma dalla particolare bestialità di questo
sistema economico. Una bestialità che deriva dalle stesse fondamenta del
capitalismo, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’estrazione violenta del plusvalore
prodotto da centinaia di milioni di persone a beneficio di una cupola di
capitalisti sempre più ristretta ed accecata dalla propria sete di profitto.
Accettare il capitalismo ripudiando la guerra è come accettare di ubriacarsi ma
rifiutare il mal di testa conseguente.
Ricercando la bestialità
della guerra in “ogni uomo”, il
pacifismo non individua mai i reali colpevoli della guerra. La guerra
imperialista è causata da uomini ben precisi con nomi e cognomi: gli
imprenditori che da quel conflitto trarranno benefici e profitti. Se questi
sono i colpevoli, l’unico modo per fermarli è attraverso un’ondata di scioperi
che blocchi la produzione e ponendo il problema storico della loro
espropriazione: per portare le leve della produzione dalle mani di questa
cricca di sciacalli ad un sistema democratico dove la popolazione pianifichi ed
orienti la produzione in base ai propri bisogni ed alle proprie aspirazioni di
pace.
La pressione dal
basso
Migliaia di lavoratori
cattolici credono di essere scesi in piazza contro la guerra perché il Papa li
ha illuminati. Non si rendono conto che è il contrario: il Papa è costretto a
pronunciarsi contro la guerra per la contrarietà a questo conflitto di milioni
di lavoratori.
Possono esistere, poi,
settori del basso clero che sinceramente rifiutano la brutalità di questo
sistema. Non c’è da stupirsi, è un fenomeno a cui abbiamo assistito più volte
nella storia.
L’incoscienza cerca sempre
faticosamente di aprirsi un varco verso la coscienza e non sempre trova
immediatamente i canali giusti per farlo. Le aspirazioni incoscienti, istintive
e genuine delle masse possono rivolgersi inizialmente verso canali di
espressione che trovano più familiari, così come la lava cerca il varco già
aperto di un vulcano per venire alla superficie. Ed i canali più familiari per
migliaia di persone magari non sono inizialmente le sezioni dei partiti di
sinistra ma le parrocchie. Per molti
lavoratori, le processioni, e non le manifestazioni, possono essere il primo
contatto con qualche forma di associazione organizzata. Così può capitare
paradossalmente che, di fronte ad un clima montante di rabbia verso la società,
addirittura un parroco possa sentire il clima sociale che si prepara ed esserne
onestamente impressionato ed influenzato, tanto da cambiare le proprie
posizioni.
La rivoluzione russa del
1905 inizialmente fu guidata dal pope ortodosso Gapon. Responsabilizzato dalla
polizia zarista di incanalare la rabbia dei lavoratori in associazioni
mutualistiche e religiose, Gapon finì per essere seriamente influenzato da tale
rabbia. Il 9 gennaio del 1905, nella famosa domenica di sangue, guidò una folla
di lavoratori a supplicare di essere ricevuti dallo zar dando così la scintilla
iniziale alla rivoluzione del 1905. Tuttavia il fenomeno Gapon non poteva che
essere transitorio: egli rappresentava il livello estremamente contraddittorio
della coscienza delle masse in un momento iniziale della rivoluzione. La
rivoluzione del 1905 iniziò sotto le bandiere di Gapon e terminò sotto le
bandiere bolsceviche.
Quando la Chiesa cattolica
fece i primi tentativi di creare delle proprie correnti sociali, in
competizione con le idee socialiste, ne rimase fortemente scottata. All’inizio
del secolo, in Italia, Murri fu incaricato di organizzare le associazioni cooperative
e mutualistiche cattoliche nella corrente della Democrazia Cristiana. Il suo
continuo contatto con la questione operaia lo portò a radicalizzare le proprie
posizioni tanto che la Democrazia Cristiana fu sciolta nel 1906 e Murri
scomunicato nel 1909.
Dopo il 1945 un nuovo
tentativo fu fatto con l’idea dei “preti-operai”,
preti che si ponevano l’obiettivo di cristianizzare i lavoratori condividendone
le condizioni di vita. L’esperienza dei preti operai terminò con la loro
scomunica da parte del Sant’Uffizio del 1959 visto che in grande maggioranza si
erano spostati su posizione marxiste. La situazione esplosiva in America latina
durante gli anni ’60 portò alla formazione di correnti d’ispirazione
rivoluzionaria tra il clero di base. Un prete come Camilo Torres finì con
l’imbracciare il fucile per combattere le ingiustizie del capitalismo.
La storia conosce ogni
genere di trasformazioni e queste ultime sono sicuramente tra le più peculiari.
Tuttavia il fatto che preti estremamente vicini alla condizione dei lavoratori
possano assumere posizioni onestamente rivoluzionarie non deve farci nemmeno
per un attimo smettere di spiegare che nel suo complesso il ruolo della Chiesa
non può altro che essere di difesa dell’ordine costituito.
Origine e funzione
della religione
Per i marxisti non è Dio
che ha creato l’uomo, ma è l’uomo che ha creato Dio. Ne è una dimostrazione il
fatto che ogni civiltà si è data dei miti religiosi in base alle esigenze
materiali ed al livello di sviluppo delle forze produttive raggiunto. Nella
storia dell’umanità la religione ha giocato inizialmente un ruolo progressista:
era un primo tentativo dell’uomo di darsi una spiegazione dell’esistenza del
mondo. Privo di conoscenze scientifiche, l’uomo non poteva che rifugiarsi
nell’idea di un creatore. Vedeva le proprie mani modellare i propri strumenti e
pensava che un uomo più grande avesse modellato il mondo allo stesso modo. Oggi
tuttavia abbiamo la possibilità di indagare il mondo in base alla scienza ed
alla conoscenza positiva.
Molte religioni sono nate
con un forte spirito egualitaristico. Sono state storicamente il riflesso delle
necessità di ribellione di un paese o di uno strato sociale che, non potendo
dare spiegazioni scientifiche alla propria ribellione, dovevano darsene una giustificazione
religiosa. Una volta che diventa religione dominante, tuttavia, qualsiasi
religione non può che legarsi alla classe economicamente dominante.
Innanzitutto, postulando
l’esistenza di un padrone del creato, la religione riflette naturalmente lo status
quo terreno in cui i padroni dominano i mezzi di produzione.
In secondo luogo,
l’apparato ecclesiastico è un apparato di uomini staccati dalla produzione che
deve trarre inevitabilmente il proprio sostentamento (finché non imparerà a
cibarsi di preghiere) dalle classi che hanno un ruolo nella produzione.
Inevitabilmente solo la classe che domina economicamente può sostentare un
apparato mastodontico di preti, prelati, vescovi ecc. ecc.
Il proletariato non ha
bisogno di una religione per giustificare la propria rivoluzione: è la prima
classe nella storia che non deve riparare le proprie ragioni dietro un
paravento religioso ma che può spiegare scientificamente la necessità della
socializzazione dei mezzi di produzione come risultato dello sviluppo storico
delle forze produttive.
Il nostro approccio
alla religione
L’ateismo forzato dei
paesi stalinisti ha portato milioni di lavoratori a credere che i marxisti
vogliano sopprimere la religione con la forza. Così non è. Siamo sicuri che la religione
un giorno sarà un semplice ricordo del passato, ma tale condizione non verrà
raggiunta con la forza. L’ateismo forzato fu una delle tante conseguenze della
degenerazione stalinista della rivoluzione in Russia. In realtà la prima fase
del socialismo coinciderà con uno dei periodi di maggiore libertà religiosa mai
conosciuti nella storia. Come spiegava Lenin: “Il proletariato moderno si schiera dalla parte del socialismo, che
chiama la scienza a lottare contro le tenebre della religione e che libera
l’operaio dalla credenza in una vita d’oltretomba, organizzandolo in una lotta
effettiva per realizzare una migliore vita terrena. (…) Noi esigiamo che la
religione sia un affare privato nei confronti dello Stato. (…) Nessuna
differenza nei diritti dei cittadini, motivata da credenze religiose, può
essere tollerata (…) Separazione completa della Chiesa dallo Stato: ecco la
rivendicazione del proletariato socialista nei confronti dello Stato moderno e
della Chiesa moderna”.
Riguardo ai lavoratori
credenti Lenin continuava: “Perché non
proponiamo il divieto ai cristiani ed ai credenti in Dio di entrare nel nostro
partito? Nessun libro, nessuna predicazione potranno istruire il proletariato
se esso non verrà istruito dalla propria lotta contro le forze tenebrose del
capitalismo. L’unità di questa lotta effettivamente rivoluzionaria della classe
oppressa per crearsi un paradiso in terra è più importante per noi dell’unità
di opinione del proletariato sul paradiso in cielo”.
Finché l’umanità non
padroneggerà i mezzi di produzione, il destino continuerà ad apparire a milioni
di uomini come il risultato di forze cieche ed imprevedibili. Di fronte a
questo stato di cose rifugiarsi nella religione sarà per molti inevitabile,
tanto quanto la scaramanzia lo è per il giocatore d’azzardo. Ponendo le forze
produttive sotto il controllo cosciente dell’uomo, il socialismo non avrà
bisogno di reprimere nessuna espressione religiosa. Le tenebre religiose si
diraderanno gradualmente man mano che l’umanità potrà guardare in faccia e
controllare il proprio destino. Usciti dal mondo della necessità, affronteremo
ad occhi aperti il mondo della libertà.